Christmas in Love 2017 : "PRIMO BACIO A NATALE" di Samantha L'Ile


Uno

Il ventitré dicembre, nel buio gelido di una strada di Coblenza, la mia automobile decise di essere arrivata alla fine della sua vita e non partì più. Non ci fu nemmeno un accenno di rumore di avviamento mentre la chiave girava a vuoto e realizzavo di essere rimasta a piedi a milletrecento chilometri di distanza da casa. Avrei viaggiato tutta la notte per arrivare in tempo alla cena del giorno successivo ed evitare le solite recriminazioni sul fatto che lavorassi troppo. Invece ero bloccata lì e già sentivo le parole di mio padre nella mente: “te l’avevo detto di fare il tagliando” ma non ne avevo avuto il tempo, “te l’avevo detto di partire prima” ma non potevo prendermi un giorno di ferie con questo cliente importante.
“Chiara te l’avevo detto che la tua vita è tutta sbagliata”, ma mi sentivo incastrata in una carriera che non potevo mollare a un passo dalla promozione per cui avevo sputato sangue.
“Trovati un bravo ragazzo come tua sorella e torna a casa”, ma non ero stata fortunata come Martina con Alessio, anzi, io ero una campionessa nel trovare gli uomini peggiori ed ero così stanca di essere presa in giro che avevo smesso di cercare.
Afferrai il cellulare e guardai il numero di mia madre ma non riuscii a premerlo. Come potevo dire ai miei genitori che sarei rimasta in Germania da sola e avrei finito per trascorrere il giorno di Natale in una camera d’albergo a lavorare? Perché senza dubbio avrei lavorato, non avevo altro da fare. Non tornavo a Roma da sei mesi perché il progetto richiedeva la mia presenza anche di sabato e così mi ero persa la nascita del mio secondo nipotino. Riccardo aveva già un mese e l’avevo visto solo in fotografia. Tutta la mia famiglia doveva biasimarmi e lo facevo anch’io, ma avevo un piano per farmi perdonare durante le feste.
Pensai alla morbida copertina per Riccardo e alla bambola per Alice che giacevano nel bagagliaio, avvolti in una carta regalo rossa con le renne stampate sopra. Immaginai le castagnole che mia madre avrebbe cucinato perché le adoravo e le palline di cioccolato che sicuramente aveva appeso all’albero per me, anche se ormai avevo trent’anni. Nonna mi avrebbe dato la sciarpa e il cappello di lana blu, confezionati ai ferri per la nipote pecora nera che lavorava al nord.
Non potevo non esserci per le feste o avrei rovinato l’atmosfera e l’umore di tutti. Una profonda nostalgia mi assalì e sentii gli occhi umidi, ma non avrei pianto né mi sarei arresa. Forse potevo organizzarmi con pullman e treni, ma scartai subito l’idea perché ci avrei messo troppo tempo. Mi serviva un servizio di noleggio per procurarmi un’automobile che mi sarebbe costata uno sproposito, ma in fondo lavoravo tanto e potevo permetterlo. Purtroppo dopo qualche telefonata senza risposta mi resi conto che solo io avevo lavorato fino a tarda sera. Che cosa potevo fare?
Gennaro! Il suo nome mi era balenato in testa come un segno e mi convinsi che lui poteva aiutarmi. Mi avviai verso il ristorante “Bella Napoli” camminando più in fretta possibile sui miei tacchi eleganti e maledettamente scomodi. Gennaro era il proprietario della pizzeria e un ottimo cuoco così ero tornata spesso a cenare lì, anche se all’inizio mi aveva scocciato con il suo approccio troppo confidenziale. Con il tempo avevo capito che la modalità impicciona era rivolta a tutti e che era un bonaccione, disposto ad aiutare tutti con un “ci penso io, conosco un amico…”
Arrivai alla porta del ristorante che erano quasi le dieci e Gennaro mi accolse con il solito abbraccio seguito da tre baci sulle guance, un saluto imbarazzante ma ci ero abituata.
«Bella signorina, ciao! Non dovevi partire?» Guardai sfiduciata la sua testa pelata, che era giusto all’altezza dei miei occhi, e lui capì. «Non dovrai lavorare ancora? A Natale? È inaccettabile!»
«No, ho finito. Stavo partendo ma la mia automobile non si accende più.»
«Che sfortuna! Ma non preoccuparti, ci penso io. Conosco un amico che è un mago con i motori.»
Era proprio quello che speravo e sorrisi speranzosa al suo viso rubizzo. Fammi il miracolo Gennaro!
«Grazie, ma devo partire subito. Ho promesso di essere a casa per le feste.»
«Mannaggia, ma è il ventitré sera!»
«Lo so. Magari conosci qualcuno che affitta automobili?»
«Certo bella mia, ho vari amici nel campo ma è il ventitré sera!»
Una lacrima mi sfuggì per la delusione e subito Gennaro mi offrì un fazzoletto. Mi soffiai il naso ma ormai la diga si era aperta e stavo piangendo alla grande.
«I miei saranno così delusi, rovinerò le feste a tutti e passerò Natale sola come un cane!»
«Mannaggia, non sopporto veder piangere una donna! E poi una bella ragazza come te!» Mi accarezzò la testa e mi sentii come un cucciolo che è stato messo in castigo, ma che importava ormai?
«Non fa niente, grazie lo stesso. Ora vado.»
«E dove vai?» Era una domanda retorica perché mi prese per mano e mi fece sedere a un tavolino libero poi urlò a uno dei camerieri di portarmi dell’acqua e qualcosa da mangiare.
«Grazie, ma ho lo stomaco chiuso.»
«Adesso te lo apriamo noi l’appetito. Non ti preoccupare che Gennaro te la trova una soluzione. Fammi fare qualche telefonata.»
Si allontanò mentre uno dei ragazzi mi versava dell’acqua e mi metteva davanti degli stuzzichini. Mi sentivo così miserabile che ricominciai a piangere. Patetica. E dovevo ancora avvisare i miei parenti che non ero partita.
«Ecco fatto!» Gennaro si sedette di fronte a me e mi diede una pacca sulla mano. «Ti ho trovato un passaggio fino a Roma!»
«Un passaggio?» Ero inebetita ma un briciolo di speranza si fece strada nel mio cervello annebbiato.
«Si chiama Neri Rossella ed è una persona a posto. Partirete domani alle cinque di mattina. Passerà a prenderti qui davanti, sei contenta?»
Ero stupita e allarmata, soprattutto allarmata, all’idea di partire con una sconosciuta. E se guidava in modo pericoloso? E se fosse stata una mezza matta? Comunque non potevo rifiutare perché era la mia unica opzione.
«Allora sei contenta? Basta piangere, fidati e andrà tutto bene. Sei contenta?»
Annuii e ricominciai a piangere poi mi alzai e abbracciai Gennaro.

Due

 Poche ore dopo mi trovavo nuovamente di fronte all’ingresso della pizzeria a tremare perché faceva più freddo che mai. Mi strinsi lo scialle addosso e guardai lungo la strada buia e deserta. Ai piedi portavo un paio di stivali bassi con il pelo e dei calzettoni orrendi ma molto comodi. In testa avevo un cappello di lana con un pon pon enorme e le mani erano coperte da guanti di morbida pelle nera, ma  avevo comunque perso sensibilità alle dita.
Speravo che Rossella non fosse il tipo di donna da ritardo assicurato perché altrimenti sarei morta assiderata nell’attesa. Il silenzio fu rotto dal rumore di un motore mentre un’automobile vecchissima si avvicinava. Ebbi un brutto presentimento finché non fu abbastanza vicina e allora sospirai per il sollievo perché non era Rossella. La vettura si accostò di fronte al marciapiede e vidi il finestrino abbassarsi a un ritmo anomalo. Due occhi allucinanti, uno chiaro e uno scuro, mi fissarono da un viso giovane e sbarbato.
«Ciao, scusa il ritardo.»
Aveva una voce profonda che stonava con l’aspetto da ragazzino trasandato. Non riuscii a dire nulla mentre fissavo le iridi, una azzurra e l’altra marrone.
«Sembri infreddolita, sali dai!»
«Ma... Rossella non c’è?» Riuscii a balbettare.
«Sono io, Neri Rossella, ma tutti mi chiamano Ross.»
«Ah.» 
«Non te l’ha detto Gennaro?»
A quanto pare io non avevo capito niente e lui non aveva ritenuto importante chiarire il punto. Sbirciai meglio dentro l’auto mentre saltellavo da un piede all’altro e vagliavo le mie opzioni, ma non ne avevo. Dovevo partire con Rossella, che non era una donna come avevo pensato, oppure rovinare le feste alla mia famiglia.
«Quanti anni hai?» Gli chiesi mentre mi convincevo che andava bene e non c’era alcun pericolo a salire su un catorcio con uno sconosciuto dall’aria poco affidabile che probabilmente aveva preso la patente il giorno prima. 
«Ventisette. Lo so, non li dimostro.» Sorrise e ai lati della bocca comparvero delle splendide fossette che resero il suo aspetto più rassicurante così come i denti bianchi e dritti. Scese dall’auto e tirò la catenella che finiva nella tasca dei jeans strappati per prendere il portafoglio. Mi porse la sua carta d’identità che sembrava cadere a pezzi.
«È finita in lavatrice.» Spiegò alzando le spalle con noncuranza. Guardai i dati ed era tutto vero, compresa la residenza a Roma. Gliela restituii e gli strinsi la mano nel guanto di lana grossa. Aveva un buco sull’indice.
«Piacere di conoscerti Chiara. Fa molto freddo, sali e torniamo a casa.»
Non aveva più senso rimandare così misi le mie borse nel bagagliaio, che sembrava una discarica, e mi accomodai nel confortevole tepore dell’abitacolo.
«Si parte!»
Ci lasciammo alle spalle il ristorante di Gennaro e la città. Era una situazione strana ma l’importante era focalizzare l’attenzione sulla meta: avrei mantenuto la promessa e sarei arrivata in tempo.
«Hai ancora freddo?»
«No, sto bene grazie.»
«Conosci da molto Gennaro?»
«Quando sono venuta qui, sei mesi fa, sono andata a cenare da lui. Ci sono tornata spesso. E tu?»
«Mi ci ha portato un’amica un paio di anni fa ed è diventato un punto di riferimento quando sono in zona.»
«Di che cosa ti occupi?»
«Manutenzione di macchine per le cartiere. Viaggio in tutta Europa. Tu?»
«Sono consulente per una società milanese. Da sei mesi mi occupo di un cliente a Coblenza.»
«Ecco l’autostrada. Ci fermiamo per un caffè?  Ne ho bisogno!»
«Va bene, berrei volentieri una tisana bollente.» E poi, con tutto quel freddo, dovevo già andare in bagno.
Percorremmo altri trenta chilometri prima di parcheggiare vicino all’ingresso di un bar. Ross salì sul marciapiede accanto a me e mi accorsi che era molto alto, almeno un metro e novanta, visto che mi sovrastava di una spanna. Era magro e slanciato ma con le spalle larghe tipiche di un nuotatore. Anche lui mi stava squadrando ma pensai fosse normale nella  situazione in cui ci trovavamo. Lo beccai mentre mi ammirava le gambe fasciate nei jeans ma non si imbarazzò, anzi mi sorrise di rimando con un cenno di apprezzamento. Anche io avevo un bel fisico, soprattutto perché saltavo spesso i pasti o mi limitavo a ingurgitare un panino o un frutto. Stress e tanto lavoro: ecco il segreto di una dieta vincente!
Entrammo e lui si diresse alla cassa mentre io corsi in bagno. A quell’ora non c’era coda così mi sbrigai in fretta. Avevo un aspetto sfinito ed ero struccata, ma cercai almeno di sistemarmi i ricci ramati, schiacciati dal cappello. Tornai da Ross e sorrisi nel vedere che anche la sua capigliatura non era al meglio con i ciuffi corvini che gli ricadevano arruffati ai lati del viso.
«Ti ho preso il menu colazione.»
Mi indicò il bancone e ordinammo.
«Grazie. Quanto ti devo?»
«Pagherai alla prossima fermata.»
Divorammo i cornetti poi ne comprammo altri due e un pacco di biscotti per il viaggio. Come avevo sospettato dallo stato dell’auto, Ross non era un fanatico della pulizia perché cosparse il sedile di briciole senza batter ciglio. Oltre che rilassato era anche rilassante con i suoi discorsi sulla musica e sul cinema che ci accompagnarono per altri cento chilometri.
«Non abbiamo proprio niente in comune.» Stabilii dopo il lungo interrogatorio e in effetti era così, nonostante avessimo pochi anni di differenza.
«Perché i tuoi gusti sono discutibili, ma con chi sei cresciuta?»
Ridemmo ancora, avvolti da un’atmosfera piacevole come non mi capitava da tanto tempo.
«Proviamo con i viaggi? Scommetto che sei una tipa da montagna.»
«Esatto o almeno lo ero. Mi piace camminare e al mare di solito mi annoio. Tu?»
«Ovviamente mare! Sono sempre a mollo per un’immersione in apnea o con le bombole.»
«Sei stato in qualche bel posto?»
«Tantissimi. In Italia un po’ ovunque, Spagna, Egitto e Maldive, ma il mio sogno è l’Australia.»
«Davvero? Sembra così vasta e pericolosa.»
«La visiterò tutta un giorno. Qual è il  posto dei tuoi sogni?»
«È una dura lotta tra Canada e Nepal. Direi che vince il Canada, ma per poco.»
E andò avanti così per un’altra ora mentre ci avvicinavamo al confine svizzero. L’alba aveva portato con sé un sole pallido, ma la visibilità era buona e Ross guidava con la sicurezza di chi è abituato a spostarsi con l’automobile. Esaurito l’argomento viaggi fu il turno degli animali domestici che avevamo da bambini, nessuno io e un criceto Ross, delle materie preferite a scuola, matematica per me e filosofia per lui e degli sport praticati, pallavolista e nuotatore agonistico come avevo indovinato dal suo fisico modellato.
Per le letture eravamo su due pianeti diversi visto che lui amava gli horror, che orrore! Ma il colpo di grazia riguardò il calcio per cui eravamo in due galassie agli antipodi dell’universo: Ross era, ribrezzo e raccapriccio, laziale! 
«Ti dovrei abbandonare qui in mezzo al nulla! Non potevi essere la tipica donna che schifa gli stadi?»
«Ehi, guarda che anche mia madre tifa giallorosso come un sacco di altre donne!»
Cambiammo subito argomento per non litigare, ma trovare qualcosa in comune era quasi impossibile nonostante stessimo parlando da sette ore ormai.
«Vogliamo fermarci per pranzo? Sono a pezzi.»
«Sì, anch’io. Se vuoi posso darti il cambio alla guida.»
«Grazie, ma non è un problema. Ho solo bisogno di fare due passi.»
«Va bene. Allora dichiariamo fallimento? Ammettiamo di non avere niente in comune?»
«Neanche per sogno! Abbiamo ancora settecento chilometri davanti a noi.»
Sorrisi soddisfatta perché mi piaceva parlare di tutto e di niente con lui. C’era una strana affinità nella nostra incompatibilità.
«Sei un chiacchierone, ma nemmeno questo abbiamo in comune perché io di solito sono taciturna.»
«Sei una che si scioglie in chiacchiere da treno?»
«No! Per evitarlo di solito metto gli auricolari. Sarà il fatto che siamo chiusi in macchina a spingermi a parlare tanto.»
«O la mia immensa simpatia. Io piaccio a tutti.»
«E io a nessuno.»
«Perché dici questo?»
«Al lavoro devo essere severa per tirare le fila del progetto quindi sono la cattiva. Quando arrivo io tutti stanno in silenzio e si guardano i piedi.»
«Sei la boss, ci sta. E fuori dal lavoro?»
«Dormo. Non c’è altro, lavoro sempre!»
«Non esci mai?»
«No.»
«Ok, non qui, ma a Roma avrai una vita sociale, giusto?»
«Insomma. Quando torno, per pochi giorni, cerco di passare più tempo possibile con la mia famiglia.»
«Non hai amici?»
«Ci siamo un po’ persi di vista, sono quasi tutti sposati.» 
«Non hai un ragazzo?»
«E come potrei? In questo momento non ho proprio tempo.»
«Ma prima uscivi con qualcuno?»
«Sì, prima.» Ross captò subito il tono incerto della mia voce e si voltò a guardarmi con gli occhi spalancati. Fui scossa da un brivido sotto lo scrutinio di quelle iridi così eccezionali.
«Guarda avanti!»
Si riconcentrò sulla strada ma non lasciò correre. «A quando risale la tua ultima relazione?»
«Non so, due o tre anni fa.»
«Che cosa? Non te lo ricordi?»
«Uscivo con un tizio due anni e mezzo fa.» Quasi tre ma preferii non specificarlo.
«Niente di serio?»
«Ci vedevamo poco e comunque non era molto affidabile.» Ero quasi certa che Fabio uscisse con un’altra mentre stava con me, ma la cosa non mi aveva davvero interessato e questo la diceva lunga sul nostro rapporto.
«Quindi sei sola da più di due anni?»
«Non lo dire con quel tono scandalizzato!»
«E non fai sesso da allora?»
«No, ma non è niente di che!»
«Che cosa? Non ti manca?»
«Che domanda del cavolo! Non ne voglio parlare! Perché non mi dici di te?»
«Io non ho una storia seria, ma ho delle amiche con cui mi vedo. È un accordo che fa comodo a tutti e non ho problemi a parlarne.»
Era così compiaciuto per la risposta schietta che mi fece arrabbiare. «Buon per te.» Guardai fuori dal finestrino cercando di calmarmi perché sentivo le guance bollenti.
«Davvero non ne senti la mancanza? Era così terribile con il tuo ex?»
«No, non lo era. Solo noioso, un po’.»
«Noioso. Non ci credo. Sei stata solo con quell’incapace?»
«Certo che no. Non dico che fosse brutto, era piacevole ma non sentivo il bisogno di farlo spesso. Ci sono cose più importanti.»
«E quali?»
«Lasciamo perdere. Guarda, c’è un ristorante!»
Parcheggiammo e scesi come un fulmine, felice di metter fine a quel discorso imbarazzante.

Tre

  
Il locale era pieno di tavoli con le tovaglie rosse ma pochi clienti erano seduti a pranzare. Ordinammo due piatti di carne e patate poi andammo in bagno a turno. Quando tornai a sedermi ero di nuovo padrona di me e Ross non accennò più a storie passate. Quando arrivò il cibo ci si buttò a capofitto come se non avesse già divorato un pacco intero di biscotti e mangiammo in silenzio. Credo che ci guardassimo di nascosto a vicenda perché quando lo fissavo lui aveva occhi solo per il piatto, ma quando ero io a guardare altrove sentivo il suo sguardo addosso. Era bello a modo suo: trasandato, stralunato, attraente con le fossette irresistibili e quegli occhi magnetici. Eravamo seduti uno di fronte all’altra e non ci toccammo per tutto il tempo. Pensai fosse strano non aver mai sfiorato la sua pelle dopo che avevamo parlato per ore e gli avevo raccontato tante cose, così tante che in una situazione normale avrei impiegato venti appuntamenti per dirle tutte. Ma il nostro non era un appuntamento ovviamente, era un folle viaggio-confessione che sarebbe finito con una separazione permanente. 
«Era buono.»
«Sì, abbastanza.»
«Ti va di fare due passi qui fuori? Siamo in orario sulla tabella di marcia.»
«Sì, d’accordo.» 
Avevo avvisato i miei che sarei arrivata a tarda sera quando avrei trovato tutti seduti a tavola. Pagammo separatamente e passeggiammo avanti e indietro per una decina di minuti ma faceva davvero freddo così ripartimmo.
«Hai qualche cd da ascoltare?»
«La radio è rotta. Quali sono le cose più importanti del sesso in una relazione?»
Mi voltai di scatto a fissarlo, ma guardava la strada.
«Sono curioso, non ho pensato ad altro.»
«Mi prendi in giro?»
«No, perché dovrei? Voglio solo capirti.»
Auguri, pensai acidamente, perché spesso nemmeno io riuscivo a capirmi. Strinsi le mani in grembo e pensai di non rispondere finché non compresi che avevo voglia di parlarne con Ross.
«La fiducia è al primo posto. Non riesco a rilassarmi se non mi fido e faccio fatica a fidarmi.»
«Un bel pasticcio.»
«Già. All’inizio mi impegnavo davvero per cercare la persona giusta, ma ogni volta era una delusione. Adesso non ne ho più voglia.»
«Di impegnarti?»
«Sì, è una perdita di tempo. Non esiste l’amore romantico che desideravo tanto.»
«Eri una romantica?»
«Della peggior specie. Da bambina ero tutta cuoricini e sospiri. Mi bevevo ogni singola fiaba e sognavo ad occhi aperti di trovare il mio principe. Che sciocca, vero?»
«Tutte le bambine lo sognano.»
«E tu? Che cosa sognano i bambini?»
«Io volevo diventare un cavaliere dello zodiaco.»
Scoppiai a ridere e lui con me.
«Mi ero fatto fare un costume con uno scatolone dorato che portavo in giro come uno zaino. Era enorme quel coso.»
Ridemmo fino alle lacrime e gli picchiai la coscia con la mano in un gesto giocoso, almeno finché non incontrai i suoi occhi e mi mancò il respiro per l’espressione intensa che vi lessi.
«Chi è stato il ragazzaccio che ha dato il colpo di grazia al tuo animo romantico?»
«Nessuno. È stata la vita, le circostanze.»
«Fuori il nome! Tutti ne abbiamo uno, almeno uno. Ed è solo uno se siamo fortunati.»
«La tua chi è?»
«Mara Aiello. Terza media. Ha triturato il mio orgoglio rifiutandomi a favore di un nanetto brufoloso.»
Scoppiai a ridere per il suo adorabile modo di raccontarsi e prendersi in giro.
«Ancora oggi quando incontro una ragazza che si chiama Mara devo allontanarmi. Sono rimasto traumatizzato.»
«Sì, lo sembri proprio. Ne hai avute altre di batoste?»
«No, solo la crudele Mara. Da allora sono diventato irresistibile e tutti mi amano.»
Scherzava ovviamente ma mi ritrovai ad annuire perché non potevo dargli torto.
«Ok, il mio si chiamava Andrea. Eravamo un po’ più grandi. Uscivamo insieme da tre mesi quando compii diciotto anni e mi portò due giorni al mare. Successe il fattaccio poi lunedì mi mollò per tornare con la sua ex.»
«Ahi, che bastardo! Era la tua prima volta?»
«Sì. Ma non pensare cose strane. Non è andata male e non è che mi abbia bloccata o cose simili.»
«Però anche dopo non ti è piaciuto andare a letto con un uomo perché non ti fidavi.»
Non risposi perché in sostanza aveva riassunto bene la situazione.
«E ora non senti la mancanza del sesso.»
«Non molto. In verità mi mancano di più i baci. O almeno l’idea del bacio perfetto.»
«Cioè?»
Esitai perché mi sembrava una confessione troppo personale e imbarazzante, ma mi ero già resa ridicola con lui quindi perché fermarmi?
«Mi sono sempre piaciute le scene dei baci nei film. Baci lunghi, appassionati. Quei baci da svenimento in cui lui stringe lei e le fa reclinare la testa all’indietro e la divora. Come Rossella e Rhett Butler, hai presente?»
«Non ho visto il film, ma mi ricordo quella scena.»
«Beh, quando è successo a me non è stato un granché. Piacevole ma non da sogno.»
«Ma che inetti hai conosciuto?»
«La sfiga mi perseguita in faccende d’amore. Non ho mai trovato dei ragazzi gentili.»
«E tu invece sogni un uomo gentile, un principe.»
«No! Ho chiuso con quelle sciocchezze.»
«La gentilezza non è mai sciocca. Sotto quell’aria da dura sexy batte ancora un cuoricino che aspetta di essere amato, sempre e per sempre.»
Avevo registrato con esultanza il fatto che mi ritenesse sexy, ma il resto del discorso mi metteva in agitazione perché… Beh perché era tutto vero.
«Mi stai deprimendo Ross e non ne ho proprio bisogno visto che è già Natale.»
«Natale ti mette tristezza?»
«È periodo di bilanci.»
«Magari l’anno nuovo porterà il tuo principe. Dolce, onesto, sincero…»
«Non credo esista un uomo così.»
«…E che sia una bomba a letto!»
«Adesso sono certa che non esiste!»
Scoppiammo a ridere di nuovo finché Ross si fece serio e appoggiò la mano sulla mia. Le dita affusolate si intrecciarono alle mie, stringendole per pochi secondi, prima di tornare ad afferrare il volante.
«Non nasconderti dietro alla maschera della cinica donna d’affari. Troverai quello che cerchi.»
Desiderai tanto credergli e per un pazzo istante pensai che forse era lui il mio principe sotto l’albero, ma scacciai il pensiero immediatamente. Non mi servivano stupide illusioni, dovevo restare con i piedi per terra.
«Allora, parliamo di cose serie adesso. Pandoro o panettone?»
Lo adorai per il cambio di discorso e sorrisi sollevata. «Pandoro ovviamente!»
«Io invece amo i canditi, sono così malvoluti che mi fanno tenerezza e me li mangio tutti. Albero o presepe?»
«Al momento nessuno dei due ma quando vivevo con i miei  facevo sempre l’albero, ogni anno con decorazioni nuove fatte da me. E tu?»
«I miei presepi erano mitici. Il migliore di tutti era quello con i personaggi di Star Wars. Avevo fatto atterrare il Falcon nel laghetto dove bevevano le pecore.»
«Quanti anni avevi?»
«Venticinque.»
Scoppiai a ridere fino a che mi fece male la pancia e mi lacrimarono gli occhi.

Quattro

 Il pomeriggio trascorse tra mille domande di ogni genere e quando arrivammo a Bologna ero pronta a partecipare a un gioco a premi sulla vita di Neri Rossella. Avevo scoperto tante cose su di lui e ne avevo raccontate altrettante. Fisicamente eravamo entrambi esausti ma moralmente mi sentivo bene, anzi meglio di come ero stata negli ultimi mesi e questo non deponeva a favore della qualità della mia vita. Forse avrei davvero rivisto le mie priorità perché il mio saggio papà non aveva torto riguardo alle mie scelte sciagurate.
«Ancora venti chilometri all’autogrill.»
Avevamo deciso di mangiare un panino veloce e proseguire perché eravamo in ritardo a causa del traffico. Ovviamente non ci piacevano nemmeno le stesse salse, incredibilmente Ross non gradiva la maionese, né le bibite perché lui era un fanatico del chinotto e io no, per niente. Arrivati alla meta la prassi era sempre la stessa, così andai in bagno a fare la fila mentre lui si sbrigava prima di me e andava alla cassa. Addentammo i nostri panini in piedi, appoggiati a un tavolino alto, perché non avevamo voglia di sederci di nuovo. Un gruppo di ragazze occupava il posto accanto a noi e notai che un paio di loro fissava Ross con insistenza. Pensai che gli succedesse spesso perché con la sua stravaganza non passava certo inosservato, anche se non se ne era accorto.
«Hai fatto conquiste.»
«Che cosa?»
«Dietro di te ci sono due ragazze che ti guardano e ridacchiano.»
Si voltò con curiosità e sorrise alle sue ammiratrici che si sciolsero di fronte alle fossette. Forse non avevano notato gli occhi perché quando se ne accorsero spalancarono la bocca in una smorfia imbarazzante. Mi sentii infastidita che ci stessero provando con il mio ragazzo, anche se non lo era affatto, ma quelle due non potevano saperlo.
«Te l’ho detto che piaccio a tutti.»
«Che sbruffone.»
Ross si avvicinò a me con il ghigno diabolico di chi ha in mente uno scherzo e le mie pulsazioni schizzarono alle stelle, ma fu interrotto dalle ammiratrici che si erano fatte avanti.
«Ciao, scusa ma te lo devo dire. Hai due occhi pazzeschi! Te lo diranno tutti, ma sono davvero pazzeschi!»
«Pazzeschi da matti!» Aggiunse la bionda a dar ragione all’amica. Pazzeschi, pazzeschi, conoscevano solo quell’aggettivo?
«Grazie.»
Notai con piacere che lui stava sulle sue, anche se sorrideva in modo gentile.
«Di dove sei? Sono troppo sfacciata se ti chiedo il contatto su facebook? O su instagram, li uso entrambi.»
«Sei gentile, ma la mia ragazza si arrabbierebbe.»
Poi Ross guardò verso di me e il mio cuore perse un battito. Dovetti sforzarmi per non voltarmi a cercare la sua presunta ragazza perché quella, a quanto pare, ero io. Le due tipe mi squadrarono con malignità e mi sentii a disagio perché dovevo avere un aspetto tremendo dopo tutte le ore di viaggio.
«Ah, state insieme?»
«Da anni. È la mia principessa.» Era un perfetto bugiardo perché per poco non convinse anche me. Io al contrario ero rimasta imbalsamata, senza sapere cosa dire. Poi Ross si avvicinò, mi mise un braccio sulla spalla e mi attirò a sé. Pensai che mi avrebbe baciato e ne fui terrorizzata al pensiero di tutte le cose che avevo detto riguardo ai baci, ma lui si limitò a stringermi e a guardare le due ragazze che capirono subito l’antifona e se ne andarono. Ero ancora al suo fianco e sentivo la pelle formicolare nonostante tutti i vestiti e la giacca.
«Vogliamo andare tesoro?»
Sentii il suo fiato vicino all’orecchio e le ginocchia cedere, ma per fortuna mi sorreggeva.
«Sei proprio un gran paraculo!»
«Grazie, lo prendo per un complimento.»
«Non lo è! O forse sì, è una dote utile nella vita.»
Sorrise e mi spinse verso l’uscita sempre tenendomi stretta a sé anche se non era più necessario. Mi aprì la portiera del cocchio-catorcio e mi fece un inchino come un vero principe.
«Prego, mia principessa.»
Salii sorridendo come una sciocca e continuai a sorridere per molti chilometri mentre Ross mi interrogava su cartoni animati e fumetti.


Cinque

Arrivammo a Roma che era tardissimo perché avevamo perso tempo in code e rallentamenti inspiegabili. Avevo avvisato tramite messaggi ma alle undici mia sorella mi aveva scritto che sarebbero andati a casa perché Alice era stanchissima e anche Riccardo era irrequieto. Ci saremmo visti la mattina dopo per il pranzo di Natale mentre mamma e papà mi aspettavano svegli, più o meno, sul divano a vedere la televisione.
«Mi dispiace per la cena.»
«Non preoccuparti, i bambini non ce la facevano più ma li vedrò domani.»
«So che ci tenevi a vedere il piccolo.»
«Sì, ma domani sarà tutto mio.»
Sfregai le mani e sorrisi al pensiero di quanto me lo sarei coccolato e anche Alice ovviamente, per non farla ingelosire.
«Almeno sono qui e domani passerò Natale con la mia famiglia. Se non fosse stato per te e Gennaro sarei sola in una camera d’albergo.»
«Mi sarebbe dispiaciuto non conoscerti. Mi piaci tanto.»
Lo disse con naturalezza e pensai che doveva essere bello sentirsi così liberi e sicuri da esternare ogni pensiero e sentimento.
«Grazie, anche tu.» Riuscii a sussurrare mentre le guance mi si imporporavano e il cuore mi batteva forte.
«Quindi ti fermerai fino al due gennaio?»
«Sì, poi dovrò tornare a Coblenza. Gennaro si è offerto di far rimorchiare la mia auto in un’officina appena possibile.»
Gli indicai un’altra svolta mentre ci avvicinavamo alla casa dei miei genitori.
«Tornerai in treno?»
Lo sapeva già, ne avevamo discusso e avevo sperato di poter viaggiare ancora insieme ma purtroppo lui non sarebbe tornato in Germania fino al sette gennaio.
«Sì. Ecco, la casa è quella.»
Accostò dove gli avevo indicato. L’orologio segnava le ventitré e cinquanta e il nostro lungo viaggio era terminato. Ero contenta di poter finalmente scendere dal sedile e fare una lunga doccia calda, ma mi dispiaceva lasciare Ross. Ci sgranchimmo le gambe sul marciapiede di fronte a casa mia, in una zona tranquilla e lontana dal traffico del centro. Ross spostava il peso da un piede all’altro e anche io ondeggiavo allo stesso modo così sembravamo due pinguini nella notte di Natale.
«Stavo pensando di tornare prima anche io. Potremmo viaggiare insieme.»
La speranza mi scaldò rapida come una fiammata al pensiero che ci saremmo rivisti.
«Davvero? Sei sicuro?»
«Mi è piaciuto il nostro viaggio e non abbiamo ancora trovato qualcosa in comune.»
«Per me sarebbe perfetto, se ne sei davvero sicuro.»
«Sono sicuro. Dammi il tuo numero per ogni evenienza.»
Glielo dettai con un sorriso enorme stampato in viso. Altri milletrecento chilometri da trascorrere in sua compagnia erano un bellissimo regalo di Natale. Sbirciai lo schermo mentre inseriva il mio numero e  notai che lo aveva salvato sotto il nome “principessa”. Quando uscì dalla schermata vidi l’ora: era mezzanotte in punto.
«Ross è Natale. Auguri!»
Vidi un lampo di sorpresa passare nei suoi occhi incredibili poi una fiera determinazione infine un sorriso birichino sulle labbra. Si avvicinò e mi strinse a sé così forte che dovetti inarcare la schiena e mettere le mani sulle sue spalle per mantenere l’equilibrio. Le sue labbra scesero decise sulle mie e le sentii calde nonostante il gelo invernale. Chiusi gli occhi e mi abbandonai nel più dolce e appassionato bacio che avessi mai sognato. Fu lento e dolce poi avido e rude infine di nuovo tenero. Quando riaprii gli occhi incontrai il suo sguardo soddisfatto, era consapevole di quanto fosse stato speciale per me. Gli sorrisi perché sapevo che era stato magico anche per lui.
«Ross, adesso abbiamo una cosa in comune.»
«E quale?»
«Ci piace tanto baciarci.»
«Altroché.»
Mi baciò sulla punta del naso e sospirai, anche se non sentii nulla perché era congelata. Sorrise in risposta al mio sguardo estatico e mi baciò ancora e ancora mentre io mi godevo il più bel regalo di Natale di sempre: un primo bacio da sogno. 

FINE


CHI E' L'AUTRICE...
Samantha L’Ile vive in provincia di Varese con il marito e i figli. Laureata in Ingegneria Informatica, lavora in ambito amministrativo con i numeri ma sono le parole la sua vera passione. Lettrice compulsiva da sempre, ha pubblicato i romanzi “Amore, cioccolato e disastri”, “Non merito il tuo amore”, “Coppia di Cuori” e “Cuori Coraggiosi”, contemporanei autoconclusivi, e “Le Vicende degli Island”, una serie young adult di genere paranormale.
La trovate su Facebook, Twitter, Instagram e Pinterest. 
L'indirizzo del suo blog è: sammylile.blogspot.it

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7 commenti:

  1. Che bel racconto solare e divertente. Una lettura molto piacevole e anche romantica. Complimenti all'autrice.

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  2. Un racconto dolce e divertente! Ci vogliono compagni di viaggio così!

    Nora June

    RispondiElimina
  3. Spassosissimo :D e Romanticissimo <3 :-* Sentiti Complimenti all' Autrice ;)

    RispondiElimina
  4. Mhh... stuzzicante e dolce. Non è facile come combinazione. Brava!

    P.s. Se metti un link per la foto del Falcon che atterra sul presepe, per me hai vinto ;-)

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  5. Una lettura piacevole e rilassante. Sarebbe carino leggere sul viaggio di ritorno o forse no, meglio lasciare tutto all'immaginazione. Grazie!

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  6. racconto adatto al clima intimo e allegro del natale.Carino.Elisabetta

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  7. racconto molto divertente, cosa che apprezzo sempre, e molto carino nel suo complesso, anche se non mi ha fatto battere il cuore. a parte la piccola fitta di gelosia di lei in occasione della sosta all'autogrill si intuisce poco l'attrazione tra i due. carino però il finale il cui finalmente trovano qualcosa in comune. chissà però cosa faranno se vorranno andare in vacanza insieme????

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