Christmas in Love: MILLE PICCOLE LUCI di Velo Nero


"Ci avete fatto caso o no, che non usa mai più di quattro parole filate? Solo quando è arrabbiato tira giù dei pistolotti che non finiscono più.E poi va a finire sempre allo stesso modo: non so dirgli di no.So che cosa state insinuando, ma siete in errore: avete preso un’enorme cantonata!Innamorata di lui? Io?!Come dite? Non parlo d’altro? Questo lo dite voi!"
Vetrina n°1.
Ecco, sono riuscita a entrare. Mi vedete?
Sono qui, seconda vetrina alla sinistra dell’entrata principale dei Magazzini Duprez.
No, non la nuova sede di Nantes! Ma che domande fate? Siamo a Bordeaux!
Sì, lo so che oggi è Santo Stefano e la maggior parte degli abitanti del mondo emerso è stravaccata sul divano a digerire il pranzo di Natale, cani gatti e criceti compresi.
Io no.
Ah, scusate, per chi non mi conoscesse, sono Corinne Courbet. Courbet, per gli amici… anzi, sarebbe più corretto dire per i colleghi, giacché io praticamente vivo qui. Da che ho cominciato a lavorare per Duprez, non ho più una vita privata.
No, non sono uno di quegli allestimenti viventi che fanno prendere un colpo apoplettico ai passanti! Scusate, ma vi sembro un manichino? Non sono neppure una ladra, anche se sono vestita come Eva Kant nell’esercizio delle sue funzioni, con chignon biondo e annessi e connessi.
Vi state chiedendo che cosa faccia dentro la vetrina, vero?
Ovvio: sto smontando il Natale per approntare il Capodanno. I tempi sono strettissimi e il mio capo è una iena.
Non sono la vetrinista, come qualcuno di voi sta biecamente insinuando: io sono il DVM/CC.
Avete capito bene: sono il Director of Visual Merchandising and Creative Coordinator, nonché Floorset Supervisor di tuuutte le sedi, di tuuutte le filiali, di tuuutte le succursali dei magazzini Duprez.
Come dite? Beh, se la mettete così… sì, sono la vetrinista.
Certo, avete ragione voi, non posso negare: tuuutti i Grandi Magazzini Duprez sono solo due, uno a Bordeaux e quello nuovo di Nantes. Contenti, ora?
Voi la fate semplice, ma provate un po’ a rifarvi tutte le vetrine e gli infiniti corner interni qui e a Nantes, ogni santa settimana!
E non è finita: siccome sono stata assunta con la qualifica di DVM/CC nonché FS, mi tocca programmare la sistemazione delle merci del negozio, compresa la sezione articoli sportivi e il luxury food, preparare bozzetti, coordinare la disposizione degli articoli, sia col personale che con le ditte che vogliono da me un posizionamento speciale e un trattamento di riguardo per il loro brand – e qui sono liti, soprattutto col capo – infine organizzare ogni singolo evento e manifestazione… Chi più ne ha…
Vi sembra poco? Pensate che esageri? Non sono io quella che esagera: è LUI!
È lui che esagera!
Tutti i colleghi assunti con qualifiche impiegatizie hanno un ufficio – o almeno una scrivania – all’ultimo piano con vista sulla Garonna, io no!
Io sono relegata nello scantinato, perfino un piano sotto a quelli della sicurezza che, poverini, mi aiutano sempre: sono confinata nelle “segrete” con manichini, pitture, attrezzi, sagome di polistirolo e altre cianfrusaglie, ma lui lo chiama atelier, LUI!
Persino le capo-commesse hanno assistenti, collaboratrici e si scambiano i turni, io invece sono SOLA! 
Ogni singola persona assunta presso i Magazzini Duprez dipende dal direttore del personale, io no! Io dipendo direttamente da LUI!
Anche oggi: ho le chiavi e c’è Gustave, il custode, ma lui è venuto a ispezionare, lui!
Non lo avete visto? Di solito passeggia avanti e indietro… consuma il selciato, ma deve controllare tutto quello che faccio io!
Non è lì fuori? Allora è qui dentro da qualche parte e tra poco arriverà a sbraitare… eccolo!
«Courbet, oscura quella vetrina! Ti vedono tutti. Quante volte te lo devo ripetere?», gracchia.
«Non ci vedo, capo. E poi è questione di pochi minuti». È possibile che quest’uomo non capisca che ho bisogno della luce naturale per avere una visione d’insieme? Lavoro spesso di notte, per cui, quando c’è un po’ di luce, la sfrutto.
«Allora togli quel benedetto martello che t’infili nei calzoni: c’è la fila che sbava a guardarti quell’attrezzo piantato nel sedere!».
Ah!... Oh mio Dio!”.
Ora ho capito perché me lo ripete tutte le volte!
Ma non poteva dirlo prima?!
Comunque è arrabbiato, e vi spiego il perché: lui non spiccica mai più di quattro parole di fila, fateci caso, tranne quando è furioso. Quando sbraita così, meglio obbedire.
Tiro giù la tenda grigia e ricomincio a piantare spilli e puntine al soffitto; senza la luce del giorno è molto più difficoltoso annodare il sottilissimo filo da pesca ai chiodini e appendere le decorazioni. Impiego il doppio del solito e sembro Mission Impossible che evita i laser, ma ovviamente il lavoro è perfetto.
Quest’anno ho deciso che il leit motive per Capodanno saranno minuscole lucine, applicate a sottili supporti metallici a forma di stella. Ne ho preparati duecento. Duecento! Per qui e per Nantes!
Sono bellissime: mi sono superata e la vetrina abbigliamento donna è splendida. Una stella gigante e luminosissima mette in risalto l’abito da sera di Lanvin, un vestito da urlo di seta bianca e iridescente con due fusciacche che si uniscono sul collo. Un capo così scollato avanti e dietro, per di più di quel colore, può indossarlo solo una modella.
Una modella ricca, visto il cartellino dei prezzi che sto posizionando con attenzione accanto alle scarpe di Ferragamo. Sistemo le pochette, ritocco anche gli accessori dell’altro abito, un Rochas nero al ginocchio laminato di strass con cappottino e collo di volpe coordinato. Tiro su la tenda ed esco da una vetrina per cui due dei miei stipendi e la gratifica di Natale non basterebbero a pagarne il contenuto… e io guadagno bene, perché il capo sarà pure un negriero che mi segrega negli scantinati e mi sfrutta anche di notte, ma paga ogni singolo minuto di straordinario.
Eccolo, lo schiavista! Mi sta aspettando fuori con le braccia conserte.
È ancora arrabbiato.
Non avrà digerito il pranzo di Natale”.
Mi ronzava intorno con quella faccia solo quando stava divorziando. La moglie lo ha piantato perché lavorava troppo e la trascurava: per forza, era sempre qui a controllare me!
Ma la signora si è già consolata con gli alimenti e con l’amica che la scortava in tutti i suoi lussuosi viaggi intorno al mondo. Peccato che l’accompagnatrice – come risultava dai documenti di viaggio che Vicky del travel corner mi ha mostrato in confidenza – risultasse essere un uomo. E tutto a spese del capo!
Ma non sono affari miei.
Comunque lui ha trovato conforto in tutte quelle signore sciccose che vengono qua apposta per stanarlo.
Come dite?
Bello?
Mah, non direi… Voi lo trovate bello?
Bellissimo?!
Addirittura! Non esageriamo!
Boh, sarà che mi piacciono i mori… Sì, è affascinante, non lo nego.
Toh, avete ragione: assomiglia a quell’attore… il nipote di Sylvie Vartan… Michael, quello di Alias. Però il capo ha quel neo sul labbro che…
«Ora tu mi spieghi!», sbraita non appena esco dalla vetrina.
«Giorno, capo. Passato bene il Natale? Direi di no… Che cosa le dovrei spiegare», chiedo con uno dei miei famosi sorrisi, sperando di evitare la sgridata.
«Hai ordinato centomila luci!», sbotta.
«Sì, ma metà sono per Nantes». Mi guarda con sufficienza. «Vuole sapere se sono arrivate? Sì, tutto a posto».
«È arrivata la fattura!». Ecco qua uno dei nostri brainstorming,  lui chiama così in nostri scontri di cervelli, perché secondo lui è più professionale e sa di creativo, flussi d’idee che ci arricchiscono; io, invece, le chiamo litigate.
Continuo a spiegare e mi giustifico per un bel po’, mentre mi guarda severo e contrariato.
Non capisco perché si lamenti: è lui che vuole sempre qualcosa di nuovo, che attragga lo sguardo del cliente, che sia segno di quella classe e raffinatezza che solo i magazzini Duprez sono in grado di offrire, bla bla bla... bla bla bla…
Però è vero che offriamo sempre il meglio, infatti qui in città già da qualche stagione abbiamo rubato il primato ai Lafayette.
Ora apro una parentesi e spezzo una lancia in favore del mio capo: non vi ho detto che il mio capo è il signor Duprez in persona, Antoine Duprez. Sì, proprio lui, quello delle cantine Château Lussac, che da qualche anno ha deciso di variare le attività della famiglia e si è lanciato in questa impresa. Io sto con lui fin dal primo giorno, e ci ho sputato il sangue proprio come lui: i risultati sono sotto gli occhi di tutti, al di là di ogni più rosea previsione. Non lo nego, siamo una gran squadra, anche se si comporta da schiavista disumano e disquisisce su ogni mia iniziativa, proprio come in questo momento che sto facendo il mea culpa, mi umilio e mi pento per aver sforato il budget.
«Ah, Courbet?», mi blocca prima di congedarmi, «il trentuno vai a Lussac». Se non lo sapeste a Lussac c’è la dimora del capo, cioè la sua tenuta con le vigne e le cantine.
«Come, scusi?», domando.
«Devi sistemare per Capodanno».
«Io?!»
«Sì, tu».
«Ma io sono stata invitata da Marie Legr…»
«Ho già disdetto», m’interrompe.
«Ma…», biascico perplessa. Ora lo strozzo! So di essere paonazza, sono tentata di saltargli alla giugulare come un vampiro, e aspirane il sangue finché non lo vedo stramazzare al suolo. Ritiro tutto quello che di buono ho detto di lui: è solo un “@#?#!!!” e anche un “§#@°%&!!§”!
«Anzi, parti il trenta», conclude.
Serro le palpebre per cercare un po’ di quella calma zen, quella vena stoica che pervade lo spirito ultraterreno di Yoda e Obi-Wan Kenobi, perfettamente conscia che i loro poteri mistici siano solo potenzialità fantastiche impossibili da raggiungere nella realtà, anzi molto meglio così, perché se possedessi la Forza, in questo momento passerei al Lato Oscuro solo per teletrasportarlo sulla Morte Nera al momento dell’esplosione. Se avete visto Guerre Stellari, sapete di cosa sto parlando, altrimenti accontentatevi di sapere che sono molto arrabbiata.
Vorrei dirgli tutto quello che gli viene e chiedergli con quale diritto si sia permesso di mandarmi a monte la serata, ma so che se cominciassi il discorso ora finirebbe molto male, per cui scelgo la via zen e sussurro a occhi chiusi: «Perché?».
«Devi aiutarmi per Capodanno».
Chiaro!
L’avevo capito.
Taccio.
«Bisogna preparare i saloni», m’informa.
Taccio ancora.
«Organizzati!», ordina e se ne va.
Si ferma di botto, gira sui tacchi, torna indietro, scava nel taschino interno della giacca e ne estrae un minuscolo pacchetto. Si avvicina, mi consegna l’involucro e io mi fisso stranita il palmo aperto su cui ha posato il suo regalo, mentre lui mi stampa un veloce bacio su una guancia.
«Per te, in ritardo», mormora e se ne va di nuovo, lasciandomi inebetita.

Vetrina n°2
Avrei dovuto ribellarmi, vero?
Avrei dovuto rifiutarmi di fargli da schiava anche a casa sua, al “Château”, come lo chiama lui.
Ma avete visto gli orecchini che indosso? Sì, proprio questi qua: le stelline di brillanti. Ora non posso girare il capo per mostrarveli meglio perché sto guidando ed è quasi buio. Me li ha regalati lui. Bellissimi, non trovate? È il suo modo per farsi perdonare per essere uno sfruttatore.
Come facevo a dirgli di no?
Sono quasi arrivata a Lussac, anzi sono già entrata nella sua tenuta, se ho letto bene le indicazioni.
Oh, mamma, mia!”. Mi sporgo meglio sul volante per guardare. “È una piccola reggia!”.
Imbocco il viale d’accesso che come per magia s’illumina al mio passaggio, regalando ai miei occhi incantati  la vista spettacolare di una dimora da sogno; non è tanto grande, ma è talmente perfetta da sembrare finta: è tutto così bello che pare il set di un film.
C’è persino un laghetto.
E quelli, che cosa sono? Non ci credo, anche i cigni! Sono certa di non essere a Versailles, ma sembra proprio il Trianon.
Mi sento come Cenerentola che scende dalla zucca… io invece smonto dal mio Berlingo d’oro.
No, che sciocchi! Non è una moneta magica e neppure un galeone pirata: è la mia auto.
Sì, è gialla metallizzata, e allora?
Apro la portiera e un signore vestito come un pinguino mi corre incontro.
«Mademoiselle Courbet?», mi domanda. Annuisco. «La stavamo aspettando», dice e mi aiuta a scendere.
«Faccio io», esclama solerte e apre lui il portellone posteriore.
Mossa incauta.
«Attento!», lo avviso, ma è troppo tardi e uno scatolone enorme pieno lucine e decorazioni casca dal pianale schiacciandogli un piede. Il premuroso signore lancia un grido.
«Perdon, Monsieur», mi scuso e trattengo a stento il riso.
«Non fa niente, signorina», biascica, mordendosi le labbra.
Intanto, da dietro la casa, spunta un omone con una camicia a scacchi e si avvicina a passo svelto, mentre dal grande portone a vetri esce una bella signora di mezz’età, che si sta asciugando le mani nel grembiule.
Hanno visto la scena e ridono entrambi.
«Finalmente la conosciamo, Mademoiselle», mi accoglie la signora.
Mi guardo dietro le spalle per controllare se nel frattempo, per caso, fosse giunto qualcuno e non me ne fossi accorta.
Sembra proprio che stia parlando con me. Mi avrà confusa con qualcun’altra”, penso e non indago oltre.
«Venga dentro, fa freddo», mi esorta premurosa. «Io sono Jeanette e lui è Gustave, il giardiniere e capo-vigna. Quello invece è Monsieur Martignon, il maggiordomo», mi delucida, indicandomi il pinguino. «Nonché mio marito», aggiunge.
Entriamo in casa seguite dai due uomini che portano dentro gli scatoloni e il mio borsone: ho messo nel bagaglio solo un cambio, sono venuta un giorno prima così domattina mi alzo presto e mi metto sotto. Se mi sbrigo, me la svigno e magari riesco anche ad andare alla festa di Marie.  
«Le ho preparato la quarta stanza del primo piano, signorina. È la più bella e la più calda. La cena sarà servita fra mezzora, ha tutto il tempo per sistemarsi».

Ho avuto tutto il tempo, mi sono sistemata in una camera da principessa sul pisello. Ho cenato in cucina con loro, non mi andava di mangiare da sola in quella sala da pranzo che è grande due volte il mio appartamento e sono riuscita a sapere qualcosa della festa di domani.
Consisterà in una cena, qualcosa di grandioso, arriverà un catering da Bordeaux, e ci sarà pure l’orchestra.
Ho saputo che il signor Martignon non si veste sempre così, stava solo provando l’abito per domani. Mi è stato riferito che ci saranno molti invitati importanti, una quarantina di persone, e qualcuno si fermerà anche a dormire.
Ho saputo che il capo non c’è.
Non arriverà questa sera.
È atteso per domani.
Ah! ”.
Domani nel tardo pomeriggio.
Lui odia i preparativi.
Infatti ha mandato me per togliergli le castagne dal fuoco, l’infido marrano!
Insulto adatto all’atmosfera.
Sono un po’ delusa, pensavo di avere modo di spiegargli…

Mi sono alzata all’alba.
Avete notato anche voi che questo posto sembra ancora più magico illuminato dall’aurora?
Mi affaccio e spio il paesaggio da uno dei riquadri della finestra: le vedete, le vigne in lontananza? Sono celate da una sottile nebbiolina che accarezza i prati e smorza e amalgama i colori lungo la piana. Mi faccio prendere da un vivo senso di malinconia… un dolore sottile… una delusione che non riesco a identificare. E io sono sempre felice, la mattina. Seguo con lo sguardo i poggi delicati dove corrono lunghi filari spogli piantati nella neve non sciolta. Macchie di brina bianca e nevischio ricoprono le aiuole di un lieve strato di ghiaccio facendole scintillare. Guardo meglio il giardino e il laghetto su cui un sole dai raggi rosa perla accende delicati bagliori: mi ricorda un po’ lo specchio d’acqua della piazza della Borsa, giù in città.
In città…
Questa sera sarò a Bordeaux a festeggiare il nuovo anno.
Non qui.
Eccolo, il dolore sottile… Non sarò qui… non mi ha invitata.
Avrebbe potuto dirmi: «Portati un vestito, Courbet». Non gli sarebbero servite più di tre parole, invece…
Non posso perdermi in voli pindarici né, tantomeno, posso farmi travolgere dalla tristezza: non è da me. E poi, devo darmi da fare e sistemare tre saloni e l’ingresso per il gran galà di questa sera.

Ha ragione il capo: ho davvero esagerato con le luci”, mi dico mentre sistemo i festoni lungo lo scalone e li arricchisco di lampadine e… lampadine e… lampadine.
Ci sono lucine bianche sul grande abete nell’ingresso… e intorno alle finestre della sala da pranzo… sul palco dell’orchestra – vi ho detto che ci sarà anche l’orchestra, giusto? – e intorno alla porta d’accesso.
È già l’imbrunire, accendo tutto: l’effetto è sorprendente, mi faccio i complimenti da sola.
Voi non ci crederete ma mi avanzano ancora delle luci, così mi affretto a nasconderle nella mia stanza perché Monsieur Duprez sta arrivando, ho visto spuntare il suo Cayenne nel vialetto, e non voglio provargli che aveva ragione lui, non voglio dargli questa soddisfazione.
Quando scendo, è già entrato e si sta guardando intorno con le mani sui fianchi.
Devo ammettere che vestito casual fa tutto un altro effetto.
Quel maglione mélange di lana spessa a collo alto gli dona proprio, sui jeans neri poi… Non l’ho mai visto in jeans, sembra più giovane… non che sia vecchio, anzi, solo che indossa sempre i soliti completi.
«Courbet», mi saluta, sollevando un po’ il mento. «Bello», dice. Non spreca mai una parola, come fossero delle perle, ma proprio per questo so che è sincero e qualsiasi complimento fatto da lui mi gratifica e mi scalda il cuore.
Ma non oggi.
Oggi sono delusa e addolorata; mi sento peggio di Cenerentola e voi sapete il perché: non mi ha invitata.
Mi ha fatto venire a Lussac solo per decorargli casa”, mi dico sconfortata quando rifletto sul motivo che mi ha portata qua. Che cosa sta dicendo, adesso? Avete sentito anche voi?! Ho capito bene?! Proprio ora sta ordinando a Monsieur Martignon di prendere la mia roba e spostarla in soffitta.
Ma che delusa e delusa: SONO FURIOSA!
Arrabbiatissima!!!
In soffitta?! In SOFFITTA!!!!
Avete capito il perché?
Perché arriverà un’ospite non preventivata, Alizée Veyrat, di Canal Trois, quella che presenta il programma del mattino, Bordeaux life-style. Proprio lei, la Signora del Buongiorno, il finto guru della moda. E lui mi sbatte in soffitta! Altro che Cenerentola!
Ah, ma io me ne vado! Me ne vado subito!”.
E glielo dico: «Me ne vado!». Poi mi rivolgo al signor Martignon, che si è già travestito da pinguino: «Non deve spostare proprio niente!».
«Tu resti qua, invece», mi ordina lui, brusco.
«Io ho finito e me ne vado!», ribadisco. “Ci risiamo, et voilà, un altro dei nostri brainstorming”, penso inferocita.
«Questo lo decido io!», ribatte. Ci fissiamo per un po’. «Tu resti qua, punto».
«E secondo lei mi dovrei nascondere in soffitta, capo? Oppure in cantina, nelle segrete? Ah, ho capito, in cucina! Mi faccio prestare una divisa da quelli del catering per servirle anche la cena. Devo informarmi se hanno una di quelle crestine…»
«Non dire stupidate!», mi interrompe e aggredisce la rampa superandomi sulle scale con due falcate.  
Ci avete fatto caso o no, che non usa mai più di quattro parole filate? Solo quando è arrabbiato tira giù dei pistolotti che non finiscono più.
E poi va a finire sempre allo stesso modo: non so dirgli di no.
So che cosa state insinuando, ma siete in errore: avete preso un’enorme cantonata!
Innamorata di lui? Io?!
Come dite? Non parlo d’altro?
Questo lo dite voi!
Tanto per cominciare siamo a casa sua e poi non può essere vero, sono stata mollata da poco dal mio fidanzato che ha pensato bene di dirmi che aveva un’altra.
Da due anni.
E sta per avere un figlio. Non da me, ovvio!
Dopo cinque anni di convivenza.
Beh, convivenza proprio convivenza non si può dire, perché erano tre anni che lavorava a Londra e tornava a Bordeaux una volta al mese. Finiva sempre in discussioni perché io dovevo lavorare. Ve l’ho detto che il capo è uno schiavista, no? Anche se in quell’occasione è stato gentile: “Stai bene?”, mi ha domandato quando gli hanno riferito che ero stata silurata.
“Benissimo, perché?”, gli ho risposto io, stupita.
“Sei stata mollata o ho capito male?”, ha spiattellato così, in modo molto poco signorile, la sua domanda diretta. “Allora, Courbet, stai bene o no?”.
“Non influirà sul mio lavoro, se è ciò che vuol sapere, signore”, gli ho spiegato io, seccata.
“Non è per quello”, ha mormorato, grattandosi la testa. “È un bell’idiota”, ha borbottato scappandosene via.
«Ti dai una mossa, Courbet?», lo sento urlare dal piano di sopra e torno subito alla realtà. «Gli ospiti stanno per arrivare», sbraita.
Scusate, ora devo andare, il capo chiama…

Seguo il signor Martignon nella stanza principesca dove ho dormito la scorsa notte e raccolgo in fretta la mia roba. Nella borsa ho messo un paio di calzoni di pelle nera e un top di paillette per essere pronta a ogni evenienza; per la festa casual a casa di Marie va benissimo, ma qui… stasera…
Io mi vergogno”, penso sconfortata. “Non importa, intanto non scendo per la festa, mi rinchiudo in soffitta come Shirley Temple in La piccola principessa”.
Afferro in fretta le lucine che avevo abbandonato sopra il letto e trotterello dietro al maggiordomo che mi sta scortando di sopra portando il mio bagaglio, mentre io ho le braccia ingombre da un migliaio di lampadine: credo di non essermi mai sentita più goffa e buffa di così. E io non sono goffa!
Apre una porta sopra alle scale: quella che mi appare davanti non è la stanzuccia piena di polvere e ragnatele che toccava a Shirley Temple, ve la ricordate? Io benissimo, visto che era il film preferito di mia nonna, che mi chiamava Riccioli d’oro, non solo per i miei capelli, diceva che ero petulante come lei.
Come? Sono ancora petulante?
Che cattivi che siete! Non è vero: ora sono cambiata!
Questa stanza non corrisponde alla mia idea di abbaino. Più che una stanza è la suite imperiale dell’Hotel Ritz di Parigi, ma più grande e più sobria, è un openspace immenso che prende quasi tutto il piano. Sono rimasta a bocca aperta.
C’è un salotto.
Un bar.
Una vasca nel bel mezzo della stanza. Sarebbe più corretto dire piscina, perché di questo si tratta.
C’è un letto d’oro!
«Mademoiselle Courbet», mi risveglia Martignon, «questo è il bagno», mi dice aprendomi una porta; deposita la mia roba sul pavimento e se ne esce.
Forse intendono questo, quando parlano di prigione dorata”, mi dico. Mi guardo intorno nella stanza e il mio sguardo si posa sul letto d’oro. “Dormirò qui”, penso. “In una sola notte da principessa a imperatrice: una veloce escalation”. Rido da sola e decido che è meglio darsi una lavata. “Dopo la faticaccia di quest’oggi, una doccia è d’uopo.
Ho ancora tra le braccia i fili di lampadine e li poso per terra, sotto una finestra; prendo la mia trousse e mi avventuro nel bagno.
Ne esco venti minuti più tardi avvolta in un accappatoio così morbido che sembra una nuvola e mi sto asciugando i capelli con un asciugamano, così non mi accorgo di non essere sola nella stanza.
«Sei ancora così?», mi sgrida.
Faccio un salto e lancio un urlo per lo spavento, anche se l’ho riconosciuto. Mi piacerebbe sapere da dove è sbucato. Ho capito! Questa deve essere la sua camera!
«Mi vuol far morire d’infarto a ventott’anni?», rispondo di getto, portandomi le mani al petto per fermare i battiti del cuore. Vorrei vedere voi, se vi comparisse davanti un uom… Toh, si è cambiato: si è messo uno smoking nero.
E io sono rimasta senza parole – e non mi capita spesso – completamente senza fiato.
Ma l’avete visto?
Sì, è impossibile non notarlo: è… è bellissimo. Perfetto.
Va bene, lo confesso, sono innamorata.
Così cotta che quando Jules, il mio fidanzato, se ne è andato, non me ne sarei neppure resa conto se non gli avessi visto preparare le valigie. 
Talmente cotta che sto sempre al lavoro, così almeno posso guardarlo quando passa. E, anche se litighiamo tutti i giorni, faccio quello che mi chiede perché voglio farlo felice.
Sono patetica, vero?
Non vi preoccupate, non m’illudo: a lui piacciono le signore fascinose, tipo quella che mi ha rubato la stanza, quelle che si strusciano come gatte in calore avvolte in nuvole di profumo e gli fanno le moine, non certo i tipi come me.
«Courbet, riprenditi». Mi guarda e ride. “Come faccio a riavermi se mi guardi così, capo?”. Gli ridono anche gli occhi, due meravigliosi occhi blu che ridono. E la bocca? Avete notato che è la più bella bocca che si sia mai vista? Mi vien voglia di baciarlo ogni volta che parla. Una volta o l’altra gli salto addosso…
Come dite?
Perché non ora?
Perché mi vergogno, ecco il perché!
E se mi licenzia, io che faccio? Vengo a mangiare a casa vostra?
Abitate a Bordeaux? Sì?!
Beh, allora si può fare.
«Sei capace ad annodarlo?», mi domanda e tira su il mento sventolando i lembi del papillon tra le dita. «Altrimenti chiedo a Jeanette».
«Capo, è la mia specialità», dico con sufficienza e lo annodo con tocco veloce ed esperto. «Tanti anni passati a incravattare manichini», spiego e gli do anche un’aggiustatina.
«La pianti di chiamarmi capo, Corinne? Mi chiamo Antoine».
«Lo so il suo nome, capo».
«Allora usalo…».
Lo farei, davvero, solo che mi è impossibile parlare con la sua bocca posata sulla mia, a sfiorami con un bacio delicato. E il suo nome mi rimane intrappolato in gola, ingabbiato dai brividi che una semplice carezza sfiorata ha regalato alle mie labbra. Tremo, se ne accorge e sento la sua bocca spalancarsi in un sorriso.
Non sono stata io a cominciare, lo giuro, è stato lui. È stato lui: ne sono praticamente certa. Ha chinato il capo, ha afferrato il bavero dell’accappatoio e mi ha attirato a sé. Guardate, sta ancora stringendo la ciniglia tra le mani: non sono stata io…
Perché si ferma, ora?
Ah, hanno bussato… è Monsieur Pingui… no, scusate Monsieur Martignon, sono un po’ confusa.
«Avanti!», dice lasciando la presa.
«Il catering. Chiedono di lei, signore. E sono arrivati i suoi zii».
«Arrivo», risponde e poi, rivolto a me: «Sbrigati», mi esorta col suo solito tono di comando.
«Io non vengo», ribatto spaventata.
«Tu scendi, e anche in fretta!».
«Vestita così?»
«No, certo che no: quello puoi toglierlo», e indica l’accappatoio. «Vieni giù nuda», mormora sarcastico mentre apre la porta e se ne va.
Vorrei urlare.
Mi ha appena baciato –  e il fatto mi ha sconvolta – e poi se ne va, mi molla qua a…
E quello cos’è?”, mi domando stupita, notando la seta iridescente confusa con il copriletto che ha  la stoffa in tinta.
Guardo meglio e sfioro il raso con la punta delle dita.
Non può essere…”.
Invece è proprio quello che ho scelto per la vetrina di capodanno, il vestito bianco di Lanvin!

Vetrina n°4

Come dite? È meglio che non faccia la preziosa?
Dovrei scendere alla sua festa?
Secondo voi l’abito di Lanvin è molto meglio di un invito?
Sì, ho notato che ai piedi del letto ci sono pure le scarpette: non saranno di cristallo ma fanno la loro onesta figura… Le ho riconosciute: un bel tacco dodici di Gucci ancora macchiate della mia bava colata durante l’ultimo allestimento della scorsa primavera.
Però sorge un problema: le mie mutande bianche e la brassière sportiva che spuntano dalla scollatura andranno bene ugualmente? No? Dite?
Cerco sul letto se per caso ci fosse anche la lingerie, ma la mia fatina personale non ci ha pensato. Dovrò trovare in fretta una bacchetta…
Ho tentato di far apparire almeno uno straccetto di tanga con il mio magico martelletto, ma non ha funzionato.
Ok, me lo infilo così, senza niente sotto, neppure le calze, siete contenti?
Ecco, mi va bene, è della mia taglia.
Davvero?! Secondo voi sto benissimo?
Ma sono mezza nuda!
Ah, proprio per quello sto benissimo…
Scusate, bussano alla porta: «Avanti».
«Mademoiselle», mi dice Madame Jeanette, «il signore l’aspetta di sotto. Mi ha chiesto di  dirle… di sbrigarsi», mormora imbarazzata.
Non rispondo. Dilato gli occhi, sono nel panico.
Non ho scelta!”.
Ok, devo obbedire.
Torno in bagno come un fulmine, mi asciugo i capelli: perfetti!
Sì, perfetti se dovessi debuttare nel musical Hair! Che disastro, sembro la sorella di Napo Orso Capo.
Va bene, concentriamoci: sono o non sono la maga del decoro? Fortuna che ho la mia borsa degli attrezzi e ci sono i cosmetici che uso per truccare i manichini…
Cinque minuti e sono riuscita ad avere la meglio su me stessa; sono persino riuscita a farmi una veloce manicure.
Ho lasciato i capelli sciolti, ho annodato solo una ciocca in una morbida crocchia dietro la nuca per un effetto nature, chiamiamolo così… anche se il vero intento era quello si domare una chioma da pesco in fiore.
Scappo: un’occhiata di sfuggita allo specchio… Torno indietro di botto: Niente male!, forse avete ragione voi.
Anche il capo sembra apprezzare quando mi vede sulle scale; sta parlando con i suoi zii e suo cugino con la moglie, si girano e mi guardano tutti.
Conosco bene i suoi parenti: ogni anno, durante la Fête du vin o il  Vinexpo, allestisco lo stand del Château Lussac; curo la presentazione del loro brand, perché il capo, suo zio e suo cugino sono in società nelle attività delle cantine.
«Corinne», mi accoglie la moglie di suo cugino, Floriane. «Sei splendida, ero così felice quando Antoine ci ha detto che ci saresti stata anche tu, altrimenti non saremmo venuti. Hai sistemato tu i saloni: ho riconosciuto il tuo tocco».
Gli invitati cominciano ad arrivare e io rimango con lui ad accogliere gli ospiti all’ingresso. “Per forza, li conosco tutti!”. Sembra di stare al lavoro: ha invitato clienti e i fornitori, amministratori delegati e direttori commerciali delle nostre ditte, cioè tutti quelli con cui litigo ogni giorno.
Wow!”. C’è anche Sophie Gardet delle Gallerie Lafayette, l’ho riconosciuta.
Sono un po’ sorpresa e pensierosa: da una parte il capo mi fa un po’ di tenerezza, perché è peggio di me, fuori servizio non ha amici. D’altro canto m’intristisco di nuovo perché significa che mi ha fatto venire perché è una serata di lavoro.
Arriva anche la Signora del Buongiorno, tutta agghindata – manco a farlo apposta, indovinate un po’? – nell’abito nero di Rochas, e ha pure il cappottino! Ci riserviamo la stessa confidenza dei due manichini di poliuteratano che abitano la mia vetrina giù a Bordeaux. Ha un caschetto nero lucidissimo e la bocca più rossa di un semaforo. La star è arrivata in compagnia di due signori anziani, i Germain, amici di famiglia dei Duprez. Tutti si affannano per farsi presentare. 
La diva ha arpionato il braccio del mio capo e non l’ha mollato per tutto il tempo dell’aperitivo. Sembrano incollati, mentre io continuo a parlare con tutti quelli che mi si avvicinano.
Io sono piuttosto imbarazzata perché un conto è discutere di lavoro con la mia solita divisa total black – fuseaux, maglietta e scarpette da danza – mentre ora non ho nulla addosso a parte abito,  scarpe e gli sguardi degli uomini presenti nella sala, nonché le mani del signor Bertelet che mi fa la posta ogni volta che riesce a liberarsi dal guinzaglio della moglie.
Che schifo!, penso mentre gli allontano la manaccia morta dal mio fianco nudo. Per fortuna Duprez senior, lo zio Jacque, arriva in mio soccorso e mi protegge per tutto il tempo dell’aperitivo con la scusa di parlarmi dei suoi vini.
Arriva anche il momento della cena.
La tavola è apparecchiata con piatti di  porcellana bianca di Limoges bordati d’oro zecchino e posate d’argento con innesti dorati. I candelabri di cristallo illuminano il lunghissimo tavolone ed elegantissimi centritavola completano l’ensemble. Faccio l’indifferente e giro intorno al tavolo. Leggo con nonchalance i biglietti segnaposto, ma non trovo il mio nome da nessuna parte.
Sono nel panico!
Non sono stata invitata  e non c’è il posto per me!
Allora è vero: non mi voleva!”.
Ormai tutti hanno trovato la propria sistemazione… ma non si siede nessuno.
Sono sopraffatta dall’angoscia È l’incubo orrendo del più brutto gioco della sedia mai eseguito: la musica è finita e io sono rimasta lì.
E mentre mi guardo in giro spaurita alla ricerca di una via di fuga, incrocio lo suo sguardo arrabbiato del capo, che con cenno stizzito del mento mi indica il posto a capotavola opposto al suo.
Miseriaccia, è il posto della padrona di casa!”. Mi avvicino con le gambe che tremano, mi siedo e finalmente si accomodano anche gli altri.
Tiro un sospirone di sollievo, accanto a me lo zio Jacque e il signor Germain, il traditore che ha portato la diva fin qua, se ne accorgono e ridacchiano.
Tutta colpa tua, Monsieur Duprez, se qualche volta parlassi, magari eviterei certe figuracce!”.
Anche voi, vi prego, smettetela di ridere. Io so come ci si comporta in certi ambienti: nelle scuole svizzere o impari o muori, e io ci ho passato tre anni… in Svizzera… Sì, ho una nonna ricca col pallino dei collegi e di Shirley Temple, voi no?
Comunque una piccola rivincita me la sono presa,  io so quali forchette usare, mentre la signora del mattino non sa che pesci prendere, noto gongolando.
Ve ne siete accorti anche voi, vero? Però se quella continua a toccargli l’avambraccio con la sua manaccia viscida e laccata, le tiro una bella martellata.
Anche dopo cena, non l’ha mollato un attimo: l’orchestra ha  iniziato a suonare e quella donna lo ha trascinato sulla pista.
E io sono bloccata qua, a parlare di lavoro: ma cercano tutti me?
«D’accordo, Monsieur Leroy, aspetto la vostra brochure in formato digitale», prometto all’amministratore delegato di una grossa fabbrica di cosmetici naturali che da noi vende molto bene. «Proporrei il nuovo lancio con una settimana dimostrativa…»
«Che fortuna, questa sera», ci interrompe Sophie Gardet, «Antoine ha fatto una mossa incauta a portare qui il suo braccio destro, sapendo che avrei provato a strapparla alla Duprez, signorina Courbet».
Sophie Gardet dei Lafayette, incurante del fatto di trovarsi a una festa, mi fa una pubblica proposta di lavoro che, vi assicuro, faccio uno forzo da titani a rifiutare.
«È in cerca un nuovo impiego, Mademoiselle? La nostra porta è sempre aperta per lei», interviene il signor Leroy. «Anche noi possiamo offrire qualcosa di allettante».
«Signori, vi ringrazio», rispondo con un sorriso a trentadue denti, «ma sto bene alla Duprez: mi diverto», spiego.
«E può fare tutto quello che le pare». La voce del capo mi sorprende alle spalle. «Da noi fa il bello e cattivo tempo». Lo guardo scettica, sollevando il sopracciglio. Poi si scusa con i suoi ospiti. «Perdonatemi, me la riprendo un momento, ho bisogno di lei…»
«Antoine, sei arrivato come un falco perché hai paura che rubi il tuo tesoro?», gli domanda Sophie Gardet.
«Ovvio, Sophie. Non me la lascerò soffiare sotto il naso, proprio in casa mia». Mi prende per un braccio e mi trascina sulla pista. «Devi ballare con Pierre Turot, non ti ha tolto gli occhi di dosso da quando è arrivato, devi convincerlo a lasciare a noi l’esclusiva della loro linea superior».
«E che cosa dovrei proporgli in cambio, capo? Basta qualche moina o devo spingermi a concedere qualche favore extra?». Sono furiosa: ma come si permette?! Pensavo volesse invitarmi a ballare invece mi usa come pedina per ottenere i suoi scopi.
«Fagli pure qualche concessione extra, tutto pur di accalappiarcelo».
Mi fermo di botto e strattono il braccio per sottrarmi alla sua presa. «Ma per chi mi ha preso?!», gli urlo. Meno male che non ho il mio fedele martelletto altrimenti glielo avrei già dato sulla testa!
«Ma sei impazzita? Che cosa hai capito?! Fagli un trattamento di favore, posizionalo dove preferisce, vedi tu, ma io parlavo di lavoro!», mi spiega scandalizzato.
«Ah», mormoro soltanto. “Ho capito, è tutto chiaro: è solo lavoro. Io sono solo lavoro. Gli servivo qua per far funzionare la sua festa, così come faccio funzionare tutto ai magazzini. “Forse prima l’ho baciato io… Sì, dev’essere così: sono talmente cotta che non me ne sono neppure resa conto”, penso sconfortata.
Sono annientata. Desolata.
Comunque ho strappato l’esclusiva a quel polipo dai lunghi tentacoli che è Monsieur Turot.
Ho anche ballato con tutti gli invitati, tranne il padrone di casa, troppo indaffarato a intrattenere le signore… una in particolare, il guru della moda che lo segue come una cagnolina da salotto.
È quasi mezzanotte, siamo tutti nel salone e i camerieri passano con calici e champagne; anch’io arpiono al volo una flûte e lo cerco con lo sguardo, mentre il cantante comincia il conto alla rovescia. Non c’è, non lo vedo. E non vedo neppure lady Alizée Veyrat.
Sento un vuoto nello stomaco.
«Sei!», urlano tutti in coro.
«Cinque!».
Niente: è sparito. Non è che voi sapete dirmi dove si trova?
«Quattro!».
Lo avete visto insieme a lei e non volete dirlo, perché avete paura che ci rimanga male!
«Tre!».
«Due!».
«Uno!!!!».
Sento solo fischi, grida, auguri; sento i botti di festoni e me lo trovo davanti, col calice alzato.
«Buon anno», mi dice, piega la testa di lato e mi bacia, mi bacia sulle labbra. Io rimango con la flûte a mezzaria, stretta dal suo braccio che mi cinge la vita, stretta a lui. Sento vagamente tutt’intorno la gente che si scambia augurii e baci sulle note del Valzer delle candele,  ma nessuno c’interrompe, almeno per quello che a me sembra il minuto più lungo della mia vita. Qualcuno viene per scambiare i suoi auguri ma lui non stacca il suo avambraccio posato sul mio fianco e quando i musicisti riprendono a suonare, finalmente, mi prende tra le braccia e balla con me.
Voi ricordate bene la favola di Cenerentola?
Forse faccio confusione: lei a mezzanotte smette di ballare e scappa via, giusto?
Ok, allora io non sono Cenerentola, anche se son finita in una favola, perché le danze, per me, cominciano proprio a mezzanotte.
Non ridete: lo so, mi sono illusa troppo presto: la Signora del Buongiorno torna alla carica e me lo ruba di nuovo.
Avete notato anche voi come si struscia?
Non lo molla, lo segue come un’ombra: praticamente gli ha dichiarato guerra, l’assedio è estenuante e mi sa tanto che il capo sta per essere fatto prigioniero, non ho speranze, anche perché lei è proprio il tipo sciantoso che piace a lui.
La serata volge al termine e mi tocca pure congedare gli invitati, si fermeranno qui solo i suoi parenti, i signori Germain, altre due coppie anziane e ovviamente Alizée Veyrat.
«Antoine», dice suo zio. «Non credere che ti sbarazzerai di noi prima di aver aperto quella bottiglia di Armagnac che ti ho regalato a Natale». È il modo carino che Duprez senior usa per congedare le signore e fare le ultime due chiacchiere fra uomini; lo fa sempre, anche agli stand.
«Va’ su», mi esorta il capo stampandomi un bacio sulla fronte. «Per quest’oggi ti sei stancata abbastanza».
Non sono stanca”, vorrei ribattere, ma lui si rivolge ai signori che lo stanno aspettando aprendo la porta della sala da biliardo: «Arrivo subito», dice loro. Quelli sorridono e ammiccano, mentre lui mi congeda. «Devi riposare» e so che vuole che sparisca.

Vetrina n°5

Entro nella sua stanza, vado alla finestra e spio le auto degli invitati che pian piano, in una fila ordinata e silenziosa, lasciano la tenuta.
Vorrei tanto che la Signora del Buongiorno fosse montata su una di quelle auto, invece l’ho vista salire le scale con passo languido, ancheggiando, dopo averlo salutato con due baci sulle guance e avergli sussurrato un “a dopo, caro” a mio esclusivo uso e consumo.
E lui mi ha spedito qua.
Da sola.
Avevo capito bene”, mi dico mentre mi sfilo le scarpe che, miracolo della pelle lavorata a mano, non hanno lasciato vesciche o abrasioni sui miei piedi nudi.
 “Non mi dovevo illudere”, mi ammonisco.
Così ora sono di nuovo mesta e mogia.
Lo sapevo, lo sapevo!”.
Gli occorreva la mia presenza per accogliere gli ospiti.
Allora perché mi ha baciato?!”.
Il suo bacio non significa niente: è solo un augurio di buon anno, infatti sono qui da sola e lui passerà il resto della notte con quella Signora.
E l’ha conosciuta solo questa sera! Me lo ha raccontato Madame Germain scandalizzata: la Veyrat, che è la sua vicina di casa, quando ha saputo che loro sono amici di Duprez ha fatto carte false per farsi invitare, con la scusa che vuole fare una puntata intera sui nostri Magazzini. “Ben contento, Antoine, l’ha invitata”, mi ha spiegato la signora. “Ma si sta comportando proprio male, credevo fosse più riservata, invece si atteggia proprio come una ballerina da rivista”, dice con una punta d’amarezza e mi viene in mente che avevo sentito delle voci su suo marito che in gioventù se l’era spassata per un po’ con una soubrette del Les Folies Bergère.
Bene!”, rifletto. “Come una ballerina del Les Folies Bergère allora non ho scampo! Il capo ha fatto spazio per ricevere la diva degnamente: le ha dato la mia stanza, facendomi sloggiare perché fra noi c’è confidenza e mi ha messo a dormire in camera sua, tanto lui questa notte occuperà un altro letto.
Ovvio, non poteva mica sistemarla qui con lui, in camera sua, senza neppure conoscerla! Doveva offrirle una sistemazione confortevole – la mia stanza – e scambiarci quattro chiacchiere prima di portarsela a letto.  “E poi ci pensa Antoine Duprez in persona a completare il servizio!”.
Ma perché mi arrabbio?!
Sono una stupida coi fiocchi.
E lui è solo un maschio sciovinista.
Un vero schiavista….
È la sua voce!”, interrompo da sola il filo dei miei pensieri funesti. Quando si tratta di lui, ho l’udito più fine di un cane. “Sembra provenire dal piano di sotto. Con chi sta parlando?”.
Devo controllare!
Esco dalla stanza quatta quatta e mi affaccio dalle scale.
Eccolo. Sì, è al piano sottostante. È davanti alla porta di quella; sta parlando con… con un uomo. Mi sporgo: tiene in mano qualcosa…
Ah, un cestello del ghiaccio da cui spunta una bottiglia di champagne…”. Champagne? Ancora?! “Devono brindare al loro incontro. Ma non hanno ancora bevuto abbastanza?!”.
«Bellissima serata, Antoine. Era tutto perfetto», sta dicendo l’uomo. «Va’ ora, non si fanno aspettare le signore».
Non riesco a sentire la sua risposta, mi sono rifugiata in camera per non correre il rischio di essere scoperta mentre lo spio.
Chiudo silenziosamente la porta, torno alla finestra e m’inginocchio a terra, accanto al groviglio di lucine. Lì vicino c’è una presa di corrente, inserisco la spina per accendere e cercare conforto in qualcosa di caldo e familiare: in un lampo tante piccole stelline m’illuminano le mani e me le scaldano.
Non resisto, faccio uno sforzo immane… non ce la faccio… sono troppo stanca e… piango. Piango disperata, nascondendo il viso tra le mani e tra le piccole lampadine accese. Mi sfuggono anche due singhiozzi. Sospiro, ricaccio indietro il pianto, non è da me piangere e lagnarmi.
Guardo il vetro che brilla e con un dolore sordo nell’anima m’incanto a fissare la mia immagine riflessa circondata da mille piccole luci. 
Un rumore mi sorprende e mi volto.
È lui! Che ci fa qui?”.
Mi alzo di scatto e aggiusto le pieghe del vestito.
«Che ci fai qui?». “Avrà scordato qualcosa”.
«È la mia stanza».
Entra e posa il secchiello del ghiaccio sul tavolino e le due flûte che teneva tra le dita.
«Stai bene?», mi domanda.
Annuisco. Lo guardo.
Sono in imbarazzo.
Vorrei vedere voi!
Non è un uomo dalle molte parole, infatti non dice nulla, stappa lo champagne e mi porge un calice.
«A noi», mormora toccando il mio bicchiere con il suo.
«Alla Duprez», rispondo in un soffio e tiro un po’ su col naso.
«No, a noi», mi spiega, perché mi sa che non ho ancora capito e per chiarire bene si protende e mi sfiora le labbra con un bacio.
Tutto il dolore che mi stringeva il petto si è dissolto, lasciandomi un vuoto nello stomaco che m’inebria. Fortuna che ho tolto i tacchi perché tremo e vacillo.
Scusate se non riesco a far dell’ironia, ma sono un tantino impegnata a non svenire. Mi sembra quasi di volare e il cuore mi batte così forte che ho paura che mi esca dalla scollatura.
Non sono molto propositiva, anzi mi lascio andare a un bacio che sogno ormai da troppo tempo, assaporando la sua bocca che sa di dolce e forte, un sapore meraviglioso di liquore invecchiato e nuvole di zucchero filato.
Si stacca, anche se continua a tenermi tra le braccia, e beve un sorso.
«Bevi anche tu, altrimenti il brindisi non vale». Lo imito e godo dell’effervescenza delle bollicine che solleticano la mia bocca già eccitata. Sorseggio lo champagne e mi volto verso la finestra per cercare di mascherare l’emozione. Lui mi circonda la vita, mi abbraccia da dietro, sfiorandomi il collo con baci velati.
«Anno nuovo, vita nuova», mi sussurra all’orecchio mordicchiandomi i lobi con le stelline di brillanti.
«Grazie per il regalo, capo», biascico eccitata, buttando la testa all’indietro per ricevere i suoi baci. “Anche i proverbi non superano mai le quattro parole”, noto.
«Uhm», mormora e annusa il mio profumo prima di rispondere: «Piantala di chiamarmi capo», mi sgrida. «Di’ il mio nome», ordina.
«Antoine», riesco ad articolare a malapena.
«Ahhaum…», lo sento bofonchiare di piacere al suono della mia voce.
Credo davvero che potrei perdere i sensi. Forse lo ha capito perché prende il mio calice per posarli entrambi, poi torna a percorrere il mio corpo con le sue carezze.
Guardo la finestra che mi restituisce la mia immagine, la figura irreale di una donna che non conosco. Le lucine che illuminano la stanza creano un effetto specchio sui vetri a scacchi della finestra e appare un’illustrazione da cartolina di San Valentino. Vedo il riflesso delle sue braccia che mi circondano i fianchi, la bocca si posa lieve sulla spalla nuda e percorre, sfiorando, il breve tratto per raggiungere il mio collo.
Tremo, sto tremando.
Vedo le sue mani che si posano sul mio seno, scendono e risalgono provocando brividi incandescenti. È tutto così bello che mi mancano le forze, mi appoggio all’indietro contro il suo petto. Dalle mie labbra esce un lungo sospiro, invitabile quando le sue mani calde s’insinuano dentro il vestito e cominciano a palpare, titillare… la carezza più dolce che abbia mai ricevuto. Mi sono sciolta, completamente sconfitta.
Slega le fusciacche dell’abito scoprendomi per aver libero accesso.
C’è qualcuno tra voi che sia informato del fatto che si possa raggiungere un orgasmo con qualche carezza?
No? Dite che non è possibile?
Forse perché non avete ancora provato il suo tocco… combinato alla sua voce…. «Sono bellissime», mi sussurra mentre mi massaggia dolcemente. «Le più belle che abbia mai visto», ansima nel mio orecchio. «Sei tutta bellissima, Corinne».
Non ho la forza di rispondergli, e meno male, altrimenti direi solo un’altra fesseria.
Ho le sue mani dappertutto a sfiorarmi ed eccitarmi.
Mi sfila l’abito, facendo scorrere la seta lungo i fianchi e la stoffa cade ai miei piedi.
Sono nuda e  vibro, sto vibrando.
Sento la pressione del suo corpo contro la mia schiena, sento una pressione nel bel mezzo… qualcosa di rigido proprio dove di solito tengo il martelletto…
«Finalmente!», mi ride nell’orecchio. «È una vita che voglio metterci la mia, d’impugnatura». Devo essere davvero nel pallone, altrimenti la battuta sarebbe venuta in mente prima a me, ma non me ne importa niente, appoggio il capo sulla sua spalla e tiro la testa indietro per ricevere il suo bacio. Mi godo la sua lingua che accarezza la mia bocca, le sue mani che massaggiano i miei seni.
Sono nuda fra le sue braccia; mi solleva e mi deposita sul letto.
«Prendi la pillola», si informa.
Io faccio un cenno di diniego.
Apre il cassetto del comodino, ne estrae una scatola di preservativi e me la lancia.
«Aprila», mi sussurra sorridendo. Mi tremano le mani mentre cerco la linguetta per aprire il cellophane della confezione e mi concentro; mi distraggo solo un po’ e non noto che si è già tolto  la giacca.
Non smette di fissarmi e mi sorride mentre si toglie i gemelli dai polsini. Si denuda senza distogliere il suo sguardo dal mio.
Io sono paralizzata, nuda e paralizzata sul suo letto; non posso fare altro che guardarlo mentre si spoglia lentamente per me.
Hanno mai fatto uno spogliarello solo per voi?
Io non sono mai stata neppure in quei locali dove fustacci muscolosi si strappano i vestiti e ballano per una massa di donne urlanti: mi sono sempre rifiutata, ma ora che vedo lo spettacolo – perché vi assicuro che è proprio uno spettacolo – mi sa tanto che mi sono persa qualche cosa.
Lo avete guardato bene?
Se pensavo che in jeans e smoking fosse mozzafiato era solo perché non lo avevo ancora visto senza, perché con i vestiti addosso mica si capisce che cosa c’è sotto!
La stanza è illuminata solo dalle mie lucette che stanno facendo un ottimo lavoro e mi donano la visione del suo corpo nudo.
Imbambolata, aspetto che si avvicini…
E lui arriva, raggiungendomi sul letto.
Mi prende la lunga striscia di preservativi dalle mani e ne strappa uno.
«Basteranno?», chiedo sarcastica. Tra un bacio e l’altro mi è tornata la favella.
«Uhm, sì. Fino a domattina dovrebbero bastare…». Mi ride sulla bocca. Non resisto e gli getto le braccia al collo, trascinandolo nel mio vortice.
«Non ce la faccio più: è un’eternità che ti ho davanti, esposta dentro la vetrina, non ne posso proprio più», mi mormora all’orecchio, mentre mi fa allargare un po’ le gambe, disteso su di me.
«Ma l’hai mai fatto?», mi domanda perplesso, dopo qualche tentativo perché ha trovato un po’ di resistenza.
«Cosa?»
«Indovina?»
«Certo che sì!», rispondo offesa. Non posso mica dirgli che sono quasi sigillata perché è almeno un anno e mezzo che… Infatti, non ero per nulla stupita quando Jules mi ha confessato di avere un’altra; buon per lui!
Ora non sto a spiegarvi nei dettagli, accontentavi di sapere che è riuscito a entrare. È entrato, è rientrato ancora… e ancora, insomma abbiamo surriscaldato i motori e abbiamo fatto ben tre giri della pista.
Però, questa, ve la voglio  raccontare! Non ci crederete ma quando fa l’amore parla. Sì, lui che per tirargli fuori due parole occorre la tenaglia, in certi momenti chiacchiera.
Mi ha detto che una volta libero avrebbe voluto provare… con me, ma sapeva che io ero impegnata.
Mi ha detto che secondo lui il mio fidanzato era un cretino, ma meglio per lui, e che lui sarebbe ritornato tutte le settimane per stare con me, anzi, non se ne sarebbe proprio andato, così avrebbe potuto montarmi tutti i giorni. Sì, ha detto proprio montare.
È un linguaggio molto poco forbito e poco aristocratico… Ok, d’accordo: è un po’ sconcio, ma vi giuro lui non potrà mai essere volgare, non con me. Anzi, è stato molto, molto carino. Mi ha detto un sacco di cosine dolci che mi hanno sciolto come un ghiacciolo sulla spiaggia.
Abbiamo fatto anche progetti per il futuro: mi ha detto che mi monterà tutti i giorni, prima e dopo i pasti…
Basta così… anzi, mi domando perché lo stia confidando proprio a voi: è roba personale. Comunque alla fine mi ha fatto appoggiare il capo sulla sua spalla. «Ora dormi», mi ha intimato dopo l’ultimo bacio.
Io ho obbedito e mi sono addormentata tranquilla tra le sue braccia.

Mi sveglio perché sono infastidita da uno strano solletico sul collo. Riprendo conoscenza lentamente e scopro che mi sta depositando una lunga scia di baci.
«Buongiorno e buon anno», mi dice sorridente. È già vestito e ha indosso il maglione grigio e i jeans che aveva ieri.
«Devo scendere per controllare gli ospiti», mi dice. «Tu resta pure a letto, riposati». 
Non controbatto, mi godo il sapore del suo bacio e scivolo di nuovo sotto le lenzuola, ma non posso più dormire, sono troppo agitata.
E felice.
Non vedo l’ora di rivederlo e stare un po’ con lui. Lo so, ora voi direte se non ne ho abbastanza di vedermelo davanti  tutti i giorni.
No, non ne ho mai abbastanza.
Mi alzo, vado in bagno, faccio una doccia veloce e m’infilo il suo accappatoio.
Tornata in camera mi accorgo che le lucine sono ancora accese. Mi avvicino alla finestra, mi chino per staccare la spina e distrattamente guardo fuori.
Quello che vedo mi fa passare al Lato Oscuro.
Sbianco.
Tremo di rabbia.
E forse anche di dolore, perché sento una pugnalata dentro al petto: di sotto, nello spiazzo davanti all’entrata, il suo Cayenne nero ha il portabagagli aperto e lui sta caricando alcune valigie mentre Alizée Veyrat gli accarezza languidamente un braccio. Richiude il bagagliaio, la fa accomodare in auto, le chiude la portiera, sale al posto di guida e mette in moto.
Un minuto dopo, lui, la sua auto e la signora sono scomparsi dalla vista.

«Mademoiselle», mi annuncia Jeanette, «Il signor Duprez mi ha chiesto di riferirle che è dovuto rientrare in città urgentemente. Stasera sarà al Nantes per controfirmare gli inventari. La prega di  congedare gli ospiti e smantellare tutto. Vi rivedrete domattina».
Ah sì?! Se ne è convinto lui…”.

Vetrina n°6
Busso alla porta, sono convinta!
Sento lo scatto della serratura automatica ed entro.
Sono decisa.
«Monsieur Duprez», lo saluto secca.
Lui alza appena in sopracciglio e mi osserva da dietro Le Monde aperto. Inutile a dirsi sono favolosamente incazzata e ho il cuore spezzato in una miriade di schegge di cristallo, nonostante questo il mio occhio cerca la vignetta di Plantou in prima pagina e una minuscola parte della mia anima ride.
«Finalmente! Hai già finito di smontare il Capodanno?».
«Non ho nemmeno iniziato», e sbatto sulla sua scrivania il palmo aperto col foglio firmato delle mie dimissioni. Ho impiegato tutta la mattina a compilarlo, nelle mie segrete, appollaiata sullo sgabello.
“Che cosa fai, te ne vai?”, mi ha domandato stranita Martine Leroux, il direttore del personale, quando le ho chiesto il modulo.
“Sì, ho ricevuto un’altra offerta. Lafayette”.
“Il capo lo sa?”.
“Più o meno”, ho risposto evasiva.
No, il capo non lo sapeva fino a circa dieci secondi fa, dieci secondi che gli sono serviti per capire, mettere da parte il giornale, afferrare le dimissioni e stracciarle con due strappi.
«E… dov’è che vorresti andare?». So che è arrabbiato.
«Lafayette. Mi hanno offerto…»
«So che cosa ti hanno offerto. Te lo do anch’io».
«Ah sì, capo? Anche lei mi offre un team di otto assistenti, budget illimitato e un ufficio al penultimo piano con due finestre?». Sono tornata molto velocemente al lei. Da uno così, meglio mantenere le distanze!
«Non ti piace il tuo atelier?», mi dice, accennando un sorriso.
Rispondo con un sorriso forzato ancor più finto del suo.
«Ho già preparato la mia roba». Sì, l’ho preparata e non so neppure che cosa ho preso e cosa ho lasciato, perché le lacrime m’impedivano di vedere bene. Notate che erano lacrime di rabbia. Di rab-bia! Non pensate neppure per un momento che mi sia lasciata travolgere dal dolore al pensiero di non vederlo più: non è così. Oh, no no! Non pensatelo neppure! «Dimissioni immediate», proclamo.
«Non puoi, c’è il preavviso», dice beffardo.
«Mi faccia causa», rispondo pronta. «Se lo smonti lei, il Capodanno. E si rimonti tutto come preferisce! Le auguro di trovare al più presto un sostituto. Le servirà questo». Prendo il martelletto che per deformazione professionale tengo sempre infilato dietro nei calzoni e lo sbatto sulla scrivania. «È magico, farà comparire all’istante il genio della lampada», strillo.
«Tu non vai da nessuna parte!», sbraita pure lui, furioso e alterato, scattando in piedi e battendo le mani sul tavolo. Ci guardiamo in cagnesco qualche lungo istante. «Che ti è successo?», mi domanda più calmo, sembra davvero perplesso. Lo guardo per capire se stia parlando sul serio. «Mi sembrava che ieri… tu e io…», mi scruta per studiare le mie reazioni.
«Cosa? Ti sembrava cosa?». Sono ben al di là della rabbia. «Mi hai mollato lì a rimettere a posto!». La furia mi costringe a ritornare al tu. «E te ne sei andato con la tua amichetta! Non sia mai che Antoine Duprez manchi un bersaglio! “Bersaglio doppio a Capodanno”, sembra il titolo di un film di 007!».
«Ah, è per questo: sei gelosa!», se ne esce lui e mi sorride.
Eh, no! Questo proprio non lo tollero!”. Reagisco d’istinto, metto le mani dietro alla schiena per afferrare il mio fedele attrezzo, ma l’ho appena mollato sulla scrivania.
Lui intuisce, il vigliacco, e mi precede togliendo di mezzo il potenziale proiettile.
«Ha ricevuto una telefonata dalla babysitter: suo figlio stava male. Mi ha chiesto un passaggio urgente in città, non voleva disturbare i Germain con cui era venuta e che si fermano a Lussac fino a domenica, così ho dovuto accompagnarla io. Tu avevi il tuo furgone e…». 
Decisamente stai peggiorando le cose, Monsieur Duprez!”, penso stizzita e incrocio le braccia sul petto. «Non è un furgone!». “Come osa, costui, chiamare furgone il mio bellissimo Berlingo d’oro?”. Sono sempre più furiosa…
No, ora sto mentendo: sono tentata di prendere per buona la sua spiegazione…
Sono molto meno furiosa… «Eh… come sta il bambino?», m’informo, sarcastica.
«Il bambino? Beh, bambino… insomma, bambino non direi: è alto come me. Stava bene», mormora imbarazzato.
«Ah sì?», sibilo; non riesco proprio a evitare che mi esca una vocetta stridula.
«Penso sia stata solo una scusa», borbotta, si risiede e mi guarda in faccia. «Ma io non sono interessato, e gliel’ho detto, anche se non fossi impegnato». Mi scruta. «Vuoi davvero andare a lavorare ai Lafayette? Corinne faccio quello che vuoi, se vuoi andare va pure, ma… non te ne andare».
Meno male che sono io quella che fa discorsi sconclusionati!
«Non posso restare…», balbetto, scuoto il capo e abbasso gli occhi. “Oh, Antoine, io non voglio andarmene! NON VOGLIO! Ma dopo l’altra notte, non posso più restare”. Ed è come se leggessi le didascalie tinta seppia di un film muto; mi vedo persino in bianco e nero mentre mi muovo a scatti, porto il dorso della mano alla fronte e gesticolo come Eleonora Duse.
«Farò tutto quello che vuoi, Corinne… Qualsiasi cosa… Dimmi cosa vuoi e…».
«Te!». “L’ho detto? L’ho detto davvero?”. Dentro di me urlo, grido: “Sì, l’ho detto veramente!”. Vorrei fuggire. Scomparire… “Ah già, mi sono licenziata. Meno male che me ne vado: dopo questo bell’exploit è categoricamente escluso che io rimanga…
«Mi hai». La sua voce roca mi sorprende. «Mi hai già. Mi hai da tanto tempo, amore».
Sollevo lo sguardo e rimango stupita e… travolta.
Non credevo che fosse campione olimpico di una di quelle discipline multiple tipo triathlon o “tetrathlon”, sì, perché con uno scatto fulmineo salta la scrivania con un balzo, mi arpiona e mi stritola come il testimone di una staffetta; è sicuramente detentore anche del titolo mondiale di spoglio doppio incrociato, perché mi ritrovo nuda, anzi, nudi entrambi; poi proprio come il discobolo mi lancia sullo scomodo divano del suo ufficio e taglia il traguardo.
E tutto questo in dodici secondi netti.
Sono certa che lui non abbia indosso più neppure i calzini, e nemmeno io, ma che importa? Sono troppo concentrata ad assaporare la mia bocca preferita incollata sulle labbra per poter afferrare anche solo un pensiero, per domandarmi se sono felice.
Sono felice?”.
Sì, decisamente.
Lo so, mi direte che sono stata troppo arrendevole, ho ceduto subito, che lui è uno sfruttatore, che avrei potuto strappare qualcosina di meglio nella mia lecita contrattazione sindacale, che lui è un burbero, che non si capisce quello che pensa e che non dice mai più di quattro parole in croce. Però due parole ora me le sta dicendo, proprio sulle labbra, guardandomi negli occhi, con il mio viso stretto tra le mani, sdraiato su di me. Proprio ora sta usando il suo, di martello magico, che è un po’ più grosso del mio e un po’ più piccolo di quello di Thor, ma picchietta che è una meraviglia e mentre si muove, dolce e delizioso, spiccica due sole parole: «Ti amo».
Vi assicuro che bastano, perché chiudo gli occhi e vedo… mille… piccole… luci. 

FINE

CHI E' L'AUTRICE
VELO NERO dice di sè... : "Se è vero che la vita comincia a quarant’anni, io ho appena terminato la prima elementare. Sono ligure, il che, di per sé, è un tratto distintivo. Nel mio bagaglio di esperienze ho stivato dentro, ben pigiati, studi classici, una vecchia laurea in sociologia, qualche corso di linguistica, comunicazione e un po’di statistica. Vi ho infilato tutte le cose che la gente mi ha insegnato in tanto tempo e tanti anni passati dietro a un banco.Ho fatto poco di tutto e neanche tanto bene. Ma la cosa che faccio peggio in assoluto è la casalinga, così, per non farmi licenziare dai miei tre datori di lavoro, cioè mio marito e le mie figlie, mi sono messa a scribacchiare cercando di far credere ai miei che ho dei numeri. E li ho convinti. Ora non mi resta che convincere voi." Il primo romanzo di Velo Nero, Carta Bianca, uno storico autopubblicato , ha riscosso molto successo sulla rete e i suoi diritto sono stati acquisiti da un' importante casa editrice. Lo vedremo presto anche in libreria. 
La sua pagina FB : https://www.facebook.com/velonero.nerovelo?fref=ts

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32 commenti:

  1. mi è piaciuto tantissimo questo racconto. divertente e sarcastico:i protagonisti insieme fanno scintille! l'atmosfera natalizia c'è tutta, come anche gli ingredienti peculiari della commedia romantica.La caratterizzazione di Corinne (la protagonista) è oltremodo frizzante, una ragazza spiritosa e divertente. Racconto con una nota sexy che non guasta. Complimenti Velonero

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  2. Grazie, grazie è un onore vedere qualcosa di mio su questo blog che è sempre stato per me il faro della letteratura rosa, infilato in mezzo agli altri racconti che sono delle piccole meravigliose perle (li ho letti tutti e posso solo dire che sono rimasta a bocca aperta!), quindi doppio onore, anzi vi confesso che lo considero il mio regalo di Natale. Spero di essere riuscita nell'intento di farvi sorridere. Desidero augurarvi un anno bellissimo e romantico, AUGURI a TUTTE!

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    1. E un gran piacere anche per noi ospitare il tuo bel racconto e quello delle altre amiche autrici.

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  3. Cara consorella Velo Nero, grazie per questo raccontino classico di battibecchi e ironia, perfetto per una giornata di festa. Che la Dea ti benedica, Anonima Strega

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  4. Anche a me e' piaciuto molto. Bella l'atmosfera, interessanti i personaggi (michael vartan... meraviglioso!), insolita e affascinante l'ambientazione francese "di provincia". Grazie Velo Nero, il tuo e' un bellissimo racconto, magico e ironico, complimenti!
    Auguri per un nuovo anno splendido,
    Eva P.

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  5. Ahahahah!!!! Simpatico ho sorriso più di una volta! Bello!

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  6. Teresa Siciliano26/12/14, 16:25

    Molto, molto carino.

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  7. Io l'ho trovato non solo carino, ma veramente bello, romantico e divertente. La tenera insicurezza di lei, il fare da macho di lui sono un connubio azzeccatissimo. Originale il dialogo con il lettore. Mi sarebbe piaciuto avere anche il pensiero di lui oltre che quello di lei. :-) isabella

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    1. Il pensiero di lui? Se lo avessi scritto sarebbe uscito fuori qualcosa di ben diverso dall'idea che Courbet ha del suo "capo"! Grazie Isabella, sei molto carina.

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  8. Molto piacevole. Grazie del regalo.
    LaZia

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  9. Proprio proprio BELLO! mi è piaciuto un sacco. Divertente, ironico, per nulla scontato e ovviamente scritto benissimo. Sei sempre una garanzia velo nero e non mi stancherò mai di leggere cose scritte da te! Lorenza

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  10. Divertente, ironico e frizzante, con personaggi simpatici, un classico di cui non ci si stanca mai. Grazie!

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  11. Grazie a tutte e... tre, due, uno... Buon Anno! :)

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  12. Che originale la divisione in "vetrine"!! Io amo molto la Francia e questo racconto mi ha restituito la sua atmosfera luminosa e romantica. Un racconto proprio bello, con un pizzico d'ironia e tanta dolcezza che non guasta mai! :-)

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  13. Bel racconto, davvero! Mi è piaciuta l'ambientazione francese e anche i personaggi. La protagonista mi ha strappato più di un sorriso e lui... caspita, era affascinante da morire col suo carattere un po' burbero. Complimenti, VeloNero!

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  14. Mille piccole luci wauuuuuuuuuuu Velonero complimenti! E ironico divertente dolce come la favola di Cenerentola bellissimo regalo di Natale che aspetto mancavi solo tu! Come sempre e un onore leggere qualcosa di tuo un bacio rosig
    <3

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  15. Bellissimo racconto! Divertente, simpatico e molto intrigante! Fino alla fine non capivo le vere intenzioni di questo benedetto 'capo' .....che mi ha fatto un po' arrabbiare in questo racconto perché l'ho visto un po' despota ed approfittatori di questa meravigliosa ragazza di una tenerezza infinita .....ma poi questo uomo un po' burbero si è rivelato x l'uomo innamorato che era finalmente! Brava VeloNero .....come sempre! Rita

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  16. Esco dal coro delle entusiaste, perché anche se il racconto, indubbiamente spigliato e sagace, nello stile cronaca "vive" giorno per giorno, è stiracchiato nel divenire della storia d'amore, condizionata dalla sudditanza di Corinne, dominata supinamente dal cavernicolo Antoine. Poi la scena di seduzione per me è orribile. Milena

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  17. Trovo che questo racconto narri in modo frizzante le molteplici coloriture dei sogni, rimandando senza sussiego a un messaggii ulteriore per chi non si ferma allo smalto superficialr, pur se bello.

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  18. Bellissimo un libro divertente mi è piaciuto molto brava

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  19. Il migliore letto fino a ora complimenti! Avevo letto un tuo storico consigliato dal blog.
    Michi

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  20. Babbo Natale mi ha fatto un bel regalo, un pc nuovo di zecca con cui, finalmente, riesco a rispondere. Con il mio vecchio netbook era un'impresa e mi si cancellavano i messaggi. Sono contenta di avervi fatto sorridere col mio raccontino senza pretese, tranne quella appunto di strapparvi un sorriso. Un abbraccio a tutte, VeloNero

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  21. VeloNero, il tuo racconto è davvero davvero davvero (ne ho scritti abbastanza?) fantastico! Bella l'idea della vetrinista, bella l'idea del castello, ma soprattutto fantastica la scrittura... Il trucco di far interagire la protagonista con i lettori mi ricorda certi telefilm in cui l'attore si gira verso lo schermo e parla con chi lo guarda. Molto piacevole. Cara VeloNero, tu sai decisamente scrivere.

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  22. L'ho letto solo ora e mi è piaciuto tantissimo! :-)....fantastica, davvero, la scrittura. Complimenti.

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  23. CARINO,FRIZZANTE MI FA PENSARE ALL'ATMOSFERA NATIALIZIA A PARIGI
    ELISABETTA

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  24. Mi è piaciuta tantissimo la scelta del discorso diretto in prima persona: Corinne ci parla direttamente e si permette così di raccontarci molto di se, di ciò che pensa in quel momento, del suo sarcasmo... Bellissimo racconto!!!!

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