ESCLUSIVA : GHIACCIO NERO di Anne Stuart (Leggereditore) - I PRIMI DUE CAPITOLI



ebook 15 dicembre  €4.99 - libreria 8 gennaio €12

1
Potevano inneggiare quanto volevano alla primavera a Parigi,
si disse Chloe Underwood mentre andava in ufficio a passo
svelto, ma non c’era nulla che reggesse il confronto con l’inverno
nella Ville Lumière.
All’inizio di dicembre le foglie erano scomparse, l’aria era
fresca e frizzante, i turisti si erano allontanati quanto bastava
per rendere la vita accettabile. In agosto lei si chiedeva sempre
perché mai avesse deciso di levare le tende per trasferirsi a cinquemila
chilometri da casa sua. Ma quando giungeva l’inverno
lo ricordava benissimo.
Bella cosa se in agosto avesse potuto abbandonare la città ai
turisti come tutti i francesi, ma lei doveva ancora trovare un impiego
che le permettesse lussi come vacanze, assistenza sanitaria
o uno stipendio decente. Era stata già una fortuna aver trovato
un lavoro, dato che per il momento disponeva solo di un visto
turistico.
In generale era molto contenta di vivere lì, anche se divideva
un minuscolo appartamento con un’altra coinquilina straniera
che non dimostrava un gran senso di responsabilità.
Sylvia infatti si ricordava a fatica di pagare la sua parte di af-
fitto, non aveva mai spazzato un pavimento in vita sua e considerava
ogni mobile e superficie un ottimo punto di sosta a tempo
indeterminato per i suoi capi di vestiario.
Per contro portava la medesima taglia di Chloe ed era disponibilissima
a condividere con lei il suo strabiliante guardaroba.
Era inoltre risoluta a sposare un ricco francese e, con questo
obiettivo in mente, passava parecchie notti fuori lasciandole un
po’ più di spazio in quel buco di alloggio.
Era stata appunto Sylvia a trovarle il suo attuale lavoro: traduzioni
di libri per bambini. Sylvia lavorava alle Frères Laurent
da due anni ed era andata a letto con tutti e tre i frères garantendosi
la stabilità dell’impiego e uno stipendio decente come
tradutt rice di romanzi gialli e di spionaggio per la piccola casa
editrice. I libri per bambini non rendevano molto e di conseguenza...
Chloe era pagata meno ma se non altro non doveva chiedere
denaro ai suoi o toccare il fondo fiduciario che i nonni le avevano
lasciato. Non che i genitori gliel’avrebbero permesso: quel
denaro era destinato ai suoi studi e svolgere un lavoro modesto
a Parigi non poteva essere considerato un’alta specializzazione.
Se non ci fossero state certe pastoie burocratiche avrebbe potuto
trovare un’occupazione più interessante. Conosceva
perfettamente il francese e discretamente l’italiano, lo spagnolo e
il tedesco, aveva un’infarinatura di svedese e russo e persino
qualche nozione di arabo e giapponese.
Adorava le parole quasi quanto la cucina, ma pareva che desse
il suo meglio lontano dai fornelli. Così almeno le avevano detto
quando, a metà del programma, era stata congedata dalla famosa
scuola Cordon Bleu. Troppa fantasia per una principiante
e inadeguato rispetto della tradizione, avevano dichiarato.
Chloe non aveva mai mostrato molto rispetto per la tradizione,
compresa quella di famiglia, circoscritta alla medicina: i genitori
erano internisti, i due fratelli maggiori chirurghi, la sorella
maggiore anestesista.
Si era lasciata alle spalle, nel North Carolina, tutti e cinque gli
Underwood che ancora non si capacitavano che Chloe non morisse
dalla voglia fare il medico, e questo senza considerare che
l’ultimogenita assolutamente non tollerava la vista del sangue.
 * * *
No, Chloe non avrebbe intaccato quella somma fino a che
non si fosse iscritta a Medicina.
Lei! Mai si sarebbe iscritta a quella dannata facoltà. Neanche
morta.
Nel frattempo elaborava meraviglie con vari tipi di pasta e
verdure fresche, e con lunghe camminate impediva ai carboidrati
di avere la meglio, anche se questi mostravano una certa
preferenza per il suo fondoschiena.
A ventitré anni non aveva la linea da gazzella di un’adolescente,
si capisce; né avrebbe mai conquistato l’allure di una
francese. Poteva indossare gli abiti di Sylvia ma non avrebbe
mai avuto la classe dell’amica inglese: quell’atteggiamento tra
l’arrogante e il divertito a cui tanto ambiva. Tanto valeva quindi
avere un posteriore... a tutto tondo.
La casa editrice Frères Laurent aveva sede al terzo piano di
una costruzione piuttosto vecchia vicino a Montmartre. Chloe,
come sempre, fu la prima ad arrivare e si preparò con piacere il
caffè all’europea di cui aveva scoperto le delizie.
Di notte il riscaldamento non veniva lasciato in funzione e lei
aveva imparato che era opportuno tenersi un maglione di scorta
nel piccolo ufficio che le era stato assegnato. Non aveva molta
voglia di mettersi al lavoro: era una splendida giornata di cielo
terso e le vicende di Flora, l’intrepido furetto, non l’ispiravano
affatto. Troppo poche avventure erotiche e situazioni avventurose.
Solo lezioni morali impartite in tono cattedratico da uno
smilzo roditore in tutù rosa. Avrebbe voluto che una volta tanto
Flora si strappasse via quel tutù per saltare addosso alla donnola
malandrina che le faceva l’occhietto. Ma Flora non sarebbe
mai scesa così in basso.
Prese un sorso di caffè: forte come la fede, dolce come l’amore,
nero come il peccato. Per diventare un’autentica parigina avrebbe
dovuto cominciare a fumare, ma neanche per fare dispetto ai
suoi poteva giungere a una simile decisione.
Gli altri non sarebbero arrivati prima di un’ora e quindi nessuno
si sarebbe risentito se lei si fosse concessa qualche minuto
d’ozio prima di dedicarsi a quella barba di Flora. Comprensibile,
in fondo, che quel personaggio di fantasia l’annoiasse tanto:
era la sua vita che aveva bisogno di un po’ più di erotismo e di
avventura.
Fai attenzione a quel che desideri perché potresti ottenerlo,
le mormorò una vocina interiore. Ma Chloe la mise tacere. Da
dieci mesi il sesso brillava per la sua assenza e quell’ultima relazione
era stata così piatta da toglierle la voglia di fare altri
tentativi. Non che Claude fosse un cattivo amante. Era molto
convinto delle sue capacità e si aspettava che l’ingenua americana
ne restasse debitamente soggiogata.
Il che non era avvenuto.
L’avventura per altro, quella pericolosa, non faceva per lei: di
solito era accompagnata da spargimenti di sangue la cui vista
le causava conati di vomito. Non che si fosse trovata spesso di
fronte a fatti cruenti: i suoi l’avevano tenuta al riparo dalle brutture
del mondo e, personalmente, nutriva un sano rispetto per
la propria incolumità. Non andava a zonzo di notte nei quartieri
malfamati, chiudeva solidamente porte e finestre, guardava
a destra e sinistra prima di sfidare il terrificante traffico di
Parigi.
No, poteva tranquillamente prevedere un altro pacifico inverno
in quei gelidi uffici, a tradurre Flora l’indomito furetto e
Bruce il mandarino anche se non capiva bene come un agrume
potesse avere una sua esistenza personalissima. Forse si stava
inconsciamente attardando su Flora sapendo che poi le sarebbe
toccato Bruce.
Prima o poi avrebbe incontrato un altro uomo. Magari Sylvia
avrebbe trovato il filone d’oro e avrebbe abbandonato il loro
appartamentino, e lei avrebbe avuto al fianco un francese gentile,
mite, con occhiali da intellettuale e interessato alla cucina
creativa.
Ma adesso c’era l’indomito furetto ad aspettarla.
Sentì Sylvia molto prima di vederla. Inconfondibile il suo
passo su per le scale accompagnato da imprecazioni tra i denti.
Unico interrogativo: come mai Sylvia compariva in ufficio circa
tre ore prima del solito?
La porta si spalancò e l’amica comparve, ansante ma senza un
capello fuori posto e impeccabilmente truccata.
«Ah, ci sei!»
«Sì, ci sono» confermò Chloe. «Gradisci un caffè?»
«Non ne abbiamo il tempo, accidenti! Chloe, ho assoluto bisogno
del tuo aiuto. Questione di vita o di morte.»
Chloe sbatté le palpebre. Per fortuna era abituata ai drammi
di Sylvia.
«Che c’è, stavolta?»
Sylvia le lanciò un’occhiata sdegnata. «Dico sul serio! Se non
mi dai una mano... non so proprio come venirne fuori.»
Si era trascinata dietro una valigia enorme. Comprensibile
che fosse affannata.
«Dove devi andare e cosa devo fare per coprirti?» domandò
Chloe, rassegnata.
A occhio e croce il contenuto della valigia sarebbe stato suffi -
ciente a una persona normale per una trasferta di due settimane.
Nel caso di Sylvia le avrebbe permesso le sue abituali eleganze
per tre o quattro giorni.
Tre o quattro giorni con l’appartamentino tutto per sé, iniziò a
macchinare Chloe. Senza dovere raccattare roba sparsa tutt ’intorno,
e finestre spalancate senza sentire lamentele per il freddo.
Sì, prontissima a collaborare.
«Sei tu quella che dovrebbe partire.»
Chloe di nuovo sbatté le palpebre. «E la valigia?»
«È per te. I tuoi vestiti sono un disastro, lo sai bene... ci ho stivato
tutto quello che mi pareva più adatto. Salvo la mia pelliccia...
non puoi pretendere che ci rinunci.»
«Non devi rinunciare proprio a niente. E io non posso andare
da nessuna parte. Come la prenderebbero i capi?»
«A loro penso io. Troverò una scusa valida» rispose Sylvia
dandole una squadrata. «Una volta tanto sei vestita in modo
decente, anche se eliminerei quella sciarpa. Per il momento puoi
cavartela.»
Chloe cominciò ad allarmarsi. «Cavarmela in che cosa? Respira
a fondo, spiegami bene di che cosa hai bisogno e vedrò se
posso darti una mano.»
«Non puoi rifiutarti. Te l’ho detto, è una...»
«Questione di vita o di morte, sì, ho sentito. Cosa dovrei fare?»
L’agitazione di Sylvia si placò, in parte. «Niente di faticoso.
Trascorrere qualche giorno in una splendida tenuta in campagna,
fare da interprete per un gruppo di uomini d’aff ari, guadagnarci
un mucchio di quattrini ed essere servita da un esercito
di domestici. Cucina eccezionale, dintorni meravigliosi e l’unica
noia sarà avere a che fare con dei barbosi tizi che si occupano
di import-export. Per cena ti metti in ghingheri e flirti con chi ti
pare. Dovresti essermi grata per questa splendida occasione.»
Tipico di Sylvia cambiare le carte in tavola.
«E perché mi offri questa splendida occasione?»
«Ho promesso a Henry di trascorrere il week-end con lui al
Raphael.»
«Henry?»
«Henry Blythe Merriman. Uno degli eredi dell’Estratt o Merriman’s.
È ricco, bello, affascinante, bravo a letto e mi adora.»
«Età?»
«Sessantasett e» rispose Sylvia con perfetta disinvoltura.
«Sposato?»
«Certo che no! Ho i miei princìpi morali.»
«Basta che siano ricchi, scapoli e che respirino» commentò
Chloe. «E quando dovrei partire?»
«C’è un’auto che sta venendo a prenderti. Per la verità l’autista
pensa di accompagnare me, ma ho telefonato spiegando la
situazione e dicendo che tu mi avresti sostituita. Si tratta solo di
tradurre dal francese in inglese e viceversa. Per te è uno scherzo.»
«Ma, Sylvia...»
«Ti prego, Chloe! Ti supplico! Se gli do buca non mi vorranno 13
mai più come interprete, e con Henry la faccenda non è ancora
andata in porto. Questi piccoli lavori dei week-end mi servono
per rimpolpare le entrate. Lo sai quanto pagano male, qui.»
«Circa il doppio di quello che danno a me.»
«E quindi hai ancor più bisogno di questi soldi» replicò Sylvia,
imperturbabile. «Dài, Chloe, accetta! Sii avventata e temeraria,
una volta tanto! Qualche giorno in campagna è proprio
quel che ti ci vuole.»
«Avventata e temeraria con un branco di uomini d’aff ari? Mi
sembra improbabile.»
«Pensa ai manicaretti.»
«Carogna.»
«E probabilmente ci sarà anche una palestra. Quasi tutte le
vecchie ville trasformate in centri per riunioni ce l’hanno. Non
devi preoccuparti per i tuoi fianchi.»
«Doppia carogna» sibilò Chloe rammaricandosi di aver accennato
alle sue preoccupazioni in proposito.
«Avanti, Chloe» insistette l’amica in tono suadente. «L’idea
ti piace. Sarà molto gradevole e di certo non noioso come credi,
e magari al ritorno potremo festeggiare il mio fidanzamento.»
Chloe ne dubitava.
«E va bene» si rassegnò. «Hai detto che l’auto sarà qui tra
poco?»
Sylvia lanciò un urlo di trionfo. Non che avesse seriamente
considerato la possibilità di non spuntarla. «A dire il vero, ormai
dovrebbe essere già qui davanti. Ti presenti al signor Hakim e
lui ti dirà cosa devi fare.»
«Hakim? Il mio arabo fa schifo.»
«No, te l’ho detto, si tratta solo di francese e inglese. Questi
esportatori sono inevitabilmente di nazionalità diversa ma tutti
parlano l’inglese o il francese. Proprio niente di difficile.»
«Ho il tempo di...?»
«No, sono le otto e trentadue, la macchina doveva arrivare al le
otto e mezza e queste persone tendono a essere molto puntuali.
Mettiti un filo di trucco e scendiamo.»
«Sono già truccata.»
Sylvia tirò un sospiro esasperato. «Non abbastanza. Vieni
con me che ti sistemo.» La prese per mano trascinandola verso
il bagno.
«Non ho nessun bisogno di essere sistemata» protestò Chloe
liberandosi dalla stretta.
«Ti danno settecento euro al giorno e devi solo parlare.»
Chloe rimise la mano in quella di Sylvia. «Sistemami» si arrese,
e seguì l’amica nella minuscola stanza da bagno in fondo
al corridoio.
Bastien Toussaint, conosciuto anche come Sebastian Toussaint,
Jean-Marc Marceau, Jeffrey Pillbeam, Carlos Santeria,
Vladimir il Macellaio, Wilhelm Minor e con un’altra mezza
dozzina di nomi e identità, accese una sigaretta aspirando con
moderato piacere.
Negli ultimi tre incarichi era stato un non fumatore e vi si
era adattato con la sua solita tranquilla duttilità. Non si lasciava
condizionare da debolezze: era relativamente immune da
dipendenze, dolore, tortura o tenerezza. Poteva, a volte, essere
generoso se la situazione lo concedeva. In caso contrario faceva
giustizia senza batter ciglio. Agiva come il dovere imponeva.
Ma, che ne sentisse o no il bisogno, sapeva apprezzare una sigaretta
così come apprezzava i vini raffinati e i whisky che avrebbero
dovuto fargli abbassare la guardia e fargli dire troppo. E
lui si adeguava alle aspettative rivelando quel tanto che bastava
per soddisfare gli interlocutori e procedere nel proprio gioco.
Lo stesso faceva con la vodka, anche se preferiva lo scotch, e
la gradiva così come le sigarette: moderatamente. Le avrebbe
abbandonate alla conclusione di quell’incarico.
Questa missione stava richiedendo più tempo del solito. Per
due anni avevano lavorato alla sua copertura e quando era entrato
nel suo ruolo, undici mesi prima, era perfettamente preparato.
Era un tipo paziente e sapeva quanto ci vuole per avviare
le cose, ma la resa dei conti era vicina e il pensiero gli dava una
fredda soddisfazione anche se avrebbe sentito la mancanza di
Bastien Toussaint.
Ormai ci si era abituato: il fascino gallico, l’acuta sagacia, l’occhio
per le donne. Nelle vesti di Bastien aveva fatto più sesso di
quanto gli fosse capitato negli ultimi anni. Il sesso era un’altra
debolezza che poteva controllare, un altro piacere da assaporare
se se ne presentava l’occasione. In teoria aveva una moglie
a Marsiglia, ma questo dettaglio significava poco. La maggior
parte degli uomini che incontrava aveva in patria moglie e figli:
piccole famiglie nucleari che felicemente si godevano gli introiti
delle loro attività.
Importazione. Di frutta dal Medio Oriente. Di carne bovina
dall’Australia. Di armi per chiunque fosse disposto a pagare di
più.
Quantomeno stavolta non si trattava di droga. Non si era mai
sentito del tutto tranquillo con il contrabbando di eroina. Uno
sciocco sentimentalismo; gli individui decidevano consapevolmente
di far uso di droga, ma certo non di venire uccisi dalle
armi in cui lui trafficava. Doveva essere un residuo della sua
vita di un tempo, ormai così lontana che faticava a ricordarla.
Era una fredda, limpida giornata invernale. Nell’aria si coglieva
un vago profumo di mele e dal giardino veniva il rumore
smorzato dei rastrelli dei giardinieri che radunavano le foglie.
Quasi tutto il personale portava armi nascoste. Semiautomatiche,
magari degli Uzi. Forse quelli forniti da lui.
Sarebbe stato divertente se una di quelle armi l’avesse ucciso.
Lasciò cadere a terra la sigaretta e la schiacciò sotto la suola.
Qualcuno sarebbe intervenuto a far sparire il mozzicone con la
stessa calma con cui avrebbe fatto sparire lui, se questo fosse
stato l’ordine. E la cosa strana era che ciò gli interessava poco.
La porta dietro di lui si aprì e Gilles Hakim uscì nel sole.
«Bastien, hanno servito il caffè. Vuoi raggiungerci? Stiamo
aspettando l’interprete.»
Bastien volse le spalle alla bella giornata dicembrina e seguì
Hakim all’interno.

2
Chloe ebbe fin troppo tempo per riflettere su quanto era stata
avventata. L’autista in uniforme aveva chiuso il divisorio di vetro
tra loro, era troppo presto per bere qualcosa che l’aiutasse a
distendere i nervi e Sylvia aveva avuto una tale fretta di spedirla
via da farle dimenticare di portare con sé un libro. Così aveva
solo i propri pensieri a tenerle compagnia in quel viaggio che
pareva non finire più.
Accennò al gesto di spingere indietro i lunghi capelli castani
prima di ricordare il miracolo che Sylvia aveva operato in tre minuti
col solo aiuto di qualche cosmetico e una spazzola. Le mancava
un libro ma disponeva del portacipria di Sylvia nella borsa
Hermès della medesima, e desiderava dare una buona occhiata
al volto nuovo che la scrutava a sua volta con gli stessi suoi calmi
occhi castani che adesso però, sottolineati e ombreggiati, spiccavano
enormi nel volto chiaro. I lunghi capelli lisci non ricadevano
più mollemente: con poche mosse Sylvia li aveva cotonati
e gonfi ati trasformandoli da cortina floscia in massa vaporosa
elegantemente arruffata. Le labbra erano piene, rosse e lucenti.
La grande sciarpa avuta in prestito le stava morbidamente drappeggiata
sulle spalle.
La domanda era: per quanto sarebbe riuscita a conservare
quell’illusione? Sylvia poteva diventare un’altra in pochi mi-
nuti, e gliene erano bastati meno di cinque per trasformarla da
scialbo anatroccolo in cigno. In più occasioni Chloe aveva tentato
di arrivare ai medesimi risultati ma inutilmente. «Bastano
quei pochi tocchi giusti» diceva Sylvia. Ma i suoi tocchi non erano
mai quelli giusti.
E si stava angustiando senza motivo. Quella gente aveva bisogno
di un’interprete, non di una top model. E se c’era una cosa
che lei sapeva erano appunto le lingue. Poteva assolvere il suo
compito e trascorrere il resto del tempo fingendo che il suo posto
naturale fosse un castello invece del piccolo alloggio dove regnava
il disordine. E avrebbe mangiato tutto quello che voleva.
Tre o quattro notti in un castello e poi sarebbe rientrata alla base
e Sylvia sarebbe stata in grosso debito verso di lei. Magari non
sarebbero state le avventure erotiche e le pericolose esperienze
che aveva scherzosamente vagheggiato ma almeno era qualcosa
di diverso. E poi, chi lo sa, magari uno di quei barbosi uomini
d’aff ari aveva un giovane e affascinante assistente che si interessava
alle ragazze americane. Non si poteva escludere niente.
Lo Château Mirabel aveva più misure di sicurezza di Fort
Knox, cominciò a pensare mentre oltrepassavano tutta una serie
di cancelli, posti di controllo, guardie armate e cani al guinzaglio.
Più si addentravano nella tenuta più lei si sentiva a disagio.
Accedervi era difficoltoso, uscirne sembrava praticamente
impossibile salvo che fossero disposti a lasciarla andare.
E perché non avrebbero dovuto esserlo? Si stava facendo delle
idee assurde.
Quando la limousine finalmente si arrestò davanti agli ampi
gradini d’ingresso, era riuscita a imbrigliare curiosità e fantasia
e seppe scendere dall’auto con una buona approssimazione della
grazia languida di Sylvia.
L’uomo che la stava aspettando era alto, forse sui quarantacinque
anni, vestito con raffi nata eleganza, e di origini chiaramente
mediorientali.
Chloe gli rivolse un sorriso smagliante. «Monsieur Hakim?»
Lui annuì, stringendole la mano. «E lei è la signorina Un-
derwood, venuta a sostituire la signorina Whickham. Mi hanno
detto del suo arrivo solo poco fa. Se l’avessi saputo prima le avrei
risparmiato il viaggio.»
«Risparmiato il viaggio? Non ha più bisogno di me?»
Altre due o più ore d’auto per tornare in città non erano in cima
alla lista delle cose che più desiderava, e lei era francamente
riluttante a cancellare la prospettiva del compenso fatta balenare
da Sylvia.
«Siamo un gruppo più ristrett o del previsto e ritengo che riusciremo
a intenderci senza doverci valere di un aiuto esterno»
spiegò lui in tono cortese, ben modulato.
Stavano parlando in inglese e subito Chloe passò al francese.
«Come desidera, Monsieur, ma forse potrei ugualmente esserle
utile. Non ho alcun impegno per i prossimi giorni e sarei
ben lieta di trattenermi.»
«Se non ha nulla in programma potrà tornare a Parigi e godersi
una piccola vacanza» suggerì lui nella stessa lingua.
«Temo che casa mia non sia il posto migliore per una vacanza,
Monsieur Hakim.» Non sapeva bene perché cercasse di convincerlo
a farla restare. Non aveva avuto nessuna voglia di arrivare
lì, era stata Sylvia a convincerla. E, certo, anche il pensiero
dei settecento euro al giorno.
Ma adesso che c’era non aveva nessuna voglia di ripartire.
Anche se forse era la cosa migliore, dopotutto.
Il signor Hakim esitò, come se non fosse abituato a sentirsi muovere
obiezioni da una donna. Infine annuì. «Sì, posso immaginare
che il suo apporto sarebbe prezioso. E sarebbe un peccato aver
affrontato inutilmente un viaggio così lungo.»
«Sì, è stato davvero lungo. Credo che l’autista abbia smarrito
la strada... siamo passati più di una volta per gli stessi posti. Forse
gli servirebbe una cartina.»
Hakim fece un mezzo sorriso. «Provvederemo, Mademoiselle
Underwood. Qualcuno si occuperà della sua valigia e intanto
venga a conoscere gli ospiti ai quali farà da interprete. Non sarà
un impegno oneroso e quando non saremo in riunione potrà
godersi questi bei dintorni. Di certo una così deliziosa presenza
femminile agevolerà ancor più i nostri colloqui.»
Ma l’abituale galanteria francese strideva in Hakim e Chloe
provò uno strano senso di repulsione. Gli rivolse il sorriso materno
che riservava al più intraprendente dei fratelli Laurent.
«Molto gentile» mormorò seguendolo su per gli scalini di
marmo.
Gran parte dei vecchi castelli era stata trasformata in alberghi
di lusso e centri convegni o, nel caso dei più modesti, in bed and
breakfast. Questo era più elegante di tutti quelli che aveva visto
o di cui aveva sentito parlare e, quando Hakim la fece passare in
un ampio soggiorno, lei provò un forte disagio.
Per fortuna non era l’unica donna. C’erano otto persone riunite
lì a bere caffè, notò con una rapida occhiata. Le due signore
non avevano nulla in comune salvo l’avvenenza: Madame
Lambert era alta, sui quaranta e indossava un vestito di Lagerfeld
– Chloe lo riconobbe grazie agli insegnamenti di Sylvia. L’altra
era un po’ più giovane, meno di trentacinque anni, un po’ troppo
bella e un po’ troppo su di giri. Le presentazioni si svolsero
con naturalezza: c’era il signor Otomi, un anziano e dignitoso
giapponese che per fortuna parlava un ott imo inglese, e il suo
assistente dallo sguardo d’acciaio, Tanakasan; il signor Ricetti,
borioso e di mezz’età, con un giovane assistente molto bello
che senza alcun dubbio era anche il suo amante; e il barone von
Rutter. Tutti prevedibili, nessuno particolarmente interessante
tranne...
Tranne lui. Abbassò rapidamente lo sguardo, sorpresa dalla
propria inaspett ata reazione. Non apprezzava gli uomini in
completo classico, anche se di Armani. Non apprezzava gli uomini
d’aff ari, perlopiù senza il minimo senso dell’umorismo e
concentrati esclusivamente sul denaro. C’erano moltissime cose
della Francia che Chloe amava, ma la fissa dei quattrini non era
tra queste. Peccato che questo tipo appartenesse a quel genere,
pensò brevemente. Non era giusto quell’immediato guizzo di
att razione per un uomo da escludere a priori.
Madame Lambert, il signor Ricetti, il barone e la baronessa
von Rutter, Otomi e Toussaint.
Bastien Toussaint. Ad ogni modo non aveva mostrato il minimo
interesse per lei quando li avevano presentati: si era limitato
a un cenno del capo e poi chiaramente l’aveva cancellata dai
propri pensieri. Non c’era nulla di particolare che giustificasse
la sua reazione. Non era l’uomo più attraente che avesse mai incontrato:
un po’ più alto della media, snello, un volto duro, spigoloso,
dal naso pronunciato. Gli occhi erano scuri, quasi neri, e
secondo lei non l’avevano neppure guardata. Aveva folti capelli
neri tenuti un po’ lunghi: un’anomalia, forse anche un’inattesa
vanità. E a lei non interessavano gli uomini vanesi, vero?
Certo che sì, se si trattava di Bastien Toussaint. Ne distolse lo
sguardo concentrandosi sul torrente di parole in italiano del signor
Ricetti.
«Che ci fa qui?» stava chiedendo in tono furioso. «Doveva venire
quella stupida inglese. Come facciamo a sapere che possiamo
stare tranquilli, con questa? Potrebbe non essere disattenta
come l’altra. Se ne liberi, Hakim.»
«Signor Ricett i, è scortese esprimersi in una lingua che altri
possono non capire» rispose Hakim in inglese. Si rivolse a Chloe.
«Lei non sa l’italiano, vero, Mademoiselle Underwood?»
«Solo inglese e francese» rispose lei, disinvolta. Non sapeva
perché aveva mentito. Hakim l’innervosiva e ancor più l’evidente
ostilità di Ricett i.
Quest’ultimo non si placò. «Ugualmente lo considero rischioso,
e anche altri saranno d’accordo. Madame Lambert, Monsieur
Toussaint, non vi pare che sarebbe meglio allontanare questa
ragazza?» Continuava a parlare in italiano e Chloe mantenne
un’espressione neutra.
«Non dica sciocchezze, Ricetti» disse Madame Lambert.
Strano, parlava italiano con accento britannico. Come Sylvia,
aveva saputo assorbire la speciale raffinatezza delle donne francesi,
cosa che a Chloe non era ancora riuscita.
«Oh, secondo me dovrebbe rimanere» rispose Bastien Tous-
saint in tono indolente. «Troppo carina per mandarla via. Che
male può fare? Probabile che non abbia una gran mente... non
saprebbe leggere tra le righe.» Il suo italiano era perfetto con
solo una sfumatura di accento francese e qualcos’altro che lei
non riusciva a definire. E la voce era profonda, morbida, sexy.
La situazione non stava migliorando.
«Resto dell’idea che non c’è da fidarsi» insistette Ricetti deponendo
la sua tazza di caffè. Chloe notò che le mani gli tremavano
leggermente. Troppo caffè, magari?
«Non ha bisogno di ripeterlo» intervenne il barone. Era grassoccio,
con capelli bianchi e l’aria benevola. Chloe provò un
certo sollievo. «Benvenuta allo Château Mirabel, Mademoiselle
Underwood» continuò, in francese. «Siamo molto lieti che, senza
alcun preavviso, abbia potuto sostituire la sua collega.»
Le ci volle una frazione di secondo per ricordare che quelle
frasi dovevano riuscirle comprensibili.
«Grazie» rispose sforzandosi di concentrarsi su quell’anziano
signore cortese e ignorare l’uomo che aveva sulla destra, un
poco più indietro. «Farò del mio meglio.»
«Ne siamo convinti» dichiarò Hakim in tono risoluto. Ricetti
arrossì e tacque. «Per oggi abbiamo terminato le consultazioni e
immagino che lei desideri ambientarsi. Aperitivo alle sette, cena
alle nove. E spero che vorrà unirsi a noi. Cerchiamo di non
discutere d’affari nei momenti al di fuori delle riunioni, ma può
succedere che veniamo meno a questa regola e ci sarebbe utile
se lei fosse disponibile.»
«Fino a che punto sarà disponibile?» Questa volta Bastien ricorse
al tedesco. «Potrei aver voglia di una piccola distrazione.»
«Per favore lascia perdere, Bastien!» lo redarguì Madame
Lambert. «Proprio non abbiamo bisogno delle tue tresche che
potrebbero creare complicazioni. Gli uomini tendono a parlare
delle cose meno opportune quando si trovano a letto con una
donna.»
Chloe sbatté le palpebre mentre Bastien faceva un passo avanti
comparendo nel suo raggio visivo.
«Mia moglie dice che scopo in totale silenzio.» Il sorriso di lui
era ironico, enigmatico e incredibilmente sexy.
«Non intendiamo procedere a una verifica» disse Hakim.
«Quando avremo terminato qui potrai seguirla a Parigi e fare
quel che ti pare, ma adesso abbiamo altro a cui pensare.» Si
rivolse a Chloe tornando all’inglese. «Chiedo scusa di questo
scambio. Come avrà capito solo metà di noi conosce una medesima
lingua e a volte ci si confonde. D’ora in poi parleremo solo
inglese e francese. È chiaro?»
Bastien la stava guardando. «Chiarissimo» rispose, in inglese.
«Posso tranquillamente aspettare.»
«Aspettare, Monsieur?» ripeté Chloe con aria innocente, fissandolo.
Un errore. Quegli occhi quasi neri erano impenetrabili ma
terribilmente penetranti. Un uomo senz’altro fuori dal comune,
e lei di sicuro non era al suo livello.
«Di cenare a ora così inoltrata, Mademoiselle» rispose lui, disinvolto.
E, prima che lei intuisse le sue intenzioni, le prese la
mano portandosela alla bocca. Il baciamano era un gesto che
conosceva, ancora abbastanza diffuso in Europa, ma ne era stata
oggetto solo da parte di anziani signori che volevano semplicemente
essere cortesi.
Il tocco delle labbra di Bastien, per quanto breve, non era semplicemente
cortese. Le lasciò la mano prima che potesse ritrarla.
«Immagino che abbia un certo appetito, Mademoiselle» riprese
Hakim. «Adesso Marie l’accompagnerà alla sua camera e le
farà servire qualcosa. Se le interessa esplorare la tenuta basta che
lo dica e uno dei giardinieri l’accompagnerà per mostrargliela.
Forse ormai fa troppo freddo per una nuotata in piscina, anche
se l’acqua è riscaldata e gli americani sono di fi bra resistente.»
«Non credo di avere portato con me un costume» mormorò
lei chiedendosi cosa diavolo Sylvia avesse messo in valigia.
«Può sempre farne a meno, Mademoiselle» osservò dolcemente
Bastien.
Quello avrebbe dovuto essere per Chloe il primo indizio di un
certo interesse da parte di lui, anche se non ne capiva bene il
motivo vista l’indifferenza di poco prima. Forse aveva concluso
che non gli si offriva grande scelta.
Ma non si sarebbe lasciata irretire.
«Per quello fa decisamente troppo freddo» ribatté allegramente.
«Se avrò voglia di fare del moto mi limiterò alle passeggiate.»
«Sia prudente, Mademoiselle Chloe» disse Ricetti, in francese.
«Siamo nella stagione della caccia e possono esserci proiettili vaganti.
Per non parlare dei cani da guardia che di notte vengono
lasciati liberi e sono molto aggressivi. Se desidera fare una passeggiata
si faccia scortare da qualcuno in modo da non capitare
senza saperlo in posti... pericolosi.»
Era un ammonimento, una minaccia o un po’ di entrambi? E
cosa diamine stava succedendo lì? In che situazione l’aveva cacciata
Sylvia?
Erotismo e avventura, si rammentò. Per il primo le era più
che sufficiente guardare Bastien, e l’avventura non faceva esattamente
al caso suo. Ma trascorrere lì un fi ne settimana poteva
essere abbastanza piacevole e sarebbe stato assurdo pensare di
essere in pericolo. Si trovava in Francia, attorniata da seri, normalissimi
uomini d’affari.
Aveva letto troppi thriller.
«Starò senz’altro attenta a non sconfinare.»
«Ma naturale» disse Hakim in tono distaccato. «Ci vediamo
alle sette, allora.»
Aveva un che di strano, vagamente sinistro, ma in questo forse
si stava lasciando prendere la mano dall’immaginazione. Però
quell’uomo era al tempo stesso autoritario e remissivo e lei non
riusciva a capire bene la sua posizione tra i soci d’affari. Comprensibile
che avvertisse qualcosa di strano in quell’ambiente dove venivano pronunciate frasi oscure in lingue che lei ufficialmente ignorava, ma alla fin fine si trattava solo di un gruppo di persone che, in un posto isolato dal mondo, dovevano discutere
di questioni loro.
Una donna dall’aria compassata, vestita di nero, comparve
sulla soglia.
«Se vuole seguirmi, Mademoiselle» disse in un francese che
chiaramente non era la sua lingua madre, ma Chloe non riuscì a
individuare di che nazionalità fosse.
Sapeva che Bastien la stava osservando e fece un grosso sforzo
per non lanciargli un’occhiata. Ufficialmente non poteva
sapere che era un donnaiolo, deciso a portarsi a letto l’ultima
arrivata al castello. Inoltre era sposato e lei, sotto quest’aspetto,
condivideva la posizione della sua impeccabile amica inglese.
Sylvia, nella sua caccia a un marito ricco, andava a letto esclusivamente
con uomini scapoli, ma lei cercava altro. Non sapeva
esattamente cos’altro ma di sicuro non l’avrebbe trovato in Bastien
Toussaint.
«Alle sette» confermò, chiedendosi in che condizioni si sarebbero
ridotti bevendo per due ore prima di cena. Ma la cosa non
la riguardava. E neppure le piccole provocazioni di Bastien. In
realtà lei non gli diceva nulla, non era il suo tipo. A lui andavano
bene le modelle con gambe che non finivano più, donne di classe,
dall’atteggiamento sdegnoso. Da anni ormai Chloe si esercitava
nell’atteggiamento sdegnoso e, sebbene Parigi le avesse
dato una mano, non aveva ancora ottenuto il prodotto fi nito.
Di sicuro si sarebbe persa in quel labirinto di stanze e passaggi,
si disse mentre seguiva l’austera figura di Marie. La camera
a lei assegnata era in fondo a uno di quei corridoi e, appena ne
varcò la soglia, le apprensioni si dileguarono. Roba da museo:
uno splendido letto con drappeggi di seta verde, pavimento di
marmo, un voluttuoso divano e il bagno più grande che avesse
visto da quando aveva lasciato gli Stati Uniti. Non vide traccia
di televisore ma la cosa non la stupì e comunque avrebbe certamente
trovato qualcosa da leggere.
Sul tavolo dell’ingresso aveva notato parecchi quotidiani: poteva
tranquillamente portarsene via uno e dedicarsi ai cruciverba.
I cruciverba costituivano un’appassionante sfida linguistica. Doveva
solo stare attenta a non prendere giornali italiani o tedeschi.
In quel momento desiderava solo infilarsi qualcosa di più comodo
e concedersi un lungo sonnellino. «Dov’è la mia valigia?»
«L’abbiamo disfatta e riposta sul fondo dell’armadio» rispose
tranquillamente Marie. «Monsieur Hakim le avrà dett o che per
cena è gradito un abbigliamento formale. Suggerirei l’abito di
pizzo lamé.»
Se Sylvia si era separata da quel vestito, che a lei era solo leggermente
stretto di fianchi e seno, doveva tenere molto a conservarsi
quei clienti. Ma non avrebbe sfidato la sorte cercando
di stabilire quale altro poteva essere adatto alla serata. Marie, era
chiaro, lo sapeva perfettamente e, visto che era stata tanto gentile
da passarle la dritta, lei ne avrebbe approfittato.
«Grazie.»
Provò un attimo di panico chiedendosi se doveva darle la
mancia, ma Marie stava già dirigendosi all’uscita.
Giunta alla porta, questa si voltò. «Quando desidera che la
chiami? Cinque, cinque e mezza? Avrà bisogno di tempo per
prepararsi.»
Evidentemente lo considerava un compito molto arduo.
«Alle sei e mezza. Sarà più che sufficiente.»
L’altra le lanciò un’occhiata in cui condiscendenza e preoccupazione
si combinavano perfettamente.
«Se ha bisogno di aiuto, basta che mi chiami» disse dopo un
breve momento. «Ho una certa esperienza di capelli come i suoi.»
Dal tono, sembrava che parlasse di paglia incrostata di letame.
«La ringrazio molto, ma me la caverò benissimo.»
Marie si limitò a inarcare le sopracciglia, scatenando di nuovo
tutte le ansie di Chloe.


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