Christmas in Love 2017: "TUTTA UN'ALTRA STORIA" di Sybil Davon


16 dicembre

Mary approfittò del semaforo rosso per spostare il peso da un piede all'altro, aveva proprio sbagliato scarpe per un tour de force natalizio. Si era lasciata corrompere dai dieci centimetri d'altezza che madre natura non le aveva fornito e che quegli stivaletti sembravano concederle a prezzo modico.  Forse in fatto di scarpe la comodità era inversamente proporzionale al costo. Peccato non potersi permettere delle Jimmy Choo per verificarlo. La sua vita non era tutta sex and the city. Di sex non c’era nemmeno l’ombra e come city Washington non offriva gli svaghi di New York. Mary sospirò immergendosi di nuovo tra la folla, evitò per un soffio un barboncino (con un soprabito più elegante del suo) e sopportò con grazia un paio di bustate nello stomaco. La capitale sotto Natale poteva essere un posto molto pericoloso.
Lei se ne sarebbe rimasta volentieri a casa, al calduccio, con un libro e la voce di Michael Bublé in sottofondo, ma non aveva spuntato tutte le voci della lista regali e quindi se ne stava là, imbottigliata tra le vetrine e una comitiva di ragazze skinny.
Skinny lei non lo sarebbe mai stata.
Abbottonò meglio il cappotto, per nascondere le proprie forme abbondanti, per dare la colpa alla piuma d’oca per le rotondità così diverse dalla linea filiforme imposta dalla moda. Che poi Mary era a dieta, lo era davvero, e da mesi. Lunghe settimane senza toccare cioccolato, senza guardarlo neppure, perché si sa che la digestione inizia dagli occhi. E vuoi mica ingrassare pure per quello che non mangi?
Aveva abolito gli zuccheri e il suo caffè era più nero del nero assoluto, intonato al suo umore. Quello sì, in rapida discesa. La bilancia, invece, non sembrava percepire i cambiamenti. Restava sempre inchiodata oltre i sessantatre chili, che se sei alta un metro e una mela non è proprio il peso ideale.
Mary era un’autostrada tutta curve in un mondo che preferisce i rettilinei. E non c’era nessuno con cui condividere il viaggio.
Non sarebbe mai stata magra. Meglio accettarlo.
Come se i suoi pensieri l'avessero guidata, Mary si ritrovò a Dupont Circle, proprio davanti alla sua pasticceria preferita. Non ci metteva piede da mesi. Una delle proprietarie l’aveva anche contattata su facebook per chiederle se stesse bene. Mesi di astinenza da cornetti e pasticciotti… per niente.
E allora basta.
Mary scelse di dimenticare i vestiti che non le entravano, gli sguardi che l'avevano oltrepassata, i commenti che l'avevano mortificata perché non era abbastanza ma era troppo, troppo grassa, troppo golosa, troppo se stessa.
Il campanello tintinnò sopra la sua testa, mentre il calore del negozio la abbracciava, facendola sentire a casa.  Una casa rumorosa, piena di gente, senza una sedia libera, in cui i pettegolezzi si alternavano al suono delle posate nei piatti.

***

Brian non era abituato al Natale, soprattutto in un luogo pubblico di una grande città.
C’erano voci ovunque, centinaia di storie che fluttuavano intorno alle sue orecchie senza che riuscisse ad afferrarle davvero. E i profumi?
Cannella, zenzero, zucchero.
Caffè, caramello.
E Natale, puro e semplice Natale, di quello per bambini, in cui c’ ancora la speranza di ricevere il regalo giusto sotto l’albero, di quello in cui puoi abbuffarti, che la bilancia non sai cosa sia.
Brian un Natale così non l’aveva mai avuto. Al castello non era permesso.
Suo padre sarebbe morto piuttosto che giocare a palle di neve o costruire un pupazzo. Sua madre non addobbava nemmeno l’albero, che tanto ci pensano le cameriere.
Natale di seconda mano, ecco cosa aveva avuto Brian.
«Sei sicuro di stare bene?» Gorgonia lo fissava con espressione corrucciata al di sotto dei boccoli ramati.
«Tutto questo è accecante.»
«Te l’ho detto, la mia famiglia non ha esattamente il senso della misura» gli fece notare l’albero dal quale pendevano centinaia di bastoncini di zucchero, cupcackes e omini di panpepato. «E poi in questi giorni Hello Italy è sempre piena. Non penso sia il posto adatto alla tua ispirazione.»
«Al contrario, è esattamente ciò di cui ho bisogno.» Brian fece roteare la penna tra le dita. Nemmeno ricordava di averla afferrata, è che una penna era sempre lì, nella sua mano, pronta per essere impugnata. Un’arma magica… che però l’aveva tradito. «O almeno spero.»
Gorgonia alzò gli occhi al cielo, poi gli scompigliò i capelli, come quando erano ragazzini. «Vuoi dell’altro caffè, Shakespeare?»
«Sì, e anche un babà alla crema.»
«Ma è il terzo!»
«Sei una pessima cameriera, dovresti incoraggiare i clienti e non fargli la ramanzina.»
La sua amica scomparve dietro il bancone, fagocitata dalla folla di golosi in estasi davanti alla vetrina. Brian sospirò davanti alla pagina bianca del suo blocknotes. Non c’era una trama che durasse più di una settimana, nessun protagonista che gli solleticasse l’immaginazione. Zero totale.
Scarabocchiò un paio di nomi, un paio di professioni, di luoghi del mondo che aveva visitato e non vissuto. Poi cancellò tutto.
«Ecco il caffè, il babà e un’ospite.»
Lo sguardo di Brian saettò dal caffè bollente alla ragazza in piedi dall’altro lato del tavolo. Lo guardava con gli occhi sgranati e le guance rosse come mele stregate, le mani protette dai guanti non smettevano un secondo di muoversi. Suonavano una melodia invisibile, una sinfonia timida.
«No, ma davvero, non c’è bisogno di disturbare il signore» stava dicendo.
Brian ci mise un po’ a capire che “il signore” fosse proprio lui. Lo scappellotto di Gorgonia gli svelò il mistero.
«Al signore non dispiace dividere il tavolo, dato che non ce ne sono altri liberi. Giusto?»


***

Mary avrebbe voluto indossare il mantello dell’invisibilità. E fa niente se non è mai esistito.
A lei serviva. Ne aveva assolutamente bisogno.
Quasi quanto aveva bisogno di una torta di mele e un cappuccino spolverato di cacao.
Quasi o forse di più.
Avrebbe voluto osservare indisturbata l’uomo che aveva davanti, una riproduzione fedele dei suoi sogni proibiti. I capelli biondi quasi troppo lunghi, gli zigomi pronunciati, gli occhi azzurri.
Azzurri come il mare d’inverno.
Ma chi l’aveva visto mai il mare d’inverno?
«Davvero, io…»
«Sarebbe un piacere dividere il tavolo con la signorina.»
Mary pensò di aver capito male. Poi si convinse di avere le allucinazioni. Insomma, nel 2017 nessun uomo si alza e scosta la sedia per farti accomodare. Nemmeno ti aprono la portiera della macchina, né ti offrono la cena. È già un miracolo se non dimenticano a casa il portafogli che hanno in tasca.
«Grazie.» E fu così che le cedettero le gambe e scivolò con poca grazia sulla poltroncina. «Mi dispiace davvero disturbarla.»
Quante volte aveva detto “davvero”?
«Nessun disturbo.» Le sorrise da sopra la tazza di caffè, ne bevve un sorso poi corrugò la fronte, come se si fosse improvvisamente ricordato una cosa importante. «Che maleducato, non mi sono presentato. Mi chiamo Brian.»
«Mary.» Si affrettò a tendergli la mano, che lui strinse un po’ più del consueto.
«Mary» ripetè, quasi fosse un nome eccentrico per una donna eccentrica. Ebbe l’impressione che lui lo scrivesse perfino, con la punta della penna a mezz’aria, giusto per avere la sensazione di seguire le lettere di un nome sentito già chissà quante volte.
«È piuttosto comune» si giustificò.
«A volte sono le cose più comuni a renderci felici.» Lui si ritirò verso lo schienale della sedia, si guardò intorno quasi stupito di trovarsi lì.
«Ecco qua!» L’arrivo di Gorgonia servì a rompere il ghiaccio e far impennare la glicemia. «Il solito cappuccino con cacao per la nostra Mary. Poi ci sono degli assaggi di cassata, panettone, cartellate e struffoli offerti dalla casa.» In un nano secondo il tavolo fu invaso di piatti, tutti i dolci erano in doppia porzione e aspettavano solo di essere mangiati. Lei e Brian si guardarono, un po’ smarriti, un po’ felici.
«Ah, prima che mi dimentichi.» Gorgonia recuperò un pezzo di carta dalla tasca dei jeans e lo porse a Brian. «Mia cugina Kiki» si voltò a indicargli una brunetta che sparecchiava un tavolo. «Ti manda questo ritratto, è un tipo che ha incrociato giorni fa, non sa nemmeno come si chiama ma è convinta che sia l’uomo della sua vita.» Scosse la testa e i suoi capelli catturarono mille riflessi purpurei. «Secondo me è pazzesco, ma lei insiste che sia una buona storia.»
«Diamo un’occhiata a questo misterioso principe azzurro.» Brian prese lo schizzo, lo allontanò da sé per osservarlo meglio. «Sia mai che mi faccia passare il blocco dello scrittore.»
«Tienilo pure, lei può disegnarne un altro a occhi chiusi.» Fece spallucce e poi se ne andò, lasciando tra di loro una scia di farina e profumo a buon mercato.
«Tu che ne pensi?» Brian girò il ritratto verso di lei.
Mary si sporse a studiarlo, tra una forchettata di cassata e un sorso di cappuccino. Era bello l’uomo del ritratto, un viso dai lineamenti cesellati, duri, e gli occhi profondi.  «Difficile da dimenticare, in effetti.»
«Sembra sicuro di sé.»
Lei annuì, guardando un po’ il disegno e un po’ Brian. Lui studiava la figura come se potesse indurla a parlare e Mary avvertì un formicolio lungo la colonna vertebrale, un’emozione insolita, la stessa di quando assisteva a uno spettacolo di magia e non ne comprendeva il trucco.
«E turbato» aggiunse Brian.
«Perché turbato?»
«Lo sguardo, il cipiglio, è un uomo costretto a diventare forte, ma perché? Da cosa?»
Mary affogò le domande nel cappuccino e fissò spudoratamente l’uomo che aveva di fronte. Anche lui aveva uno sguardo torbido e la postura rigida, anche lui scatenava mille domande, ma Mary non aveva neppure una risposta.
«Nessuna ipotesi?» la incitò.
«Problemi di lavoro?»
Brian esaminò il panettone, ne strappò un pezzo con aria diffidente. «Perché non problemi di cuore?»
Mary scosse la testa, la lunga treccia oscillò sulla sua schiena. «Uno così non ha problemi di cuore.»
«Perché?»
«Perché è bello» rispose con sincerità. Mary aveva cambiato soggetto a quella conversazione, era già passata a esaminare le dita di Brian alla ricerca della fede. Troppo affascinante per non avere almeno una fidanzata. Troppo attraente per lei.
«E la bellezza risolve tutto?» chiese Brian, tamburellando la penna sul blocknotes. Lo riempì di puntini neri, ma non ci fece caso.
«Forse la bellezza non apre ogni porta, ma il non essere bella di sicuro te ne fa trovare parecchie chiuse.» All’improvviso, davanti all’ultimo sorso di cappuccino, col sapore del miele ancora sulle labbra, a Mary si serrò lo stomaco. Quelle parole erano amare come la vita vera, come le taglie che non trovava e gli specchi che evitava.
«Non puoi parlare per esperienza diretta.» Brian le sorrise, di un sorriso che arrivava agli occhi, che la costringeva a distogliere lo sguardo, perché non sopportava di essere guardata. Mary non voleva essere osservata, perché non si sentiva all’altezza di quell’attenzione e viveva con l’ansia costante che qualcuno le additasse i suoi molteplici difetti. Lo facevano sempre i suoi compagni di college, ogni giorno. Ogni chilo. «Tu sei bella.»
Tu sei bella.
Gliel’avevano mai detto?
Forse sì, forse Josh Sullivan, la notte del ballo dell’ultimo anno, la notte della prima volta. Era stata una bugia.
«A Natale siamo tutti più buoni» balbettò, incastrando le mani tra le ginocchia e il cuore nelle costole.
«Magari fosse vero.» Di nuovo l’ espressione di Brian mutò in tristezza, i suoi occhi persero ogni traccia di calore, diventarono un azzurro che sa di gelo e d’inverno. Mary avrebbe voluto scioglierlo quell’inverno, riportare la tenue brezza della primavera, i colori brillanti e la voglia d’innamorarsi. Ma erano solo sogni, quelle fantasie che si concedeva solo a Natale, con la complicità delle commedie romantiche e delle favole Disney in loop alla tv.
«Non ami le feste?»
«Se fossero sempre così, le adorerei.» Un’occhiata fugace alla pasticceria piena, alla tavola imbandita e a lei.  «Nella mia famiglia Natale significava un menù più incomprensibile del solito, perché si assumeva il cuoco francese, regali di lusso di cui non sapevo cosa farmene, e quella deprimente allegria forzata…» Il disgusto gli piegò le labbra, incominciò a mangiare per scambiare l’amaro dei ricordi con quello dolce dei piatti italiani. Brian ce l’aveva scritto in faccia, e Mary conosceva troppo bene quella sensazione per fraintenderla. «E poi quando le cose brutte succedono a Natale… è come se fossero ancora più orribili.»
Se lo lasciò sfuggire, tra un boccone e l’altro, tra una nota di White Christmas e l’altra.
Poi fece finta di niente, mentre Mary bruciava dalla voglia di sapere cosa fosse successo di tanto brutto a Natale, perché lui stava pensando a qualcosa di specifico. A qualcuno, forse.
Ma il coraggio di chiederglielo non l’aveva.
Le sarebbe piaciuto essere un po’ indiscreta, come la sua amica Val che sparava domande a bruciapelo e bruciacuore, senza pentirsene, senza rimangiarsele. Voleva sapere una cosa e la chiedeva. Punto.
Voleva qualcosa e se la prendeva.
Punto.
«A me le feste piacciono.» Ecco, incisivo, audace. Un disastro. «Dipende da come le interpreti. Prendi i regali, pe esempio, puoi prendere la prima cosa che capita, quella più cara per ostentare, oppure puoi scegliere di cercare il regalo giusto, che dica al destinatario che l’hai ascoltato, che conosci i suoi desideri e che per te ha un significato speciale.»
Brian incrociò le braccia al petto, inclinò appena un po’ la testa. «Il tuo ragazzo è un tipo fortunato.»
«A non avermi ancora incontrata?»
«Eh?»
A Mary fece ridere l’espressione perplessa di Brian, coronata dai baffi di zucchero a velo. «Non ho il ragazzo.» Lo disse guardando il piatto, con l’imbarazzo di essere quella non scelta e la familiare nostalgia delle cose non ancora accadute. «Il mio principe azzurro starà ancora facendo la bella vita con la strega cattiva.»
«Interessante questa versione della storia.»
«Te l’ho detto è tutta questione di interpretazione.»
«Mi piacerebbe conoscere il resto della storia.» Si sporse in avanti, verso di lei. L’espressione assorta, l’indice sinistro che toccava appena il labbro inferiore e la mano destra che picchiettava di nuovo la penna sui fogli.
Mary avvertì il peso del suo sguardo, come fosse capace di trovare ogni angolo della sua anima e ogni curva del suo corpo. Come se nessuno, prima di lui, l’avesse mai vista prima. Quella curiosità la fece arrossire, ma non ritrarre. Non era la ricerca del difetto, non era la mira per colpire il punto più tenero, era interesse sincero, bizzarro, umano.
Le venne quasi da ridere perché aveva voglia di raccontarsi, di lasciarsi scoprire, di dare senza paura di vedersi restituire con sdegno l’offerta.
Forse era colpa dell’aria di Natale, del picco di glicemia, di quell’uomo dai capelli biondi e gli occhi azzurri, ma Mary, per una volta e solo per una volta, dimenticò di non essere abbastanza.
«Che cosa vuoi sapere?»


***
Il sapore delle tue labbra.
Era questo che avrebbe voluto dirle.
E quanto sono lunghi i tuoi capelli una volta sciolti.
Ma non disse nulla di tutto ciò, non avrebbe potuto.
Aveva perso la voce e la razionalità, smarriti chissà dove, in un punto imprecisato del tavolo, tra le mani di lui e quelle di Mary. Erano così vicini, gli sarebbe bastato sporgersi ancora un po’ per contare le pagliuzze dorate nei suoi occhi castani, sentire il suo profumo, assaggiare le sue labbra.
Così vicini.
Era bella Mary, ma non lo sapeva. Indossava quella grazia inconsapevole di tutte le donne insicure, quelle non attendono un uomo, ma un lato nascosto di se stesse. Solo che non lo sanno.
Perché Mary non riusciva a vedere la propria sensualità? Chi l’aveva resa cieca?
Forse un ragazzo immaturo o un’amica che non era tale. Forse la tv o le vetrine colme di manichini spigolosi. Stava cercando risposte, Brian lo capì subito.
Ma non si era accorto di aver cominciato a farsi domande.
Erano nati così tutti i suoi romanzi, attorno a un personaggio e ai suoi lati oscuri, ai suoi difetti, che spesso non erano altro che mostri sotto al letto, spaventosi fin quando qualcuno non accendeva la luce.
Gli sarebbe piaciuto accendere la luce negli occhi di Mary, impedirle di abbassare continuamente lo sguardo, prenderle la mano e poi farsi raccontare la sua storia.
Ma non l’avrebbe fatto.
«Scusami.»
Non era bravo con le storie vere. La vita reale gli stava stretta, perché finiva sempre male e non si potevano cancellare gli errori. Niente editing. Solo brutte recensioni.
Brian scriveva, scriveva dell’amore che non aveva mai vissuto, di quella passione il cui seme non era mai sbocciato. Nei libri la sofferenza aveva una ragione, era transitoria, una piccola parte della vicenda. Almeno quando lui era l’autore.
Per anni aveva vissuto attraverso i suoi romanzi, aveva riempito la propria solitudine, dato al suo cuore battiti fittizi e al suo corpo donne di carta. Ogni tanto c’erano state anche quelle vere, ma si fermavano sulla pelle e non andavano oltre, non attraversavano l’anima, non penetravano nel cuore.
Non dopo Kate.
Kate che aveva scelto Alex e non lui, proprio a Natale.
Kate che se ne era andata con un altro, portandosi via la voglia di vivere davvero.
Aveva lasciato un fiume d’inchiostro e la storia di un amore mai nato, se non nella testa di Brian.
L’aveva letta un sacco di gente quella storia, e lui ne aveva scritte altre, decine di altre, ma nella protagonista, che fosse dannato, ci vedeva sempre Kate.
«Ho dimenticato di avere un appuntamento e sono già in ritardo.»
Avrebbe dovuto consegnare un manoscritto due settimane prima. Era ancora una pagina bianca in attesa di essere riempita, come lui. Un vuoto a metà tra la disperazione del nulla e la speranza di un sogno meraviglioso. Anche lui era una pagina bianca, anche lui voleva che la vita gli scrivesse addosso, che l’amore lo colmasse, ma aveva paura.
E ora poteva scegliere se buttarsi o scappare.
Poteva rischiare di essere ferito di nuovo o trovare la felicità. Non puoi mai saperlo prima, non puoi sbirciare l’ultimo capitolo per sapere come andrà a finire. Il viso di Mary, un ovale perfetto in cui gli occhi s’incastonavano come pietre preziose, sembrava sussurrargli di provarci, di smettere di voltare le spalle e fuggire. Tra la sciarpa rossa e il vestito nero c’era un lembo di pelle scoperta, appena uno spiraglio di scollatura che bastava, però, ad accendere in Brian l’inattesa voglia di toccarla, di renderla sua. E lui?
Lui avrebbe voluto appartenere a qualcuno, a una donna dalla quale tornare dopo i viaggi, a cui raccontare fantasie, con cui trasformare l’immaginazione in realtà. Il rifiuto, però, era una prospettiva troppo spaventosa per affrontarla ancora una volta. Brian se lo ricordava ancora quel giorno, il giorno in cui l’inizio fu una fine, in cui capì che rifugiarsi nei sogni, in ciò che non era stato ma che poteva essere, era la cosa che gli riusciva meglio.
«Devo andare.»

***

20 dicembre

«Non puoi vestirti sempre di nero.» La sua amica Val le tolse di mano la gruccia con il delizioso abitino che aveva adocchiato nel delirio dello shopping natalizio.
«Per te è facile parlare, sei magrissima. Ti sta d’incanto qualunque cosa.»
«Magari fosse vero!» Val piroettò nel tubino dorato, malgrado la taglia xs il vestito le cadeva da tutte le parti. «A me piacerebbe una scollatura come la tua.»
«Se prendi anche il sedere troppo grosso, possiamo fare a cambio.» Mary riconquistò l’abito nero, ma Val glielo strappò di nuovo dalle mani.
«Verde» sentenziò. «Ci vuole un bel verde bottiglia per te, se proprio non vuoi osare con il rosso.»
«Se mi vestissi di rosso sembrerei la figlia di babbo natale.»
Val scomparve dal camerino, portando con sé il vestito nero. Ormai era perduto. Mary si ritrovò sola di fronte alla propria immagine moltiplicata per tre. Tre specchi, come se uno non fosse già troppo. Provò a sorridere a se stessa, si disse che il trucco quella mattina era perfetto, metteva in risalto i suoi occhi, e i capelli sciolti le cadevano sulla schiena come un mantello. Un vezzo da principessa che non aveva mai abbandonato. Non era poi così brutta. Almeno finché non provava un vestito aderente.
Almeno finché non sperava di attrarre l’interesse di un uomo.
E che uomo.
Brian Vane le sorrideva dalla quarta di copertina, aveva comprato l’ultima edizione di uno dei suoi romanzi, scoprendo di averne già letti altri, e di averli persino adorati. Era crudele che un uomo così indifferente sapesse scrivere magnificamente d’amore.
Indifferente, non le era parso poi così indifferente, all’inizio. L’aveva guardata con curiosità e calore, lasciandole sulla pelle l’impronta del suo sguardo, simile a una carezza. Si era sentita stranamente protetta dai suoi occhi, l’esatto opposto di ciò che avveniva di solito. Mary si nascondeva in abiti neri, per sminuire le sue forme, per diventare un po’ meno rispetto al troppo che era.
«Smettila di guardarti come se fossi obesa.» Val la rimproverò, sorprendendola a fare una smorfia davanti allo specchio. «Sei una taglia assolutamente normale. Te l’ha detto anche il dietologo che più di tre o quattro chili non dovresti perdere.»
«Tanto non ci riesco a perderli, lo sai.»
«Sì, ma non farne una tragedia. Non sei grassa.»
«Siamo tutte grasse se non entriamo in una small.» Mary lanciò un’occhiata d’invidia al minuscolo girovita di Val. Talmente sottile che quasi non si vedeva, era una di quelle ragazze che sembrava stare in piedi per magia.
«Agli uomini piacciono le curve.»
«Allora com’è che tu sei fidanzata e io no?» Mary arricciò il naso per la puzza di frasi fatte sentite già mille volte.
«Non puoi essere acida a Natale! Vediamo se questo ti addolcisce…» Val le tese un lungo abito verde, Mary saggiò con le dita la morbidezza del velluto, poi scoprì il pizzo nero della scollatura. Le piaceva. Era audace. Era lei in un’altra storia.
«Non è adatto per farci la spesa, ma per la festa di Natale può andare bene. Ti piace?»
Lasciò che la sua amica macerasse un po’ nell’ansia, solo un po’. Val detestava quando non le si dava ragione. Alla fine le sorrise, con riconoscenza. «Moltissimo.»
«Dai, provalo.»


***
La vigilia di Natale.

«Leo ti manda questo.»
Gorgonia depositò sul tavolo un piatto dall’aria poco invitante. «Che roba è?»
«Si chiama cannolo, è farcito con ricotta e gocce di cioccolato, lui ci ha aggiunto anche un pizzico di arancia e cannella, per renderlo più natalizio.»
«Perché non fate dolci normali, come la cheesecake?»
«Siamo italiani.»
Brian alzò lo sguardo verso la ragazza dai capelli rossi. «Tu sei mezza irlandese, Gin.»
Notò una fitta di tristezza attraversare suoi lineamenti, Gorgonia distolse lo sguardo. «Nessuno mi chiama così da molto tempo.»
«Pensare a Nick ti fa ancora male?» Era incredibile, che Gin e Nick avessero la stessa espressione quando uno inciampava nei pensieri dell’altro. Rammarico e dolore, ecco cosa aveva portato l’amore.
«No, perché non ci penso.» Gli sorrise, d’un sorriso falso e luccicante. Afferrò uno dei suoi quaderni, sfogliò le pagine con tanta foga che era impossibile avesse letto anche solo una parola. «Passato il blocco dello scrittore?»
«Sì.»
«Ti prego, dimmi che non ti ispiri ancora a Kate.»
Brian sospirò, l’aria uscì dal petto con sorprendente facilità. Kate non c’era più, non ostruiva più i polmoni, non infestava le sue trame. «Questa volta no.»
«Uno di noi due s’è liberato del proprio passato.» Gorgonia sorrise di nuovo, questa volta le si illuminarono anche gli occhi. Si sedette accanto a lui, ignorando le urla di una delle sue cugine che la richiamava al lavoro, ai tavoli da servire. «Mi fa piacere.»
«Grazie.» Brian tentò di recuperare il quaderno, ma lei si voltò per non farselo rubare.
«Allora, questa volta chi è?»
«A chi ti riferisci?» chiese Brian, studiando il cannolo con diffidente curiosità.
«Alla ragazza a cui ti sei ispirato.»
«Nessuno» mugugnò con la bocca piena.
Gorgonia aspettò che finisse di masticare prima di dargli il quaderno in testa. «Bugiardo. Lei lo sa?»
«Di avermi ispirato per il romanzo?»
«Ma chi se ne frega dei romanzi! Lei sa che te ne sei innamorato?»
Brian sgranò gli occhi. Pensava a Mary di continuo, la vedeva seduta a leggere su ogni panchina del parco, la scorgeva nelle strade che percorreva, riflessa nelle vetrine e poi nella sua stanza, tra le lenzuola e il divano. Lei era ovunque e da nessuna parte. Non l’aveva più incontrata, non avrebbe saputo nemmeno come ritrovarla, ma non era importante, perché non l’avrebbe comunque cercata. Brian aveva scelto ancora una volta la finzione, la rassicurante fantasia dell’amore perfetto, piuttosto che la realtà di una nuova delusione. Non ne valeva la pena.
«Non sono innamorato.»
Non ne sono capace.
«La frequenti da molto?»
«È stata una storia breve ma intensa.»
«Sembri Kiki con il militare a Dupont Circle: “Pochi secondi, Gorgonia, ma sono stati i migliori della mia vita.”» Sbuffò, cambiando quaderno e spiluccando ancora qualche frase. «Vorresti rivederla?»
Sì.
No.
«Forse.»
«Che significa?» esplose lei, spalancando le braccia e gettando il quaderno sul tavolo.
«Se scrivi di una persona è come se l’avessi sempre accanto» le spiegò.
«Ma non è vero.»
«Questione di interpretazione» sussurrò Brian, ripensando alle parole di Mary. «Ognuno vede le cose a modo proprio.»
«No, Brian. È che abbiamo una vita sola e tu la stai sprecando.»
 «Gin.» Calò la voce su quel soprannome antico, sapendo di farle del male, di risvegliare ricordi aspri. «Non farmi la predica.»
«Hai un castello in Irlanda dove non metti piede, sei uno dei pochi romantici rimasti su questa terra ma non vuoi innamorarti. Finalmente incontri una che ti interessa e preferisci inventarti una storia con lei, invece di vivertela…» Restò zitta per qualche secondo, guardandosi intorno. «Siamo tutti in cerca di una dannata possibilità per essere felici. Io mi ammazzo di lavoro per pagarmi l’accademia di recitazione e forse saranno soldi persi, Kiki prega di rivedere un perfetto sconosciuto, Leo corteggia la stessa ragazza da due anni e non si rende conto che non è giusta per lui. Il fatto è che vivere significa rischiare, di essere delusi, abbandonati, infelici, ma anche di poter realizzare il sogno che ci tiene svegli la notte.»
«Gorgonia…»
«No, ascoltami.» Gli puntò un dito contro, il viso acceso di un’emozione che Brian non riusciva a riconoscere. Preoccupazione, rabbia, forse affetto. «Sei fortunato, anche se hai avuto un padre terribile e la donna che amavi ti ha lasciato ancora prima di mettersi con te. Sei fortunato perché hai decine di possibilità, puoi vivere in un castello, puoi permetterti di viaggiare, di scrivere con una Montblanc come io uso una bic, di fare il lavoro che desideri, di guardarti allo specchio senza vergognarti del tuo corpo. Sei un uomo dolce, colto e ingrato, perché la vita ti sta dando tanto e nemmeno te ne accorgi. Non sei tuo padre, non sei marcio fin nel midollo e non importa se Kate non ti ha voluto. Era una stronza.»
Gorgonia rubò il suo bicchiere d’acqua e lo finì in un sorso. Brian la guardò, ammutolito.
Nessuno gli aveva mai parlato con tanta franchezza, nemmeno il suo fratellastro Nick, l’unica persona che davvero gli voleva bene e non temeva di mandarlo a quel paese, quando se lo meritava.
«Hai mai desiderato essere al posto di uno dei tuoi protagonisti?» gli domandò.
«Lo desidero sempre.»
«E allora perché perdi l’occasione? Magari andrà male, magari andrà bene, ma se continui a pensare a questa ragazza dovresti chiamarla.»
«Non ho nemmeno il suo numero.»
Gorgonia si nascose il viso fra le mani. «Tuo fratello sa anche il codice di previdenza sociale di ogni donna che gli passa davanti e tu non chiedi nemmeno uno straccio numero?»
«Parli parecchio di lui, per averlo dimenticato.» Inarcò un sopracciglio e la fissò abbastanza intensamente da costringerla a voltarsi.
«Il nome per trovarla su Facebook?»
Brian scosse la testa, un po’ avvilito, un po’ sollevato.
«Dove l’hai incontrata.»
Gorgonia gli si avvicinò, le sopracciglia unite in una sola riga di sospetto. «Che hai mugugnato?»
«Qui» espirò Brian, cercando Mary nel locale come se potesse evocarla col pensiero. Con la voglia di ascoltare la sua storia, quella vera, quella che aveva rifiutato giorni prima.
«Qui a Washington?»
«Qui in pasticceria.»
Le labbra di Gorgonia disegnarono una grossa “o” di sorpresa.
«Me l’hai presentata tu. La ragazza con cui ho diviso il tavolo, Mary.»
«Sapevo che sareste andati d’accordo…» Il modo in cui Gorgonia si studiò le unghie e ci soffiò sopra lo spaventò un po’.
«Gin che hai in mente?»
«Mi devi un favore, Shakespeare.»

***

La vigilia di Natale non si dovrebbe festeggiare ognuno a casa propria?
Che ne era delle cene con i parenti stretti e l’atmosfera intima?
Mary avrebbe voluto infilarsi il maglione con il pupazzo di neve e mangiare in pace un tacchino ai mirtilli, ma i suoi genitori, come ogni anno, avevano programmi diversi.
«Niente di speciale, cara.» Era sempre la frase che apriva la lista di cento invitati, il catering, gli addobbi in ogni stanza (bagno compreso) e le scarpe col tacco che le avrebbero fatto male per tutta la sera.
Bello, il Natale.
Lisciò una piega inesistente del suo abito verde e studiò la propria immagine allo specchio. L’acconciatura elaborata le donava, i capelli erano intrecciati sulle tempie, s’incontravano sulla nuca, attorcigliati a un rametto di agrifoglio, per poi scenderle con morbidezza sulla schiena. Il vestito non era attillato, ma accompagnava la sua figura, scivolava con grazia sulla pelle. Il colore era uno dei più appariscenti che avesse mai indossato e dubitava di avere abbastanza coraggio per portarlo con disinvoltura.
«Smettila di nasconderti» le aveva detto Val. «Perché finisce che non ti trovi più.»
Aveva ragione, ovviamente. Mary aveva smesso di trovarsi molto tempo prima, si era cancellata in modo graduale, smettendo di comprare abiti delle sue tonalità preferite, rinunciando ai rossetti porpora, tenendo i capelli sempre legati in una treccia. Credeva che quella treccia l’avrebbe aiutata a fuggire dalla torre, ma nella torre ci si era chiusa da sola.
Aveva il coraggio di ammetterlo, adesso, davanti a uno specchio e attorniata da persone che le volevano bene anche se non portava la taglia giusta e non riusciva a fare a meno dei dolci, ma fuori…
Al di là dei muri di casa sua era tutta un’altra questione. In un mondo dove rischiava d’inciampare in Brian Vane era difficile sentirsi la donna giusta. Si era nascosta anche in quei giorni, evitando Hello Italy per paura d’incontrarlo e sentirsi ancora non abbastanza. E volerlo essere. Smaniava di essere abbastanza, ma un’abbastanza se stessa. Non skinny come non sarebbe mai stata, non interessata alla moda fino all’ossessione, non con i capelli tinti e di un taglio trendy. Lei, Mary, fuori moda, fuori misura, fuori dall’ordinario.
Chiuse gli occhi e desiderò di essere accettata per ciò che era, il regalo migliore che qualcuno potesse farle. E a Natale si può sperare che le persone siano tanto generose da donarti ciò che vuoi. Quando mise di nuovo a fuoco lo specchio, le sembrò quasi di vederlo, Brian Vane, che la guardava come se fosse la ragazza più bella del mondo. Era magnifico illudersi che fosse lì, almeno a Natale poteva concedersi un’illusione, bastava chiamarla desiderio.
«Ciao.»
Ciao.
Quel ciao sembrava molto reale.
Lo perse di vista per un attimo, il tempo di girarsi, ma lui era ancora lì, nel suo completo nero e cravatta bordeaux.
«Che ci fai qui?» Avrebbe potuto essere più amichevole, più accogliente, avrebbe potuto buttarsi direttamente nelle sue braccia per la gioia di vederlo, ma era preda dello stupore. Possibile che il bicchiere di prosecco le avesse dato alla testa?
«Temo di essermi imbucato, spero non ti dispiaccia.» Brian affondò le mani nelle tasche, osservò con interesse le piastrelle del pavimento. «Se vuoi che me ne vada...»
 «No!» Lo interruppe, avvicinandosi. «Non voglio che te ne vada.» Lo guardò negli occhi, per capire se ne ricordasse l’esatta sfumatura. Ed era così. Un azzurro ghiaccio, stranamente caldo. Sì, forse era colpa del prosecco. Forse. «Mi chiedevo solo come fossi entrato...» Mary ritornò al suo posto, un passo indietro.
«Gin.»
«Sì, abbiamo degli alcolici.» Corrugò la fronte, era bizzarro chiederle da bere in quel modo.
«No, scusami» Brian soffocò una risata, un suono roco che fece salire a Mary le farfalle nello stomaco. A volte erano belle anche le frasi fatte, rendevano l’idea. «Mi riferivo a Gorgonia. Mio fratello ed io l’abbiamo sempre chiamata Gin. Sapeva della festa e mi ha fatto entrare. Dalla cucina.»
«Oh, la cuoca non avrà mai visto un fattorino tanto elegante.» Rise anche Mary, dalla sorpresa di immaginarlo intrufolarsi in casa, dalla gioia di trovarselo davanti, dall’ansia di vederlo scappare di nuovo. Brian si abbottonò la giacca, il completo aveva un’aria costosa e Mary sperò di non sfigurare nel suo abito da grande magazzino. «Non mi hai ancora detto come mai se qui.»
«Ho ancora una storia da ascoltare e devi raccontarmela tu.» Le si avvicinò, un paio di passi bastarono ad annullare la distanza tra di loro. Mary avvertì distintamente la presenza di Brian incombere su di lei, era più alto di quanto non avesse notato prima, gli arrivava a malapena alle spalle. Le accarezzò il viso, con tenerezza, lasciandole una scia incandescente sulla pelle. Era strano essere toccata da un uomo che conosceva a malapena, eppure sentiva con Brian un’intimità inspiegabile.
«Ero convinta che non ti interessasse» si schernì, distogliendo lo sguardo da lui.
«Ho sbagliato ad andar via l’altro giorno, mi dispiace.» Le prese la mano, col pollice le disegnò piccoli cerchi sul dorso. Entrambi osservarono le loro mani giunte, un legame fragile, che poteva essere sciolto in qualsiasi momento. «Ho avuto paura.»
«Di cosa?»
«Di essere attratto da una persona, di esserlo davvero.»
«Stai parlando di me?» Mary non poteva capacitarsene, avrebbe voluto darsi un pizzico per capire se quella era la vita reale o si era addormentata sul divano. E stava sognando. Un sogno fantastico, meglio non svegliarsi.
«Una donna mi ha spezzato il cuore, tanto tempo fa, e temo di non averlo ricucito bene.» Usò la mano destra, quella con cui non la stringeva, per grattarsi la nuca. I capelli biondi sfioravano il colletto della camicia e Mary aveva voglia di scostarli, di toccargli il viso e saggiarne la pelle, di scoprire se quel filo di barbava prudeva sotto i polpastrelli. Era impossibile che una donna l’avesse ferito, che non l’avesse voluto. Mary lo desiderava come non aveva mai desiderato niente e nessuno, uno spasmo che faceva correre il cuore e spezzare il respiro. «Ho evitato i legami stabili, diciamo così. Con le donne di carta era più facile, più prevedibile.»
«Sì, conosco la sensazione.»
«Davvero?»
Mary fece spallucce, pensò alla parte della sua camera con gli scaffali che si piegavano sotto il peso dei libri. «Tu sarai pure uno scrittore, ma io sono una lettrice. Ho avuto un sacco di cotte letterarie, sai?»
«Ah, e ti piacciono i bad boy o tifi per i bravi ragazzi?»
«Preferisco gli scrittori, specialmente se alti, biondi e con il vizio di imbucarsi alle feste dalla cucina.» Cosa? Stava flirtando? Così, all’improvviso, senza un minimo di vergogna o pudore… Mary cercò il disagio ma non lo trovò, con Brian non lo trovò.
«Mhh, un autore che si innamora della sua lettrice, non è un po’ clichè?» le chiese, alzandole il mento con un dito per farsi guardare dritto negli occhi.
«È un romance, non demonizziamo il clichè noi lettrici romantiche.»
«Ah, siamo in un romance?»
«Dimmelo tu, sei tu lo scrittore tra noi.» Mary non distolse lo sguardo, nemmeno per un secondo. O forse per un secondo sì, perché lo sguardo le cadde sulle labbra di lui. Un attimo di debolezza, un attimo di desiderio.
Brian le carezzò la guancia con la punta delle dita, seguì la linea dei suoi capelli intrecciati, la guardò come si osserva un quadro, con l’ammirazione per l’arte, con la voglia di scovare ogni dettaglio, ogni pennellata.
Occhi negli occhi.
E poi si sporse leggermente verso di lei, li separava appena un respiro.
Mary se ne stava stretta tra lui e la parete, in un corridoio fortunatamente deserto. Gli echi della festa li raggiungevano, li sorprendevano e poi si ritraevano, per lasciarli soli, perché neppure la musica si frapponesse tra loro, tra le loro labbra giunte, tra le mani allacciate al corpo dell’altro, per la voglia di non lasciarsi andare più. Ora che si erano trovati.
«A me piace il lieto fine» mormorò Brian, sulla sua bocca.
«Oh, è d’obbligo.»
«Mary?» Una voce li fece sobbalzare, d’istinto si separarono ma continuarono a guardarsi. «Vieni in salotto, è arrivata Val, dice che vuole controllare come sei vestita.»
«Sì, mamma.» Fece una smorfia verso la sagoma che non si avventurò nel corridoio, fu Brian a ridere.
«Chi vuole controllare come sei vestita?»
«La mia amica Val ha paura che mi sia vestita di nero, come faccio sempre.» Si voltò verso lo specchio, cercò la propria immagine e per una volta non desiderò essere diversa. Le piaceva quel vestito e non l’avrebbe sostituito con nessuno dei suoi anonimi abiti scuri, non aveva voglia di nascondersi nell’ombra e non trovarsi più. Voleva che Brian la trovasse, voleva che la vedesse, che la rendesse felice, proprio mentre era vestita di verde speranza. «Il look della serata è anche merito suo.»
«Sembri sbucata da una fiaba.»
«Sono fuggita da una torre.» Si portò un dito alle labbra, incurvate in un sorriso. «Ma tu non dirlo a nessuno.»
Brian le si avvicinò, le cinse la vita con le mani e Mary per la prima volta non tentò a trattenere il respiro per nascondere la pancia, non si pentì dell’ultimo pasticcino mangiato, non provò nulla se non il piacere di essere accanto a quell’uomo dagli occhi azzurri.
«Tu e le tue interpretazioni alternative.» ridacchiò Brian. «Ti rendi conto che hai rischiato di finire nel mio prossimo libro?»
«Ah, quindi non siamo in uno dei tuoi romanzi?»
«Eh no, basta con i romanzi» le disse, chinandosi a baciarla di nuovo.
«Quindi sei reale? Sicuro?» sussurrò Mary contro il suo collo, con l’unica preoccupazione di macchiargli la camicia di rossetto, porpora. «Sai, di solito i sogni non si trasformano in realtà.»
«Di solito forse no, ma a Natale è tutta un’altra storia.»

FINE


CHI E' L'AUTRICE...
Sybil Davon è lo pseudonimo di un’autrice italiana in cerca di novità.
Golosa senza speranza di redenzione, ha deciso di ambientare la sua trilogia romance nella pasticceria italo-americana “Hello Italy”, luogo di amore e perdizione (soprattutto per la linea). Al suo primo tentativo in self publishing, ha appena pubblicato “Di me e di te”, un romanzo natalizio che apre la trilogia Hello Italy.

USCITE RECENTI DI SYBIL DAVON




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12 commenti:

  1. Chi non vorrebbe riuscire a togliersi di dosso le proprie insicurezze, superare la paura di non essere abbastanza ed essere desiderata per quello che è veramente? Bello il racconto. In fondo la speranza va sempre nutrita.

    RispondiElimina
  2. @Lady MacKinnon
    E speriamo che la speranza si trasformi in realtà.
    Grazie del commento. :)

    Sybil

    RispondiElimina
  3. Racconto meraviglioso!una vera e propria fiaba natalizia!

    Nora June

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Nora June! Che bel commento :D

      Elimina
  4. Bello... i buoni sentimenti a Natale che scaldano il cuore. ...e un pizzico di meta-racconto con la riflessione sul romance. Mi piace! E.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Anonima dei tuoi commenti, se ti va di firmarli a fine rassegna potresti vincere un premio! ;-)

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    2. Cara E. ti ringrazio del commento e sono felice tu abbia accennato anche alla piccola finestra sul romance. Penso che scrivendo sia uscita fuori anche il mio lato (preponderante) di semplice lettrice e romance dipendente.

      Come già detto da Francy, spero passerai di nuovo di qui per firmarti, ci sono anche dei premi in palio per le nostre commentatrici :)

      Sybil
      (Ecco, mi stavo dimenticando di firmarmi io, stavolta, come nella risposta a Nora June!)

      Elimina
  5. Bellissimo racconto,ben scritto e scorrevole!

    RispondiElimina
  6. Il racconto mi è piaciuto anche se la presenza di dolci vari mi ha fatto soffrire! Naturalmente scherzo ma sono a dieta e in questo periodo i dolci natalizi mi hanno fatto riprendere oltre un chilo anzichè continuare a scendere, seppure lentamente. A parte le tentazioni, ho gradito il modo di scrivere e, per finire, il vestito "verde speranza". Brava!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Micaelac, sono felice che il racconto ti sia piaciuto!
      E per i dolci sono solidale, soprattutto dopo tre mesi di dietologo in cui l'unica cosa che abbiamo assodato è... il mio metabolismo lento!

      Sybil

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  7. un racconto molto dolce e scritto molto bene.
    ho apprezzato la storia con una protagonista "anomala" non la solita bellezza da copertina, perchè si è belle anche se non si porta la taglia 42. le insicurezze sono una brutta bestia.
    putroppo però il racconto non mi ha entusiasmato molto, perchè ho respirato poco romanticismo tra i due protagonisti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono felice che tu abbia apprezzato la mia protagonista, e ti ringrazio per le osservazioni sul poco romanticismo. In effetti, forse, una scena in più ci sarebbe stata bene.
      Spero di convincerti di più la prossima volta :)
      Sybil.

      Elimina

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