CHICAGO WINTER - DAMMI UN'OCCASIONE di Sarah Bernardinello


*NOTA*: Questo racconto continua idealmente la storia del racconto estivo CHICAGO SUMMER che potete leggere QUI.


Prologo. 12 giugno.
AJ Todd non avrebbe mai pensato di sentirsi nervoso per un colloquio di lavoro. Quel Roland Xavier con cui aveva parlato al telefono sembrava una persona colta, ma si riservava di giudicare dopo averlo incontrato. Era già stato informato del numero di candidati scartati, quasi lo volessero far rinunciare ancora prima di aver sostenuto il colloquio. AJ non era arrendevole per natura, altrimenti avrebbe abbandonato il BUD's appena resosi conto delle difficoltà oggettive dell'addestramento.
Era però sicuro di una cosa: dopo tutto quel tempo trascorso in ospedale, doversi reinventare la vita era destabilizzante, ma non voleva nemmeno passare il resto della propria esistenza a carico del Governo.
A trentadue anni aveva ancora tanto da dare.

14 novembre
«Un ottimo lavoro, Roland» commentò Adonais, rimettendo i documenti nella cartellina.
L'uomo seduto dietro la scrivania sorrise. «Grazie, capo.»
Malthus si alzò in piedi, stirando le pieghe dei pantaloni del completo Versace, rispondendo al sorriso con una smorfia.
«Niente “capo”, Roland. Il locale è andato avanti per merito tuo, non mio.»
«Avevi altro a cui pensare, Adonais. Ed è solo un club, non un impero. Non è stato questo grande impegno.» L'uomo si alzò a sua volta. «I primi tempi sono stati duri, l'estate non sembrava mai voler finire. Adesso che sta arrivando il freddo, abbiamo già visto la differenza.»
Adonais sorrise appena. «Hai avuto problemi con il personale? Hai eseguito controlli?»
Roland annuì. «Il servizio di sicurezza della Malthus Enterprise è stato utile. Anche il tuo amico Angel. Quel ragazzo è un segugio, non molla la presa finché non ha raggiunto l'obiettivo. Il mese scorso ha scoperto che uno dei camerieri era stato assunto con un nome falso. Lui e il nostro capo della sicurezza l'hanno ripassato finché non hanno saputo la verità, e io l'ho licenziato in tronco.»
«Bene» commentò, fingendo indifferenza.
Erano passati mesi, nominare Angel non gli procurava più uno spasimo al petto. La delusione e quella punta di dolore per la scelta dell'investigatore erano ormai alle spalle, ma non poteva negare di provare interesse per lui. Per questo gli aveva offerto un lavoro di  revisore delle assunzioni, da sommare al servizio fornito dalla propria sicurezza privata. Era sicuro che il suo compagno avesse cercato di dissuaderlo, senza riuscirci. Quel mannaro era una testa dura, oltre che un ottimo poliziotto. Tutto sommato, poteva  dirsi contento che il suo detective preferito avesse trovato un compagno così premuroso e innamorato. I lupi erano creature selvagge, ma se avevi la loro lealtà e la loro fiducia, era per la vita.
«Adonais.»
Alzò lo sguardo su Roland. Il vampiro più anziano aveva un'aria preoccupata, mentre gli si avvicinava.
«Tutto bene?»
Annuì. «Benissimo.»
Ripensò agli ultimi mesi, ai consigli indetti per ragguagliare le altre famiglie sul tradimento di Conner Finch, alla mole di lavoro che gli era piombata addosso inaspettata. Non immaginava che altri condividessero le opinioni del vampiro morto, ma non aveva alcuna intenzione di vedere scorrere il sangue degli umani o dei mutaforma solo perché c'era chi si sentiva superiore.
La loro specie era minore per numero, ma in quanto ad aggressività non c'era da scherzare. Non che i mutaforma fossero da meno, anche se dipendeva essenzialmente dalle loro caratteristiche animali. Non potevi essere un violento se discendevi da un basset hound. Il discorso cambiava quando si trattava di un mannaro, come nel caso del compagno di Angel. Seth Rogers era una terza generazione molto diluita ma, anche se non poteva mutare, la forza e la combattività non gli mancavano di certo.
Aveva fatto il nome dell'investigatore a diversi conoscenti, procurandogli parecchio lavoro, ma era stato attento al fatto che non fossero pericolosi. Non come quello per cui l'aveva assunto lui stesso quattro mesi prima. Se Angel avesse dovuto rischiare ancora la vita, Seth Rogers non glielo avrebbe perdonato. Un mannaro incazzato era pericoloso. E letale.
«...e il nostro capo della sicurezza.»
Adonais gettò un'occhiata a Roland, intento a fissarlo. Sospirò.
«Scusami, non stavo ascoltando.»
«L'avevo notato» disse l'altro con un mezzo sorriso. «Non avrei dovuto insistere per farti venire, mi dispiace. So quanto lavoro hai e quanto te ne è piovuto addosso negli ultimi mesi.»
«Forse è un bene che tu l'abbia fatto, amico mio» replicò. Era stanco. Tra acquisizioni e vendite, propri del suo lavoro come presidente della Malthus Enterprise, aveva dovuto inserire riunioni con i chief managers delle aziende satelliti. Senza contare la messa in sicurezza del sigillo perché non si verificasse un altro furto come quello avvenuto in estate. Aveva rasentato la catastrofe.
Quell'ultimo pensiero gli fece tornare alla mente le ultime parole di Roland.
«Cosa stavi dicendo del capo della sicurezza?»
«Mi hai sentito, allora.» Gli si avvicinò. «Volevo fartelo conoscere. È impegnato nei controlli nelle sale, ma credo che potremmo scambiare due chiacchiere prima che tu te ne vada.»
Adonais gemette tra sé. Voleva solo bere uno scotch e tornarsene a casa. Non aveva voglia di incontrare nessuno e tanto meno conoscere un capo della sicurezza di mezz'età, con la pancia e la calvizie incipiente. Voleva crogiolarsi un po' nell'autocommiserazione.
«Proprio quello che vorrei evitarti.»
Guardò Roland. Non aveva schermato la mente. L'amico poteva aver ascoltato tutti i suoi pensieri. Lo vide arrossire un po' e si rese conto di avere indovinato.
«Sto invecchiando, Roland. Dovrei essere più attivo di così.»
L'altro sorrise. «E io che dovrei dire? Ho solo un centinaio d'anni più di te, sai?» Gli posò una mano sulla spalla, e gli concesse di lasciarcela. In effetti era l'unico che avesse il permesso di poterlo fare. Di quando in quando.
Un ghigno gli spuntò sulle labbra.
«Tu hai qualcosa in mente, non è così?»
«Niente affatto» si difese il vampiro. «Voglio solo che lasci quella dannata scrivania per qualche ora la sera e venga qui a vedere gente. Trovo che tu sia troppo solo, Adonais.»
Si mise a ridere. «Ma ti senti, Roland? Non ho il tempo per farlo. C'è troppo in gioco.»
«Se dedichi un po' di tempo a te stesso non sarà una delazione nei confronti delle tue responsabilità. Una mente serena lavora meglio.»
Avrebbe voluto dedicarsi a se stesso – e a Angel – tempo prima, quando aveva creduto di interessare all'umano in modo molto più che amichevole. Gli era andata male. E ne aveva sofferto, anche se non l'avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura. Quel periodo era passato. Il suo cuore, sempre che ne avesse uno, era chiuso in uno spesso strato di metaforico cemento.
D'altra parte, le parole di Roland non erano lontane dal vero. Era solo. Si sentiva solo. Era tutto sbagliato.
La mano sulla spalla strinse leggermente e si trovò a fissare il direttore del locale negli occhi. Sapeva che lui lo capiva e lo sosteneva. Era per questo che la loro amicizia durava da secoli.
«Allora, ti posso presentare AJ?»
Inarcò le sopracciglia. Aveva sempre odiato i monogrammi. Gli umani sembravano andarne pazzi.
«Un umano?»
«Oh sì. Quando si è presentato al colloquio, ho avuto la strana sensazione che fosse un mutaforma della stirpe di Gustafsson. Te lo ricordi, quel dannato guastafeste?»
Un orso? Che razza di uomo era se Roland lo scambiava per un discendente del re in persona?
«Ho dovuto farlo uscire dall'ufficio e assicurarmi che il mio olfatto non fosse andato in vacanza.»
«E quando è rientrato?» gli chiese divertito.
«Non è un orso, questo è sicuro. È umano al cento percento.»
Adonais sorrise. «Andiamo a conoscere questo campione, avanti.»
Si incamminò verso la porta, e il telefono sulla scrivania squillò. Roland andò a rispondere, facendogli cenno che sarebbe arrivato subito.
Adonais scrollò la testa. Sperò solo di potersene andare al più presto. Aprì la porta e uscì nel corridoio che dagli uffici portava al locale vero e proprio. La musica giungeva attutita, così come il chiacchiericcio. Attraversò il passaggio in penombra ed entrò nella sala cocktail, piena di gente elegante.
Il barista era al suo posto, la cosa più importante. Era il momento di prendere quello scotch.

§

Le tre sale erano piene. Aveva già fatto un giro, controllando discreto gli ospiti, e scambiato due parole con gli uomini della squadra di sicurezza.
Un saluto ad Angel e Seth, seduti a godersi i loro drink, e poi si era fermato nella sala coktail, vicino a una parete. Poteva fingere di passare inosservato, e stava davvero tentando di farlo, ma dubitava che con la propria mole ci potesse riuscire. Era sfuggito per un soffio alle attenzioni fin troppo ovvie di due ragazze poco vestite che lo avevano bloccato mentre tornava dall'ingresso. Aveva girato la testa per nascondere la cicatrice, ma sembrava essere proprio quella ad attirare gli sguardi ammirati delle donne e di quelle due in particolare. Era sgusciato via, ignorandole, udendo le loro esclamazioni di disappunto e fregandosene.
Scrutò la gente, gli occhi socchiusi, poi lo sguardo gli si puntò su un uomo appena uscito dal corridoio che portava agli uffici. Si irrigidì ed entrò in modalità controllo.
Era elegante, più della maggior parte degli ospiti, con un completo scuro che doveva portare il nome di qualche stilista italiano. Molto alto, spalle larghe, capelli scuri e lunghi, pettinati all'indietro. Più o meno della sua età.
Ma fu il volto a colpirlo.
La luce era fievole, ma anche a quella distanza poteva vedere che era bello. Un aggettivo riduttivo, a dirla tutta. Era molto più che bello, aristocratico addirittura, ma AJ concentrò il suo livello di attenzione su altro.
Non aveva né tempo né voglia di relazionarsi con altri esseri umani che non fosse per lavoro, per quanto appetibili fossero. Perciò sorvolò su tutto il resto e si chiese soltanto il perché della sua presenza in quella zona specifica. A meno che non fosse un ospite di Roland, ma in tal caso il direttore gliene avrebbe parlato.
Si raddrizzò, pronto ad andare a chiedere spiegazioni, quando proprio Roland uscì dal corridoio e affiancò l'oggetto del suo interesse, iniziando a parlare con lui.
AJ tornò ad appoggiarsi al muro, lieto di non dover intervenire e che la penombra lo celasse allo sguardo dei più.
Si rilassò appena, come capo della sicurezza doveva essere sempre pronto per qualsiasi evenienza, se uno del suo gruppo avesse segnalato un problema.
Ma quello stato di calma apparente durò un solo misero istante.
Roland e il suo ospite si stavano dirigendo proprio verso di lui.

§

Si sentiva osservato. Adonais restò fermo, guardando le persone che chiacchieravano, cercando di ascoltare quello che l'istinto gli suggeriva. Al suo naso arrivavano gli odori più disparati, e cominciò a catalogarli, finché non lo trovò. Un lieve profumo di agrumi che lo fece vibrare.
Seguì l'effluvio con i sensi e lo sguardo, e lo vide, appoggiato alla parete. Aveva la testa girata in un'altra direzione, ma era sicuro che fino a un istante prima i suoi occhi fossero posati su di sé.
Doveva essere alto almeno quanto lui; i capelli erano corti, castano chiari o forse biondo scuro, con un taglio alla militare che lasciava scoperta la nuca. La maglia nera a collo alto e la giacca marrone enfatizzavano la larghezza delle spalle e lo rendevano sexy oltre misura.
Cercò di sondare i pensieri, ma si scontrò con un muro. Aggrottò la fronte. Era raro che gli capitasse se aveva a che fare con gli umani. E quello era un umano. Eppure non riusciva a oltrepassare la barriera per ascoltare ciò che stava pensando.
Fece per dirigersi verso di lui, quando Roland arrivò.
«Hai già preso un drink, Adonais?»
«Stavo per farlo adesso.» In realtà l'obiettivo era cambiato, ma omise di dirlo.
«Aspetta, ecco AJ. Posso presentartelo?»
Udì la nota esitante nella voce del vecchio amico, ma non voleva dargli una delusione e acconsentì con un cenno, seguendolo. Quando si accorse che la persona con un monogramma per nome era lo stesso da cui stava per andare prima che arrivasse Roland, il suo interesse aumentò in maniera esponenziale.
Niente pancia e calvizie, per questo capo della sicurezza.
Lo vide guardarli, raddrizzarsi, ma senza muovere un passo. Il suo volto era un concentrato di energia virile estremamente seducente.
«AJ, cercavo proprio te» gli disse Roland, quando arrivarono alla sua altezza.
Niente sorrisi, solo un blando interesse per chi era andato a disturbarlo.
Adonais provò l'irrazionale impulso di sbatterlo contro il muro e baciarlo fino a fargli perdere quell'espressione indifferente. Corrugò le sopracciglia: un momento, aveva davvero pensato a quello?
Lo squadrò, e sul suo volto calò la stessa maschera di indifferenza.
«Adonais, ti presento AJ Todd. AJ, il signor Adonais Malthus.»
L'uomo non sembrava sorpreso di trovarsi al cospetto del capo supremo. Educato, allungò la mano.
«Signor Malthus, è un onore.» Voce baritonale, profonda. Sexy quanto lui.
Ignorò la mano tesa, e l'altro l'abbassò senza cambiare espressione. Se era rimasto colpito dalla sua scortesia non lo diede a vedere. In realtà si era dovuto sforzare per non prenderla e stringerla, rischiava davvero di far diventare concreta l'assurda fantasia di poco prima.
«AJ?» ripeté invece. Nella sua voce vibrò un tono di disprezzo. Odiava sigle e acronimi, soprattutto se considerati un nome.
«Scusa, Adonais, ma noi lo chiamiamo così.» Roland sembrava costernato.
«Andrew Jackson Todd» rispose l'uomo.
«Andrew» ripeté Adonais, arrotando la lingua sulla erre.

§

Ci mancava il padrone della baracca. Arrogante, borioso fin sopra i suoi acconciatissimi capelli. E con una bocca da baciare.
Non gli aveva stretto la mano, aveva voluto sapere il suo nome per intero. Lo odiava.
Ma quando aveva arrotolato la erre, neanche fosse un tappeto, una scarica di pura eccitazione lo aveva attraversato, lasciandolo tramortito.
Puoi chiamarmi quando vuoi, capo.
Si schiarì la voce, temendo di fare qualche figuraccia, per esempio affondare le dita in quei capelli lunghi e lisci, tanto per fare qualcosa, quando a salvarlo arrivarono Angel e il suo compagno. L'investigatore privato e il poliziotto.
Il suo cervello sospirò di sollievo per l'interruzione.
«Eccovi!» Angel alzò la mano chiusa a pugno e lui la colpì appena con la propria, facendo lo stesso con Seth.
Si girò a guardare il direttore e il padrone del vapore: sul viso di quest'ultimo c'era un'espressione che sembrava la quintessenza del disprezzo. Oh oh, quei modi da macho non facevano per lui.
Non era professionale ed etico ridere del proprio datore di lavoro, ma si concesse un ghigno mentale. Dopotutto, da quando il Club aveva aperto era la prima volta che il proprietario si degnava di mostrare la propria faccia. Non poteva mettersi a discutere sulle scelte di Roland riguardo il personale, o sull'impegno che ci aveva messo Angel nel controllare ogni singola virgola dei curricula dei candidati, compreso il suo. Non che ci fosse molto da scrivere, nel proprio curriculum.
L'investigatore aveva iniziato a chiacchierare con Malthus, e AJ registrò un particolare curioso. L'impeccabile uomo d'affari aveva perso quella sua aria saccente mentre parlava con Mallory. Per contro, Seth Rogers era rigido come un manico di scopa. Il poliziotto e il miliardario sembravano rivali.
Li valutò, cercando di scoprire dalle loro posture quando e come sarebbero giunti a uno scontro, ma tutto finì con una stretta di mano tra Malthus e Angel e un lieve cenno di Seth in direzione del padrone del Club.
Tutto sommato, non avrebbe dovuto far pulire il pavimento di marmo dal sangue di uno dei due.
Adonais Malthus si rivolse al direttore, ignorandolo nel modo più assoluto.
«Un buon lavoro, Roland. Mi fa piacere che Angel possa esserti stato utile.»
Xavier sorrise. Sembrava davvero contento delle parole appena dette. AJ apprezzò che gli fosse stato riconosciuto l'impegno di come aveva organizzato il Club. Roland era un brav'uomo, aveva avuto modo di conoscerlo in quei mesi.
«Anche AJ si è dato da fare» replicò il direttore.
Uno sguardo noncurante, e capì che Malthus si era già dimenticato di lui. Per una qualche stupida ragione, si risentì della cosa, ma non poteva certo protestare contro l'indubbia offesa senza essere messo alla porta. Inghiottì il boccone amaro. Non sapeva perché, ma non incontrava il favore di quell'uomo.

§

«Non sei stato molto gentile.»
Adonais distolse lo sguardo dal capo della sicurezza, che si era scusato e ora si stava dirigendo verso il corridoio del settore privato. Per un attimo, aveva ammirato la struttura possente di quel corpo nascosta dagli abiti, immaginandola...
Il commento di Roland interruppe i suoi pensieri e gli fece inarcare le sopracciglia.
«Mi stai rimproverando? Non immaginavo che quel tizio ti stesse a cuore.»
«È una brava persona, dedita al lavoro. Davvero, Adonais, mi dispiace che non ti vada a genio.»
Strinse appena le labbra. «Lo trovo indisponente.»
Il direttore sorrise. «È l'effetto che fa a tutti, appena lo incontrano. Ma basterebbe conoscerlo meglio, per capire di che pasta è fatto. È un ex SEAL, sai?»
Un SEAL? Era la spiegazione per i capelli cortissimi e il fisico imponente. Quando si era voltato a guardare Angel e Seth, aveva anche notato le cicatrici sul lato destro del volto, che correvano dalla tempia alla mandibola, lasciando liberi l'orecchio e parte della guancia. Un reticolo di striature biancastre.
«E cosa ci fa qui?»
«È stato congedato per motivi di salute. Forse non sarà più in grado di compiere una missione, ma qui ha fatto e sta facendo un lavoro egregio.»
Adonais lo guardò sorpreso. Di rado aveva udito quel tono ammirato nella voce di Roland.
«Un congedo forzato, eh?» Non poté evitare comunque di essere ironico. L'ex SEAL trasudava fascino e testosterone da ogni poro, ma lo trovava indisponente. Arrogante. Insolente.
«Penso abbia a che fare con la cicatrice che ha sul viso» continuò Roland. «Ho provato a scavare più a fondo, ma il file al Pentagono è secretato.»
«Non dirmi che hai forzato il firewall governativo.» Era sbalordito, e anche un po' preoccupato, dall'iniziativa dell'amico.
«Niente affatto.» Roland sembrava offeso anche solo dal fatto che avesse potuto pensarlo. «Ho chiesto a Richard Tate, ma nemmeno lui ha potuto entrare. Comunque le cose importanti le avevo già sapute.»
«Davvero?» Era ancora sorpreso dall'intraprendenza del direttore.
«Beh, è stato insignito di una Purple Heart e di una Navy Cross. Qualcosa di buono deve averlo pur fatto, non ti pare?»
L'unica cosa che al momento gli sembrava più sensata era di avere, forse,  sottovalutato il carattere e il fascino del suo capo della sicurezza. Poche persone entravano nelle grazie di Roland. Se l'uomo di cui stavano discutendo era fra queste, o all'amico improvvisamente piacevano i maschi, oppure l'umano aveva un potenziale che lui non si era premurato di cogliere. Si scoprì a sorridere: uscire dall'ufficio più spesso, come gli aveva suggerito Roland, e andare al Club stava diventando un'attrattiva stimolante.


18 novembre.
Eccolo di nuovo. Bello, raffinato e pieno di sé.
AJ si chiese per l'ennesima volta come quell'uomo potesse raggruppare nella sua persona tutte quelle caratteristiche. Da quando era comparso il sabato precedente, non era mancato una sola sera.
Aveva fatto di tutto per restargli alla larga, la scusa che non poteva fermarsi a parlare era stata accolta da Roland con un'alzata di sopracciglia e un'espressione scettica. Aveva un'ottima squadra, se fosse mancato una decina di minuti non sarebbe stata una tragedia.
La realtà era che lo infastidiva la palese mancanza di interesse nei propri confronti da parte del gran capo, anche se la cosa non avrebbe dovuto sorprenderlo. Era pur sempre un dipendente, non un amico come il direttore del Club. O come sembrava esserlo Angel.
Inoltre, faticava a resistere a quell'ondata di desiderio che lo investiva non appena lo vedeva. Non gli capitava da tempo. Non gli era mai capitato con altri. Meglio non assecondare quel fremito che avvertiva addosso quando gli era accanto.
Non c'era storia.
Eppure... eppure non vedeva l'ora di vederlo, la sera quando prendeva servizio. Si stava comportando come una fottuta liceale, ben sapendo che al miliardario non importava di lui. Era senz'altro meglio girare al largo e navigare in acque meno insidiose.

§

Seduto sul divano nel privé, Adonais cominciava ad annoiarsi. Il capo della sicurezza non si vedeva da nessuna  parte, e lui si era stancato di stringere mani ad altri affaristi in cerca di una serata  alternativa. Non che il locale fosse adibito a intrattenimenti di dubbio genere, ma la credenza sembrava essere quella. C'era solo del buon jazz nella sala superiore e ottimi liquori. Niente altro. Quando aveva deciso di aprire il Club in una delle zone a nord della città, il suo punto d'onore era stato renderlo chic ed elegante, non un ricettacolo di droga e prostituzione. Roland era stato più che d'accordo. Gli eventi lo avevano poi distolto dall'organizzazione, ma l'amico aveva seguito i suoi desideri alla lettera.
Si rilassò contro la spalliera. Era stata una giornata pesante, le riunioni si erano succedute senza sosta, la video conferenza con Londra gli aveva portato via più di un'ora. Si chiese se avrebbe potuto ottenere un po' di riposo, scomparendo per qualche giorno. L'idea era un fallimento in partenza, se ne rendeva conto.
Alle narici arrivò l'ormai famigliare profumo di agrumi. I suoi sensi si risvegliarono. Lo vide entrare nella piccola sala, riempire con la propria presenza ogni singolo centimetro, guardarsi attorno con quei suoi occhi blu, indifferente solo in apparenza. Da quando Roland gli aveva detto che era un ex SEAL, non aveva mancato una sera di studiarlo, se gli era stato possibile, finché non aveva capito che la sua impassibilità era un modo per ingannare la gente, probabile frutto dell'addestramento. Aggrottò la fronte: chissà cosa gli era capitato da costringerlo a congedarsi.
La pelle gli pizzicava. Lo stuzzicante signor Todd si era accorto di lui e stava facendo dietrofront. Curioso, sembrava volesse sfuggirgli.
Si alzò in piedi alla svelta, ma restò fermo dov'era. Uno degli ospiti si era avvicinato al suo capo della sicurezza, con chiari intenti seduttivi. Lo capiva dal modo in cui l'elegante bastardo, più basso di almeno una spanna dell'ex soldato, gli accarezzava il braccio facendo risalire la mano verso il petto. Un ringhio gli nacque dal profondo del torace e si trattenne solo perché c'era troppa gente. Quell'ospite si stava davvero prendendo troppe libertà con il suo dipendente. Era il momento di farsi avanti e definire un confine. Di colpo si rese conto cosa il suo istinto gli stesse suggerendo. Lui non aveva alcun diritto su quell'uomo, eppure si sentiva come se ne avesse. Un odore aspro gli solleticò il naso: qualcuno sembrava infastidito. Forse il signor Todd non aveva bisogno del suo aiuto per liberarsi delle attenzioni indesiderate, ma valeva la pena stargli un po' vicino, visto che fino a quel momento glielo aveva impedito.
Con passi lenti, si diresse verso i due uomini, notando come il proprio obiettivo si  fosse irrigidito, nel tentativo di sottrarsi all'ospite senza apparire scortese. Gli fu accanto, guadagnandosi un'occhiata sorpresa da parte di Andrew e una di disappunto da parte del nanerottolo.
«Signor Malthus» lo salutò Andrew. Vedeva bene la cicatrice, i segni biancastri.
«Signor Malthus!» L'ospite sgranò gli occhi. «Oh, è un vero onore. Sono Arthur Jameson.»
«È un piacere, signor Jameson. Le dispiace? Dovrei scambiare due parole con il signor Todd.» Non aspettò risposta. Prese per un braccio il capo della sicurezza e fu lieto che non opponesse resistenza. Nonostante la propria forza, non aveva dubbi che questi potesse rivelarsi un osso duro.
L'uomo lo seguì fuori della sala, ma quando raggiunsero una zona in ombra vicino al corridoio degli uffici, liberò il braccio dalla sua presa e fece un passo indietro.
«Signor Malthus, mi dica di cosa voleva parlarmi.»
Adonais inarcò le sopracciglia. «Come, prego?» Sogghignò vedendolo irrigidirsi di nuovo. «Oh, quella era solo una scusa, Andrew. Mi sembrava che il poco onorevole signor Jameson si stesse prendendo delle libertà.»
Andrew incrociò le braccia. «Non mi sembra di aver bisogno della balia, sia pure nelle sembianze del titolare.»
«Allora mi dispiace di averle rovinato dei progetti per il dopo lavoro.» Voleva essere ironico, ma l'altro non sembrò cogliere. Anzi, si allontanò ancora di più. Adonais non voleva sprecare quell'occasione. Annullò la distanza ed ebbe la soddisfazione di vederlo perdere per un attimo la perenne espressione indifferente.
«Mi sembra che sia lei a prendersi delle libertà, ora» ribatté Todd; la maschera era calata di nuovo.
Si bloccò, un momento prima di farlo addossare al muro. Adonais aggrottò la fronte. Stava lasciando fare alle proprie pulsioni, senza pensare. Andrew lo intrigava come mai gli era capitato con altri, Angel compreso. Il proprio comportamento lo sorprese: per quanto istintivo, non aveva mai preso qualcosa senza un'adeguata valutazione, e di sicuro mai senza un consenso. Con quella creatura, tutti i suoi sensi andavano in tilt.
Il desiderio che lo pervadeva scemò fino a celarsi negli anfratti dell'anima. Aveva fatto male i conti, pensando che l'uomo potesse provare nei suoi confronti qualcosa di diverso dall'essere semplicemente un dipendente.
Grande Madre, non si era nemmeno chiesto se gli piacessero gli uomini. A quel punto, non valeva neanche la pena chiederlo. L'atteggiamento di Todd era fin troppo chiaro: le sue attenzioni non erano tollerate.
Si raddrizzò.
«Chiedo scusa, signor Todd.» La voce gli uscì gelida. Non aveva intenzione di perdere altro tempo. «Le auguro buon lavoro.»
Gli voltò le spalle e se andò.

§

Se l'indomani ce l'avesse ancora avuto, un lavoro. AJ si passò una mano sulla faccia. Quell'uomo era un vero attentato alla propria sanità mentale. Lo sarebbe stato anche per quanto riguardava l'impiego, ora che si era negato. Non aveva potuto farne a meno. Si era sentito alla stregua di un giocattolo conteso fra due bambini, ma non aveva intenzione di farsi rompere. Gli era già capitato e non voleva ripetere l'esperienza. Inoltre... inoltre, il pensiero che avrebbe potuto vedere le cicatrici aveva ridotto a zero lo strano desiderio che provava per il miliardario.  Immaginava già il disgusto che sarebbe comparso negli occhi ambrati. No, grazie, ne faceva a meno.
Doveva tornare ai suoi controlli, era stato lontano anche troppo.
Mentre usciva dalla nicchia, andò a sbattere contro Angel.
«Ah, sei qui, AJ.»
«Che c'è?»
L'investigatore sorrise. «Niente. Ti stavo cercando.»
«Seth?»
«Al lavoro. Brutto caso.» Scosse la testa, era il massimo che si poteva ottenere considerata la professione di Rogers. «Volevo bere qualcosa, mi fai compagnia?»
«Lo sai che non bevo.»
L'altro alzò gli occhi al cielo. «Come se non ti conoscessi. Bevo io e tu parli.»
«Ma certo,» disse alla fine AJ. «Bevi al massimo una birra. Dai, andiamo.»
Lo accompagnò al bar circolare della sala cocktail, salutò il barman e aspettò che questi servisse Angel.
«È successo qualcosa?» gli chiese Mallory, dopo aver bevuto un sorso.
«Di che genere?» Come al solito, aveva ricominciato a guardarsi attorno con discrezione.
«Ho visto Adonais arrivare da dove sei uscito tu. Mi chiedevo se...»
«Se cosa?» lo interruppe.
Angel alzò le spalle. «Sembrava piuttosto serio. Non che sia facile capire le sue espressioni, intendiamoci. Come appena uscito da una discussione. »
Certo. Sul prendere. Punto.
«Non ne ho idea» replicò.
Angel lo spinse con la spalla. «La tua faccia non è migliore, lo sai, vero?» Si sporse verso di lui. «Sul serio, AJ, è successo qualcosa?»
«No, Angel.» Si guardò attorno, poi riportò l'attenzione sul detective privato. «Non che io sappia.» Non voleva mettere a parte Angel di quello che era accaduto tra lui e il capo nell'ombra, poco prima. Chiunque, al suo posto, avrebbe fatto i salti di gioia nel ricevere quelle attenzioni. Chiunque, ma non lui. Non con la storia che aveva alle spalle.
«Capisco.» Mallory finì il drink. «Meglio. È tardi, amico. Vado a dormire.»
Pugno contro pugno, AJ ammiccò. «Salutami Rogers.»
«Quando e se lo vedrò» sorrise l'altro.
Lo guardò andarsene. Il peso di quanto successo tornò a gravargli sulle spalle. Appena sveglio avrebbe dovuto spulciare gli annunci economici. Il commiato da parte di Roland poteva arrivare in qualsiasi momento.

§

Nascosto nell'ombra, Adonais aspettò che uscisse dal locale. Erano le quattro, l'aria era gelida e c'era odore di neve. Fino a pochi giorni prima, l'estate indiana aveva imperversato. Poi, d'improvviso, un vento freddo proveniente dal Canada aveva fatto calare le temperature a livelli polari. Per il Giorno del Ringraziamento ci sarebbe stata una coltre bianca a ricoprire Chicago.
Sospirò. Si stava comportando come uno stalker, ma non poteva farne a meno. Non riusciva a capire che cosa gli avesse fatto quell'uomo per ridurlo in tale stato. Forse era la cicatrice sul viso ad attirarlo.
Rise di sé. Durante la sua lunga esistenza non gli era mai capitato di spiare qualcuno. Non gli era mai nemmeno capitato di essere respinto, a dire il vero.
La porta secondaria si aprì con un lieve cigolio. Si raddrizzò appoggiandosi al muro e ritraendosi. L'entrata di servizio era poco illuminata, ma lo riconobbe all'istante. L'ultimo ad andarsene. L'uomo si richiuse la porta alle spalle e digitò il codice di sicurezza. Lo seguì mentre si dirigeva al parcheggio, faceva scattare le serrature di un SUV nero e saliva a bordo.
Restò con lui fino a quando si fermò in una stretta via di Little Italy. C'erano dei condomini, niente di esaltante, ma ben tenuti.
L'uomo scese dall'auto, la chiuse ed entrò in uno dei palazzi.
Adonais si allontanò fino a trovarsi sull'altro lato della strada, alzando lo sguardo e controllando i terrazzini e le finestre. Quando vide illuminarsi i vetri al quarto piano, chiuse gli occhi.
«Buonanotte, Andrew» sussurrò nel buio. Poi scomparve.


22 novembre
Il lavoro ce l'aveva ancora, Roland non l'aveva chiamato e lui aveva continuato sera dopo sera a recarsi in W. Division Street.
Di Adonais Malthus, però, neanche l'ombra. Da un lato, AJ era sollevato. Dall'altro, non sapeva che pensare. Non poteva dire che gli mancasse. Forse un po'. Non riusciva a capire del tutto le sensazioni che lo pervadevano.
Era contento di poter continuare a lavorare al Soul Club, era contento di potersi dire amico del direttore o di Angel e Seth. Ma, improvvisamente, tutto questo non era più sufficiente. Lo era stato fino a pochi giorni prima, ma adesso si era reso conto che gli mancava qualcosa. Qualcosa che gli riempisse l'anima, gli scaldasse il corpo e lo avvolgesse nel calore di un contatto.
Sapeva cos'era, si era guardato dentro e lo aveva riconosciuto. Era solo da più di un anno, quasi due a essere pignoli. Ma non era il rapporto fisico che desiderava, non solo quello, almeno. Di quelli poteva averne quanti voleva, bastava chiudersi nell'anonimato di un bagno e lasciar perdere i sentimenti.
L'incontro con Malthus lo aveva fatto precipitare in un oceano di dubbi. Quell'uomo gli piaceva più di quanto volesse davvero ammettere, e avrebbe voluto approfondire la conoscenza. Ma, ancora prima di arrivare a una conclusione, sapeva quanto la cosa fosse impossibile.
Un miliardario non si sarebbe certo legato a un proprio dipendente, soprattutto se ricoperto di cicatrici, neanche per una scopata favolosa.

§

Adonais scese dalla limousine e lisciò il cappotto. L'insegna del Club lampeggiava e sembrava dargli il benvenuto.
L'autista richiuse la portiera del passeggero e rimase in attesa.
«Grazie, Samuel, per stasera non ho più bisogno di te. Puoi ritirarti.»
«Come desidera, signore.» Samuel fece un rigido cenno e si risedette al posto di guida, allontanandosi con l'auto.
Adonais alzò il bavero del cappotto, colpito da una folata di aria fredda. Si incamminò verso l'entrata, dove c'era già una lunga fila di persone che attendeva di accedere dopo essere stata passata in rassegna dai cani da guardia del Club.
Uno degli uomini della squadra di Andrew spostò il cordone per farlo passare. Ci mancò poco che gli facesse il saluto. La cosa lo fece ridere tra sé.
Si era imposto di tenersi lontano dal locale e soprattutto dal capo della sicurezza.
Ci era riuscito, ma solo fino a un certo punto. Intendeva cambiare atteggiamento e avvicinarsi all'uomo da un'altra angolazione. L'importante era capire se l'altro l'avrebbe fatto avvicinare.
Attraversò l'ingresso. L'addetta al guardaroba prese in consegna il cappotto e Adonais entrò nella prima sala. Si guardò attorno, camminando lento fra la gente, ignorando le occhiate ammirate di uomini e donne. La propria considerevole altezza gli permetteva di svettare sopra quel mare di teste e di osservare più in lontananza.
Passò nella sala cocktail, riscuotendo la stessa attenzione. Lo vide, finalmente.
Stava parlando con il poliziotto mannaro. Indossava la solita maglia a collo alto e una giacca di pelle scura. Pure a quella distanza, percepì la sua carica sexy assorbendola con ogni cellula della propria pelle.
Seth Rogers fu il primo ad accorgersi di lui. Il detective fece un cenno nella sua direzione. Todd si girò, fissandolo. C'era forse l'ombra di un sorriso in quegli occhi blu? Strano, da quando lo conosceva non l'aveva mai visto sorridere una volta. Non che avesse passato molto tempo insieme a lui.
«Buonasera, signori.»
«Malthus» lo salutò Rogers.
«Signor Malthus.» Andrew lo guardava. La solita postura rigida, l'espressione indifferente. Certe cose non cambiavano mai.
«Tutto bene, Rogers? Dove hai lasciato Angel?» chiese  Adonais.
«Da qualche parte con Roland. Dovevano controllare dei documenti.»
«E qui, signor Todd? Qualche problema?»
«No, signore. Nessun problema.»
Lo squillo di un cellulare si intromise. Il poliziotto si allontanò per rispondere.
Rimasti soli, Adonais si accorse subito del cambiamento nell'uomo accanto a lui. Todd non aveva perso la sua solita espressione, ma qualcosa nella postura era mutato: spalle più rigide, occhiate più rapide intorno a sé.
Possibile che avesse paura di lui? Un uomo come quello?
«Vado a prendermi qualcosa da bere» disse allora.
Gli occhi blu saettarono nella sua direzione, ma Andrew fece solo un cenno. Adonais gli diede le spalle e si allontanò verso il bar circolare, sentendosi addosso lo sguardo del capo della sicurezza.

§

AJ aspettò un sollievo che, invece, tardava ad arrivare. Quando lo aveva visto avanzare verso lui e Seth, il fremito che lo aveva attraversato era stato sorprendente. Non aveva mai parlato a lungo con quell'uomo, a parte la sera in cui le sue intenzioni erano parse chiare, ma non si era nemmeno reso conto di quanto gli fosse mancato finché non l'aveva visto.
Era riuscito a reprimere il sorriso che minacciava di affiorargli sulle labbra solo quando il ricordo delle cicatrici gli aveva invaso la mente. Non aveva niente in cui sperare. Anche se avesse accettato le attenzioni del miliardario, quelle sarebbero state il preludio e il tramonto dell'avventura di una notte. Niente di più.
Da come il suo cuore si era messo a battere alla vista di Malthus, dubitava di uscirne indenne.
Sospirò. Lo vedeva al banco del bar, raggiunto ora da Roland e Angel. Stavano parlando fitto, le facce serie.
Aggrottò la fronte. L'istinto gli diceva che c'era qualche guaio, anche se fino ad allora non era accaduto niente di particolare.
Doveva fare un giro, muoversi, e si diresse verso l'ingresso.
Forse, al ritorno, Roland o Angel avrebbero diviso con lui eventuali informazioni.

§

«Di quanto è l'ammanco?» Adonais strinse il bicchiere. La rabbia minacciava di esplodere. Con un gesto brusco posò lo scotch sul banco.
«Qualche centinaio di migliaia di dollari.» Roland sembrava aver ingoiato un limone.
«Quanto, di preciso?»
«Duecentosessantacinquemila.» Angel gli gettò un'occhiata.
«Cazzo.» Imprecava di rado, ma in quel momento ci voleva. Adonais serrò le labbra. «Come ve ne siete accorti?»
Roland allargò le mani. «Insieme al nostro commercialista, controllo sempre alla fine del mese, così come ho sempre fatto. A ottobre avevamo trovato una discrepanza, ma pensavamo fosse un nostro errore nei calcoli e li abbiamo rifatti. La discrepanza è rimasta. Si trattava già di una somma considerevole. Ho chiesto ad Angel di controllare con noi dall'inizio di questo mese. Per i primi quindici giorni i conti tornano, dopo di che abbiamo cominciato a riscontrare le differenze tra gli incassi giornalieri e quanto depositiamo in effetti.»
«Stavate facendo un controllo anche adesso?» chiese lui.
«Sì» rispose Angel. «Ieri sera la cosa si è ripetuta, e anche la sera prima. Cerchiamo di tenere una doppia contabilità, per verificare giorno per giorno.»
«Immagino che non sappiate chi è l'autore di questo giochetto.»
Entrambi scossero la testa. Nessun colpevole al momento.
«Continuate così.»
«Avevo pensato di chiedere a Seth...» iniziò Angel, ma lo interruppe.
«No. Niente polizia, sai come la penso.»
«Adonais, qui non si parla di pochi spiccioli, ma di parecchi soldi. Abbiamo stipendi e fornitori da pagare, senza contare la pubblicità.»
Roland era la voce della ragione, ma non voleva ascoltarlo.
«Trovatemi il bastardo. Se non ci sono abbastanza soldi, attingerò dal fondo, ma voglio che lo troviate il prima possibile. Se ci sono delle tracce informatiche voglio saperlo.»
«Non sarà facile» obiettò Angel.
«Richard Tate è già al lavoro» disse Roland. «È uno degli hacker migliori, se c'è qualcosa la troverà di sicuro.»
«Bene» replicò Adonais. Ma non andava bene. «Quanti ne sono a conoscenza?»
«Noi tre e Mason, il commercialista» fu la risposta di Roland.
«Fatevi aiutare anche da Todd, se necessario.» Non sapeva perché l'avesse messo in mezzo. Meglio non farsi domande. «E voglio controlli a tappetto su tutti i dipendenti, mi sono spiegato, Roland?»
«Possiamo cominciare da me.» Sempre pronto e leale, il vecchio vampiro.
«D'accordo.»
Angel e Roland si diressero verso gli uffici. Adonais riprese il bicchiere e lo scolò. L'alcol gli riscaldò la gola per mezzo secondo. La sua collera era molto più bruciante.
Aveva bisogno di stare da solo per un po', ma non era ancora il momento di andarsene. Si allontanò dal bar e trovò un angolo in ombra dove riflettere e osservare la gente. La situazione non era delle più felici. Già durante l'estate un traditore aveva dato un colpo basso alla sua fiducia negli uomini. Ora la cosa si ripeteva. E, come allora, lo volevano danneggiare per arrivare a uno scopo.
Quale, poteva solo immaginarlo.
Un movimento attirò la sua attenzione. Si girò di scatto e si trovò faccia a faccia con l'altro oggetto di problema.
«Andrew!» Il nome gli sfuggì prima di ricordarsi di mantenere le distanze.
«Signor Malthus.» L'uomo era fermo nel breve corridoio che portava alle scale per il piano superiore. La musica giungeva attutita. Fece un passo avanti, dandosi una rapida occhiata intorno. «Si sta nascondendo?»
Avrebbe voluto rispondere di sì. La lieve ironia che aveva sentito in quella voce profonda lo fece sorridere nella penombra.
«E lei mi sta forse spiando?»
«Beh, non direi. Lei mi sta ostruendo la strada..»
Ops. C'era forse una nota divertita in quelle parole? Sperò di sì.
«Non è un buon posto per nascondersi, questo» riprese Todd.
«Ne ha uno migliore da mostrarmi?»
«Purtroppo no.»
Adonais sorrise. «Vorrei bere qualcosa. Mi accompagna?»
Con sua sorpresa, l'uomo acconsentì.

§

Vederlo fermo all'inizio del corridoio, nell'ombra, l'aveva insospettito. Temeva fosse lì per lui, che lo avesse visto mentre si dirigeva verso le scale e lo avesse seguito. Ma quando aveva reso nota la propria presenza, l'altro era sembrato colto alla sprovvista.
Come al solito, quando lo aveva chiamato per nome si era sentito fremere.
Sembrava preoccupato per qualcosa e, al suo invito a fargli compagnia, non aveva opposto rifiuti. Era curioso di sapere cosa gli passasse per la testa, mantenendo però alta la guardia. Vicino a quell'uomo non poteva allentarla.
Lo accompagnò al bar, salutò Oscar, il barman, e attese che Malthus ordinasse.
«Cosa prende, signor Todd?»
Alla domanda inaspettata sbatté le palpebre, perplesso. Gli occhi ambrati erano posati su di lui. Si sforzò di apparire naturale.
«Non bevo, grazie.»
«Via, signor Todd...» Malthus era una tentazione vivente.
«AJ è astemio» interloquì Oscar.
Si aspettava un'occhiataccia o un rimbrotto al barman per essersi intromesso, invece il miliardario alzò il bicchiere.
«Va bene. Berrò da solo.»
AJ lo guardò accostare il bicchiere alle labbra e per un breve, delizioso attimo, desiderò essere al posto del vetro. Brutta accoppiata, ormoni in subbuglio e solitudine. Si schiarì la gola e fece un rapido cenno a Oscar di allontanarsi.
«Va tutto bene, signor Malthus?» si sorprese a chiedere.
Adonais abbassò il bicchiere. «Lo chiede per educazione o perché le interessa?»
«Entrambe le cose, credo.»
Malthus aggrottò la fronte. «Strano, non ci siamo mai parlati molto, finora.»
AJ si astenne dal commentare una cosa così ovvia.
«No, le cose non vanno bene, ma Roland la metterà al corrente, penso.» L'uomo bevve un altro sorso, prima di guardarlo. «E di lei cosa mi dice?»
«Prego?»
«Come si trova qui? Ha stretto amicizia con qualcuno?» Lo fissava con intensità. «Mi sto sforzando di essere amichevole, And... signor Todd, cosa che non ho fatto quando l'ho conosciuta. Mi dispiace.»
AJ era sorpreso. Di più, sbalordito. Il suo datore di lavoro aveva abbandonato i propositi seduttivi per lanciarsi in una campagna a favore dell'amicizia. Peccato che avesse due occhi così belli e una bocca da baciare. Per non parlare del resto.
«La ringrazio per lo sforzo» ribatté. «Il lavoro mi piace. Quanto alle amicizie, esclusi Roland e Angel, gli altri sono semplici conoscenti.»
«E la vita privata?»
«Signor Malthus.» Un richiamo all'ordine. Quell'argomento era off limits.
«Domando scusa. Sono curioso di natura.»
Ma certo. Talmente curioso che non gli aveva nemmeno chiesto le preferenze in fatto di amanti.
«E la sua vita privata? Ne vuole parlare?» gli chiese di rimando.
«Calma piatta» fu la sconcertante e per niente rassicurante risposta.
«Mi spiace per lei.»
«Perché mai? Ho troppo lavoro, e il tempo per cercare un compagno scarseggia.»
Un compagno. Non un'avventura, beninteso. Quella parola aveva delle implicazioni notevoli.
«Io lo sono.» Lo disse senza pensare. Appena pronunciate quelle parole, si sarebbe morso la lingua.
Gli occhi ambrati furono su di lui. «Che cosa?»
Già, che cosa? Qual era la risposta da dare? L'altro stava aspettando.
«Gay. Sono gay.» Ecco, glielo aveva detto. Così poteva solo incolpare se stesso se Malthus avesse tentato di saltargli addosso di nuovo.

§

«Capisco.»
Adonais appoggiò il bicchiere con calma, cercando di apparire noncurante. Troppe notizie per quella sera. L'ammanco, con i relativi problemi, e ora Andrew che gli rivelava quella bomba. L'aveva sperato, oh se lo aveva sperato.
Quell'uomo dai bellissimi occhi blu. Li immaginò velati di passione e si sentì pervadere all'istante da un'ondata di eccitazione.
Nello sguardo di Todd era comparsa quella che sembrava preoccupazione. Si stava comportando in maniera scorretta? L'aveva toccato senza accorgersene? No. Aveva solo stretto le mani a pugno e ringhiato sotto voce, una cosa non proprio normale per un umano.
Era ora di andarsene, prima di cadere nella corrente delle pulsioni. Si guardò attorno, il locale si stava svuotando. Doveva essere quasi ora di chiusura.
«Grazie per la compagnia, signor Todd. Me ne vado.»
«Buonanotte, signore.» Il capo della sicurezza sembrava perplesso.
Adonais fece un cenno di saluto e si incamminò verso l'ingresso per recuperare il cappotto. C'era una breve fila al guardaroba, ma aspettò il proprio turno ignorando le occhiate lascive di un paio di donne sommariamente vestite.
Prese il cappotto dalle mani della guardarobiera e tornò indietro. Preferiva uscire dalla porta di servizio e scomparire senza essere visto.
Non incontrò Andrew, e da un lato ne fu lieto. Poco prima aveva dato una sbirciatina ai pensieri dell'uomo e quanto aveva visto lo aveva sorpreso tanto da fargli abbandonare per un attimo la prudenza.
Nei pensieri di Andrew, privi della solita protezione, aveva scorto un volto, occhi dorati, una bocca socchiusa. Al colmo dello stupore, si era riconosciuto nella visione. L'uomo lo pensava. Lo desiderava.
Sommato all'esplosiva notizia – Sono gay – rischiava davvero di perdere la facciata signorile trasformandosi in un selvaggio uomo delle caverne.
Motivo di più per andarsene.
Attraversò il corridoio degli uffici e raggiunse l'entrata di servizio. Spinse il maniglione antipanico e uscì nel piccolo cortile. L'aria era decisamente gelida. Alzò il bavero per contrastarla, nei brevi attimi prima di scomparire.
Prese un profondo respiro...
«Fermo dove sei.» La voce gracchiante veniva dal vicolo buio alla sua destra. Si concentrò per vedere e fece un passo avanti.
«Fermo.» Dall'ombra del vicoletto uscì uno sconosciuto. Nella mano destra teneva una pistola. Metà del volto era coperta da un passamontagna.
«Sono fermo» rispose lui.
«Zitto.» Dietro al primo sbucò un secondo uomo con un coltello in mano. La lama baluginò nella scarsa illuminazione. Lo stavano aspettando?
Adonais sorrise tra sé. Forse non immaginavano con chi avrebbero dovuto trattare.
Scattò. Colpì l'uomo con la pistola, ma questi non se la fece sfuggire di mano e riuscì anche a evitare il suo pugno. Dall'arma partì un colpo che andò a vuoto, ma che avrebbe potuto richiamare gente. Il tizio con il coltello era alle sue spalle,  pronto a colpirlo. Si girò di scatto e la lama tagliò l'aria. L'uomo con la pistola gli abbatté il calcio sulla spalla sinistra.
Ansimò per l'urto e si spostò sul lato per fronteggiare entrambi.
«Ehi!» La porta di servizio si era aperta di colpo. Todd stava correndo verso di loro.
Grato per il diversivo, Adonais diede una gomitata allo sconosciuto con la pistola, sentendo in risposta un'esclamazione soffocata. Questi tentò di rispondere, ma ormai lui si era scatenato.
Una rabbia profonda gli bruciava le viscere mentre si accaniva sull'aggressore. Ignorò il formicolio alla bocca finché non sentì le zanne accarezzargli il labbro inferiore. Ringhiò.
L'aggressore emise un verso strozzato e fuggì.
Adonais si volse su se stesso.
 Andrew era alle prese con l'assalitore armato di coltello. Era appena saltato all'indietro per evitare la lama afferrando l'avversario per un braccio, ma l'altro si era liberato sferrandogli un pugno all'addome e roteando il coltello fino a raggiungergli il petto.
Adonais si sentì gelare.
Con un ringhio bestiale, si gettò sui due che lottavano, ma il capo della sicurezza riuscì a colpire alla spalla l'aggressore.
Malthus si slanciò verso l'uomo armato, ma questi abbandonò il campo correndo verso la strada. Rivolse allora l'attenzione su chi era accorso in suo aiuto.
Todd era appoggiato al muro, si teneva il braccio destro. Era ferito? Per la prima volta nella sua lunga esistenza, sperimentò la paura per qualcuno. Qualcuno a cui teneva. Gli fu vicino in due passi.
«Andrew, sta bene?»
Allungò la mano per stringergli la spalla, ma l'uomo si raddrizzò scostandosi. Ansimava ed era pallido.
«Sto bene.» Il tono brusco gli fece inarcare le sopracciglia. Il suo sguardo fu attirato da uno strappo nella maglia di Todd.
«Lei è ferito.» Non era una domanda.
«Non è niente.»
«Andiamo dentro, voglio controllare.» Lo prese per il gomito ma l'altro si divincolò.
«Ho detto che sto bene.» Il tono non ammetteva repliche.
Adonais lo fissò. Gli occhi blu erano cerchiati, il suo aspetto smentiva le parole. Sospirò. «Posso almeno accompagnarla dentro?»
Todd annuì, staccandosi dal muro. Non lo toccò più. Sarebbe andato con lui in ufficio, si sarebbe accertato delle sue condizioni e se ne sarebbe andato. Non voleva imporsi più di quanto avesse già fatto.
Aprì la porta e invitò Andrew a precederlo.

§

Il colpo al plesso solare lo aveva messo a tappetto. Non riusciva più a lottare come prima. Colpa del braccio destro, lo aveva tradito mentre lo alzava per colpire l'aggressore.
Si sentiva svuotato, inerme. Inutile.
Stava andando in ufficio quando aveva udito lo sparo, precipitandosi fuori. La vista di Malthus attaccato da due uomini lo aveva fatto infuriare. I risultati del suo intervento erano stati deludenti. Adesso si ritrovava ammaccato, con una lieve ferita al torace causata dalla punta del coltello e l'orgoglio calpestato.
Malthus che voleva controllare le sue condizioni. Avrebbe riso se respirare non fosse stato ancora difficoltoso.
Inoltre, aveva creduto di vedere delle zanne spuntare dalla bocca del miliardario. Un'allucinazione dovuta al forte colpo all'addome? Quando lo aveva guardato di nuovo, non c'erano più.
Il corridoio sembrava infinito. Con Malthus alle calcagna, entrò nel suo ufficio.
«È ferito al petto?» Avvertiva la sincera preoccupazione nella voce di Adonais. Lo umiliava, anche. Un capo della sicurezza che non era nemmeno in grado di difendersi. Non come prima, almeno.
«No. Ha solo tagliato la maglia. Vede? Non c'è sangue.» Allargò appena i lembi. Non c'erano segni evidenti.
«Preferirei che...»
«Signor Malthus» lo interruppe. Gli occhi dorati incontrarono i suoi. «Signor Malthus, le ripeto che sto bene. Sarebbe meglio però informare la polizia di questa aggressione.»
«Non c'è ragione. Erano dei semplici rapinatori. Gli è andata male.»
«Avvisiamo Rogers, almeno» replicò AJ.
«No.» Sembrava categorico. «E non si azzardi a parlarne.»
«Come vuole» si arrese.
Malthus gli gettò un'ultima occhiata. «Buonanotte, signor Todd.»
«Buonanotte.» L'altro era già uscito.
AJ si accasciò finalmente sulla poltrona. Si passò la mano sul petto, il lieve bruciore significava che la punta del coltello era andata a segno. Doveva verificare l'entità del danno e medicarla.
Con un sospiro si alzò dalla poltrona. Il suo corpo l'aveva tradito proprio quando aveva più bisogno di forza e agilità. Fino a due anni prima non sarebbe successo. Era un rottame d'uomo, come poteva solo pensare che Adonais Malthus potesse interessarsi a lui, vedendolo com'era davvero?

23 novembre
Serata fiacca.
Roland lo mise a parte della notizia dell'ammanco, raccomandando la maggiore discrezione possibile. Per AJ, dopo aver lavorato per anni in missioni segrete semestrali, non era davvero un problema.
Adonais Malthus non si fece vedere.

24 novembre
AJ chiuse la manopola dell'acqua calda e restò fermo a gocciolare nella doccia. I muscoli urlavano per lo sforzo cui li aveva sottoposti, ma ne aveva bisogno. Le endorfine rilasciate dall'esercizio fisico lo avevano rilassato.
L'addome gli doleva ancora per il pugno ricevuto, ma il piccolo taglio –  poco più di un graffio –  provocato dal coltello, si era già rimarginato.
In tarda mattinata era uscito a correre, raggiungendo Lincoln Park e tornando  nel  pomeriggio. Una corsa lunga, ma aveva un disperato bisogno di muoversi, di sciogliere i muscoli. Di dimenticare come il suo corpo devastato fosse diventato un limite. Almeno le gambe erano buone, mantenute toniche e muscolose grazie alle corse quasi giornaliere. Al rientro, si era sfinito sulla panca e ai pesi.
Lo attraversò un brivido e uscì dalla cabina prendendo l'accappatoio.
La sera prima Malthus non si era visto e non sapeva se esserne deluso o contento. Era anche possibile che fosse lui a essere rimasto deluso dal proprio intervento.
Il salvatore salvato. Era quasi comico.
Meglio non vederlo, comunque: quando gli era vicino gli causava qualche problema di connessione. Sinapsi e ormoni si facevano battaglia per chi dovesse prendere il sopravvento.
Si avvolse nella spugna, strinse la cintura. Non si guardò allo specchio, sapendo anche troppo bene quello che avrebbe visto.
Aveva accettato gli interventi per ridurre le cicatrici al viso, ma quelle al corpo non avevano dato gli esiti sperati. Il danno era troppo esteso, i muscoli del braccio e del torace erano stati intaccati in profondità. La chirurgia poteva restituirgli una pelle migliore, ma non la funzionalità. La carriera era finita, era diventato un altro nome da aggiungere agli invalidi di guerra.
Avrebbe scambiato volentieri le due medaglie guadagnate con la vita di prima, che comprendesse anche i compagni morti.
Si strofinò la faccia. Doveva finirla con quelle riflessioni, non lo aiutavano, ma lo scontro avvenuto due sere prima lo aveva dolorosamente riportato indietro nel tempo.
Un campanello in lontananza allontanò i pensieri. Stavano suonando alla sua porta? Uscì dal bagno a piedi nudi, e per un attimo pensò di essersi sbagliato. Quando arrivò in salotto, sentì un bussare forte, insistente.
Non aspettava nessuno, nessuno si sarebbe preso la briga di fargli visita alle dieci di sera.
«Arrivo!» esclamò, quando il campanello suonò di nuovo.
Tolse la catena e girò la chiave, aprendo la porta. Poi rimase immobile.
«Signor Malthus» riuscì a dire.
Lo sguardo dell'uomo che aveva volontariamente relegato tra i desideri impossibili lo percorse dalla punta dei capelli ai piedi nudi, tornando alla fine sul suo volto.
«Andrew. Ce ne hai messo ad aprire.»
AJ fece per rispondere, ma non ne ebbe il tempo. Adonais si staccò dallo stipite e gli si avventò addosso. Fu così veloce che lui non riuscì nemmeno a mettersi in posizione di difesa.
Si ritrovò avvinto da quelle braccia, la bocca sulla quale aveva fantasticato schiacciata sulla sua. L'impeto fu tale che perse l'equilibrio e si ritrovò sul pavimento, trascinando Malthus con sé, sotto un attacco di seduzione in piena regola.
Quella bocca. Dio, quella bocca. Lo baciava come se fosse stato nel deserto per giorni e avesse trovato l'acqua. Sembrava un assetato, e lui la fonte miracolosa.
Socchiuse le labbra e lasciò che la lingua di Adonais si intrufolasse per toccare la sua. Una scarica di eccitazione lo attraversò e gli scaldò il ventre.
Il corpo di Malthus lo bloccava sul pavimento, ma lo sentì muoversi per fargli aprire le gambe. L'accappatoio ostacolava il movimento e l'uomo insinuò una mano fra i loro corpi per raggiungere la cintura.
Quando AJ si rese conto che l'altro stava per aprire l'indumento, il desiderio fu sostituito dal panico. Cominciò ad agitarsi, a cercare di allontanarlo, ma ebbe solo il potere di fargli aumentare la stretta intorno alla vita da una parte e di farlo sollevare per scoprirlo.
Il nodo si sciolse, un soffio d'aria fredda sulla pelle rimpiazzò il calore della spugna. Il peso su di lui cambiò, i lembi caddero ai lati del corpo.
AJ chiuse gli occhi. Non voleva vedere il volto dell'uomo quando, dopo averlo baciato con tanta passione, si fosse accorto di come era ridotto il suo corpo. Non voleva vedere quando se ne fosse andato disgustato.
Il silenzio si protraeva, i movimenti erano azzerati.
Aprì gli occhi. Adonais stava guardando il suo petto e l'addome, ma sul volto non c'era l'espressione che AJ si aspettava.
Poi lui lo fissò, gli occhi ambrati insondabili. Si chinò a sfiorare con le labbra le cicatrici sul collo, scendendo lento sulla clavicola, sul petto, su quello che restava del capezzolo destro, sull'addome, baciando ogni lembo, ogni ferita, ogni grumo di pelle cicatrizzata.
La gola di AJ si strinse per l'emozione.
«Non voglio la tua pietà, Adonais» sussurrò.
L'uomo si sollevò di scatto, fissandolo negli occhi. «Credi che questo sia per pietà, Andrew?» Gli prese la mano e se la premette sull'inguine. Sentire l'erezione sotto le dita malgrado ciò che aveva visto gli fece battere il cuore ancora più forte.
«Credi che queste cicatrici ti facciano meno uomo?» gli chiese Malthus. «Ti rendano meno desiderabile?» I suoi occhi lampeggiavano, dorati come quelli di un gatto. «Dammi un'occasione per dimostrarti che ti sbagli, Andrew.»
Meno desiderabile? Ovvero disgustoso? Qualcuno lo aveva pensato. Craig era arrivato mentre lo medicavano e la ripugnanza che gli aveva contratto la faccia era stata per lui una pugnalata. Se ne era andato seduta stante. La sera stessa gli era arrivato un sms dove il suo compagno si scusava, ma non poteva più stare con lui.
«Che cosa ti ha fatto?» ruggì Adonais. La collera gli aveva alterato i lineamenti. «Troverò questo Craig e lo ucciderò.»
«Come fai a ...» AJ si interruppe. Dalla bocca dell'altro spuntavano due zanne candide, impressionanti. Allora non aveva avuto un'allucinazione, le aveva viste davvero.
«Chi... chi sei?» Aveva balbettato? Probabile.
Il miliardario lo fissò. «Un mostro, come te.»
Non che quei denti singolari togliessero fascino al suo volto, tutt'altro. Mille congetture gli affollarono la mente. Gli aveva letto i pensieri, le zanne luccicavano in quel viso bellissimo.
Il mondo si stava rovesciando?
«Credevo fosse una leggenda» sussurrò.
Una risata ironica accolse le sue parole. «Sarebbe meglio che lo rimanesse.»
Si mosse sopra di lui e il suo sesso rispose entusiasta. Adonais lo guardò sorpreso. «Non hai paura.»
AJ scosse la testa. Tenendo gli occhi fissi nei suoi, si sollevò e sfiorò con la lingua una zanna lucente, avvolgendola intorno.
Dalla gola di Adonais uscì un ringhio vibrante. Le labbra si sfiorarono ancora.
AJ percepiva il membro dell'altro premere contro il suo, e il corpo gli si riempì di brividi e calore.
Malthus lo baciò ancora, senza che i suoi canini interferissero, poi si alzò in piedi di scatto trascinandolo con sé.
«Non ho nessuna intenzione di fare l'amore con te sul pavimento.» Lo strinse in un abbraccio. «Andiamo nella tua camera.»
AJ si fece prendere per mano e obbedì.

§

Aveva provato a resistere, davvero. Quando Andrew aveva ignorato le sue intenzioni, rifiutato il suo aiuto, si era detto che era meglio così, malgrado fosse ormai a conoscenza del suo orientamento e di quel desiderio represso nei propri confronti.
La notte prima non era andato al locale, il lavoro glielo aveva impedito. Ma quella sera, la brama di vederlo era stata troppo grande per essere accantonata.
Si era ritrovato davanti alla sua porta, arrabbiato, in preda a un'emozione violenta cui non voleva e non sapeva dare un nome.
Quando gli aveva aperto, coperto dall'accappatoio, i piedi nudi, era stata una stretta al cuore e al ventre.
Per la Grande Madre, se era bello.
E poi, quelle terribili cicatrici. Il dolore e la sofferenza che gli aveva letto sul volto per la paura di essere rifiutato a causa di esse. Una rabbia incontenibile gli era nata dentro quando aveva visto cosa gli aveva fatto quel bastardo.
Mentre lo seguiva in camera, le dita intrecciate alle sue, lo accarezzò con lo sguardo, promettendo a se stesso che non gli avrebbe fatto del male. Le difese di Andrew erano cadute, percepiva chiare l'emozione, l'attesa.
Di fronte al letto, alla luce della sola lampada sul comodino, gli sfilò l'accappatoio gettandolo sulla poltrona vicino. Gli si mise alle spalle, accarezzando il braccio destro deturpato.
«Non è bello da vedere.» La voce dell'uomo era incerta.
Gli baciò la nuca. «Non mi interessano le cicatrici. A me interessa l'uomo.» «Adonais...»
Lo fece girare e lo baciò, stringendogli i fianchi e attirandolo a sé. Le braccia di Andrew gli cinsero il collo. Allungò la mano fino a posarla su un gluteo tondo e sodo. Un gemito sfuggì all'uomo tra le sue braccia. Si staccò da lui, ansimando.
«Stenditi» mormorò.
Andrew obbedì, salendo sul letto e mettendosi supino, guardandolo. I suoi occhi erano velati di passione, proprio come aveva immaginato qualche giorno prima.
Si spogliò con gesti lenti, senza distogliere lo sguardo. Quando fu nudo, accolse su di sé un'occhiata ammirata e colma di lussuria.
«Sei bellissimo.» La voce di Andrew tremava appena.
Lui sorrise. Mise un ginocchio sul letto e si chinò, posando lievi baci sul piede destro, salendo inesorabile lungo il polpaccio, il ginocchio, la coscia. Con una mano accarezzò l'altra gamba. Lo sentì respirare affannosamente, mentre sfiorava con la bocca e la lingua il sesso turgido, facendolo gemere. Il profumo di agrumi divenne ancora più penetrante.
Ricominciò a salire, le labbra e la lingua sui muscoli compatti dell'addome, sulle cicatrici, sulla pelle liscia. Arrivò al capezzolo sinistro e lo succhiò. Andrew mugolò, il suono lo fece rabbrividire. Le zanne spuntarono di nuovo, e si sollevò per arrivare alla gola e alla bocca socchiusa.
Stava per giungere al limite e, a giudicare da come si contorceva sotto di lui, doveva essere lo stesso anche per Andrew. L'uomo insinuò una mano fra i loro corpi e gli accarezzò il membro, stringendolo fra le dita.
Adonais trattenne il respiro e si sollevò sui gomiti. «Ho bisogno di te, Andrew.»
Gli occhi blu incontrarono i suoi. «Prendimi.» Una resa.
Gli afferrò una mano e la baciò sul palmo. «Dove tieni le cose?»
«Cassetto del comodino.» L'uomo gettò un'occhiata alla sua destra.
Adonais si allungò, aprì il cassetto e prese il tubetto.
«I preservativi...» iniziò Andrew.
Lo guardò. «Non ne ho bisogno. Non prendo e non trasmetto le vostre malattie.»
«Oh.»
Strinse il tubetto. «Di questo sì, però.»
«Spero non sia scaduto» mormorò l'altro con una risatina. Sembrava imbarazzato.
Malthus si sporse verso di lui fino a essere a pochi centimetri dal suo volto.
«Da quanto non lo fai?»
«Quasi due anni.»
Adonais chiuse gli occhi. Le missioni, le ferite, il compagno che lo aveva lasciato quando più aveva bisogno di lui. L'uomo sotto di sé era rimasto solo. Adesso capiva perché tenesse tutti a distanza.
«Adonais... va tutto bene?»
Lo guardò negli occhi blu, velati dall'incertezza. Si chinò a baciarlo, ancora e ancora. «Tutto a meraviglia.»
Stappò il tubetto, dopo essersi accertato della scadenza, versò il lubrificante sulle dita e gli fece aprire le gambe, incuneandosi fra esse, in ginocchio. Appoggiò una mano sul letto e spinse un dito dentro l'amante, spiando le sue reazioni. Se si fosse accorto che provava dolore si sarebbe fermato. Aggiunse un secondo dito. Udì un gemito mentre toccava quel punto speciale dentro di lui. Andrew si inarcò. Un terzo dito e un grido di piacere sfuggì dalle labbra dell'uomo disteso.
«Adonais, ti prego!»
La supplica gli arrivò dritta al ventre. Con urgenza, gli spinse le gambe più indietro, verso le spalle, e gli sollevò i fianchi per accedere in modo più agevole alla sua apertura. Aggiunse dell'altro lubrificante ed entrò lento, imponendosi calma malgrado il suo corpo anelasse a fondersi con quello di Andrew.
Questi gemette, mugolò e gli andò incontro. I fianchi di Adonais aderirono alle cosce, sul ventre si strusciò il membro di Todd. Il vampiro mosse il bacino, entrando del tutto in contatto con l'altro. I loro gemiti si fusero.
Mio.
Il pensiero gli attraversò la mente come un fulmine. Non gli era mai capitato. Quando credeva di essere invaghito di Angel, non aveva provato quella sensazione di interezza, come invece gli era successo con Andrew, ancora prima di averlo tra le braccia. La consapevolezza gli riempì il cuore, facendolo battere forte contro le costole.
Mio, mio, mio.
 Guardò Andrew, a occhi chiusi, inarcarsi e allungare una mano sul proprio membro, ma lui la spostò e la sostituì, stringendo il sesso nel pugno e muovendo la mano a ritmo con le spinte.
Le orecchie furono piene dei loro rumori, degli ansiti. Gli occhi si riempirono della vista di Andrew in preda alla passione.
Le scosse alla base della schiena gli fecero capire che l'orgasmo stava giungendo.
Un mugolio dell'amante fu seguito dal calore, mentre veniva sulla sua mano e sullo stomaco. Poco dopo, Adonais riversò la propria essenza dentro di lui, gemendo forte. Si mosse ancora per qualche secondo, poi si curvò per baciarlo. Le mani dell'altro gli accarezzarono i capelli, infilando le dita tra di essi. Lui girò appena la testa per baciargli l'interno di un polso.
Tornò a guardarlo. Si fissarono per un lungo istante.
«Stai bene?» gli chiese.
Andrew annuì. «Tu?»
«Mai stato meglio.» Si sollevò e si ritirò da lui, abbassandogli le gambe. «Dov'è il bagno?»
«Di fronte.»
Adonais scese dal letto. «Arrivo subito.»
Uscì dalla stanza ed entrò in bagno. Aprì i cassetti del mobile accanto al lavandino, trovando delle salviette. Niente era fuori posto, il suo soldato era molto ordinato.
Un sorriso gli affiorò alle labbra, mentre bagnava una salvietta e si ripuliva. Fece scorrere l'acqua calda e ne bagnò un'altra, strizzandola fra le mani e tornando in camera. Salì sul letto, seguito dagli occhi dell'altro. Lo pulì con dolcezza, prima di gettargli un occhiata e sorridergli.
«Grazie» sussurrò Andrew.
Si chinò a baciarlo, poi ritornò in bagno a mettere la salvietta tra la biancheria da lavare. Raggiunse l'uomo e gli si stese accanto, prendendolo fra le braccia. Todd gli sfiorò la gola con le labbra, affondando il viso nel suo collo.
«Grazie a te» mormorò Adonais, accarezzandogli la spalla.
«Di cosa?»
«Di non avermi chiesto cosa sono.»
Un breve sospiro gli sfiorò la pelle. «Di niente, signor Malthus.»
Rise piano. Lo lasciò per sollevarsi e alzare le coperte su di loro, e riprese il suo posto.
«Non dicevi sul serio prima, vero?» La voce profonda aveva una punta di preoccupazione.
«Riguardo a cosa?»
«Craig.»
Ringhiò sottovoce. Se avesse seguito il suo istinto, quell'uomo sarebbe stato cadavere prima dell'alba.
«Ero serissimo.»
L'altro si sollevò a guardarlo. «È storia vecchia.»
«Ti ha fatto del male» replicò.
Un lieve sorriso. Il suo soldato sapeva sorridere, allora.
«Mettila così. Se lui non mi avesse lasciato, ora tu non saresti qui.»
«Molto furbo, signor Todd.» Si sporse per baciarlo. Aveva scoperto che dietro quella facciata da duro si nascondeva un'anima fragile, colpita dagli eventi più di quanto meritasse. Era un uomo abituato a combattere, al sacrificio, ma quando aveva avuto bisogno di aiuto era stato abbandonato. Era la cosa che più smuoveva l'ira dentro di lui.
«Com'è successo?» Chiederlo poteva sortire l'effetto di farlo chiudere in se stesso, ma lo fece comunque.
«Se te lo dico, dopo sarei costretto a ucciderti.»
«Battuta scontata» ribatté con una risata.
«Già.» Andrew si accoccolò contro di lui.
Non avrebbe mai immaginato che il suo capo della sicurezza fosse così tenero.
«Sei una continua sorpresa, Andrew.»
«Perché non mi chiami AJ?»
«Odio le sigle, i monogrammi. Gli acronimi. Mi dispiace, ma il tuo nome mi piace troppo per ridurlo a un paio di lettere.»
L'altro rise. «Soprattutto con quella “r”.»
Adonais ringhiò. «Così?»
«Hmmm.»
Un bacio, e poi un altro. Si aspettava che eludesse la domanda. L'aveva fatto. Gliene avrebbe parlato quando fosse stato pronto.
«Una missione di salvataggio. Una nave dirottata nell'Oceano Indiano.»
Il vampiro trattenne il fiato. «Quando?»
«A marzo dell'anno scorso.»

§

I ricordi si esaurivano nel momento dell’esplosione. Ricordava il viaggio sull’aereo in silenzio radar, il lancio, la nave appena visibile nel buio. Tutto sembrava filare liscio, avevano trovato gli ostaggi raggruppati nella sala mensa, ma dei dirottatori neanche l’ombra.
La prima esplosione li aveva investiti mentre portavano gli scienziati in coperta. Due dei suoi compagni erano morti sul colpo. C’era stato il panico tra gli ostaggi, ma il Team aveva reagito bene, restando composto il più possibile nonostante le perdite.
Poi avevano udito le urla. Si era allontanato per controllare, tallonato da un commilitone.
Aveva girato la maniglia di una porta stagna, dietro la quale sembrava esserci la fonte delle grida. Dopo, il rumore assordante, il vuoto d’aria, il fuoco che lo avvolgeva.
«Quando mi sono svegliato, ero nell’infermeria della Truman.» Stava usando un tono piatto, ma aveva imparato il distacco tanto tempo prima. Se poi si trattava di se stesso, prendeva le distanze ancora di più, come se non fosse l’attore principale di quella tragedia, ma un semplice spettatore.
«Che successe poi?» Adonais continuava ad accarezzarlo.
AJ non lo sopportava. Si sfilò dalle sue braccia e si alzò a sedere.
«Non ricordavo granché.» Solo il dolore. Quello era presente in ogni momento della giornata.
Adonais gli si avvicinò da dietro. Non voleva saperne di restargli lontano. Una mano scivolò sotto il suo braccio e gli si posò sullo stomaco, accarezzandolo piano.
«Mi raccontarono cos’era successo. Da otto eravamo rimasti in cinque. Due morti nella prima esplosione, uno nella seconda, dove ero stato colpito anch’io. Mi dissero che, malgrado avessi ustioni di terzo grado alla testa e al corpo, ero riuscito a portare fuori due compagni feriti e a riunire gli scienziati sul ponte, in attesa del prelevamento.» Soffocò una risatina. «Credo di essermi fidato sulla parola, perché io non me ne ricordo.»
Sentì l’esclamazione dietro di lui, una carezza sulla nuca lo fece rabbrividire. Chiuse gli occhi.
«Mi trasferirono a Coronado, dove avevamo la base, e un altro viaggio fino a Bethesda, all’ospedale della Marina.»
«Per quanto tempo?»
«Il primo ricovero è durato cinque mesi.»
«Grande Madre.»
La stretta si rafforzò. La pressione sulla schiena era aumentata, Adonais si era appoggiato a lui.
«Poi dentro e fuori per i successivi sei. L’ultima dimissione risale al febbraio scorso.»
«Per cosa?»
Accarezzò la mano che lo teneva stretto. «Interventi di chirurgia plastica al viso e al torace. Per il braccio non c’era molto da fare. Le ustioni erano arrivate troppo in profondità, intaccando i muscoli. Riesco ad alzarlo fino a metà, non oltre.»
«Mi dispiace, Andrew.»
«Anche a me.» Gli prese la mano per baciargli le dita. «È la prima volta che lo racconto a qualcuno.»
Un bacio sulla nuca. Reclinò la testa all’indietro per posarla sulla spalla di Adonais.
«Hai bisogno di dormire» gli sussurrò il vampiro nell’orecchio. Vampiro… Quella situazione sembrava così surreale. Era andato a letto con una leggenda vivente, gli aveva raccontato cose che giacevano secretate dentro un file, tacendone però altre, più intime. La rabbia, il timore, la consapevolezza di non servire ormai più al governo del suo Paese. Non gli era toccata la sorte di molti veterani, ma questo non faceva di lui un privilegiato.
Con un sospiro lasciò che Malthus lo attirasse a sé, che lo facesse stendere. Si mise sul fianco sinistro mentre l’altro lo cingeva con un braccio e si allungava dietro di lui.
«Dormi, Andrew.»
Accoccolato contro il petto di Adonais, avvolto dal suo calore, si addormentò.

§

Si svegliò in piena notte, sentendo delle lievi carezze sulla nuca e la spalla. Adonais.
Era ancora lì, accanto a lui. Una profonda emozione gli riempì il torace.
Baci leggeri si posavano sulla pelle rovinata del collo e della spalla.
«Sei sveglio.»
AJ girò la testa per guardarlo.«Anche tu.»
«Dormo poco» ammise Malthus, spostandosi per farlo mettere supino. Lo baciò sulla bocca, lento, allungando una mano sotto le lenzuola per accarezzarlo, giù fino all’inguine. Il suo membro vibrò.
«Sei troppo stanco? Manca poco all’alba, tra poco devo andare.»
Sapeva cosa gli stava chiedendo. Sollevò le mani per passare le dita tra i lunghi capelli scompigliati. L’inappuntabile miliardario non aveva un aspetto migliore del suo, dopo il sesso.
«Stanco? Naaah.»
Evidentemente contento della risposta, Adonais lo baciò più a lungo, più a fondo, continuando a muovere la mano sul suo sesso. AJ si spostò sull’altro fianco e ricambiò le attenzioni, strappando all’amante un gemito sommesso. Strinse le dita intorno al membro di Malthus e mosse la mano. Gli teneva un braccio intorno al collo e gli accarezzava i capelli.
«Ti piacciono davvero tanto.»
La voce del vampiro gli arrivò all’orecchio.
«Uh?»
«I miei capelli» ridacchiò Adonais.
Sorrise sotto la sua bocca. «Da matti.» Continuò ad accarezzarli, mentre il piacere invadeva entrambi, facendoli sussultare e gemere.
Quando furono più calmi, Adonais fece per alzarsi e andare in bagno, ma lui lo fermò.
«Resta qui.» Tirò via il lenzuolo e si pulì, facendo lo stesso con l’altro. Sollevò la mano e si leccò il pollice, bagnato del seme di Adonais. Questi ringhiò, e lui sorrise.
«Un sapore davvero buono, signor Malthus.»
«Vieni qui, provocatore.»
Si lasciò trascinare sul suo petto e si addormentò di schianto.

25 novembre
Il sole che entrava dalle finestre lo svegliò. AJ sbatté le palpebre, chiedendosi come mai ci fosse tanta luce. Con gli occhi appannati gettò un’occhiata alla sveglia. Le nove passate. Di rado dormiva fino a quell’ora.
Il posto accanto a lui era vuoto e freddo. Non lo aveva neanche sentito andarsene. Poi vide il biglietto sul cuscino.
Ci vediamo stasera. Un bacio. A.
Un sorriso gli spuntò sulle labbra, lui che sorrideva poco. Si stava davvero comportando come una liceale in preda alla cotta del secolo.
Si alzò dal letto, si vestì con i pantaloni della tuta e una maglietta. Tolse le lenzuola, impregnate dei loro odori, e le andò a mettere in lavatrice, insieme all’altra biancheria da lavare. Avviò la macchina, stiracchiandosi. Parte della massaia finita. Adesso aveva bisogno di movimento per scaricare quell’incredibile energia che gli stava facendo vibrare i muscoli.
Uscì dal bagno e si diresse verso l’ex stanza per gli ospiti attrezzata a palestra in miniatura. Corsa sul tapis roulant, pesi e panca.
Cominciò a correre, gli occhi color ambra fissi nella sua testa.

§§§

Serata piena, al Soul Club. Si sentiva l'imminenza della festa del giorno dopo, che avrebbe dato il via alle spese natalizie partendo dal famigerato Black Friday. Gli eventi si sarebbero susseguiti in ogni parte della città.
Adonais faceva quelle considerazioni mentre si faceva largo fra la gente in piedi a bere o a ballare, salutando chi conosceva ma senza fermarsi a parlare.
Era impaziente, non aveva ancora visto il suo capo della sicurezza. Il suo corpo fremeva dal desiderio di rivederlo, di stringerlo. Di sentirlo gemere mentre lo prendeva. Meglio non pensarci, non era proprio il momento.
Passò nella sala cocktail, ma non percepì il profumo di agrumi. Tornò indietro, salì al piano superiore e lo intravvide, appoggiato al muro alla sua destra. Stava ascoltando l'assolo di un sassofonista.
Gli si avvicinò, e Andrew dovette sentire il suo sguardo perché si girò nella sua direzione. Gli occhi brillarono, il corpo si tese.
Giunto alla sua altezza, Adonais gli toccò la spalla con la propria, spingendolo avanti fino a insinuarsi tra lui e il muro. L'altro lo lasciò fare.
Gli sfiorò l'orecchio con le labbra. «Buonasera, signor Todd.»
«Buonasera, signor Malthus.» Sembrava un po' affannato.
«Tutto bene?»
La mano di Andrew vagò all'indietro fino ad afferrare la sua. «A meraviglia.»
Sorrise, dandogli un bacio dietro l'orecchio, appena sotto il filo dell'auricolare.
«Non intenderai dare spettacolo, vero?» C'era divertimento e preoccupazione nella voce dell'uomo. Più un lieve nota eccitata.
«No. Volevo solo salutare il mio capo della sicurezza.»
Todd ridacchiò. «Cosa che di solito non fai.»
La breve risata lo scaldò. Quel suono gli fece capire quanto poco sapesse di lui e quanto desiderasse  approfondire la conoscenza. Fino alla notte prima lo aveva considerato arrogante, odiando l'impassibilità e l'indifferenza di cui si vestiva e che ristagnavano sul suo volto, pur di mantenere le distanze.
Gli era bastato avvicinarsi alla parte più intima dell'uomo per far cadere la maschera.
Andrew gli lasciò la mano. «Vieni, scendiamo.»
Gli rimase vicino sulle scale, senza toccarlo. Quando furono nel breve corridoio che portava alla sala cocktail, lo fermò nell'ombra.
«Devo baciarti, Andrew.»
Non ebbe bisogno di pregarlo. Le mani di Todd furono sul suo torace, fra i suoi capelli, il corpo vicino e caldo. Labbra dolci sfiorarono le sue, e Adonais reclinò appena la testa per approfondire il bacio, attirandolo a sé, una mano a reggergli la nuca. I fianchi dell'uomo premettero contro i suoi: l'indifferente signor Todd aveva un'erezione fantastica.
Si staccarono ansimanti. Adonais considerò seriamente la possibilità di trascinare il capo della sicurezza nel suo ufficio e occuparsi di lui fino a farlo gridare per il piacere.
«Sto lavorando, Adonais.»
Aggrottò la fronte. Possibile che l'uomo fosse in grado di leggere nella mente? In realtà si stava strofinando contro di lui, rendendo chiare le sue intenzioni.
«Poi dovrei giustificarmi con il mio datore di lavoro.»
Sorrise alla battuta. «Potrei dirgli che hai qualcosa di più importante da fare.»
«Roland non approverebbe.» La voce della ragione.
Sorrise nella penombra. «Ecco un motivo per cui potrei rinunciare a un'attività molto piacevole.» Si staccò a malincuore, non prima di aver posato un bacio su quella bocca generosa e sulle guance ben rasate del suo amante.
Todd gli diede una rapida carezza sul viso.
I passi sulle scale li fecero staccare e si affrettarono a lasciare la galleria.
«A proposito di Roland.» Andrew gli gettò un'occhiata. «So dell'ammanco, me ne ha parlato l'altra sera.»
«Che ne pensi?»
«Che c'è qualcuno che sta scherzando con il fuoco.»
Adonais sorrise, mentre entravano nella sala. «Mi ricorda tanto una certa persona.»
Il capo della sicurezza si fermò a guardarlo. «Non c'è da scherzare, Adonais. Hanno sottratto una bella somma. Con tutto il lavoro che abbiamo fatto, il controllo sui dipendenti e sulle loro fedine penali, il fatto che un ladro ci sia sfuggito non è per niente edificante.» 
«Lo so, Andrew. Non la sto prendendo alla leggera. L'altra sera, quando non sono venuto al locale, stavo lavorando con il servizio di sicurezza dell'azienda. Inoltre, uno dei migliori hacker sulla piazza sta rovistando nel server per trovare la falla.»
«Un hacker?» Todd sembrava colpito. «Addirittura.»
«È riuscito a penetrare il firewall della Malthus Enterprise.»
«E...?»
«L'ho assunto» terminò Adonais. «Meglio averlo come alleato.»
«Non sei l'unico a pensarla così» commentò Andrew.
Si guardarono negli occhi per un istante, e Adonais ripensò al proposito di trascinarlo con eleganza in un luogo appartato.
Una voce femminile si intromise tra loro. Malthus si girò ma già sapeva  di chi era. «Adonais Malthus, mi chiedevo se ci avresti onorato con la tua presenza.»
Prese la mano che gli veniva tesa, stringendola nella sua.
«Jules, mia cara. È davvero un piacere rivederti.»
La bellissima donna si avvicinò ancora di più. Adonais gettò un'occhiata al capo della sicurezza. Sul volto dell'uomo era scesa la solita espressione indifferente.
«Ti posso presentare il capo della sicurezza del locale, Jules? Il signor Andrew Todd.»
Gli occhi verdi di lei si voltarono per posarsi sull'uomo. Sembravano brillare di ammirazione. Una fitta di gelosia lo attraversò.
«Signor Todd, le presento la signora Jules Calleja.»
Andrew offrì la mano tesa e la donna gliela strinse, accarezzandogli il dorso con il pollice. Sotto i suoi occhi.
Un ringhio cominciò a farsi strada nel suo petto, ma uno sguardo ammonitore di Andrew lo fece calmare. Sperò che Jules non se ne fosse accorta. Era una delle poche vampire a vantare un incarico prestigioso: lei era l'Amministratore Delegato della ex Finch Corporation, ora Chrome Inc.
Alla morte del non compianto Conner, Adonais non aveva perso tempo: aveva acquistato la maggioranza delle azioni e scorporato l'azienda, rivendendola per il doppio del suo valore. Era un gesto con un alto valore simbolico, rivolto soprattutto alle famiglie che avevano simpatizzato con le idee di Finch.
«Scusatemi» interloquì Andrew. Gli occhi blu incontrarono i suoi. «Ci sono dei controlli da fare. È stato un piacere, signora Calleja. Signor Malthus.»
Lo guardò allontanarsi con disappunto, ma capiva che per lui il lavoro era importante.
«Davvero interessante, il signor Todd» commentò Jules.
«Trovi?» Diede alla voce un tono annoiato.
Gli occhi verdi ammiccarono. «Trovo. Mi piacerebbe conoscerlo meglio.»
«Non credo abbia tempo per le relazioni sociali.»
Lei inarcò un sopracciglio con eleganza. «Mi stai dicendo che sei uno schiavista e che lo obblighi a lavorare a suon di frustate?»
Rise. «Niente affatto.»
«Meno male, perché lo trovo decisamente affascinante.»
Le gettò un'occhiata. «Anche con quella cicatrice?»
«Soprattutto per quella.»
Peccato che non si limitasse al viso. Lui conosceva quella pelle raggrinzita, la paura di essere rifiutato.
Doveva cambiare argomento. «Vieni spesso al locale?»
«Non molto, a dire il vero. Un paio di volte a settimana, se il lavoro me lo concede.»
«L'azienda?»
Jules lisciò l'abito nero tagliato su misura e che le fasciava il corpo come una seconda pelle.
«Sta decollando, Adonais. Lenta ma inesorabile.»
Malthus sorrise appena. «Hai fatto un gran lavoro, signora Calleja.»
Lei scrollò i lunghi capelli neri. «Grazie, Adonais. Mi hai fatto un grande onore offrendomi quel ruolo.»
«Lo meritavi.» Vide tornare Andrew dall'ingresso. Doveva intercettarlo prima che sparisse al piano superiore. «Mi vuoi scusare? Devo salutare qualcuno.»
«Ma certo.»
Si allontanò e prese la direzione di Todd, ma Roland comparve prima che potesse entrare nella galleria.
«Adonais, finalmente sei qui.»
Si fermò, cercando di non mostrarsi contrariato. «Roland, amico mio.» Andrew era sparito. Trattenne un sospiro e si concentrò sul direttore. «Novità?»
«Richard sta facendo gli straordinari.»
«Ed è molto ben pagato» ribatté. «Ma non ci sono notizie, vero?»
Roland si guardò attorno. «Puoi venire nel mio ufficio?»

§

AJ si era allontanato per adempiere al suo dovere, uno degli uomini della squadra lo aveva avvertito nell'auricolare di un problema. Un tizio all'ingresso voleva entrare a tutti i costi anche se non aveva invito e non era iscritto nella lista.
La propria imponenza, sommata a quella dei due compagni all'entrata, aveva sortito l'effetto desiderato, dove le parole gentili ma ferme avevano fallito. L'uomo si era allontanando sbraitando, e lui era tornato ai suoi controlli.
Arrivando nella sala cocktail, aveva visto Adonais ancora fermo a parlare con Jules Calleja. Aggrottando la fronte, si era reso conto che la donna non gli piaceva. Quegli occhi verdi potevano essere bellissimi, come tutto il resto della sua persona, ma l'istinto gli suggeriva che qualcosa non andava. La loro luce era fredda, calcolatrice. Sperò che fosse solo un'impressione, ma il suo istinto si sbagliava di rado.
Salì al piano superiore, dove il sax era stato sostituito da un gruppo. La “Rapsodia in blu” lo avvolse e, anche se mixata, manteneva il fascino primitivo. Si appoggiò al muro per ascoltarla, ma non ebbe il tempo per rilassarsi.
Si portò una mano all'orecchio. Roland Xavier lo stava cercando. Doveva raggiungerlo nel suo ufficio.
Mentre scendeva le scale, si chiese se avessero trovato il colpevole dell'ammanco. Fosse stato così, lo voleva tra le mani per un qualche tempo.
Raggiunse il corridoio e l'ufficio di Roland. Bussò e aprì la porta.

§

«Il denaro è stato trasferito da una holding all'altra, fino a fermarsi in una banca delle Cayman.» La faccia barbuta di Richard Tate li fissava dallo schermo.
Adonais incrociò le braccia sul petto. «Abbiamo un nome?»
«Non ancora, signore. Ho migliaia di codici da decrittare, devo dare tempo al computer di farlo.»
Malthus strinse le labbra. Accanto a lui, Andrew sembrava teso. Sbirciò nei suoi pensieri, ma la barriera si era rialzata.
Angel, dall'altra parte del tavolo, alzò la testa. «Ci sono state diverse transazioni, una dopo l'altra, fino ad accumulare la somma.»
«Come dice il signor Mallory» confermò Tate.
«Sui conti hai scoperto qualcosa?» gli chiese Roland.
«Sono intestati a nomi fittizi, terze persone del tutto all'oscuro. Nulla che ci possa dire chi è stato.»
«Dannatamente furbo» commentò Andrew a bassa voce.
Adonais gli gettò un'occhiata. Desiderava stringergli la mano, accarezzarlo, ma c'erano troppi spettatori. E non era il momento.
La collera gli stava salendo dallo stomaco, ma aveva bisogno di tutto il suo sangue freddo per affrontare la cosa.
«Da dove parte?» Ancora Roland.
«Da Chicago.» Tate e Angel avevano risposto all'unisono.
L'investigatore privato si schiarì la voce. «A quello siamo risaliti senza problemi. Come sapete, ogni sera l'incasso viene controllato per verificare la congruenza.»
Richard Tate si intromise. «A partire dalla metà del mese, cominciano a verificarsi le discordanze.»
Adonais digrignò i denti. «Come?»
«Dopo la chiusura, l'incasso telematico viene inviato in rete alla banca. Durante questo tragitto virtuale, qualcuno si immette nella corrente di dati e si appropria del denaro. Solitamente un terzo dell'incasso, da quanto ho appurato.»
«Credevo non fosse possibile penetrare il nostro firewall,» sbottò Adonais. «Lo hai creato tu, Tate.»
«Il firewall è intatto,» ribatté l'hacker. «Ma c'è una falla nel sistema tra la rete del locale e quella della banca. Chiunque sia stato l'ha trovata e ne ha approfittato.»
«Cazzo» sussurrò Andrew. Adonais lo sentì muoversi e sfiorargli la spalla con la propria.
«C'è una cosa, però, che abbiamo scoperto.» Angel sembrava imbarazzato.
«E quale?» Malthus si passò la mano sulla faccia. Altre brutte notizie, lo percepiva dai pensieri di Angel.
«Non è così difficile immettersi nella rete di dati» disse Tate. «Basta una password per entrare nel flusso.»
«Quello che Richard vuole dire è che forse non bisogna andare troppo lontano per trovare il colpevole.»
Adonais si raddrizzò. «Che stai cercando di dirci, Angel?»
«Che chiunque sia stato, è uno che ha accesso ai computer del locale. È uno che lavora qui.»

§

AJ si chiuse la porta alle spalle.
Dopo la bomba lanciata da Angel c'era stato un silenzio spettrale. Al suo fianco, Adonais aveva ringhiato sotto voce.
«Voglio che mi troviate il traditore.»
Angel si era alzato. «I controlli sono già iniziati. Roland è stato il primo.»
«E non sono io» aveva replicato il direttore.
AJ si era messo dritto. «È possibile che si tratti di qualcuno da fuori?»
Quattro paia d'occhi si erano fissati su di lui.
«Che cosa intendi, Andrew?» Bene, il signor Malthus aveva abbandonato le formalità in favore degli spettatori.
«Non basterebbe essere in possesso della password e lavorare al di fuori del locale?»
Richard Tate aveva annuito dentro lo schermo. «È una possibilità, nemmeno tanto remota. Non occorre essere fisicamente al club.»
La riunione si era conclusa con la promessa da parte dell'hacker di controllare tutti i dipendenti e di continuare a decrittare i codici.
AJ si passò una mano sui capelli. La cicatrice sul viso tirava, era in arrivo il freddo. Avrebbe dovuto utilizzare più crema.
Un lieve bussare e la porta si aprì. AJ non poté evitare al suo corpo di reagire quando vide entrare Adonais.
«Brutto guaio» commentò, mentre l'altro si avvicinava.
«Sono sicuro che lo troveremo» rispose Malthus, prima di prendergli i fianchi e attirarlo a sé. Un respiro e la bocca del miliardario fu sulla sua.
Socchiuse le labbra e lasciò che l'amante vi facesse penetrare la lingua. Quel contatto lo fece eccitare ancora di più. Gli infilò le dita nei capelli e spostò appena la testa per aumentare l'intensità del bacio.
Adonais si strofinò contro di lui, strappandogli un mugolio. In risposta gli arrivò un ringhio. Lasciò i capelli per abbassargli la giacca.
Il vampiro fece cadere le braccia per facilitargli il compito, senza staccare la bocca dalla sua. Poi fu la volta della camicia e della propria giacca. Si staccò il tempo necessario per togliersi la maglia, prima di essere ripreso dalle mani di Adonais. Adesso erano pelle a pelle.
Le mani di Malthus raggiunsero la cintura e gli sbottonarono i jeans, abbassandoli insieme ai boxer. Gli afferrò le natiche e lo fece aderire ai propri fianchi.
«Nudo» gli sussurrò sulla bocca. Si staccarono di nuovo.
AJ si liberò di scarpe, calze e biancheria, consapevole dello sguardo dell'altro sul proprio sesso eretto. Dimenticò le cicatrici, gli occhi dorati parlavano di desiderio.
Adonais strinse le dita intorno al suo membro. Gemette, inarcandosi, ma non voleva cedere subito. Gli allontanò la mano, guardandolo, facendo scorrere dita e labbra sul petto e l'addome dell'amante fino alla cintura.
Gli aprì i pantaloni per accarezzarlo. Adonais ringhiò. Il suono gli diede un brivido. Rapido, si inginocchiò davanti a lui.
«Andrew...» Il vampiro quasi gridò, quando con bocca e lingua si impadronì del suo membro su tutta la lunghezza.
Per fortuna gli uffici erano insonorizzati.
I fianchi di Malthus si muovevano a ritmo con la sua bocca. Era certo che fosse quasi al limite. Si spostò per fissarlo da sotto in su, leccandosi le labbra. Adonais ansimava.
«Signor Malthus?» Sorrise mentre si alzava e faceva aderire petto e fianchi a quelli dell'altro.
Adonais gli prese il volto fra le mani e lo baciò, facendolo spostare verso la scrivania.
«Finalmente» sospirò sulla sua bocca.
AJ si ritrovò seduto sul ripiano di teak, mentre Adonais lo spingeva giù. Un tubetto di lubrificante comparve nella mano del vampiro.
«Ho aspettato questo momento per tutto il giorno» borbottò il miliardario, spingendogli le gambe indietro ed esponendolo alla propria vista.
AJ sentiva il cuore battere forte. Lo sguardo famelico del suo amante lo eccitava come non gli era mai successo.
Le dita di Adonais unte di lubrificante trovarono la sua apertura e scivolarono dentro, facendolo quasi gridare. Si inarcò sulla scrivania, andandogli incontro. Malthus si chinò su di lui per baciarlo, poi si sollevò entrando lento finché non aderì del tutto.
AJ rilasciò il fiato, alzando la testa per guardarlo, ricambiato.
Adonais cominciò a muoversi, prendendo il suo sesso nel pugno, regalandogli scosse di piacere così profondo che si sentì spezzare.
«Adonais.» Todd mugolò disperato, mentre l'orgasmo gli attraversava il corpo come uno tsunami. Venne in modo glorioso nella mano del miliardario e sullo stomaco.
Adonais gemette e fu certo che anche per lui fosse lo stesso.


26 novembre. Giorno del Ringraziamento.
Quel mattino AJ si alzò presto. Dopo il sesso fantastico con Adonais, si era rivestito ed era tornato a casa, da solo. Per il vampiro, la notte di lavoro non era ancora finita.
Dopo una doccia e una colazione abbondante, uscì e si diresse in macchina verso il centro, per assistere alla parata in State Street. Non vi partecipava da anni, ma era sua intenzione rimediare. Oltretutto, durante la notte aveva anche nevicato. Ci sarebbe stato il caos, ma non gli importava.
Si sentiva vivo come non gli capitava da tempo, e il merito era di Malthus.
Il corpo gli si scaldò al ricordo di come lo aveva preso. Sorrise.

§

Il resto della giornata passò tranquillo. Tornato a casa più tardi di quello che aveva pensato, aveva dato fondo alle energie con pesi e tapis roulant, finendo con una lunga doccia.
Niente lavoro, quella sera. Quindi, a meno che Adonais non piombasse a casa sua, sarebbe stato solo. Cercò di convincersi che non gli importava, ma il cuore gli diceva il contrario. Stava diventando dipendente dal vampiro, e non solo per l'aspetto fisico, per quanto estremamente interessante. Gli mancavano la sua voce, i suoi capelli che gli accarezzavano il viso quando lo baciava, le sue braccia intorno al corpo.
Aveva appena finito di vestirsi quando il cellulare squillò. Sul display c'era un numero sconosciuto. Aggrottò la fronte e accettò la chiamata.
«Pronto?»
«Hai impegni per questa sera?» La voce di Adonais gli fece scorrere brividi lungo il corpo. La solita liceale arrapata.
«No.» Nessun saluto. Strinse le labbra.
Una breve risata. «Bene. Vestiti elegante, vengo a prenderti alle sette.» Fine della chiamata.
AJ fissò lo smartphone. Non andava bene, il suo amante cominciava a dargli ordini. Ma che diavolo!
L'ora sul telefono gli indicò che non mancava molto. Si sarebbe preparato, ma gli avrebbe fatto pesare quell'atteggiamento da padrone.
Elegante, eh? Non lo avrebbe fatto sfigurare.

§

Adonais era emozionato, un sentimento che non avrebbe associato a se stesso. Arrabbiato, inferocito, sì. Interessato, anche. Emozionato? Se riguardava Andrew Jackson Todd, allora tutto cambiava, l'equilibrio si spostava.
La limousine accostò al marciapiede e Samuel scese per aprirgli la portiera.
«Arrivo subito, Sam.»
«Sì, signore.»
Arrivato nell'androne, suonò il campanello. Quella sera voleva fare le cose per bene.
«Chi è?» La voce nel citofono lo fece sorridere.
«Sono io, Adon...» Il portone si aprì prima che finisse di dire il suo nome. Fece le scale a due a due e si presentò alla porta, che si aprì una nanosecondo dopo.
«Grande Madre» soffiò.
Andrew indossava una camicia nera aperta sul collo e uno spezzato nei toni del grigio.
«Troppo elegante?» chiese l'uomo.
«Sei una visione.» Fece un solo passo, prima di afferrarlo e baciarlo fino a farlo restare senza fiato. Si staccò a malincuore. «Hai il cappotto?»
Andrew sollevò il braccio, mostrandoglielo.
«Andiamo.»

§

Gli tenne la mano per tutto il tragitto in macchina. Se Andrew aveva riconosciuto la destinazione non lo disse.
Evitò effusioni e carezze, anche se moriva dalla voglia. L'uomo accanto a sé sembrava distante, come le prime volte.
«C'è qualcosa che non va, Andrew?» Calcò sul nome di proposito, sapendo come lo faceva sciogliere.
Gli occhi dell'altro lasciarono il finestrino e si posarono su di lui.
«Perché?»
Alzò le spalle, accarezzandogli il dorso della mano con il pollice. «Sembri... distaccato.»
Andrew prese un respiro. «Non mi piace che mi si diano ordini.»
Rise, incredulo. «Eri un soldato.»
«Era diverso.»
Allora capì. Adonais si sporse verso di lui, sfiorandogli la guancia con le labbra in un bacio colmo di tenerezza.
«Perdonami. Volevo farti una sorpresa.»
Gli scoccò un'occhiata. «Che genere di sorpresa?»
«Aspetta e vedrai.»
Quando Samuel fermò la macchina fuori dei cancelli del Navy Pier, Andrew emise un'esclamazione soffocata.
«La crociera sul Michigan?»
«Sì» sussurrò, prima di sollevargli la mano e baciare le dita. «Ti piace l'idea?»
Lo sguardo blu si posò su di lui. «Sei un romantico figlio di puttana.»
Adonais ammiccò. «Lo prenderò per un sì.» Si avvicinò all'uomo, prima di scendere, e gli sfiorò le labbra con il respiro. «Buon Giorno del Ringraziamento.»
Andrew annullò la distanza, baciandolo. «Grazie.» Il sospiro nella sua voce lasciava presagire altro.
Oh, sì, la serata sarebbe stata magnifica.


4 dicembre
Era passata una settimana.
Il lavoro non presentava problemi, il locale era pieno quasi ogni sera.
Angel e Tate continuavano a cercare il responsabile del furto, ma ancora non avevano un nome.
In tutta la città avevano già fatto la loro comparsa luci colorate, alberi addobbati, vetrine allestiti con pacchi pieni di fiocchi.
AJ aveva già visitato il Christmas Market in Daley Plaza. Gli piaceva gironzolare in mezzo alle bancarelle di prodotti artigianali, cibo e bevande. Dappertutto le musiche natalizie riempivano l'aria gelida e nevosa.
Gli sarebbe anche piaciuto vedere tutto questo con Adonais, ma per lui la luce del giorno era pericolosa. Inoltre, non sapeva come definire quella specie di relazione. Appena prima della chiusura, il miliardario arrivava nel suo ufficio e davano il via a una sessione di sesso bollente. I loro incontri si consumavano sul prezioso Aubusson, sulla scrivania di teak o contro il muro.
A parte la romantica cena del Ringraziamento a bordo della nave da crociera sul Michigan, non c'erano stati altri appuntamenti.
AJ aveva avuto cura di celare i pensieri più intimi, accontentandosi della vicinanza e del piacere che Adonais gli dava, ma sentiva che non gli bastava più. Invece, non sembrava essere lo stesso per l'amante.
AJ evitava di porsi troppe domande, ma si rendeva conto che, con il passare del tempo, il suo interesse per il vampiro non si limitava al sesso. Desiderava davvero una relazione, che coinvolgesse le menti e non solo i corpi.
Si stava innamorando. Si era innamorato.
Se e quando Adonais Malthus si fosse stancato di lui, il cuore gli si sarebbe spezzato.
Meglio vivere quei momenti giorno per giorno. Perché, fino ad allora, lui era suo.

§

Quella sera c'era un'aria strana. AJ se ne rese conto mentre passava da una sala all'altra per i controlli. Aveva incontrato Roland, e questi lo aveva salutato con un brusco cenno del capo. Aveva poi intercettato Angel che, come Roland, era stato freddo.
Mentre sostava vicino alla galleria per il piano superiore, aggrottò la fronte. Che avessero saputo di lui e Adonais? Non che fosse qualcosa di così tragico, anche se il rapporto tra un datore di lavoro e un dipendente poteva non essere ben visto. Malthus non si era ancora fatto vedere.
Forse era qualcosa di peggio. Ma cosa?
Il cuore prese a battergli dolorosamente contro le costole. Cercò di concentrarsi sul lavoro, ma un'angoscia crescente gli impediva di farlo.
La stessa cosa gli era capitata sulla nave scientifica dirottata: la sensazione che stesse per capitare qualcosa di terribile gli serrò il petto.

§

Era ansioso di vederlo. Come ogni sera.
Adonais era finalmente riuscito ad abbandonare il proprio ufficio per trasferirsi al Club. Aveva fatto a meno dell'auto, non aveva tempo da perdere con il traffico.
Il suo pensiero era fisso su Andrew, sulla gioia che gli dava.
Entrò dalla porta secondaria e quasi si scontrò con Roland.
«Roland, vecchio mio» lo salutò, stringendogli la mano. Aggrottò la fronte. L'espressione del direttore non prometteva buone notizie. «Che cosa c'è?» Non esplorò i suoi pensieri, non ce n'era bisogno. «Lo avete trovato.»
«Sì.» Era funereo.
Un'ira profonda cominciò a sfrigolargli nelle viscere. «Chi è? Voglio saperlo. E dopo lo prosciugherò di tutto il suo sangue.»
Roland emise un verso strozzato. Alzò una mano, come se volesse fermarlo.
«Tra mezz'ora chiudiamo. Ho già chiesto ad Angel di fermarsi. Poi chiamerò anche... Todd.» Esitò, e ad Adonais non sfuggì l'incertezza. «Richard Tate è pronto in video conferenza.»
«Roland, c'è qualcosa che devi dirmi prima della riunione?» Represse un ringhio. «In privato, magari.»
«No.» Il direttore enfatizzò il diniego scuotendo la testa. «Niente che non possa aspettare.»
«D'accordo, allora.» Voleva vedere Andrew ed escogitò il modo migliore di defilarsi. «Vado a prendermi qualcosa da bere.»
Roland gli mise una mano sul braccio. «Preferirei che aspettassi nel mio ufficio.»
«Vuoi farmi morire di sete?» scherzò Adonais. Una sete chiamata AJ Todd, ma non lo disse.
«Nel mio ufficio ci sono degli alcolici» replicò Roland.
Quindi non voleva proprio che si allontanasse. Cercò di sondargli la mente, ma il vecchio vampiro glielo impedì. Rassegnato, fece un passo indietro.
«Vada per il tuo ufficio.»

§

AJ arrivò quando erano già tutti riuniti, compreso Tate che li guardava dallo schermo del computer. Salutò e fece un cenno ad Adonais. Era sorpreso di trovarlo lì, non lo aveva cercato come tutte le sere.
Adonais gli donò quel suo sguardo speciale, che lo avvolse in una carezza, lenendo in parte la tensione dei muscoli. Raggiunse la scrivania e vi si appoggiò.
Si accorse degli sguardi di Angel e Roland. I due uomini non avevano cambiato atteggiamento, rispetto qualche ora prima: entrambi mostravano una fredda disapprovazione. Una volta di più si chiese che cosa avesse fatto per meritare quei rimproveri silenziosi.
«Allora, Roland, sentiamo le novità.» Adonais si sporse in avanti sulla poltroncina.
Il direttore si schiarì la voce. «Beh, prima di tutto dobbiamo ringraziare Angel e Richard, che non si sono di certo risparmiati nel cercare il colpevole.»
«Roland» lo richiamò Malthus.
«Abbiamo un nome» s'intromise Angel. Appoggiò i gomiti alla scrivania, fissando i documenti davanti a sé.
«E chi è?» Adonais aveva perso del tutto la facciata tranquilla.
AJ lo guardò preoccupato. Sapeva com'era, ormai, lo aveva visto nel cortile interno contro gli aggressori.
Roland e Angel puntarono gli occhi su di lui. Sbatté le palpebre una, due volte prima di rendersi conto del silenzio. Si raddrizzò.
«Che significa? Perché mi guardate così?»
«Tu lo sai il perché» ribatté Roland. «Abbiamo trovato le tracce informatiche, e conducono fino al computer di casa tua.»
Angel si alzò. «Ci avevi suggerito di non limitarci a cercare dentro il locale, ma di guardare anche fuori, e Tate aveva confermato che non occorreva essere fisicamente al Club.»
AJ lo fissò. «Tate ha detto anche che bisogna essere in possesso della password, e io non ce l'ho.»
«Ti sbagli» ringhiò Roland. «Sono le ultime quattro lettere della matricola di assunzione, le abbiamo tutti. In realtà esse identificano la persona che si immette nella rete.»
«Cazzo, Roland, come puoi solo pensare che io c'entri con questo furto?» Strinse le mani a pugno. «Non ho mai fatto una cosa del genere.»
«Gli orari corrispondono a quando esci di qui la notte e torni a casa. Abbiamo controllato il tragitto. Non c'è traffico alle quattro di mattina.»
«Angel...» iniziò. Era un incubo.
Un ringhio lo fece voltare: Adonais lo fissava, gli occhi scintillanti. Ma non aveva sfoderato le zanne.
«Te lo giuro, Adonais, io non c'entro» sussurrò.
Il vampiro si alzò in piedi. I suoi lineamenti aristocratici erano deformati dall'ira. «Tu, piccolo uomo! Come hai osato?» Fece un passo. «Mi hai tradito. Tutti i racconti sulle tue cicatrici, la paura di essere rifiutato. Erano solo menzogne.»
AJ deglutì a vuoto. Sentire spiattellare così la propria intimità gli provocò un'ondata di umiliazione.
«Ti sbagli, Adonais.» Voleva svegliarsi, ma non ci riusciva.
«Abbiamo controllato più volte, perché credevo di commettere qualche errore» interloquì Richard Tate dal video. «Ma non era così. Il computer è il suo, signor Todd. Inoltre, il suo conto in banca parla chiaro. Ci sono trecentodiecimila dollari arrivati direttamente da una banca delle Cayman. È stato furbo a spostare il denaro dopo che l'avevo già controllata. Ma non abbastanza.»
AJ impallidì.
Adonais fu su di lui. Non lo aveva neanche visto muoversi. L'impatto lo fece finire contro il muro. Il miliardario gli strinse la mano intorno alla gola sollevandolo da terra, togliendogli ogni residuo di aria dai polmoni. Batté le palpebre in maniera frenetica.
«Tu, sporco traditore» sibilò Malthus. «Io mi fidavo di te.»
Attraverso la nebbia causata dalla carenza di ossigeno, AJ vide le zanne brillare.
Non sono stato io. Non sono stato io. Non sono stato io.
La mano, quella mano che tante volte lo aveva accarezzato con tenerezza, stringeva sempre di più.
Stava per morire per mano dell'uomo, vampiro o quello che era, che amava con tutto se stesso.
In lontananza, molto in lontananza, udì Angel gridare. O Roland. Forse entrambi.
Le dita attorno alla gola si aprirono di colpo. Piombò a terra, annaspando, inalando aria come se fosse appena tornato in superficie dopo dieci metri in apnea. La trachea bruciava, i polmoni andavano a fuoco. Vide i costosi mocassini allontanarsi da lui, mentre piano riprendeva a respirare.
«Dobbiamo chiamare la polizia.» Questo era Angel.
«No.» La voce di Adonais era calma, fredda. Come se non avesse appena tentato di ucciderlo. «Raccogli le tue cose e vattene.» Ce l'aveva con lui.
Alzò la testa a fissarlo. Metterlo a fuoco fu un problema.
«Sei licenziato. Non voglio più vederti.»
«Non sono...» Si interruppe, quella voce gracchiante non poteva essere la sua. Si schiarì la voce, o tentò di farlo, e riprovò. «Non sono stato io, Adonais.»
«Ti ho detto di andartene.» Se avesse gridato non lo avrebbe fatto sentire così colpevole. La voce gelida gli penetrò dentro come una lama, facendolo sanguinare. Accusato e condannato in un colpo solo. Senza possibilità di difendersi.
Riuscì ad alzarsi a fatica, ma si mantenne dritto.
«Abbiamo le prove, AJ.» Roland lo fissava dall'altro lato della stanza. «Posso solo dire che mi hai deluso profondamente.»
Strinse le labbra, cercò Adonais, ma gli voltava le spalle. Rimase in silenzio, e in silenzio uscì dall'ufficio.

§

Era stato un idiota. Si era fidato di un uomo e quello era il risultato. Era stato tradito di nuovo, ma questa volta era peggiore, perché il colpevole era l'uomo di cui si era innamorato. Dirsi deluso era ben poca cosa.
La volontà di ucciderlo per quello che gli aveva fatto l'aveva travolto. Se non fosse stato per Angel e Roland, ora Andrew non sarebbe stato in grado di uscire dall'ufficio e dalla sua vita. Sarebbe stato cadavere sul pavimento.
Aveva creduto di aver trovato qualcuno da amare e da cui essere amato. Si era sbagliato un'altra volta. Adonais imprecò dentro di sé, e si ripromise di non cadere mai più in quella trappola. L'amore non esisteva. Non per lui.

§§§

AJ aprì la porta dell'appartamento. Aveva guidato avvolto in una nebbia di dolore e disperazione, consapevole di ciò che aveva perso. Avevano deciso che era colpevole. Punto. Non erano neanche stati a sentirlo.
Quello che che gli faceva più male era la presa di posizione di Adonais. Non gli aveva nemmeno offerto il beneficio del dubbio.
Chiuse la porta ma non accese la luce. Gli occhi bruciavano.
Si lasciò scivolare in una discesa lenta lungo la porta, sedendosi sul pavimento.
Per la prima volta nella sua vita da adulto pianse.


6 dicembre
Era solo, di nuovo. Le ore erano trascorse lente, insieme al dolore. Non riusciva a capacitarsi di quello che era successo, soprattutto che fosse successo a lui.
Sulla gola erano comparsi i lividi, il segno delle dita di Adonais ben visibili sulla pelle. Bastava quello a ricordargli che non era un incubo e non si sarebbe svegliato. Perché era reale, tutto quanto.
Aveva controllato il computer, nella minuscola stanza riservata a studio. Lo schermo non riportava niente di strano, i programmi erano i soliti. Non che fosse un esperto. Era quello che lo feriva di più, che fossero subito giunti alla conclusione che il colpevole fosse lui e nessun altro, solo perché le tracce portavano a casa sua e al suo conto in banca.
Fu per questo che fece un numero che lo riportò indietro nel tempo, causandogli un profondo dolore al petto.

§§§

«Sono AJ.»
Era pomeriggio anche a Coronado, o almeno sperò che Larry Marquez fosse alla base. Il fatto che avesse risposto lo faceva ben sperare.
«Capo! Sei proprio tu?»
La voce del commilitone ed esperto informatico dell'ormai distrutto Team lo fece sorridere per la prima volta da quando lo avevano cacciato. Cercò di allontanare quel pensiero.
«Come stai, Marquez?»
«Sto bene, capo. Pensavo che dopo tutto questo tempo non volessi più avere a che fare con noi.»
Era così, infatti, ma non lo disse. Troppi ricordi che gli portavano alla mente quello che aveva perso.
«No, è che...» Si interruppe. All'improvviso non sapeva cosa dire.
«Lo so, capo.» La voce di Marquez sembrava piena di comprensione. «Sai, stanno cercando di ricostituire il Team. Non so se ne farò parte, ma spero che la nuova squadra sia in gamba almeno la metà della nostra.» Un istante di silenzio. «Ci sei mancato, capo.»
Un nuovo Team... L'incidente aveva distrutto parecchie cose, soprattutto il rapporto con quelli che riteneva amici e a cui avrebbe affidato la vita. Quello era affiatamento. Chiuse gli occhi, massaggiandosi il petto.
«Ho smesso di essere capo quando mi sono congedato» replicò, nel tentativo di sciogliere quel nodo alla gola.
Una breve risata. «Beh, per noi sei ancora il capo Todd.»
«Cazzo, Marquez» sussurrò nel telefono. Si passò una mano sugli occhi.
«Non mi hai chiamato solo per chiedermi come stavo, vero?»
Si ricompose. «Anche per quello, ma... no, non è il solo motivo.»
«Spara.»

§§§

La vita continuava. Riunioni, video conferenze, acquisti di aziende sull'orlo del fallimento.
Adonais aveva messo ancora più impegno nel lavoro, se possibile. Disertando il Club, però.
Roland lo aveva chiamato, ma era stato irremovibile. Niente più serate in un locale che gli ricordava la propria stolta fiducia. Aveva amato un uomo e questi l'aveva tradito, senza farsi troppo scrupoli. Per quanto tenesse a quel locale, non  era sua intenzione rimetterci piede tanto presto.
Angel gli aveva chiesto perché non avesse voluto fare intervenire la polizia. Era un furto, AJ doveva pagare, ma Adonais non era dell'avviso. Licenziarlo, cacciarlo era più veloce. Lo avrebbe eliminato prima dalla sua vita.
Ucciderlo sarebbe stato altrettanto veloce, ma lo avevano fermato, non sapeva se le voci delle persone presenti quella notte o gli occhi di Andrew, non più velati di passione ma dell'opacità della morte.
Mai più, promise a se stesso. Niente sentimenti, niente complicazioni. Niente dolore.


9 dicembre
AJ sostò davanti la porta dell'ufficio di Angel, chiedendosi se fosse una buona mossa andare a trovare l'investigatore privato.
In mano non aveva niente di concreto, solo una flebile speranza. Marquez aveva lavorato sulle informazioni che gli aveva dato, ma era giunto solo a una parziale conclusione. Per il resto ci voleva ancora tempo.
Bussò, il rimbombo del legno si sommò a quello del suo cuore. Non aveva telefonato, temeva che Angel non avrebbe risposto o addirittura sbattuto il telefono in faccia.
La porta si aprì. Sul volto di Mallory ci fu un alternarsi di espressioni, dalla sorpresa alla chiusura.
«Che ci fai qui?»
«Ho bisogno di parlarti» disse AJ.
Angel strinse le labbra. «Ma io non voglio parlare con te.» Fece per chiudere, ma lui bloccò la porta.
«Ti chiedo solo di ascoltarmi!» esclamò, avanzando di un passo e facendo allontanare l'altro.
«Che cosa vuoi, AJ? Non abbiamo niente da dirci. Hai già distrutto tutte le tue possibilità rubando come hai fatto.»
«Io non ho rubato.» Alzò la voce. «Non ho preso un centesimo in più oltre lo stipendio che mi veniva pagato.» Si picchiò la mano aperta sul petto. «Mi avete colpevolizzato senza neanche ascoltarmi.»
«Avevamo le prove!» sbottò Angel.
«E non vi siete chiesti perché, dopo averci controllato tutti, improvvisamente quei soldi siano comparsi sul mio conto?»
Mallory scoppiò a ridere, facendogli dolere il petto per lo scherno che conteneva.
«Tate te lo ha detto: sei stato furbo.»
AJ strinse i pugni. «Non abbastanza» replicò. «Non avrei mai dovuto accettare quel posto.»
L'investigatore lo fissò. «Mi chiedo che cosa ti rimanesse da fare.» L'astio nella sua voce lo ferì nel profondo. Che cosa gli sarebbe rimasto? Una vita a carico del Governo?
«Credevo fossimo amici» sussurrò. Stava diventando patetico, e si odiò per quello.
«Lo credevo anch'io, finché non ho capito che era una menzogna.»
Di nuovo, fece un passo avanti. «Non ho mentito, mai. Né sul denaro, né su me stesso.»
«Permettimi di dubitarne» ribatté Mallory.
«Maledizione!» urlò, alzando i pugni.
Un ringhio lo distrasse. Da una porta sulla destra era comparso Seth. Le labbra arricciate mostravano i denti bianchi.
«Va tutto bene, Seth» gli disse l'investigatore. «Todd se ne stava andando.»
«Non prima di avermi ascoltato» sbottò AJ. Di nuovo il ringhio, nemmeno tanto sommesso. Fissò il poliziotto e non abbassò lo sguardo. Lo stava sfidando apertamente.
Un battito di ciglia e Seth lo attaccò.
Il peso del corpo di Rogers lo fece barcollare, ma non crollare. Si ritrovò a fissare i denti snudati, a udire quel brontolio profondo, mentre l'altro lo afferrava al collo.
Gli diede una gomitata con il braccio sinistro, ma la forza era minore. Seth lo stava stritolando. Premette le dita sulla faccia dell'uomo.
Distante, Angel gridava.
Il poliziotto afferrò la maglia nel pugno. AJ si contorse ma perse l'equilibrio, cadendo. Il tessuto si lacerò e percepì l'aria fredda sul petto.
«Cazzo.»
L'esclamazione era arrivata all'unisono da Rogers e Angel. Lo stavano fissando. Stavano fissando le cicatrici ben visibili sotto l'indumento strappato.
AJ si chiuse la giacca sul petto, nascondendo alla vista il suo corpo malridotto. Si alzò in piedi senza guardare i due uomini. Una nuova umiliazione. Doveva farci l'abitudine.
Seth avanzò, e alzò una mano per fermarlo.
«Me ne vado, me ne vado.» Era stanco di lottare. Si girò, ma la voce di Rogers lo fece fermare.
«Non ancora.»
Si voltò a guardarlo. «Vuoi finire quello che hai cominciato?»
«No.» Seth fece un altro passo. «Voglio vedere quelle cicatrici.»
Fece una breve risata. «Perché? Per accontentare qualche tua curiosità morbosa?»
«Curiosità morbosa?» ripeté Rogers. «Non capita tutti i giorni di vedere vivo il possessore di una Purple Heart.»
«Come fai a saperlo?» Era sorpreso.
Il poliziotto ammiccò. «Ho un amico che lavora a Bethesda.»
«Allora puoi farti mandare le cartelle mediche.» Non aveva alcuna intenzione di spogliarsi e sopportare quelle occhiate pietose.
«Sei già qui, no, frogman?» ribatté Seth.
Con un gesto rabbioso, fissandoli entrambi, si tolse la giacca di pelle e si liberò della maglia lacerata. Angel spalancò gli occhi.
Seth lo osservava. Senza una parola, uscì dalla stanza ma vi ritornò pochi secondi dopo. Gli lanciò una maglia. L'afferrò al volo e la indossò, facendo lo stesso con la giacca.
«Posso andarmene adesso?» chiese.
Rogers sollevò un sopracciglio. «Non volevi parlare di qualcosa?»

§

«Hanno copiato il mio indirizzo IP.»
Il poliziotto aggrottò la fronte. Per lui doveva essere un linguaggio sconosciuto.
«A volte si possono sovrapporre» obiettò Angel.
Si erano seduti intorno alla scrivania, calmi. Rogers aveva preparato del caffè per tutti e poi si era accomodato. Sembrava molto più interessato del compagno.
«Come lo hai scoperto?» gli chiese.
«Un ex commilitone del mio ex Team ha fatto delle ricerche. Hanno clonato l'indirizzo per poi utilizzarlo.»
«Se fosse così, qualcuno aveva interesse a eliminarti dall'equazione.»
«È così, Angel. Non so perché abbiano messo me in mezzo, ma è quello che è successo.»
«Chi è stato?» L'investigatore bevve un sorso di caffè.
Scosse la testa. «Non lo sappiamo. Il mio contatto ci sta lavorando, ma deve andare a ritroso e trovare la traccia dell'uso di quello specifico indirizzo.»
«Potrei cominciare a lavorarci su» disse Angel, pensoso.
Un po' del peso che aveva nel petto si spostò. «Grazie, amico. Il tuo aiuto sarebbe prezioso.»
«Ma ricordati che non è finita» lo redarguì l'altro.
«Non mi credi ancora» riconobbe AJ.
Seth si sporse verso di lui. «Io sì.»
«Seth...» Il suo compagno lo fissò con severità.
Il poliziotto alzò le spalle. «Il suo odore non mente, Angel. Mi stupisce che Adonais non l'abbia intuito.»
AJ guardò dall'uno all'altro. Non ci capiva niente.
«Sareste così gentili da spiegarmi?»
Rogers sorrise. Quei denti bianchi erano inquietanti. «Sono un lupo mannaro e il mio olfatto non mi ha mai tradito.»
Lui boccheggiò. «Un... cosa?»
«Non è un lupo mannaro» ribatté Angel. «Non proprio. Non si trasforma, ma i suoi sensi sono dieci volte i nostri.»
«Oh, Dio.» Un vampiro non bastava.
«Comunque il suo odore è pulito» sbottò il poliziotto. «E se Adonais non avesse il carattere che si ritrova, l'avrebbe capito da solo.»
«Che cosa c'entra lui?» Era un argomento doloroso.
Seth ammiccò. «Non ti ha marchiato, ma hai il suo odore addosso.»
«Tu e Adonais!» Angel sbarrò gli occhi. «Questa poi!»
Si alzò in piedi. Era ora di andarsene. «Lui e io, niente. È finita ancora prima di cominciare. Tutta questa storia ha reso chiaro quanto fosse improponibile una relazione.»
«Non puoi pensarlo davvero» mormorò Angel. «Quando metteremo le cose in chiaro, si sistemerà tutto.»
«Sei un ottimista, Angel. Se ho faticato per convincere te, cosa credi succederà con lui? No. Risolverò questa faccenda e tanti saluti.»


12 dicembre
Marquez aveva tenuto fede all'impegno. AJ stringeva fra le mani i fogli appena usciti dalla stampante. L'ex commilitone gli aveva inviato una mail, con un breve saluto e tutti i tabulati delle transazioni bancarie, fino alle Cayman e ritorno.
Ma non si era limitato a quello. Aveva recuperato l'indirizzo IP clonato, verificandone l'utilizzo effettivo. Avevano fatto rimbalzare le transazioni sul suo computer, ma la partenza era altrove. Marquez aveva trovato il luogo fisico.
Mentre leggeva le informazioni, AJ sperimentò l'alternarsi delle emozioni dentro di sé. La rabbia sostituì ben presto lo sbalordimento per la scoperta. Ma non era finita.
Prese il telefono e compose il numero di Angel.
«Sono AJ» mormorò quando sentì il Pronto. «Ti inoltro la mail e gli allegati che mi ha inviato il mio contatto.»
«Bene» rispose Angel. «Anch'io ho scoperto qualcosa di interessante. La morte di Finch non ha fermato proprio nulla.»
Il sollievo lo invase, anche se l'accenno al fantomatico Finch non gli diceva nulla.
«Che significa?»
«È una storia lunga, te la racconterò. Che hai intenzione di fare?»
Ci aveva pensato a lungo, ma era l'unica alternativa davvero possibile. «Voglio andare al locale, stasera, parlare con Roland.»
«Non so se ci sarà Adonais.»
«Non mi interessa se ci sarà» ribatté AJ. Appena ebbe formulato la frase, si rese conto che mentiva. «Mi basta che Roland sappia che io non c'entro. Sarà lui a dirlo a Malthus, se vorrà.»
«D'accordo. Cercherò di arrivare il prima possibile.»
«A stasera.» Chiuse la telefonata, e tornò a guardare i tabulati. Il suo istinto non si era sbagliato.
Si passò la mano sugli occhi. Era stanco, dormiva poco. Chissà, dopo aver parlato con Roland Xavier forse sarebbe riuscito a riposare meglio.
Inoltrò la mail a Angel. Sperò di convincere Roland, ma i fogli che teneva in mano erano chiari. Lo avevano messo in mezzo, ma non era l'obiettivo finale. Il vero obiettivo era Adonais.
C'era un'altra cosa in cui sperare: visto che lo avevano eliminato dall'equazione, si augurò che il suo computer non fosse ancora controllato. Se lo fosse stato, non sarebbe stato un gran male, in fondo. La scoperta della documentazione inviata da Larry al vero punto di partenza avrebbe potuto costituire un'altra prova della sua innocenza.
Si alzò dalla poltroncina. Sentiva il bisogno di scaricare la tensione. Togliendosi il maglione, uscì dallo studiolo ed entrò nella piccola palestra domestica.

§§§

Le undici. Il freddo era micidiale, constatò AJ, scendendo dal SUV, parcheggiato a un isolato dal Club. Raggiunse in fretta il cortile interno dell'entrata di servizio. Aveva scartato l'ipotesi di utilizzare l'ingresso principale, non avendo il minimo dubbio che gli uomini della sua ex squadra lo avrebbero fermato impedendogli di entrare, trattandolo come persona non gradita. Meglio la via secondaria, oltretutto  più vicina agli uffici.
Attraversò il cortile e aprì la porta digitando il codice. Il display divenne verde. Ringraziò il Cielo che nonostante tutto non lo avessero modificato ed entrò.

§

«Sono felice che tu abbia deciso di venire, stasera, Adonais.» Jules Calleja si alzò dalla poltroncina, avvicinandosi alla scrivania.
Lui sorrise appena. Non era altrettanto felice, ma Angel era stato molto insistente. Aveva acconsentito a malincuore. L'investigatore gli aveva parlato di una riunione, ma non si era dilungato in spiegazioni, lasciandolo oltremodo curioso.
Erano stati giorni difficili, una settimana vissuta tra rabbia per quello che aveva fatto Andrew e nostalgia di lui.
Quando era arrivato al Club, Angel non c'era, ma aveva incontrato Jules, bella come sempre. Aveva dovuto sopportare quelle sue lunghe dita che gli accarezzavano il petto sopra la seta della camicia nera. Aveva dovuto sopportare la sua eccessiva vicinanza.
Scacciò quella strana avversione con fastidio, attribuendola al fatto di non provare interesse per le femmine. Il profumo della Calleja era piacevole, ma non gli causava quell'eccitazione che aveva provato vicino a qualcuno. Qualcuno che doveva a tutti i costi eliminare dai propri pensieri.
«Mi fa piacere che lo pensi» rispose. Si alzò a sua volta. «È stata una conversazione interessante, Jules. La Chrome Inc. promette molto bene.»
«Grazie, Adonais.» Di nuovo quelle unghie laccate di rosso a sfiorare la seta della camicia. Allontanò il fastidio, mascherando espressione e pensieri.
«Di niente, mia cara. Che ne dici di un cocktail? Oscar ne prepara per tutti i gusti.»
«Volentieri.»

§

AJ attraversò la breve distanza tra l'uscita e il corridoio degli uffici. Dopo il freddo dell'esterno, il calore lo avvolse. Erano alle ultime battute? Lo sperava.
Si introdusse nel passaggio parzialmente illuminato, puntando all'ufficio di Roland. In mano i fogli che lo discolpavano.
Gli mancavano quattro passi, quando la porta si aprì e comparve proprio la persona che cercava.
Appena lo vide, il direttore si irrigidì. «Che cosa ci fai qui?»
«Salve, Roland.» Gli fu vicino, avvertendo lo sdegno nella voce dell'altro. «Credo che Angel ti abbia già avvertito.»
«Angel mi ha chiesto di indire una riunione» replicò Roland, «ma non ha voluto dirmi l'ordine del giorno, né mi ha informato della tua presenza.»
«Infatti non doveva dirtelo» ribatté. Gli allungò i fogli. «Qui è spiegato tutto.»
Roland prese i fogli e li scorse. La sorpresa venne ben presto sostituita dal furore. Il mite direttore era capace di emozioni forti, riconobbe AJ.
«Questo non significa che tu ne sia fuori» disse l'uomo, alzando lo sguardo dalla documentazione. «Cosa volevi dimostrare?»
«Leggi l'ultimo foglio» gli suggerì, cercando di mostrarsi pacato.
L'altro obbedì. Poco dopo, lo fissava a bocca aperta. «È uno scherzo?»
«Non credo proprio» replicò a voce bassa. «È la mente di tutto il piano.»
Una porta si aprì più in là. Adonais e Jules Calleja misero piede in corridoio, la donna praticamente avvinghiata al miliardario.
AJ serrò le labbra: Malthus si era ripreso in fretta dalla delusione, cambiando anche genere di conquista.
Accanto a lui, Roland sollevò i fogli. «Adonais! Giusto tu. C'è qualcosa che devi farti vedere.»
«Davvero?» La voce era gelida. Adonais lo fissava come se fosse un insetto da schiacciare.
Doveva andarsene. Subito. Cominciò a indietreggiare.
«Te vai, Andrew?» Di nuovo quel sarcasmo. «Hai già finito di circuire Roland?»
Non voleva ribattere. Stringendo i pugni, si girò e raggiunse la porta di servizio.
Sentì il richiamo del direttore, ma non si fermò.

§

Adonai rimase a guardare il corridoio, di colpo vuoto, nonostante la presenza di Roland. Quando aveva visto Andrew, i ricordi lo avevano assalito, insieme a un'ondata di furia. Come si permetteva di farsi vedere al locale, dopo tutto quello che era successo?
Roland gli si avvicinò, con dei fogli in mano. «Devi vedere questi.»
«Non ora, Roland» sbuffò.
Jules gli strinse il braccio. Era così vicina e soffocante, non vedeva l'ora che se ne andasse.
«Mi hai promesso un cocktail, Adonais.» Che voce petulante, non la sopportava.
«Adonais...» Roland aveva alzato i fogli.
«Ho detto non ora.»
Il direttore glieli sventolò sotto il naso, lanciando un'occhiata alla sua ospite. «Invece ora. Devi leggere cosa c'è scritto.» Forse si sbagliava, ma nello sguardo dell'amico c'era avversione. Verso la Calleja? La cosa lo sorprese, come il tono fermo nella voce di Roland.
Prese i fogli, chiedendosi se quell'atteggiamento avesse a che fare con Andrew.
«Adonais.» Jules gli strinse il braccio. Attraverso la stoffa sentì le unghie penetrargli la pelle.
«Un momento.» L'interesse per quanto era scritto in quei fogli stava aumentando in maniera esponenziale.
«Siete qui.»
Alzò la testa sentendo la voce di Angel e girò appena la testa. L'investigatore si avvicinò fissandolo, poi osservò Jules.
«Che ne dici di questa lettura interessante?» gli chiese, continuando a guardare la Calleja.
Era arrivato all'ultima pagina. Con un ringhio strappò il braccio dalla presa della vampira.
«Maledetta» ruggì. La vide cambiare espressione, da guardinga a sorpresa e infine impaurita. «Angel, Roland, non fatela allontanare.» Si incamminò veloce verso l'uscita secondaria.
«Dove stai andando?» gli urlò dietro Roland.
«A fermare qualcuno.» Sperò che non fosse troppo tardi. Mentre lo guardava e lo insultava, non gli era sfuggita l'ombra negli occhi blu. Il dolore che vi aveva letto non era una menzogna.

§

La porta si chiuse alle sue spalle. AJ si appoggiò al muro.
Respira, respira, respira.
Era difficile, maledizione. Si avviò verso la strada, strofinandosi un pugno sullo sterno. Stava iperventilando, i polmoni bruciavano per il respiro affannoso.
Quello sguardo. La crudele freddezza della sua voce. Non avrebbe mai creduto di poter soffrire tanto.
L'aria gelida gli penetrò nelle ossa, lo mise in contatto con la realtà, schiarendogli le idee. Aveva consegnato le prove, Angel avrebbe fatto il resto. A lui bastava riabilitare il proprio nome. L'amore era sfumato, ma almeno non avrebbe pensato a lui come un traditore.
Un rumore alla sua destra, proveniente dal vicolo buio. Si fermò guardingo, ma non udì altro. Riprese a camminare, la stretta al petto meno opprimente.
In lontananza il cigolio della porta secondaria, una voce che conosceva bene.
«Andrew!»
Adonais. Lo stava chiamando. Impossibile. Oppure no?
Si girò per appurarlo. Era davvero lui, e gli stava andando incontro. Aveva letto i documenti? Gli credeva? Non voleva muoversi, sembrava inchiodato all'asfalto. Guardò il vampiro, i suoi lunghi capelli scuri.
Il rumore di prima si insinuò nella sua testa. Dall'ombra del vicolo vide uscire prima la canna di una pistola e poi la mano che l'impugnava. Stavano mirando a Malthus.
Dimenticò tutto, passando in un lampo in modalità azione, come aveva imparato a fare tanto tempo prima. Una valanga di adrenalina gli inondò le vene.
«Adonais!» gridò, scattando nello stesso istante. Corse, mentre il chiunque fosse faceva fuoco. Corse come non gli era mai capitato in vita sua.
Adonais si era fermato, la sorpresa dipinta sul volto.
«Stai giù, stai giù!» urlò AJ.
Gli si parò davanti. Un artiglio gli squarciò la schiena, una vampata di calore gli ghermì la spalla e il braccio.
Adonais lo afferrò prima che cadesse. Dopo, solo un susseguirsi di spari.
AJ era avvolto dalle braccia di Malthus. Lo guardò, ricambiato.
«Non ti ha toccato, vero?» Faceva fatica a parlare.
Il vampiro scosse la testa. «Che cosa ti è saltato in testa, Andrew?»
La freddezza, il sarcasmo non c'erano più. Solo le sue braccia intorno a lui.
«Ti amo» sussurrò.
Adonais non rispose, ma gli occhi dorati si incupirono. AJ fu consapevole dell'aumentare della stretta, e della debolezza sempre maggiore. La presenza di Seth Rogers accanto a loro.
«Ho fatto fuori il bastardo» disse il poliziotto.
«Adonais, AJ!» Questo era Angel.
«Un'ambulanza!» ruggì Adonais. «Voglio una maledetta ambulanza!»
«L'ho già chiamata.» Rogers sembrava la quintessenza della calma.
AJ sbatté le palpebre. Faticava a tenere gli occhi aperti. Il suono delle sirene gli penetrò nelle orecchie, insieme al bisbiglio di Adonais.
«Sono qui, Andrew. Sono arrivati. Andrà tutto bene.»
Ne dubitava, ma non lo disse. Non ne era in grado.

§§§

La sala d'attesa era vuota, a parte loro. Angel lo aveva raggiunto in ospedale, insieme a Roland, informandolo che al Club bastava il suo compagno a controllare che tutto fosse a posto. Adonais non aveva ribattuto, sapendo quanto il mannaro potesse essere letale.
Appena arrivati al Pronto Soccorso, il medico che aveva preso in cura Andrew aveva allertato la sala operatoria. Il suo soldato era grave, se ne era già reso conto, ma vedere come lo trasportavano in fretta al terzo piano gli aveva dato una stretta al cuore.
Non si era seduto, era troppo teso. Camminava avanti e indietro, sotto gli sguardi preoccupati di Angel e Roland. Rivedeva il volto dell'uomo fra le braccia, il suo estremo pallore. I suoi occhi mentre gli diceva che lo amava.
Per la Grande Madre. Lo aveva salvato nonostante gli insulti, le accuse. Malgrado lui avesse tentato di ucciderlo.
Sopra ogni altra cosa, desiderava piegare la vera responsabile di quella situazione, ascoltarla mentre lo supplicava di risparmiarla.
Si fermò di fronte ad Angel, tornato dopo aver risposto al telefono.
«È stata lei.»
L'investigatore annuì. «Seth me l'ha appena confermato. Lei voleva vendicare Finch. Quando il suo nome è uscito dalla prima ricerca, ho voluto saperne di più. Era la sua compagna, anche se erano riusciti a tenerlo nascosto.» Gli occhi verdi si incupirono. «Ha pagato due uomini per ucciderti, a novembre. Non ce lo avevi detto. Se avessimo saputo dell'aggressione...»
«Non avreste potuto fare nulla. Sono riusciti a scappare.»
«Però avremmo tenuto gli occhi aperti. Avremmo evitato che stasera ci riprovasse. Per fortuna, Seth è arrivato in tempo.»
Adonais gli gettò un'occhiata. «Non avremmo mai potuto associarli a lei, Angel. È stata davvero scaltra.»
«Ma perché hanno coinvolto AJ? Questo non lo capisco.» Roland si rivolse a entrambi.
«La notte che mi hanno aggredito, Andrew è corso in mio aiuto,» disse Malthus. «È probabile che i due lo abbiano riferito. Poi, lei ci ha visto insieme, al Club, a parlare. Forse ha immaginato che...» Si interruppe. La colpa era sua. Andrew era stato coinvolto per distruggere lui. In quel momento avrebbe voluto tenere tra le dita il lungo collo della vampira e stringerlo, stringerlo.
Roland lo guardava a bocca aperta. «Tu e AJ?»
Annuì, senza aggiungere altro. Lo infastidiva la compassione che leggeva negli occhi degli amici. Il suo soldato era steso su un tavolo operatorio a causa sua.
Chiuse gli occhi. Lui aveva innalzato la Calleja ad Amministratore Delegato di un'azienda ricostruita sulle ceneri di quella del suo compagno, completamente all'oscuro del legame che li univa. Era una beffa.
Angel si sporse in avanti, i gomiti sulle ginocchia. «Si deve essere accorta che fra te e AJ c'era qualcosa e, mettendolo in mezzo, voleva minare la fiducia che avevi in lui. Era un modo per vendicarsi anche questo.» Tacque un istante, fissandolo. «AJ se la caverà. È forte, e non è tipo da arrendersi.»
Cercò di crederci. L'arrivo del chirurgo lo salvò dal rispondere.
«Siete qui per il signor Todd?» chiese questi, abbassandosi la mascherina.
Adonais annuì, imitato dagli altri, che si alzarono in piedi.
«Siete parenti?» Al loro diniego, li fissò. «Ci sono famigliari da avvisare?»
«AJ non ha nessuno» disse Angel. «I genitori sono morti da anni, non ha fratelli o sorelle.»
Adonais gli diede un'occhiata. Non lo sapeva. Non avevano mai parlato delle loro famiglie.
«In questo caso, le decisioni le prenderò io» comunicò il medico. «Ha perso molto sangue, il proiettile ha intaccato un'arteria e causato diversi altri danni. Abbiamo bisogno di trasfonderlo. Il signor Todd è un A negativo. C'è qualcuno tra di voi che può donare il sangue?
«Io.» Adonais fece un passo. «Posso farlo io.»
Angel gli mise una mano sul braccio. «Adonais, non sai se...»
Ricambiò lo sguardo. «Ha bisogno di me.» Senza aggiungere altro, seguì il chirurgo. Non aveva idea di quale gruppo sanguigno avesse, sempre che ne avesse uno, ma il suo sangue avrebbe salvato Andrew. Al momento era tutto ciò che gli importava.


15 dicembre
La gola gli doleva. Gli ricordò quando era stato intubato dopo l'incidente in missione. Il respiro era faticoso, gli raschiava la trachea come carta vetrata.
L'anestesista gli aveva rimosso il tubo da poco, spiegandogli con una voce calma quanto era successo. La gravità della ferita, l'intervento. Avevano dovuto infilargli un altro tubo nel torace per drenare liquidi e aria. Il proiettile aveva provocato un danno al polmone.
Un pensiero cinico gli aveva attraversato la mente, gli eventi non avevano risparmiato nemmeno la parte sinistra del suo corpo.
«Se continua a migliorare così, potremmo trasferirla in una stanza di degenza già domani» aveva terminato il medico. «Per fortuna il suo amico ha potuto donarle il sangue, eravamo in serie difficoltà con le sacche di negativo.»
Stava parlando una lingua astrusa. Lo aveva interessato una frase sola. «Un amico?»
«Sì, uno di quelli che l'ha accompagnata in ospedale.»
L'aveva lasciato solo, in compagnia dei bip dei monitor, del gocciolio delle flebo, del lieve dolore al torace, dove era impiantato il tubo.
Angel arrivò poco dopo, vestito con mascherina, camice e cuffia. I suoi occhi verdi sorridevano.
«Sono contento di vederti sveglio.» Picchiò il pugno contro il suo. «E senza quel tubo in gola.»
Cercò di sorridere, ma anche quello era difficile. «Anch'io» gracchiò. «Avete...» si schiarì la voce, senza risolvere granché, «... avete risolto?»
«Non parlare, AJ. Parlo io.» Si guardò attorno, poi si appoggiò al letto. «Seth si è rigirato la Calleja come un calzino, anche se lei non voleva saperne di aprire bocca, e ha anche acciuffato il complice.»
Mason, il commercialista. Chi meglio di lui poteva fregare i soldi? Aspettò che continuasse, Angel lo accontentò.
«Quei due hanno passato un brutto quarto d'ora, ed è stata una fortuna che Adonais fosse qui, perché non ne sarebbero usciti vivi. Adesso sono da qualche parte nel nord Europa, devono avere una specie di lager dove rinchiudere i criminali.» Ammiccò. «Sempre se ci sono arrivati.»
AJ inarcò un sopracciglio. «Giustizia sommaria?»
«Evitano che ci possano essere delle recidive.»
Già, filava, in effetti. L'accenno ad Adonais girava come una trottola nella sua testa.
«Lui... è stato qui?»
«Insieme a me e Roland. Abbiamo aspettato che ti operassero.» Gli occhi dietro la mascherina erano seri. «Ci hai fatti preoccupare, amico. Lui più di tutti. Poi ha donato il sangue e...»
«È stato lui?» Gola dolente o no, lo chiese, afferrando il camice di Angel.
«Beh, sì. È un negativo qualcosa, ma era l'unico fra noi che potesse farlo.»
Chiuse gli occhi. Era rimasto ad aspettare, gli aveva dato il suo sangue, ma non si era fatto vedere.
«Va tutto bene, AJ?»
I bip erano aumentati, insieme al suo battito. Guardò Angel, il suo sguardo preoccupato. Annuì, ma l'arrivo dell'infermiera lo smentì. La donna fece uscire Angel e girò la rotellina del deflussore. Il sonno se lo portò via.


17 dicembre
Era fin troppo tranquillo. Confinato a letto, nella sua nuova stanza, con tubi che entravano e uscivano dal suo corpo, AJ non aveva altro passatempo che fissare la finestra, il passare delle ore scandito dal cambiamento della luminosità.
Un tempo interminabile per pensare, ogni tanto interrotto dalle visite di Angel e Seth. E dal pensiero che la sua confessione avesse fatto fuggire Adonais.

§§§

Lo guardava dormire, al riparo nell'angolo in ombra della camera. Roland doveva essere andato via da poco, percepiva ancora l'odore di resina di pino, debolmente speziato.
Nel silenzio che lo attorniava sentiva il respiro lento e profondo di Andrew, il ribollire del tubo che gli usciva dal torace. Il suo soldato aveva rischiato tutto per salvarlo, e lui non era capace di farsi avanti.
Gli aveva letto i pensieri, avvertendo il timore che rivelargli i propri sentimenti lo avesse fatto allontanare. Non era così. Semmai era lui a sentirsi inadeguato, a non sentirsi degno dell'amore di Andrew.
Se solo avesse dato ascolto al proprio istinto e non alle parole di altri. Se solo si fosse dato pena di offrirgli il beneficio del dubbio. Se. Solo. Adesso non sarebbe stato steso in un letto, indifeso.
Si passò la mano sul volto. Il suo soldato. Ferito proprio da chi si era ripromesso di non fargli del male.
Lo sentì muoversi, un suono in lontananza. La porta socchiusa venne spalancata.
«Signor Todd, ha chiamato?» La donna vestita di una divisa chiara si avvicinò al letto.
«Mi fa male il fianco.» La voce era flebile.
«Mi dia un secondo.» L'infermiera uscì ma fu di ritorno dopo poco, una scatola in mano.
«È morfina?» chiese Andrew.
Adonais lo vedeva girare la testa sul cuscino.
«Prescrizione del medico, sì» confermò la donna. Si chinò sul letto. «Brucerà un po'.»
«Può dare allucinazioni, vero?»
«È un effetto collaterale.» Lei si sollevò dritta, rimettendo la siringa nella scatola.
Una breve risata. «Bene. Almeno mi farà vedere cose che in realtà non ci sono.»
«Le capita spesso?» L'infermiera sembrava allarmata.
«Tutte le notti.»
«Dovrò dirlo al medico.» Lei uscì.
Adonais chiuse gli occhi. Avrebbe voluto attraversare la breve distanza che lo separava da Andrew, ma si trattenne.
«Buonanotte, Adonais. Ovunque tu sia.» La voce assonnata gli penetrò dentro.


19 dicembre
Era libero da tubi e tubicini. AJ poteva dirsi contento, ma non era così.
Il medico gli aveva promesso che avrebbe festeggiato il Natale a casa.
Peccato che non avesse qualcuno con cui festeggiarlo.


23 dicembre
AJ aspettava l'arrivo di Angel con un'impazienza che non era da lui. Era finalmente dimesso, gli ultimi accertamenti fatti il giorno prima avevano dato gli esiti sperati. Poteva tornare a casa.
L'investigatore era stato nel suo appartamento per recuperare biancheria e vestiti, che ora indossava. Non aveva molti effetti personali con sé, il suo bagaglio era ridotto al minimo.
Angel arrivò pilotando una carrozzina come se fosse sulla pista di Indianapolis, carrozzina che lui guardò malissimo.
«Non ho intenzione di sedermi lì sopra» sbottò.
L'altro sorrise. «Ordine del dottore.»
«Le mie gambe sono buone.» Almeno quelle.
Conciliante, Angel sollevò le pedaline. «Avanti. Si tratta solo di arrivare alla macchina, poi potrai fare quello che vuoi.»
Si lasciò convincere. Sedette e tirò giù la pedana con un piede. «Andiamo, pilota da strapazzo.»
Sorridendo, Mallory prese il comando e lo spinse fuori della camera. Le infermiere sedute dietro il bancone si alzarono per salutarlo. AJ ricambiò, agitando la mano destra. Mentre si dirigevano verso gli ascensori, incontrarono anche il medico che lo aveva seguito.
«Si riguardi, signor Todd, e buon Natale. Ci vediamo tra una settimana per rimuovere i punti.»
«Grazie di tutto.»
L'uomo in camice annuì. Angel riprese a muoversi spingendolo lungo il corridoio.
«Andiamo, vecchio mio. È ora di tornare a casa.»
AJ sogghignò. Una casa vuota, ma sempre casa.

§

Angel schiacciò il telecomando e aprì la portiera. AJ si alzò dalla carrozzina e si sedette sul sedile del passeggero, sistemandosi il braccio sinistro racchiuso nella protezione di spesso tessuto, tirando appena la cinghia che gli correva intorno al collo.
Angel lo raggiunse dopo aver restituito la sedia e mise in moto.
«Siete riusciti a spostare la mia macchina?» gli chiese, mentre l'altro faceva manovra.
«La troverai parcheggiata sotto casa.»
«Grazie, Angel. Davvero, per tutto.»
L'investigatore gli scoccò un'occhiata. «Non devi ringraziarmi. Era il minimo che potessi fare.»
Le parole non dette rimasero tra loro. AJ non replicò.
«Roland ci teneva a farti sapere che il posto è ancora tuo, non appena starai bene.»
Guardando fuori del finestrino, AJ strinse appena le labbra. «Non tornerò più là.»
«AJ...»
«Non posso, Angel.»
«Non puoi o non vuoi?»
Girò la testa per guardarlo. «Ha importanza?»
«E come farai?» gli chiese l'amico.
Alzò le spalle, avvertendo una fitta lieve in quella sinistra. «Qualcosa troverò.» La voce suonava indifferente alle sue stesse orecchie.
«Mai pensato di fare l'investigatore privato?»
Lo fissò, sorpreso. Angel teneva lo sguardo fisso sulla strada, ma sorrideva.
«Mi stai offrendo un lavoro?»
«Le richieste si stanno accumulando, non riesco a star dietro a tutte. Una mano mi farebbe comodo.»
Aveva bisogno di tempo per pensarci, ma la proposta era allettante.
«E come farò per la licenza?»
L'amico girò a sinistra. Erano quasi arrivati.
«Diventerai il mio tirocinante. Lasciami definire alcune cosette e farò di te un segugio di prim'ordine.»
«Non ho ancora accettato, Angel» gli rammentò.
Mallory accostò al marciapiede e si girò a guardarlo. «Beh, pensaci. Io ne sarei felice.»

§§§

AJ entrò nel suo appartamento. Lo accolse un piacevole calore, che stemperò il freddo preso appena sceso dall'auto di Angel.
La stanchezza gli penetrava nelle ossa, nei muscoli, calando come un velo sugli occhi.
Aveva declinato l'invito di Mallory di mangiare una pizza insieme. Non aveva appetito. Voleva solo andare a letto e dimenticarsi di tutto fino al mattino dopo.
Invece si sedette sul divano, lo sguardo fisso sulla porta finestra e sul buio che era sceso al di là di essa. Stava nevicando, vedeva i fiocchi candidi scendere e ricoprire il terrazzino.
Nella solitudine di quelle quattro mura lasciò finalmente libere la sofferenza, la pena che gli opprimevano il petto. Immagini di quello che aveva vissuto con Adonais, di quello che aveva perduto gli affollarono la mente.
Reclinò la testa all'indietro, appoggiandola alla spalliera del divano. Si coprì gli occhi con la mano destra, bagnandola con lacrime che non riusciva a trattenere.
Si stava trasformando in una liceale piagnucolosa, ma non voleva interrompere quel flusso constante che gli inumidiva le ciglia e gli scendeva sulle guance. Sentiva il bisogno di sciogliere quel nodo alla gola e al petto.

§

Lo guardò sedersi sul divano, appoggiare la testa all'indietro, coprirsi gli occhi con la mano. Il brillio delle lacrime su quel viso gli strinse il petto.
Percepiva la disperazione, la solitudine. Ed era tutta colpa sua.
Adonais non meritava quell'uomo, ma non riusciva ad andarsene. Voleva restare con lui, anche se sapeva di non esserne degno.

§

Le lacrime si asciugarono, la tensione nel suo corpo si era ridotta. AJ sollevò la testa.
La neve continuava a cadere. Batté le palpebre.
Chissà se tutta la morfina che gli avevano iniettato gli causava ancora allucinazioni. Perché sul terrazzino c'era Adonais. Chiuse e riaprì gli occhi. Allucinazioni, come pensava. Là fuori c'era solo la neve.
Si alzò in piedi, raggiunse la porta finestra. L'aprì, facendo entrare il freddo e rabbrividendo. Uscì, i fiocchi si posarono su di lui. La strada al di sotto era silenziosa. Percepì un movimento alla sua sinistra, e con la vista periferica scorse una sagoma.
Il cuore in gola, voltò la testa e trasalì. Adonais Malthus era lì, appoggiato al muro, i capelli cosparsi di neve.
«Ciao, Andrew.»

§

Sorrise, vedendo la sorpresa e la confusione sul volto dell'uomo.
«Dovresti rientrare, fa troppo freddo.»
Andrew sembrò riscuotersi, continuando però a guardarlo fisso.
«Sono reale» sussurrò Adonais. Si raddrizzò, avanzando di un passo. «Non sono un'allucinazione.» Allungò la mano e gli sfiorò la spalla destra. «Stai tremando.»
Si aspettava di essere cacciato da un momento all'altro, e sarebbe stato nel suo diritto. Il fatto che non fosse ancora successo non significava niente.
Andrew si scostò. I suoi occhi blu lo scrutavano.
«Che cosa fai qui?»
«Volevo vedere come stavi. Volevo...starti vicino.»
Una breve, aspra risata uscì dalla gola dell'uomo. «Davvero? Non l'hai mai fatto in tutto il tempo che sono stato all'ospedale.»
«Ti sbagli. Sono stato con te tutte le notti. Tu credevi fosse l'effetto dei farmaci.» Prese una pausa, prima di proseguire. «Ho cercato di restarti lontano, perché credevo di non meritarmi una persona come te, dopo tutto quello che ti avevo fatto.»
Andrew sospirò, chiudendo gli occhi.
«Devi rientrare, Andrew. Stai gelando.»
Gli occhi blu si aprirono. Non riusciva a leggergli i pensieri, come succedeva le prime volte. Si era di nuovo chiuso in se stesso, impedendogli di entrare. Andrew si girò e tornò in casa. Esitò, chiedendosi se potesse seguirlo. La porta non venne chiusa. Adonais entrò.

§

Era consapevole della forte presenza dietro di sé. AJ si arrischiò a guardarlo, ed era ancora lì.
Si sedette sul divano, senza smettere di fissarlo.
«Mi dispiace» mormorò il vampiro. Non si era mosso. Aveva chiuso la porta finestra, rimanendo distante. «Mi dispiace. Avrei dovuto ascoltarti, prima di arrivare a conclusioni affrettate. Ma una persona di cui mi fidavo mi ha tradito e quando Angel e Tate hanno fatto il tuo nome, sono stato travolto dalla rabbia. Riuscivo solo a pensare che stava succedendo di nuovo, e causato da te, la persona a cui tenevo di più.» Allargò le mani. «Sarebbe bastato leggere i tuoi pensieri, ma non l'ho fatto. Ho solo pensato che mi avessi mentito anche tu.»
AJ non parlò per un lungo momento. Lo aveva ascoltato, avvertendo in ogni parola un sincero rammarico. «Io non ti avrei mai tradito» mormorò alla fine.
«Lo so.» Adonais fece un passò avanti. «Mi hai salvato la vita, dopo che avevo tentato di ucciderti. Mi dispiace per tutto il dolore che ti ho causato, Andrew.»
«È finita, ora» commentò AJ. Non intendeva farlo suonare come un commiato definitivo, ma lo sembrò. Più che vederlo, lo sentì irrigidirsi. Gli occhi ambrati si incupirono, dandogli l'impressione che stesse cercando di controllarsi.
Malthus fece un passo indietro.
«Mi ero ripromesso di non farti del male, di non comportarmi come quel tuo ex. Invece ho fatto di peggio.» Si passò la mano fra i capelli, un gesto che non gli aveva mai visto fare. Sapeva di frustrazione, rimpianto, tristezza.
«Che cosa vuoi davvero, Adonais?» gli chiese.
Un sospiro. «Vorrei solo che tu potessi perdonarmi.»
Perdonarlo. AJ lo fissò a lungo, mille risposte nella testa. Nessuna era quella giusta, tranne una.
«Ti perdono» disse, la voce fredda.
L'espressione di Malthus cambiò. Sul volto sembrò calare una maschera, impedendogli di capire il suo stato d'animo. «Bene. Grazie, Andrew.»
Fece un brusco cenno col capo, voltandosi per andarsene. Non ci sarebbe stato nessun vincitore in quella storia. Solo perdenti. Era esattamente quello che avrebbe voluto la Calleja, distruggere Adonais e chi gli era vicino.
E lui? Lo amava, era certo di questo. Voleva davvero che se ne andasse?
Ancora un passo e sarebbe uscito dalla sua vita, per sempre.
«Adonais.»
Il vampiro aveva già la mano sulla maniglia. Girò la testa sulla spalla.
AJ si alzò in piedi. «Mi avevi chiesto di darti un'occasione, te lo ricordi?»
Adonais annuì. Lasciò andare la maniglia, voltandosi verso di lui.
«Me lo ricordo.»
«Potremmo farlo a vicenda.» Alzò una spalla, con finta noncuranza, l'emozione pronta a ballare dentro il suo torace. «Per vedere come va a finire.»
Malthus si avvicinò, lento. «Magari parlare un po' di più.»
«Non sarebbe una cattiva idea.» Sorrise appena, imitato dall'altro.
Gli occhi dorati brillarono, mentre le sue lunghe gambe divoravano la distanza che li separava. Si fermò a pochi centimetri, fissandolo con intensità.
«Ne sei sicuro, Andrew?» gli chiese. Il vampiro sembrava ansioso di conoscere la risposta.
Sapeva solo che Adonais gli era mancato come l'aria che respirava. Certo che era sicuro. Annuì.
Un brontolio sommesso, seguito da un ringhio che gli fece scorrere brividi lungo il corpo. Le dita di Malthus gli sfiorarono il viso, quasi intimidite. Timido, il suo vampiro? Impossibile.
Annullò la distanza, aderendo a lui dal petto ai fianchi. Il braccio in mezzo non facilitava il compito, ma poteva accontentarsi.
«Ti amo, Andrew» sussurrò Adonais, prima di posare la bocca sulla sua. «Mi sei mancato.»
Anche tu, pensò. Anche tu.


25 dicembre
Si girò nel letto, al buio. Il posto vicino al suo era vuoto, ma sul cuscino era ancora presente il profumo di Adonais. Inspirando a fondo, AJ lo tirò e lo abbracciò.
La notte passata era stata un'esplosione di passione e gioia. Adonais aveva voluto che fosse lui a prendere il comando. Non era mai successo. Lo aveva accontentato, regalando a entrambi un orgasmo senza paragoni. Poi il vampiro lo aveva morso, con delicatezza, nel punto d'incontro tra spalla e collo. Un lieve dolore, subito sostituito da scosse di squisito piacere.
Dormire tra le sue braccia, dopo l'amore, era stata la naturale conclusione.
AJ aprì un occhio: chissà che ora era. La sveglia sul comodino con le sue cifre rosse segnava le nove. Il mattino di Natale.
Si alzò dal letto, accendendo la lampada sul comodino. Prese dal cassetto della biancheria una maglietta e una paio di boxer e li indossò.
Un rumore proveniente dalla cucina gli fece drizzare le orecchie. Silenzioso, uscì dalla camera e si diresse  verso la zona giorno. Le tende erano tutte tirate, l'unica luce proveniva proprio dalla cucina. Un profumo di pancake lo accolse ancora prima di oltrepassare la soglia. Sbirciò, e vide Adonais, vestito solo di un paio di pantaloni della tuta, armeggiare con le pentole, impilando i pancake cotti su un piatto e cospargendoli di sciroppo. Il suo cuoco-vampiro sexy.
«Buongiorno Andrew.» Malthus si girò a guardarlo, un sorriso dolce sul bellissimo volto. «Buon Natale.»
Gli si avvicinò. «Buon Natale.» Gli diede un bacio sulla guancia, annusando il profumo di sapone, poi si spostò sulle labbra, ricambiato. Un braccio lo cinse e si lasciò attirare contro il petto di Adonais.
«Voi festeggiate il Natale?» gli chiese AJ, tenendolo stretto.
«No, ma mi fa piacere trascorrerlo con te.» Malthus lo lasciò e scostò una sedia. «Vieni, il caffè è pronto.»
Gli mise davanti un piatto con i pancake e una tazza colma di caffè nero.
«Hai preparato la colazione per me.»
Adonais gli si sedette accanto, servendosi. «Un piccolo regalo.» Mentre beveva il caffè, il vampiro si sporse verso di lui. «Trovo molto intrigante la tua cucina. Credo che saresti molto sexy disteso sul tavolo.»
La bevanda gli andò di traverso. Tossì, ma l'altro rideva, accarezzandogli la schiena. Un pacchettino scivolò verso di lui.
«Cosa...»
«Aprilo» sussurrò il vampiro, facendosi più vicino e baciandolo sul collo.
AJ sciolse il fiocco e sollevò il coperchio. L'anello con sigillo brillava sul suo letto di raso nero. Spalancò gli occhi, cercando quelli di Adonais.
«Un anello.»
Malthus annuì. «Stanotte ti ho marchiato, ti ho reso mio. Tu mi hai donato il tuo amore. Volevo suggellare la nostra relazione con un simbolo, sempre se sei d'accordo.»
AJ fissava l'anello. L'oro brillava sotto la luce. Allungò la mano e lo trasse fuori.
Le dita gli tremavano, e Adonais lo prese con gentilezza, infilandolo al suo anulare sinistro. Era perfetto.
Alzò lo sguardo sul vampiro. «E tu sei mio?»
«Lo sono stato da quando ti ho visto la prima volta, e tu eri così indifferente che ho desiderato sbatterti contro un muro e baciarti.»
AJ sorrise. A proposito... Si sporse e lo baciò, lasciandosi avvolgere dalle sue braccia, con una certa attenzione alla spalla ferita.
«Ti amo, Adonais.»
«Anch'io ti amo.» Malthus lasciò una scia di baci sul suo volto e sul collo. «Ti ho detto che appena sveglio e in questa... tenuta, sei molto sexy?»
«Vuoi dire mezzo nudo?» ribatté lui, ridacchiando. «Senti chi parla.»
Adonais sparecchiò alla velocità della luce, poi lo fece alzare, baciandolo.
«Che ne diresti di testare la robustezza di questo tavolo?»
Per tutta risposta, AJ lo abbracciò.


Epilogo. 31 dicembre
Il locale era pieno. AJ sostava accanto al bancone circolare, mentre Oscar il barman preparava cocktail con una rapidità che avrebbe fatto impallidire una catena di montaggio.
«Spero che tu beva almeno mezza coppa di champagne» gli disse Oscar. «Il signor Malthus ha fatto arrivare quattro casse direttamente dai suoi vigneti in Francia.»
«Addirittura.» AJ si appoggiò con il fianco al bancone. «Non bevo, Oscar, lo sai.»
«Neanche per festeggiare la mezzanotte?»
Lui alzò gli occhi al cielo. «Te lo dirò quando sarà il momento.»
Angel e Seth lo raggiunsero e li salutò pugno contro pugno, congratulandosi per il fidanzamento.
«Sono così felice!» esclamò Angel, mostrandogli la mano sinistra dove brillava una fede sottile. «Non ero sicuro fosse una buona idea, ma questo vecchio lupo non voleva saperne di lasciar perdere.» Lanciò un'occhiata al compagno. «Ho dovuto capitolare.»
«Non mi sembra che tu abbia dovuto pensarci tanto» lo rimbeccò Seth. Lo sguardo amorevole nei suoi occhi smentiva il tono burbero.
«Ma sì, invece. Ci ho pensato per cinque minuti» replicò Angel. Stava già ridendo.
AJ sorrise. Era più probabile fossero cinque secondi. Quei due si amavano alla follia.
«Sei andato a controllo, ieri?» gli chiese Mallory, cambiando argomento.
Annuì. «Il chirurgo non si capacita della mia eccezionale ripresa.»
«Una fibra notevole» commentò Angel.
«Io un'idea ce l'avrei» si intromise Seth. Lo guardò perplesso, ma l'arrivo del compagno gli impedì di chiedere spiegazioni.
Adonais salutò gli amici e gli passò un braccio intorno alla vita. Non mostrava alcun imbarazzo nel manifestare il suo attaccamento. AJ si appoggiò a lui.
«Bella festa.» Malthus fece un cenno a Oscar.
«Grazie, Adonais.» Angel sorrideva. «Non pensavamo di riuscire a organizzare tutto in così breve tempo. Regalarci questa location è stato davvero stupendo. Ci saremmo accontentati anche di una cena con i nostri amici più vicini.»
Cioè loro, pensò AJ.
«Possiamo brindare a voi e al nuovo anno» ribatté Malthus, bevendo un sorso dal bicchiere. La stretta intorno alla sua vita aumentò. AJ sentì il calore e l'eccitazione del vampiro. Lo stava già contagiando.
«Beh, in questo caso...» Seth alzò il bicchiere. «Grazie. A noi e al nuovo anno.»
«Ecco Roland» ammiccò Adonais.
Si girarono a guardare il direttore del Club, che si stava avvicinando con una bellissima bionda a braccetto.
«La sua compagna, Adenore» aggiunse il vampiro.
«È davvero bella» sussurrò AJ.
«Sono insieme da decenni, innamorati come la prima volta.» Gli occhi dorati brillavano. «Mi piacerebbe che per noi fosse lo stesso» aggiunse Adonais.
Gli sorrise. «Lo faremo durare.»
Roland e la sua compagna li raggiunsero e seguirono le presentazioni. Quando fu il suo turno, AJ si stupì che la donna – la vampira – lasciasse il braccio del marito per abbracciarlo.
«Roland mi ha parlato tanto di te, e di quello che hai fatto» gli disse Adenore. «Sono davvero felice di conoscerti e che, grazie a te, il nostro Adonais sorrida.»
«Mia cara Adenore...» iniziò il chiamato in causa.
Lei lo lasciò andare, e AJ si rese subito conto del cambiamento, tanto in Roland quanto in Malthus. Possessivi, eh?
«Mio caro Adonais» replicò la vampira, «non c'è niente come l'amore, ricordalo.»
«Basta con la filosofia, tesoro» la richiamò Roland. «Stanno suonando la nostra canzone, vieni.» Il direttore salutò e trascinò via la compagna.
«Donna interessante» riconobbe AJ, sorridendo.
«Vampira,» lo corresse l'altro.
«È lo stesso.» Gli gettò un'occhiata. «Roland ha buon gusto.»
Una risata accolse le sue parole. Seth e Angel si allontanarono e loro rimasero soli.
Adonais gli sfiorò il collo con le labbra. «Che ne diresti di sparire per qualche tempo? C'è un certo ufficio ancora deserto.»
«Non manca molto alla mezzanotte» obiettò AJ, ma già pensava ai baci e agli abbracci del compagno.
«Cosa posso fare per convincerti?» lo stuzzicò Malthus.
«Mi hai già convinto.»

§

Adonais percepiva il turbamento avvolgere il suo uomo. Una preoccupazione. Tuttavia, non aveva cercato nei suoi pensieri, il suo soldato era piuttosto diretto.
Nel corridoio degli uffici, lo fece addossare al muro e lo baciò fino allo sfinimento.
«Mi sei mancato, Andrew» sussurrò.
«Anche tu.» L'uomo lo abbracciò stretto, aderendo a lui.
«Che cosa c'è? Ti sento inquieto, come se volessi chiedermi qualcosa.» Nella luce fievole del passaggio vedeva gli occhi blu brillare, le labbra gonfie per i baci.
«Un dubbio» mormorò il suo compagno. «Mi domandavo se la mia veloce guarigione possa essere dipesa dal tuo sangue.»
Adonais si staccò da lui e lo prese per mano. «Vieni, entriamo.»
Poco dopo, al riparo da sguardi e orecchie, riprese fra le braccia l'uomo e posò la fronte contro la sua.
«Se fosse così, ti disturberebbe?»
«No, Adonais. Ero solo curioso di saperlo.»
«A dire la verità, non lo so. Non ho mai dato il mio sangue ad altri. Tu sei il primo. Essendo umano, non so quali effetti possa avere su di te.»
«Ieri il dottore sembrava sorpreso di questa ripresa rapida.»
«Allora, forse, il mio sangue c'entra» sorrise Adonais. «Ma non è tutto qui, vero?»
«No.» Andrew lo fissò con i suoi bellissimi occhi blu. «Tu ha dei secoli sulle spalle, Adonais. Se sono fortunato, potrò vivere con te una cinquantina d'anni, poi ti lascerò solo.»
Lo allontanò per guardarlo. «Perché questi discorsi così seri, Andrew?»
«Ho pensato parecchio in questi giorni. L'ultima cosa che voglio è abbandonarti.»
«Non lo farai, tesoro.» Gli prese il volto fra le mani. «Vivremo ogni giorno nel miglior modo possibile. Inoltre, se davvero il mio sangue ti ha aiutato a guarire, allora potrebbe anche rallentare l'invecchiamento delle tue cellule.»
«Parli come un biologo» rise Andrew. Sembrava più sollevato.
«Un biologo molecolare, per l'esattezza» replicò lui. «Ho conseguito la laurea nel 1979.» Omise di dire che l'aveva ripetuta pochi anni prima. Il mondo cambiava alla svelta.
«Pensa, prima che io nascessi.» L'uomo lo stava prendendo in giro, e si lasciò trasportare dal divertimento.
«Davvero tanto tempo fa.» Si sporse per baciare quelle labbra sorridenti. «Sei bellissimo quando sorridi, Andrew.»
Le braccia di lui gli cinsero la vita. «Con annessi e connessi?»
«Tutto quanto.» Sentì le grida attraversare i muri. «Buon Anno, amore mio.» Lo baciò a lungo, prima di staccarsi. «Scrivania o divano?»
«Dove vuoi. Basta che tu sia con me» fu la risposta di Andrew.
 Il suo soldato. Il suo compagno.
Adonais sorrise. Era davvero fortunato.

FINE

CHI E' L'AUTRICE...


Nata in Svizzera nel 1971, Sarah Bernardinello vive in Veneto, in provincia di Rovigo, a pochi chilometri dal mare. Laureata in Infermieristica nel 2003, lavora come infermiera presso il reparto di Oncoematologia dell'Ospedale di Rovigo.
Lettrice vorace fin da piccola, con un'immaginazione fervida, ha cominciato a scrivere da ragazzina. Vince il Premio Romance 2013 dei Romanzi Mondadori con il racconto storico La signora del mare, e pubblica diverse opere in antologie. Il suo racconto Chicago Summer presentato alla rassegna Summer Loving 2015 è risultato il preferito dalle redattrici di questo blog. A giugno 2015 è uscito il suo primo romanzo, Soltanto tu, edito da Delos Digital. 

PUOI TROVARE IL SUO LIBRO QUI


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TI E' PIACIUTO CON CHICAGO WINTER-DAMMI UN'OCCASIONE? PARTECIPA A CHRISTMAS IN LOVE 2015 LASCIANDO I TUOI COMMENTI FIRMATI AI RACCONTI CHE VERRANNO PUBBLICATI SUL BLOG NEI PROSSIMI GIORNI . A FINE RASSEGNA, ELEGGEREMO IL  RACCONTO NATALIZIO PREFERITO DALLE LETTRICI ED ESTRARREMO PREMI A SORPRESA FRA CHI AVRA' COMMENTATO.



43 commenti:

  1. Una bellissima riconferma. Mi era davvero dispiaciuto che mr malthus fosse rimasto solo...e sono più che lieta di aver letto un epilogo rosa anche per lui! Raramente mi intriga una storia m/m, ma questa serie è davvero bella...sarà per la presenza del paranormal?? Grazie mille Sarah!

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    1. Grazie a te, Alessandra. Sempre carinissima.

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  2. Mi stupisco di me stessa e tutto merito della Bernardinello. Leggere un racconto paranormal ed m/m contemporaneamente è stata per me una bella esperienza. Dopo aver iniziato a scorrere le prime righe, stavo abbandonando la lettura perchè mi son detta che è un genere che non mi piace... ma poi ho voluto continuare e ne sono contenta. Una bella storia che mi ha tenuta attaccata al PC fino alla fine. Complimenti a Sarah!!!!

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    1. Sono lieta di averti stupito, cara Iaia. E grazie per avermi letta.

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  3. Complimenti, consorella Sarah! Finalmente anche Adonais ha avuto il suo happy end... Che la Dea lo benedica

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    1. Grazie, cara Strega. La Dea ha benedetto di sicuro Adonais, dalle sue parti si venera la Grande Madre, e gli ha dato una bella occhiata :-)
      Un abbraccio.

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  4. Mi è piaciuto molto! Una bella riconferma

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  5. Un racconto lunghissimo, evvai!!!
    Ah, Adonais!!!
    Mi togliete un dubbio? Ma il nome Adonais si pronuncia così come si legge?

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  6. Grazie, Nimue! Per il nome Adonais, bisognerebbe chiederlo a Shelley.

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  7. Fernanda Romani21/12/15, 23:56

    L'ho letto due volte! Impossibile accontentarsi di una sola, anzi penso che lo leggerò anche una terza volta. Bellissimo!

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  8. Farmi amare un MM e in più paranormal? Vuol dire che è scritto proprio bene!
    Michi

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    1. Allora grazie di cuore, Michi.

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  9. Questo racconto, innanzi tutto, è scritto molto bene, con una buona proprietà di linguaggio, i verbi alloro posto, i termini usati a proposito e non per assonanza ... in poche parole: corretto.
    La caratterizzazione dei personaggi è davvero eccellente: io non sopporto i racconti che iniziano con "... era bello, biondo e con gli occhi dorati" o di qualunque altro colore, quindi scoprire le sembianze man mano che si scopre il carattere del personaggio e la sua storia personale per me è davvero stimolante.
    Ho trovato la trama molto avvincente e mi ha tenuta con il fiato sospeso più di una volta, regalando comunque momenti di eccitazione, di emozione, di timore, di preoccupazione per i personaggi che sono diventati presto "persone" nel mio immaginario.
    Ho sofferto insieme a AJ, mi sono arrabbiata profondamente con Adonais, ho disperato alcuni minuti tra me e me nell'affanno di non trovare un lieto fine, ma poi magicamente tutto è tornato al proprio posto, forse addirittura meglio di prima.
    Quindi ringrazio l'autrice per aver reso disponibile questo bell'esempio di letteratura M/M, la persona, Laura, che lo ha pubblicizzato su Facebook nel gruppo cui appartengo, a voi per averlo pubblicato.
    Grazie
    Milly

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    1. Grazie, Milly, a te per averlo apprezzato.

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    2. hai ringraziato pure me? prego io sono solo l'umile Spammer di questi pregevoli lavori

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  10. Davvero bello! Sono contenta che anche l'affascinante e malinconico Adonais abbia avuto la sua occasione per trovare l'amore <3

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    1. Grazie, Emy. Adonais approva ;-)

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  11. Complimenti!!! Scorrevole, delicato al punto giusto, sexy... Mi è piaciuto moltissimo!
    Grazie per averlo condiviso.
    Ah, buon Natale!!!

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    1. Grazie, Maya! Buon Natale anche a te.

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  12. Il primo racconto, "Chicago Summer", mi era piaciuto molto e aveva stuzzicato la mia curiosità per Malthus Adonais. Ora questo lungo brano si è rivelato ancora più intrigante senza dubbio per il fascino dei due protagonisti. Ho semplicemente adorato Andrew.
    Complimenti all'autrice.

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    1. Grazie per l'apprezzamento. AJ si fa volere bene, quando lo si conosce un po' ;-)

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  13. Credo che questo sia uno dei più bei racconti che io abbia letto.Sei riuscita a scrivere una storia m/m di una dolcezza incredibili. Spero di poter ancora leggere qualcosa su questi personaggi perchè mi sono piaciuti veramente tanto.

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  14. Molto molto dolce. Una storia interessante con un finale carinissimo

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  15. è bello leggere le continuazioni di storie precedenti. non amo gli M/M o F/F ma questa è un mix anche di paranormal e la lettura è stata molto piacevole... è quasi un romanzo da quanto è lungo e io amo le storie lunghe ....

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  16. Ho aspettato che passasse il delirio natalizio per leggermelo con calma. E' lungo, ben strutturato, e con personaggi davvero approfonditi e affascinanti. Complimenti Sarah!
    Ornella Albanese

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    1. Grazie, Ornella, sono felice e onorata! Grazie di cuore.
      Sarah

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  17. Non amo gli M/M ma sono davvero contenta che questo personaggio abbi avuto il proprio lieto fine. Mi aveva fatto tenerezza del racconto estivo! :D
    Brava Sarah!

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  18. Grazie, Eiry! AJ e Adonais concordano in pieno :-)

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  19. Mi è piaciuto tantissimo e detto da me che non seguo i paranormal o gli M/M è un vero complimento Sarah credimi,il tuo racconto estivo seguito da questo sono i soli che ho letto di questo genere.Mi farai sicuramente "allargare" i miei gusti. Grazie Sarah per la piacevole lettura

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    1. Grazie a te, Antonella, sono contenta che ti sia piaciuto.

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  20. Mi piacerebbe continuare a leggere di loro in un romanzo :) grazie hai creato un mondo



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    1. Grazie a te, Vega :-)

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  21. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  22. Congratulazioni all'autrice che riconferma il suo talento!
    Il racconto mi è piaciuto davvero tanto!
    Sono una fan di Sarah!

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    Risposte
    1. Grazie, Lorangela! :-*

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  23. Oddio, pure l'M/M! E così ho sdoganato pure questa! Come primo approccio avrei gradito qualcosa di più romance e meno erotico, ma è un problema mio. In realtà era tutto molto intrigante ^_^

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  24. "Bellissimo, stupendo, meraviglioso" sono aggettivi troppo banali per descrivere questo racconto *-*
    Amo il genere m/m e in questo racconto c'è tutto *-* purtroppo ho letto questo per primo invece che quello di Angel e non ho il coraggio di farlo ora :/ però leggerei di sicuro un altro racconto di questo genere *-*
    Esistono?

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  25. Cara Nikita, grazie per le tue parole gentili e l'entusiasmo. Puoi leggere benissimo Chicago Summer a prescindere da questo, è la storia di due diversi protagonisti e Adonais compare per poi diventare protagonista nel secondo. C'è la possibilità che diventi una trilogia, anche se non rispetta le quattro stagioni canoniche , visto che Chicago Winter raggruppa in realtà sia l'autunno che l'inverno.
    Spero di accontentarti presto.
    Un abbraccio
    Sarah

    RispondiElimina

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