Christmas in Love 2017 : "L' ANGELO DAL NASO ROSSO" di Helena J. Rubino


In ginocchio, ai piedi del pino secolare, un ragazzo mendicava ormai da mesi. Giovanna si chiese come avesse fatto la scorsa estate a non cuocere con il caldo, e ora a non congelare in quel periodo che anticipava il Natale. Capelli rasati, pelle liscia come quella di un bambino e sopracciglia depilate a formare una riga sottile; poteva avere più o meno venticinque anni.
Giovanna percorreva il vialetto che conduceva all’entrata dell’ospedale quasi ogni giorno; a volte gli lasciava degli spiccioli, e lui rispondeva con un sorriso.
L’indifferenza aveva causato molte vittime nel mondo, e lei non voleva diventare come una di quelle persone che giravano la testa dall’altra parte.
Convincersi che un uomo meritasse quella vita, confondeva la compassione che le si stringeva come una corda attorno al cuore quando incrociava quello sguardo mite.
Indossò una tuta attillata da jogging, raccolse i capelli e si coprì naso e bocca con uno scaldacollo.
Uscì di casa e scelse il percorso più lungo; in partenza corse piano per scaldarsi, raggiunse il parco attorno al quale fece un paio di giri, e proseguì a grandi falcate per la via che portava all’ospedale. Rallentò in prossimità del vicolo e si fermò con il fiatone davanti al ragazzo. Giovanna scoprì il volto e si chinò posando sul piattino argentato i cinque euro racchiusi nel pugno per tutto il tragitto.
«Come ti chiami?»
«Adrien, signora.»
«Piacere, io sono Giovanna.» Sfilò un guanto e allungò la mano.
Due grandi occhi nocciola la fissarono con curiosità; ricambiò con una stretta delicata, ma decisa.
«Come mai sei costretto a fare l’elemosina?»
«Non sono costretto.»
«Raccontami di te, se ti va.» Il sole già debole in quella stagione, non li raggiungeva con il suo tepore filtrato dalle fronde del pino. Una nuvola si creò ad ogni respiro tra i loro volti; spariva per ricomparire un attimo dopo. La pelle arrossata di Adrien, l’immancabile espressione serena, le labbra socchiuse in attesa di dire qualcosa.
Giovanna si impose di resistere qualche minuto; il gelo raschiava sul viso come carta vetrata.
«Raccontarmi?»
«Sono curiosa.»
Adrien sorrise, fissò di lato il piattino con i cinque euro e probabilmente pensò che potevano valere qualche segreto.
«Ero un clown. Il clown più malinconico del mondo. Durante l’ultima esibizione sono scoppiato in lacrime e alcuni bambini della prima fila hanno iniziato a piangere anche loro.»
Giovanna trattenne una risata che bloccò tappandosi la bocca con una mano. «Perdonami.»
«Almeno non faccio lo stesso effetto anche a lei.»
«Ti hanno cacciato?»
«No. Sono scappato come un codardo, ma per una crisi personale. Diciamo che quell’esibizione mi ha scoraggiato del tutto. Ed eccomi qua; se sono fortunato la sera rimedio un pasto alla mensa dei poveri e più di rado, anche una branda per la notte. Ho la possibilità di fare una doccia alla settimana. I volontari mi vogliono bene, ma siamo in troppi, ed è giusto che accontentino un po’ tutti.»
Nessuna colpa, nessuna giusta pena da scontare. Migliaia di persone gli passavano davanti, snobbandolo.
«E quando non trovi posto nella casa d’accoglienza dove vai?»
«Dottoressa Ferrante.» Una voce tuonò alle spalle di Giovanna. Si alzò di scatto, le gambe addormentate dalla posizione accovacciata; un formicolio doloroso le percorse mentre il cuore sussultò allarmato.
«Buongiorno, direttore.» Il suo amato direttore Sergio, ma gli altri luminari accanto non lo sapevano. La scrutò con occhi corrucciati, poi guardò Adrien di traverso.
«Arrivederci.» Giovanna coprì il viso e riprese a correre, o meglio fuggì via, dopo aver accennato un saluto con la mano al triste clown. Si lasciò alle spalle tre menti eccelse con tanti punti di domanda. 


Adrien

Mai nessuno aveva dimostrato interesse riguardo alla sua situazione; aveva parlato troppo rispondendo a tutte quelle domande. Ma Giovanna sembrava una tipa a posto. Molto a posto, con quel fisico allenato, i lunghi capelli scuri, occhi azzurri e carnose labbra rosa; il direttore se la mangiava con gli occhi. Sembrava un uomo molto giovane, per aver fatto carriera, ma forse usava la tinta per quei lucenti capelli castani. Così elegante, nel cappotto di Armani. Ricco, intelligente… certa gente aveva proprio tutto dalla vita.
Ultimo della fila, in coda a poveri disgraziati come lui, incrociò lo sguardo dispiaciuto dell’operatore del centro, che sollevò le braccia a palmi in su. Impossibile accogliere tutti, e lui aveva tardato perdendo il diritto a una pasta al sugo e a una branda al coperto.
Quei benedetti panini li facevano sempre più piccoli. Ma doveva accontentarsi, provare gratitudine, e ringraziare l’angelo che aveva guidato Giovanna da lui. Non aveva ricevuto altro denaro quel pomeriggio, perché quei tre signori per bene gli avevano intimato di andarsene dalla sua postazione. Quanto li aveva detestati in quel momento, e invidiati, certo.
Si intrufolò in un vicoletto del centro, tra due vecchi palazzi. Melchiorre, il barbone pazzo, una settimana prima gli aveva puntato un coltello alla gola per rubargli un pezzo di cartone, e ora rannicchiato su di esso occupava lo spazio più ambito, l’unico semicoperto, sotto la scala di emergenza.
Adrien raggiunse l’angolo buio dove si sentiva più al sicuro e meno in vista. Posò la schiena al muro e scivolò in basso. Quando il sedere toccò il cemento, abbracciò le gambe posando la testa sulle ginocchia.
“Ecco dove vado, quando non trovo posto nella casa d’accoglienza, cara Giovanna."

Giovanna

La pediatria aveva fatto il pieno di piccoli pazienti. Due di loro, ormai prossimi alla dimissione, sceglievano le palline da appendere sull’abete, mentre l’infermiera decorava i vetri con dei fiocchi di neve adesivi.
Giovanna sedette ai piedi del letto di Paolo, il bambino biondo di otto anni, affetto da Lupus eritematoso sistemico. Giunti alla diagnosi dopo accurati esami, l’equipe di medici avrebbe scelto la terapia corretta. Stava soffrendo così tanto, con quei dolori muscolari, il rash al volto, la febbre…
Paolo raddrizzò la schiena, l’espressione corrucciata. «Mi annoio. E mi manca la mamma.»
«Lo so piccolo, ma la mamma deve assistere la tua sorellina che si è beccata la febbre. Verrà il tuo papà, stasera.»
Sbuffando, si buttò all’indietro e la testa sprofondò sul cuscino. «Tornerò a casa per Natale?»
«Può darsi, ma troverò il modo di farti passare la noia nel frattempo.» Giovanna si alzò in piedi e strinse il mignolino con il suo, sigillando la promessa.
I colori della savana riscaldavano le pareti della cameretta; la stanza Africa portava come simbolo la giraffa che nel murales padroneggiava con il lungo collo e lo sguardo sornione.
«Avresti preferito la stanza con un altro animale?»
«Sì, quella del lupus.» Paolo esplose in una risata contagiosa.
A metà mattina Giovanna si concesse una pausa al bar dell’ospedale, al piano terra, per fare il pieno di vitamine con una spremuta d’arancia. Ma quando le labbra sfiorarono il bicchiere, ricordò di aver visto Adrien asciugarsi il naso gocciolante con la manica della giacca. Uscì con il bicchiere in mano, seguita dallo sguardo indagatore di Sergio, che sorseggiava il caffè mentre discuteva con il capo del dipartimento di salute mentale. Aumentò il passo e raggiunse il mendicante sfidando il freddo.
Giovanna si chinò e gli fece l’occhiolino. «Bevi, ti farà bene.»
«Non posso…»
«Dai veloce, non farti pregare, che devo rientrare.»
Adrien sorrise, bevve piano e deglutì a fatica; il volto soddisfatto nonostante il probabile mal di gola che gli fece lacrimare gli occhi. Le restituì il bicchiere vuoto. Quanta gratitudine trasparì nello sguardo, mentre con le dita sottili riceveva come un dono prezioso i fazzolettini che Giovanna gli porse.
«Vorrei aiutarti di più.»
«Non si senta obbligata, dottoressa.»
«Lo faccio perché lo desidero.»
Tornò dentro di corsa, e indossando solo il camice, si rese conto che rischiava di ammalarsi anche lei. Sergio l’aspettava tra le due porte automatiche dell’entrata che si aprivano e chiudevano; il centralinista si lamentò farfugliando qualcosa sul freddo che entrava e il caldo che usciva.
«Che stai combinando?»
«Che stai combinando, tu! Lo sai che a quest’ora in molti sono in pausa, non dovremmo farci vedere insieme.»
«Questo è un problema solo tuo, invece con quello là che cosa pensi di fare? Soffri della sindrome da crocerossina? Perché in questo caso potresti aiutare le infermiere che si lamentano della mancanza di personale.»
«Si chiama compassione, e il tuo cuore da un po’ di tempo ne è privo.»
Lo sorpassò e corse verso l’ascensore piombandoci dentro, unendosi agli altri dipendenti in attesa di raggiungere il loro piano. Le porte si chiusero come un sipario, innalzando un muro tra lei e lo sguardo smarrito del direttore. Espressioni perplesse sui volti di dottori e infermieri, mentre saliva stringendo il bicchiere vuoto.
Timbrò l’uscita desiderosa di tornare a casa e non pensare più a niente; tuffarsi nella vasca fumante e inebriarsi con un calice di vino, ma trovò Sergio davanti all’entrata del palazzo.
Il direttore si avvicinò, posò le mani calde sulle sue guance ghiacciate, e la baciò sulla fronte. «Mi dispiace per oggi. Ma non è decoroso per un medico chiacchierare con un vagabondo proprio davanti all’ospedale dove lavora.»
«Prendersi cura di un povero ragazzo, non è contrario al codice deontologico.» Giovanna indietreggiò di un passo.
«Dai, non fare così.»
«Sono stanca, lasciami andare a dormire.»
Sergio soffocò le parole nella sua bocca, intrappolandola in un abbraccio. Giovanna si liberò spingendo sul petto di lui ed entrò nello stabile. Con un fastidioso prurito agli occhi chiuse la porta sbattendogliela in faccia.

                                                                        Adrien                                                          

Nella speranza di non dare fastidio a nessuno, Adrien aveva ripreso posto ai piedi del pino. Ma quella mattina, quando incrociò lo sguardo bieco del direttore, capì di aver sperato male. Un ragazzo vestito di bianco e con due spalle enormi uscì da una porta di sicurezza brontolando, forse perché spettò a lui il lavoro sporco, quello di intimargli ad andarsene da lì per sempre.
Adrien vagò per le strade senza una meta fino a sera, allungando il piattino verso quei visi che sembravano di poca fretta e meno ostili.
La pietà aveva offerto denaro sufficiente per un biglietto del bus, ma prima di lasciare la città, desiderava dirle addio. Attese in un angolo buio a pochi metri dell’uscita dell’ospedale quando un’auto si fermò in divieto di sosta; problemi per pagarsi una multa, o per comprarsi un poliziotto di certo non ne aveva quel riccone.
Con i soldi di quella Maserati, Adrien avrebbe vissuto di rendita due vite.
E dall’auto scese il direttore sistemandosi la cravatta, l’aria tesa. Giovanna uscì dall’ospedale, e trovandosi Sergio ad attenderla in fondo ai gradini, lo ignorò superandolo a passo deciso. Il direttore le afferrò un braccio e la voltò con prepotenza, occhi negli occhi.
«Non puoi trattarmi così.»
«Lasciami.» Giovanna si divincolò, lui la trattenne con più decisione.
«Che cosa ti ho fatto?»
«Hai fatto cacciare il ragazzo; come hai potuto?»
Le luci intermittenti del grande abete si riflessero sul volto ottenebrato del direttore, tinte dal blu al rosso; lo sguardo cattivo dell’uomo provocò uno spasmo allo stomaco di Adrien. I guai cercava di evitarli, ma anche se aveva paura, per quella dolce dottoressa si concesse un’eccezione.
«La lasci.»
«Mancavi solo tu, maledizione.»
«La prego, lo vede che è spaventata?» Adrien si avvicinò, cauto.
«Questa è la mia donna. Vattene prima che chiami la polizia.»
«Adesso basta, smettila!» Supplicò Giovanna.
Adrien la circondò da dietro con le braccia e la strappò dalla stretta del direttore.
«Toglile le mani di dosso, pezzente!»
«Vattene Sergio, lasciaci in pace.»
Il direttore la fissò incredulo, la testa tra le mani. «Al diavolo!» Si avvicinò all’auto e attivò l’apertura, guardò la dottoressa, gli occhi arrossati. Colpì con un pugno la portiera e si allontanò facendo scattare la chiusura automatica; proseguì a piedi verso il bar della via adiacente.
Giovanna abbracciò Adrien, le lacrime scesero a bagnarle il volto, ma lui si scostò prendendole le mani: dormiva per terra e da troppi giorni non si lavava. «Adesso dovrebbe tornare a casa, al caldo. Se ha paura l’accompagno.»
«Sergio non mi farebbe mai del male.»
«Ma che cosa vi è successo?»
«Ci siamo conosciuti qualche anno fa, quando ho iniziato a lavorare in pediatria. La nostra relazione per ora è clandestina perché voglio evitare i pettegolezzi. Ma il vero problema è che da quando ha fatto carriera si comporta in modo arrogante e non lo riconosco più. Deve essere la solidarietà a motivare il nostro lavoro, non la superbia.»
Adrien la prese sottobraccio, s’incamminarono. «Non capisco la paura di rendere pubblica la vostra storia.»
«Lui è un direttore, e i colleghi penserebbero che ricevo favoritismi, mentre se sono arrivata fino a qui è solo grazie al mio impegno.»
«Le consiglio di fregarsene di quello che potrebbe pensare la gente, se vuole essere felice. Ma lei lo ama ancora?»
Giovanna sospirò. «Non lo so. Gli ho chiesto del tempo per pensare, ma lui mi assilla e fa delle scenate come quella di stasera.»
«Prendersi del tempo a volte è una scusa per non affrontare un problema. Credo che il direttore si senta disorientato, gli dia un’altra possibilità.»
«Mi riesce difficile dopo quello che ha fatto a te; ci hai sentiti mentre litigavamo.»
«Non mi trovavo lì per caso: l’aspettavo per dirle che domattina partirò. Questa città brulica di poveracci e da un pezzo non trovo rifugio al centro.»
«Sul serio? Te ne vai?»
«Mi dispiace, neppure io amo gli addii.»
«È tutta colpa mia, se ti avessi lasciato in pace, Sergio non ti avrebbe cacciato.»
«Non si senta in colpa, faccio sempre così: resto in una città solo per un po’. Conoscerla è stata la cosa più bella che mi sia capitata.»
Giovanna fermò il passo. Il sottofondo musicale propagato dagli altoparlanti doveva ricordare doni e felicità, ma risultava stonato nei loro cuori malinconici.
«Io abito qui; vieni a dormire da me stanotte, con questo freddo congelerai.»
«Ho sopportato di peggio, e per lei è sconveniente. Buona fortuna, dottoressa.» Adrien le asciugò la guancia con il pollice, le baciò una mano, sorrise e le voltò le spalle, costringendosi a ripercorrere la via a passo veloce, resistendo alla tentazione di tornare da lei.
«Buona fortuna, triste clown.»
Le lacrime gli raggiunsero i lati della bocca, così amare e prive di sale che avrebbero potuto ghiacciare prima di arrivare al collo.

Adrien

Stupido ragazzo dalla lacrima facile, senza uno straccio di fazzoletto; quelli di Giovanna a forza di rigirarli li aveva sciupati. Dunque avrebbe passato così il resto della sua inutile vita? Fuggendo da un paese all’altro e vivendo di stenti?
Imboccò il viottolo dove avrebbe trascorso la notte, Melchiorre russava accucciato nel sottoscala; lo sorpassò in punta di piedi. Uno spauracchio quell’uomo. Ingredienti per il mostro perfetto tutti concentrati su di lui: ossa sporgenti e qualche dente sfilatosi piuttosto di rimanere in quella bocca maleodorante, ricurvo come se un peso invisibile gli schiacciasse la schiena.
Adrien si accovacciò ricacciando il vuoto che salì dallo stomaco; se lo avesse svuotato dall’aria dentro non ci sarebbe rimasto più nulla. Strinse le braccia; la fame si faceva sentire più violenta del freddo quella sera. Il carretto colorato delle frittelle aveva profumato l’aria riempiendo le sue narici come per dispetto. L’odore di fritto e vaniglia, gli ricordava il suo passato, gli amici, il circo, le fatiche e l’impegno per far divertire il pubblico, e i suoi fallimenti…
Ciambelle sorridenti e profumate, in fila, tutte per lui. Gli saltavano in bocca, circondate da spirali di auree ipnotiche, e divorata una, l’altra gli si presentava davanti a fare un inchino. Glasse e codette multicolori, zucchero a velo come soffice neve, gocce di cioccolato a pioggia. Si svegliò di soprassalto; un piede gli scuoteva una gamba.
«Cazzo ragazzo, pensavo fossi morto.»
Adrien aprì gli occhi a fatica, la bocca impastata; un uomo in piedi, nella penombra lo fissava. La camicia sbottonata, una bottiglia in mano, i capelli scuri arruffati. L’odore di alcol lo raggiunse pizzicandogli il naso. Adrien riconobbe il direttore, in tenuta da sbronzo si reggeva a malapena e sembrava quasi simpatico.
«Mi sono comportato da presuntuoso per sentirmi all’altezza del mio ruolo, e ho rovinato tutto. Cazzo, ho rovinato tutto.» Sergio sbatté la fronte sulla parete.
«Si sieda, tanto non credo riesca a proseguire, in quelle condizioni.»
Il direttore si accovacciò con la schiena appoggiata al muro, allungò le gambe e fece ruotare la bottiglia vuota tra di esse.
«Non hai mai toccato il fondo, ragazzo?» Chiese Sergio, strascicando le parole.
«Mi vuole prendere in giro?»
«Sono un idiota.»
«Dovrebbe imparare a rilassarsi ogni tanto, signore.»
Sergio rise, e la risata prese energia in modo progressivo, fino a divenire convulsa e accompagnata da lacrime. Lanciò la bottiglia sulla parete di fronte, il fragore di vetri rotti svegliò Melchiorre.
«Basta! Fatela finita, gentaglia! Non dovete disturbare il sonno del conte.»
«Chi è quel pazzo?» Riprese a ridere, Sergio.
«Non si faccia sentire, quello è pericoloso.»
«Dimmi ragazzo, perché vivi per strada? Che hai combinato?»
«Ero il pagliaccio del circo. Sono fuggito come un vigliacco, lasciando persone che mi amavano.»
«Sarei scappato anch’io se mi avessero dato quel ruolo di merda.»
Un uomo di classe davvero quel direttore, quando l’alcol gli circolava nelle vene.
«Non è per questo che me ne sono andato. Il problema era mio, mi sentivo sbagliato. Era una bella compagnia la nostra. Ricordo Nadia, affetta da nanismo, una fonte inesauribile di energia, sempre sorridente. E poi Maruska legata su quella tavola di legno, mentre il lanciatore di coltelli bendato la sfiorava con le lame, ma così preciso da non ferirla mai. Dio come mi spaventava quel numero.»
«Ma se stavi bene con loro, perché li hai lasciati? Sei strano, lo sai? E poi che cosa significa “mi sentivo sbagliato”?»
«È difficile da spiegare.» Adrien fissò il muro. Il cuore perse un battito ricordando il sorriso di Andrej, il desiderio che provava per lui. Il cowboy si esibiva cavalcando lo stallone con Nadienka in piedi sulle sue spalle, bellissima nel costume rosso e lustrini. A fine numero gli applausi accompagnavano il loro bacio. A quel punto il cuore di Adrien andava in frantumi, anche se l’ultima scena faceva solo parte dello spettacolo.
«Insomma, ti senti di merda come mi sento anch’io. Giovanna mi odia.»
«Non credo, direttore.»
«Dovrei lasciarla in pace, ma non ce la faccio.»
Sergio tremava. Avrebbe rischiato l’ipotermia. Adrien sapeva bene cosa significasse correre il pericolo di morire dal freddo.
«Deve andare al riparo, si faccia forza.» Provò a sorreggerlo; troppo pesante per le sue quattro ossa da mendicante. Scivolarono a terra. Nonostante tutto, profumava ancora di colonia, e se fosse stato l’odore del Brandy, lo avrebbe gradito comunque. «Mi presti il telefono, chiamerò Giovanna.»
«No amico, non mi deve vedere così. E poi… Perché vuoi aiutarmi maledizione! Ti ho fatto cacciare io dal tuo angoletto, lo sai?»
«Lo faccio per la dottoressa.»
Adrien sottrasse dal taschino il cellulare di Sergio. Percorse la rubrica scorrendo con il dito, quando il sorriso di Giovanna apparve sul display, cliccò. Il telefono squillò parecchie volte; rispose una voce assonnata.
«Che cosa vuoi a quest’ora?»
«Sono Adrien. Non si spaventi, ma il direttore ha bisogno di aiuto e non so chi chiamare.»
«Dove siete?»
«Nel vicolo di fronte la chiesetta vecchia.»
Giovanna sospirò. «Vi raggiungo subito.»

Giovanna

Ma che cosa aveva combinato Sergio?
Passo dopo passo, aumentava quel senso di oppressione alla gola come un laccio stretto al collo. Paura, sensi di colpa. L’atmosfera natalizia del viale illuminato allietava solo lei e un gatto rinsecchito che zoppicando attraversò la strada, si fermò, strizzò gli occhi per una grattatina dietro all’orecchio biforcuto, e soddisfatto ripartì mugolando.
Il freddo si insinuò tra le fibre; morsi di ghiaccio dai quali non poteva fuggire. Coprì il volto sollevando il colletto peloso della giacca. Imboccò il vicolo privo di luci; si bloccò. Una figura nell’ombra avanzava trascinando una gamba, aiutava il passo tagliando l’aria con un braccio. Giovanna puntò la torcia del telefonino davanti a sé.
Lo scintillio di una lama nella mano di un uomo, i capelli incollati come se avesse preso una secchiata di grasso. Il sorriso di traverso occupava un lato del viso, l’occhio ostruito da ciglia incrostate sembrava trovarsi nel posto sbagliato, asimmetrico come tutto in quel volto. Un essere così ripugnante da desiderare chiudere gli occhi e fuggire lontano, ma allo stesso tempo provò pena nel vedere un essere umano in quello stato: un individuo che non aveva niente da perdere, e questo avrebbe dovuto spaventarla di più. Le afferrò il polso, il telefonino rovinò a terra. Giovanna sollevò la testa, invitata dalla punta metallica che premeva alla base della gola. Ogni muscolo si irrigidì, bloccata, incapace di reagire. La schiena sbatté contro il muro, e desiderò sprofondarci dentro, per allontanare il volto da quella bocca, e proteggere il collo dal metallo che pungolava. Le sfuggì un gemito di paura.
«Lasciala!»
Dio quella voce; forse aveva una speranza. Il pazzo circondò il collo di Giovanna con una mano, oscillò il coltellino verso Adrien, soffermandosi su Sergio sostenuto alla parete.
«Il conte vuole la sua parte, sgancia il portafogli direttore dei miei stivali, o faccio secca la bambolina.» Melchiorre rise, abbassando lo sguardo sulla punta delle scarpe così consumate da lasciare intravvedere gli alluci.
«Prima la devi lasciare!» Adrien si avvicinò con le mani alzate, il telefonino di Sergio in mano.
«Resta fermo dove sei!», gridò Melchiorre, stringendo con più forza attorno al collo di lei.
Le orecchie di Giovanna fischiarono, spalancò la bocca alla ricerca di ossigeno. Colta da un capogiro, le gambe cedettero.
Adrien puntò la torcia sugli occhi di Melchiorre accecandolo, l’uomo si coprì il viso con un braccio, mentre Sergio lo caricò fronteggiando la sbornia, l’alcol evaporato come un liquore flambé. Giovanna inspirò aria cibandosene, con le mani tastò il collo; bruciava dove il coltellino aveva violato la pelle, dove la vita aveva rischiato di scivolare via.
«Basta così!» Adrien trattenne per le spalle Sergio, per allontanare braccia e pugni dal barbone. Il pazzo si lamentò contorcendosi; aveva ancora il fiato per bestemmiare e imprecare maledizioni.
«Sergio!» Giovanna gridò, le lacrime in gola, tossì. Il suo direttore l’abbracciò forte, e il cuore in quel petto batteva come un tamburo.
«Andiamocene! Melchiorre si sta riprendendo.» Adrien porse il telefono al direttore, illuminandogli la camicia con un fascio di luce, una macchia cremisi si dilatava.
Giovanna toccò la ferita, la esaminò, tastò i polpastrelli appiccicosi. «Dobbiamo andare in pronto soccorso!»
«Non posso, mi conoscono tutti. Guardami: che cosa direbbero di me?»
Giovanna sospirò, e premette con un fazzoletto sulla ferita. «Va bene, dovrei avere del filo da sutura a casa: ogni tanto mi esercito per non perdere la mano. Ti prego Adrien resta con noi, ho bisogno del tuo aiuto.» Si abbassò a raccogliere i pezzi del suo telefono.

Giovanna

Sergio saltava sulla sedia; Giovanna in piedi di fronte a lui infilò l’ago nella pelle per l’ultimo punto.
«Ho quasi finito. Sei peggio di un bambino.»
«Ma non ho l’anestesia.»
«Non ne tengo: per suturare uso le cavie in gomma. Comunque dovrebbe essere sufficiente quello che hai bevuto per attutire il dolore.»
Giovanna indicò delle garze e un disinfettante sul tavolo. «Me ne passi una per cortesia?»
Adrien aprì l’involucro e glielo porse; Giovanna estrasse la garza e coprì la ferita di Sergio.
Il suo direttore, l’uomo tutto d’un pezzo, aveva perso la testa scegliendo di bere per non affrontare se stesso. Gli accarezzò una guancia.
Lui le fermò la mano. «Non ti merito, ma ho bisogno di te.»
«Forse è il caso che me ne vada?»
«Non se ne parla, Adrien. Puoi fare una doccia mentre preparo la cena, se così si può chiamare un pasto alle tre di notte.»
«Troppo disturbo dottoressa, non occorre.»
Sergio si alzò in piedi. «Ora sono io ad insistere. Giovanna è tanto dolce e buona, ma dovresti vedere come si trasforma quando viene contraddetta.»
Risero.
Dovettero pregarlo parecchio, ma Adrien alla fine cedette.
Giovanna frugò in frigorifero alla ricerca di cibo.
«Lascia stare. Ho messo dell’acqua a bollire: non credo che Adrien abbia voglia di morire con quelle confezioni di roba vegetale aperte chissà da quando tempo.»
«Hai una grande fiducia nella mia arte culinaria.» Giovanna finse il broncio chiudendo lo sportello.
Sergio posò le mani sulle guance di lei. «Sei brava in molte altre cose.» Avvicinò le labbra che fremevano per il desiderio di assaggiarla di più. Lei cedette al bacio.
«Senza di te non sono nessuno. Ti amo così tanto che il solo pensiero di perderti mi ha distrutto.»
«Ti amo anch’io, anche se ti preferisco ubriaco: sei più simile a te stesso.» Risero e si distesero sul divano. Sergio gemette, e respirò con affanno, premette sulla ferita contorcendosi.
«Mi dispiace, me ne ero dimenticata.»
«Fa un male cane, meglio se restiamo tranquilli. Abbiamo anche un ospite sotto la doccia.»
«Vuoi un antidolorifico?»
«Non serve; adesso mi passa. Ma ho bisogno di sapere per quale motivo ti sei presa così a cuore quel ragazzo.»
Giovanna sospirò, si alzò e aprì la cassettiera.
Gli scheletri nell’armadio non potevano rimanere nascosti per sempre, anche se si trattava di una vecchia cornice in un cassetto, una foto riesumata dalle cianfrusaglie da più di dieci anni, che mostrò a Sergio sedendogli di nuovo accanto. «Questo è mio fratello. A diciotto anni, dopo lunghe ricerche, hanno ritrovato il suo corpo ai piedi di un albero, nei giardini pubblici di una città: morto per overdose.» Scoppiò in lacrime, il dolore ancora vivo bruciava come fuoco.
«Se qualcuno si fosse preso la briga di aiutarlo, ci sarebbe stata una minima speranza, una seconda possibilità anche per lui. E se io avessi pensato meno a me stessa, agli studi e alla mia realizzazione personale…». La voce le si strozzò in gola. Aveva nascosto quella foto, insieme ai sensi di colpa che avvertiva ogni volta che incrociava quegli occhi blu.
Sergio la circondò con le braccia, cullandola. «Lo sai che non è stata colpa tua.»
«Ma sento il bisogno di riscattarmi lo stesso.»
«Cosa intendi fare con Adrien?»
«Lo aiuterò a ritrovare fiducia nelle sue capacità, e se ci riesco anche qualcosa in più.»
«Sei unica, Giovanna.»

Adrien

Adrien trascorse il resto della notte nella stanza degli ospiti. Al risveglio trovò un maglioncino e dei pantaloni ai piedi del letto, li indossò anche se troppo larghi per lui. Profumavano di rose e inspirò l’odore di pulito. Andò in cucina accolto dall’aroma del caffè e da una tavola imbandita di frutta, cereali e cornetti spolverati di zucchero.
«Avanti Adrien, fatti sotto, non posso mangiare tutto da sola.»
«Sergio non c’è?»
«Non so come farà, ma stamattina è andato a un corso di aggiornamento.»
«E questi?» Adrien indicò i vestiti.
«Puoi tenerli. Magari ne compreremo di nuovi.»
«Ma non ho un centesimo.»
«Oh, non preoccuparti, mi ripagherai. Ho un favore da chiederti.»
Giovanna sollevò una sacca dalla sedia e la posò su un angolo del tavolo, aprì la zip e lo invitò a guardarci dentro. Una parrucca, un naso rosso, delle trombette, un costume da clown e un kit per il trucco.
«Ho promesso ai miei piccoli pazienti che verrà un amico a spezzare la noia. Dovrai darti da fare e stavolta niente lacrime.»
In quel momento Adrien avrebbe desiderato sparire, ma grazie a Giovanna avrebbe potuto far ridere quei bambini, e prendersi la sua rivincita.

Giovanna

Giovanna fece scorrere il badge sul lettore, aprendo le porte di accesso al reparto di Pediatria; Adrien si fermò sulla soglia e sospirò. Giovanna gli sorrise. «Coraggio.»
Gli infermieri increduli li seguirono con lo sguardo, le espressioni divertite, ma anche incuriosite dal misterioso pagliaccio. Non sapendo chi si nascondesse in quel costume, nessuno osò commentare.
Entrarono nella prima stanza, quella di Paolo. Giovanna si avvicinò al letto. Il bambino sgranò gli occhi e a gattoni si sporse per vedere meglio il clown; Adrien inciampò, rotolò per terra e si contorse emettendo strani ululati e imprecazioni incomprensibili. Il bambino scoppiò a ridere, mentre Giovanna preoccupata soccorse il pagliaccio, e Paolo rise anche di lei.
Adrien ripeté l’esibizione con tutti i bambini. Dopo un’ora aveva ammaccature dappertutto, ma nello sguardo felice traspariva la soddisfazione di esserci riuscito.
I saluti e le risate dei bambini accompagnarono il loro passaggio verso l’uscita. Sergio li attendeva in guardiola, e iniziò un applauso in onore del clown.
Giovanna abbracciò il suo direttore, un abbraccio discreto, ma sufficiente a dichiarare la loro unione.

Giovanna

Il tendone a strisce gialle e verdi occupava la piazza degli spettacoli. Zebre e lama gironzolavano pacifici nei recinti esterni; un giocoliere sui trampoli, il viso tinto di bianco, si esercitava con i birilli.
Di Adrien sul sedile da passeggero a suo fianco non sentì nemmeno il respiro. Gli aveva promesso una sorpresa, ma avvertiva tensione da parte del ragazzo, anche se la manifestava con il silenzio.
Giovanna parcheggiò e spense il motore. Ci volle coraggio per voltarsi e dire qualcosa; lo sguardo di lui fisso sul parabrezza.
«Ti ho mentito, non ho partecipato a un convegno. In questi giorni sono andata a caccia del Circo dei Sorrisi. Desiderano rivederti, ma c'è una persona in particolare che ti aspetta.»
«Non doveva farmi questo. Per quale motivo crede che me ne sia andato, Giovanna?»
«Sei fuggito dall'amore senza rendertene conto.»
Da una roulotte scese un ragazzo, l'abbigliamento da cowboy nel corpo scolpito da anni di allenamenti. Il domatore acrobatico si avvicinò, e le lacrime divennero visibili quando si piazzò davanti alla portiera. Adrien scese dall’auto; i loro sguardi rivelarono segreti nascosti nei cuori e taciuti troppo a lungo. Andrej lo abbracciò con vigore e scoppiarono in lacrime, fronte sulla fronte, le labbra si unirono in un bacio di passione.
Nadia, la piccola grande donna, si avvicinò con la sua andatura anserina, le mani a sostenere la schiena. Si godette lo scena e alzò lo sguardo su Giovanna mostrando un grande sorriso.
«Avevo capito tutto già da tempo, ma accettarlo per loro è stato più difficile. Grazie a te, Adrien è qui. Il cielo si espande quando gli angeli si scambiano dei favori.» Strizzò l’occhio.
Giovanna sgranò i suoi. «Come?»
Adrien asciugò le lacrime e si avvicinò con le braccia aperte che si chiusero avvolgendola e cullandola. «Se il mio cuore non battesse per Andrej, sappi che Sergio avrebbe un rivale in amore.»
«Sei il migliore amico che una donna possa avere, e questo mi basta.» Si guardarono negli occhi, il sorriso sulle labbra. «Fra qualche giorno è Natale e vorrei invitarvi in ospedale con i vostri costumi per offrire una cioccolata ai bambini. Pensate di farcela?»
«Puoi contarci.»

25 Dicembre
Caro diario,
ho scoperto che gli angeli hanno aspetti diversi e una missione importante da compiere.
Lui ha il naso rosso, e se qualche bambino ora piange, è solo per l'effetto delle risate.
Giovanna.

Fine


CHI E' L'AUTRICE...
Helena J. Rubino dice di sè: " Mi piace scherzare, prendere la vita come viene e dare consigli. Gli amici mi giudicano un po’ pazza e hanno ragione, però non mi abbandonano mai. 
Scrivere mi aiuta a tenere i piedi per terra, per non confondere le fantasie con la realtà. 
Se mi cercate, lavoro in un luogo dove le menti sono perse in diverse dimensioni, ma ognuno ha ragione nella propria certezza. 
Il mio moto è: ama i tuoi desideri."
Helena si è fatta conoscere dalle lettrici del nostro blog partecipando a Summer in Love 2017 con il racconto Un cuore di acquamarina (vedi qui) che è stato molto apprezzato dalle lettrici.
VISITA LA SUA PAGINAFACEBOOK:

****
VI E' PIACIUTO L'ANGELO DAL NASO ROSSOLASCIATE QUI SOTTO LE VOSTRE IMPRESSIONI E PARTECIPATE ALLA NOSTRA RASSEGNA COME COMMENTATRICI. A FINE RASSEGNA PREMIEREMO LE PIU' ASSIDUE.

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CHRISTMAS IN LOVE VI TERRA' COMPAGNIA CON I SUOI DOLCISSIMI RACCONTI NATALIZI FINO AL 31 DICEMBRE. 
NON PERDETELI!


17 commenti:

  1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  2. Ringrazio Aina Sensi, mia cugina Barbara, Francesco F. e Francy, perché è con il loro aiuto e la fiducia che questo racconto ha preso vita.
    Dedico "L'angelo dal naso rosso" ai lettori e alle lettrici, a chi è alla ricerca di sé, a chi si è perso e poi ritrovato, a chi purtroppo non tornerà mai più, e al giovane mendicante che mi ha ispirata.
    Grazie di cuore!

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  3. Racconto dolce e tenero nella sua semplicità. Tutte caratteristiche che dovrebbe avere il Natale e che nonostante tutto troppo spesso dimentichiamo. Brava all'autrice.

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  4. Complimenti! Un racconto dolcissimo, pieno di speranza e scritto con il cuore. Molto bello.
    Emiliana

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  5. E' un racconto dolcissimo, scritto con una sensibilità e una cura lo che rendono prezioso. L'accoglienza e il rispetto per le diversità sono temi natalizi, ma che andrebbero ricordati tutto l'anno. Brava Helena, continua a scrivere racconti per noi ;)

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  6. DAVVERO MOLTO. . . Intrigante, Divertente, Comico E Romantico !!! COMPLIMENTI VIVISSIMI all' AUtrice :D

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  7. Un dolcissimo racconto di Natale, complimenti!

    Nora June

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  8. Una storia particolare, complessa, scritta con cura. Grazie.

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  9. Racconto molto bello! Ho apprezzato il tatto e la delicatezza con cui l'argomento è stato trattato senza mai scadere nel banale. Complimenti!

    Nora June

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  10. Molto molto bello!!! Complimenti all'autrice

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  11. Decisamente un racconto che tratta un argomento insolito. Misurato, con un buon equilibrio fra i tre protagonisti che hanno un'evoluzione positiva nell'arco del breve respiro che dá il racconto. Ben scritto davvero.
    Molto bella anche la dedica e i ringraziamenti.
    E.

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  12. Ciao cara Helena :-* Il tuo " Angelo dal naso rosso " s' é appena guadagnato il mio. . . 2° VOTO :D BUONA FORTUNA ;)

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  13. Ho apprezzato molto questo racconto, un tema su cui riflettere. Grazie Helena, uno spunto degno di un Natale Vero!

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  14. bello molto commovente mi ha fatto salire le lacrime agli occhi.bei personaggi positivi che rimangono impressi nell'animo.Elisabetta

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  15. Questo racconto si discosta dagli altri per i temi che tratta e fa riflettere. Anche in questa occasione Helena Rubino ci ha donato un bel racconto carico di sensibilità e la ringrazio tanto.

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  16. racconto molto bello, che evidenzia il fatto che sia tutti molto egoisti nei confronti dei meno fortunati.
    mi è piaciuto molto il racconto perchè poi il finale è decisamente diverso da quello che mi sarei aspettata leggendo l'inizio. due storie d'amore in una, vale doppio!!

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