Christmas in Love 2017 : "DUE CILIEGIE SOTTO IL VISCHIO" di Serena Pochi



La telefonata arriva a notte fonda. Che ore sono? Tra uno squillo e l’altro mi giunge all’orecchio lo sfrigolio delle luci a intermittenza dell’albero di Natale: ricorda il frinire delle cicale in estate. Il bagliore dal soggiorno filtra attraverso la porta aperta della camera e va a illuminare un lembo della parete. Mi alzo a sedere sul letto, afferro il telefono sul comodino: la luce del display mi fa socchiudere gli occhi. Mezzanotte e venti ma, più che l’orario, mi sorprende il nome che lampeggia ininterrottamente: Matteo. Il cuore accelera all’improvviso, sembra che voglia scappare dalla cassa toracica. Forse è solo il brusco risveglio. Forse è per lui.
‒ Pronto? ‒
Fruscio di fondo e una voce lontana, quasi indecifrabile.
‒ Pronto? Non ti sento. ‒
‒ Sì, un attimo. ‒
Scalpiccio di passi, rumori sommessi e finalmente la sua voce: un graffio nella pancia.
‒ Alice, mi senti? Alice? ‒
Ripete il mio nome. Riconoscerei questa voce rauca tra mille.
‒ Matteo… ‒
‒ Sì sono io. ‒
‒ Matteo… ‒ ripeto. Il suo nome una terapia per l’anima.
‒ Alice… ‒ e scoppia in una risata, la sua risata. Ampia, sonora, carnale.
E’ l’emozione che scioglie la tensione.
Facciamo una pausa, una pausa solo per noi, per i nostri ricordi. Il time-lapse del tempo trascorso insieme. La prima volta che la sua risata mi scalfì il cuore.

Era dicembre inoltrato anche quel giorno. Sara, mia sorella, mi portò quasi di peso a quella festa. Era una festa di paese: la gente, gli stands affolati, le giostre con il nastro da afferrare e l’ottovolante, la pista da ballo e il coro dei bambini della parrocchia che cantava. Non so come mi avesse convinto ad andarci. Ricordo le luminarie, il mercatino di Natale, le bancarelle con dolci e frutta secca, l’odore di zucchero filato e il profumo delle mandorle zuccherate. Ero in fila allo stand gastronomico maledicendo la coda e la mia reticenza a dire di no.
Lui passò in sella a una bicicletta da donna e il Pitbull al guinzaglio: una felpa con le maniche tirate su, nonostante il freddo, gli avambracci tatuati, la pedalata sciancata, una cuffia di lana da aviatore, un paio di jeans strappati. Una mano sul manubrio e l’altra con la sigaretta tra le dita.
Sara lo chiamò:
‒ Ehi, Matteo! ‒
Si spostò di traverso sulla sella, con il busto ruotato, voltò la testa, con un sopracciglio alzato. Fece un mezzo giro con la bici, il cane gli trotterellava affianco. Lo guardai e lo aspettai mentre si avvicinava. Si accostò alla fila di gente, si fermò a un passo da noi. Con la ruota anteriore andò a finire sul tallone di uno davanti che non perse l’occasione per insultarlo. Lui fece spallucce, così, semplicemente. E sfoderò un sorriso da furfante. Aveva una barbetta rada sul viso da bambino e una piscina negli occhi. Mi colse subito la sensazione di affogarci dentro.
‒ Ciao ‒ disse alzando il mento con un sorriso forse imbarazzato. Abbassò gli occhi per un istante. Poi mi avrebbe detto che i miei vestiti firmati, il mio sguardo scrutatore lo mettevano a disagio. Alla fine decise di essere se stesso.
Mi tese la mano. Notai le dita rovinate, le unghie corte di chi si sporca le mani con il lavoro grosso.
‒ Piacere, Matteo. ‒
‒ Alice. ‒
Strinsi quella mano che mi aspettava immobile, sospesa davanti a me, e capii che tornare indietro sarebbe stato impossibile. Un brivido risalì dal braccio fino al cuore, forse per il contatto con la sua pelle ruvida, forse perché, mentre io cercavo di ritirarmi, lui esitò un attimo in più prima di lasciarmi andare.
‒ Te lo ricordi? Era in classe con me al primo anno ‒ disse Sara.
Ci pensai un po’ su. Scavai nella memoria ma non venne a galla niente. Poi rovistai ancora tra i ricordi e mi venne in mente un ragazzino minuto, con qualche efelide sul naso e quegli stessi occhi. Occhi stanchi e vivi allo stesso tempo, pieni di malinconia e di forza. Occhi che quando ti sfiorano lasciano impressa la scia della bellezza.
‒ E’ tua sorella? ‒ chiese a Sara.
Sembrava un ragazzino.
‒ Sì ‒ la anticipai io. ‒ Ma non mi ricordo di te. ‒
‒ Io nemmeno ‒ fece lui.
‒ Il mondo è piccolo ma non abbastanza ‒ conclusi.
Intanto facevamo qualche passo avanti, la fila scorreva nella confusione generale. Matteo ci seguiva insieme al cane, un piede sul pedale e uno che spingeva per terra.
Sara lo abbracciò al collo, due baci sulle guance. Sembravano amici con la “A” maiuscola, di quelli che si perdono ma è come se fossero vicini sempre, nonostante tutto.
Come va? E il lavoro? La scuola? Le domande e le risposte che dicono tutto e niente.
‒ Giulia che dice? ‒
Forse qualche inciampo lungo la strada, un cambio di rotta, qualche imprevisto.
‒ E’ da un anno che ci siamo lasciati. Non andava più. ‒
Sara gli diede una pacca sulla spalla, la vita va avanti, chi se ne frega.
Arrivammo alla cassa, prendemmo patatine fritte e un bicchiere di birra. Matteo attaccò la bicicletta a un palo, dall’altra parte della strada, e venne a sedersi accanto a me. Gli feci spazio sulla panca. Il cane mi si accucciò sotto le gambe. Io lo accarezzai, era docile.
‒ Lui è Rocco ‒ mi disse.
‒ Mi piacciono i cani. ‒
‒ E tu piaci a lui ‒ concluse.
La presenza di Sara mi tutelava dall’imbarazzo, da quel tumulto di emozioni. E invece, quasi di nascosto, lei se ne andò, con una scusa qualsiasi. Doveva parlare con qualcuno, attraversò a passi veloci la piazzetta. Dopo mi avrebbe detto che aveva già capito, che quella luce negli occhi non si può nascondere.
Mi alzai per seguirla. Rocco alzò la testa per guardarmi. Matteo, invece, mi bloccò afferrandomi per un polso.
‒ Stai qui con me ‒ mi ordinò e io tornai a sedere sulla panca un po’ distante da lui: una distanza in cui si infiltrò come una goccia d’acqua calda.
Restai a mangiare le patatine, infilzandole con il bastoncino appuntito. Lentamente, una alla volta. Sara, scappando via, aveva lasciato il suo bicchiere di birra sul tavolo. 
‒ La vuoi? ‒ glielo offrii.
‒ Perché, tu non la bevi? ‒
‒ Non mi piace. ‒
Afferrò il bicchiere con la sua mano grande e fece un lungo sorso.
‒ Aaah. Non sai che ti perdi ‒ esclamò con gusto guardandomi di traverso.
Le patatine non mi andavano più ma continuavo a stuzzicarle con lo stecchino, ogni tanto ne ingoiavo qualcuna. Erano un disimpegno, un modo per coprire il silenzio.
‒ Cosa farai dopo? ‒ mi chiese. ‒ Andrai all’università? ‒
‒ Ah, ah. ‒ Annuii masticando. Mi coprii la bocca con il palmo della mano. ‒ Medicina a Roma ‒ biascicai.
Guardò fisso davanti a sé, fece un altro lungo sorso di birra.
‒ E tu, cosa fai? ‒
‒ Lavoro in un’officina d’auto qua dietro. ‒ Alzò il mento indicando un punto lontano, dietro la chiesa. ‒ La scuola l’ho mollata alla fine del primo: mi hanno bocciato. ‒ E con il pollice fece il cenno di un taglio alla gola. ‒ Zac! ‒
‒ Non ti piaceva studiare? ‒
‒ Ma sì, alla fine mi piaceva pure… ‒ abbassò lo sguardo per un attimo, si morse il labbro e tornò a guardarmi. ‒ Ma avevo qualche problema con la lettura. Anche quando parlo, a volte, ci lascio qualcosa. ‒
Si mise a scherzare, a sbeffeggiare se stesso, leggendo il volantino del menù infilato tra il tavolo e la tovaglia trasparente di plastica.
‒ Penne all’arabbiata, spaghetti all’amaticiana... ‒
‒ Scemo. Non dovevi smettere. E’ solo un disturbo. ‒
‒ Cioè? Vuoi dire che sono disturbato di mente? ‒ e sbottò nella sua risata rauca che mi colpì addosso come schegge di granata.
E successe così, in un istante.
Non si può spiegare cosa accade. E’ un attimo, forse una questione di sguardi o di odori. O più semplicemente dobbiamo chiedere a quello che di primitivo cova dentro di noi, un istinto, una reazione chimica. Perché è impossibile farsene una ragione, il cuore va da sé.
Era Matteo, il mio Matteo: lo sentii sulla pelle.
Risi anch’io travolta dalla sua onda.
‒ No, no... ‒ continuai riprendendo fiato ‒ è solo un disturbo d’apprendimento. Non significa che sei meno intelligente degli altri. Anzi: forse lo sei di più. ‒
‒ Dici? ‒
‒ Einstein era dislessico. ‒
‒ Davvero? ‒
Ci pensò su, volse lo sguardo sopra la mia spalla.
‒ Mah! Se lo dici tu. Per me è andata meglio così, te lo assicuro ‒ concluse.
Ce ne andammo subito insieme, passammo attraverso la ressa dei tavoli, dei piatti di plastica impilati, della gente che schiamazzava imbacuccata nei giacconi pesanti.
Volevo dirgli tante cose, che sentivo qualcosa nello stomaco, come un battito di ali di farfalle, che non riuscivo a staccare i miei occhi dai suoi. Che avrei voluto sentire le sue braccia forti attorno ai miei fianchi, le sue mani sporche che mi toccavano. Invece gli raccontai della scuola, delle mie prospettive, della nuova vita che mi aspettava. Lui mi sorrideva docile come il cane.

La sua voce interrompe i ricordi.
‒ Roger, Roger, mi senti? ‒
Imita lo scricchiolio di un’intermittenza.
‒ Mayday, mayday, Roger ti stiamo perdendo. ‒
Rido. Accidenti, rido talmente tanto che mi escono le lacrime dagli occhi. Me li strofino con il dorso della mano. Forse si chiama felicità.
‒ Sì, certo che ti sento ‒ dico tra un singhiozzo e l’altro.
‒ Be’... Scusami se ti ho svegliato a quest’ora. Pensavo che eri svenuta dal sonno. ‒
‒ No, eccomi: più sveglia che mai. E’ che quasi non ci credo. Non sai quanto ho sperato che mi chiamassi. ‒
‒ Credici perché sono io. ‒
‒ Sono così felice di sentirti. Perché hai aspettato così tanto? ‒
‒ E’ quasi un anno che Sara mi ha dato il tuo numero. ‒
‒ Lo so. ‒
‒ Poi sai com’è: gli impegni, il lavoro, il casino. Ognuno va per la sua strada e chi s’è visto s’è visto. ‒
Come meteore che si sfiorano per un istante nell’universo infinito.
‒ E dove sei adesso? Che stai facendo? ‒
‒ Sono rientrato ora. Mamma dorme. Se la sveglio mi ammazza. ‒
Forse è ubriaco.
‒ Hai bevuto? ‒
‒ Un po’. Stasera mi mancavi troppo. ‒
Gli manco. E io che credevo che mi avesse dimenticato.
‒ Anche tu mi manchi, Matteo. Non sai quanto. ‒
Una strana euforia mi sale dalle gambe fino alla testa. Prendo coraggio. Sì glielo devo chiedere.
‒ Perché non vieni qui? ‒
‒ A Roma? ‒
‒ Certo, a Roma e dove se no? ‒
‒ Ci penso, sì… Lavoro sempre. ‒
‒ Non devi pensarci, devi venire. Scegli due giorni, oppure uno solamente e vieni. In macchina, in treno, in autobus. Io ti aspetto ma tu vieni. ‒
Non risponde più, forse ci sta riflettendo. Forse pensa che chiamarmi sia stato un errore.
‒ Il tempo non ci aspetta ‒ concludo.
Ora sento il freddo del pavimento risalire su per le gambe e arrivare fin nella pancia. Di colpo mi assale la paura di rivedere una persona diversa, il timore di rovinare tutto. A volte è meglio accontentarsi dei ricordi.
‒ Ok, vengo. ‒
Due parole per fugare ogni dubbio. Le paure svaniscono come neve al sole.
Decide la data, così, sui due piedi.
‒ Vengo il giorno della Vigilia. Ci sarai? ‒
‒ Certo che ci sarò ‒ gli rispondo con la voce che trema per l’emozione.
Ci sarò come tu ci sei stato per me in tutti questi anni. Sei stato il mio angelo custode quando, in mezzo alla strada, una macchina ha inchiodato a qualche centimetro da me. Sei stato al mio fianco, nell’aula magna dell’università, quando il rettore mi ha dato la mano e mi ha chiamata Dottore. Mi hai stretto le dita sul bisturi in quella sala operatoria in cui ho inciso il mio primo paziente. Sei stato un pensiero improvviso, diretto e preciso, come un brivido che senza ragione ha fissato il mio sguardo nel nulla.

Sarà in questa città che ci incontreremo di nuovo. La meretrice che scelsi al posto tuo. La Città Eterna che mi spia ogni giorno da quasi quindici anni, attraverso una maschera di monumenti e di turisti, che mi punta il dito contro e ride di me mentre mi rotolo tra un tramonto e l’altro senza pensare che il tempo scorre troppo veloce. Sono così diversa dalla ragazzina che ti ha lasciato. Sulla mia pelle sono comparse le prime rughe, zampe di gallina attorno agli occhi, due solchi tra le sopracciglia. Ti piacerò ancora, Matteo? Ti piaceranno ancora queste gambe magre sulle ginocchia appuntite? Ti piacerà il mio sguardo stanco e rassegnato?
La stazione Termini brulica di gente: non ci troveremo mai. Osservo l’orologio. Lui dovrebbe già essere qui. Lo chiamo o aspetto? La stazione è così grande. Un gruppo di turisti spagnoli cammina dietro una donna con un ombrello rosso alzato. La gente va e viene quasi di corsa, sembra impazzita. Nessuno si ferma a guardare l’albero di Natale che campeggia maestoso davanti l’ingresso, le luci colorate che illuminano il piazzale antistante. Nessuno si ferma davanti al piccolo mendicante con la faccia sporca e un paio di sandali ai piedi. Sono gli occhi di un bambino, questi, o di un cane randagio? Gli lascio un euro nel berretto di pezza. Lui non sorride come potrebbe? Corrono tutti: è la fuga dal tempio del pendolarismo. L’ultima discesa confusa verso la metro A e B. Scambi di auguri frettolosi con parole reiterate.
Mi fermo davanti una profumeria, lo cerco in giro con gli occhi. Il suo treno dovrebbe già essere arrivato. Forse ha avuto un contrattempo. Forse è stata una donna a non lasciarlo partire. Mi sistemo il bavero del cappotto sul collo, mi metto a cercare qualcosa nella borsa. Non lo so nemmeno io cosa. Tiro fuori il telefono, lo guardo. A un tratto mi sento così inadeguata nei miei jeans troppo larghi e in questi anfibi da ragazzina. Non basteranno questi vecchi vestiti a togliermi gli anni trascorsi lontana da lui.
Il telefono squilla: il cuore accelera, una vampata di fuoco mi pulsa nelle tempie.
‒ Alice? Sono arrivato adesso. E’ vero che i treni sono sempre in ritardo? ‒
Non lo so. Non lo so. Sbrigati ti prego, non ne posso più. Gli dico che lo aspetto davanti al negozio, all’uscita degli autobus. Indosso un cappotto beige, una cuffia nera con il pom-pom.
‒ Arrivo. Tra un minuto sono lì. ‒
Vorrei che se ne andassero tutti, giro in tondo come una pazza, con gli occhi che cercano, scrutano. Mi sembra di vederlo un milione di volte, come è accaduto in tutti questi anni. Ho l’impressione di vedere la sua felpa, i suoi jeans strappati, la sua cuffia da aviatore. E invece me lo trovo di fronte all’improvviso, sbucando fuori da un crocchio di persone, e tutto il resto scompare: la gente, le luci di Natale, i suoni intorno. Gli accarezzo una guancia per essere sicura che sia vero, che sia lui in carne e ossa.
‒ Matteo… ‒ e resto qui immobile, senza avere la minima idea sul da farsi; le parole mi muoiono in bocca.
Solo per un secondo perché subito dopo sono travolta da un uragano. Si disfa del borsone da calcio, lo abbandona lì, dove gli capita. Urla il mio nome.
E’ pazzo, è sempre stato pazzo.
Mi abbraccia, mi stacca da terra. Mi ficca la faccia nell’incavo del collo. Si strofina sulla mia pelle, mi annusa come un cane e dice che il mio odore non se l’era scordato. Che è sempre lo stesso.
Allontana la testa da me per osservarmi. Sbatte le palpebre per mettermi a fuoco.
‒ Fammiti guardare. ‒
Io mi copro il viso con una mano, mi vergogno della mia pelle invecchiata, dei miei occhi spenti. Sono comparse le occhiaie.
Mi afferra la mano, me la toglie dal volto con prepotenza, se la mette sul cuore stretta nella sua.
‒ Sei bella, ancora più bella. ‒
Faccio di no con la testa, mi viene da piangere. Incrocio il suo sguardo e accade di nuovo, come tanti anni fa: adesso i suoi occhi sono un mare in tempesta e io ci muoio dentro. E’ un dolce soccombere, è un sollievo. Mi lascio trasportare da queste onde calde.
Sento il suo petto forte sotto il palmo. Mi infila le dita della mano destra dietro la nuca, tra i capelli, mi attira a sé. Occhi dentro occhi, mano dentro mano, cuore dentro cuore.
Sento il suo alito sulle mie labbra. Mi osserva ancora per un attimo come per stamparsi nella mente ogni mio respiro, o forse vuole capire se anch’io lo desidero ancora come mi desidera lui.
Certo che lo desidero, adesso più che mai. Vado incontro alla sua bocca ansimante, come si va incontro al destino, senza freni, senza indugio. A testa alta, fiera di com’è andata.
E mentre la mia bocca trova finalmente la sua e le nostre lingue s’intrecciano, mi sento una donna nel deserto che trova una pozza d’acqua: mi ci butto dentro, bevo con ingordigia, mi lascio travolgere, godo di questo miracolo. Perché è un miracolo che ci siamo incontrati di nuovo. Un bacio che dura un’eternità. Ed è come se fosse la prima volta. Il tintinnio dei campanelli della ragazza vestita da elfo sembra quello degli angeli in paradiso. Lo stesso paradiso di allora.

Fui catapultata giù dal mio piedistallo dalla sua semplicità, dalla sua dolcezza, dalla sua gioia di vivere. Mi innamorai delle sue parole sconnesse, dei suoi errori, delle sue frasi sgrammaticate. Dei vestiti economici che indossava: sempre gli stessi. Logori per i lavaggi, sempre profumati alla lavanda. Quando arrivò la primavera si sfilò semplicemente la felpa e rimase con le t-shirt stampate: lo smile, pac-man, gli AC-DC, lo sponsor della squadra di calcio.
Ci incontravamo tutte le sere, dopo l’officina e prima degli allenamenti. Io lo raggiungevo all’aviosuperficie: un paio di hangar, una pista di decollo, una stradina bianca, chilometri e chilometri quadrati di prato verde. Era il nostro angolo di paradiso.
‒ Io vivo lì ‒ mi disse un giorno indicando una casetta in lontananza, con il tetto rosso, il comignolo sbuffante fumo, le persiane scassate.
Scendevo quella stradina, tra lunghi filari di faggi, e trovavo Matteo laggiù, seduto in mezzo al prato, con Rocco al fianco. Ce ne stavamo per ore a guardare i bimotore partire e atterrare: facevano delle larghe virate nel cielo azzurro e se ne andavano chissà dove. Tornavano dopo qualche con un rombo leggero, quasi ovattato, e noi eravamo ancora lì, a tirare bastoni al cane, a immaginare il nostro futuro. La città sembrava lontana anni luce.
Ogni giorno mi portava qualcosa: un fiore di campagna, una fetta di ciambella della mamma, un’albicocca appena raccolta dalla pianta. E le ciliegie: quante ne mangiavamo. Facevamo a gara a chi sputava il nocciolo più lontano. Era Giugno e la scuola stava per finire, l’estate faceva il suo ingresso sfacciata. Io pregavo che il tempo si fermasse. Mi cibavo delle sue attenzioni, del suo amore. Ecco, se penso a noi due insieme, mi viene in mente una coppia di ciliegie attaccate allo stesso picciolo.
Una volta camminammo fino al fiume, era giugno: il giorno prima degli esami. Era l’imbrunire, le rondini strillavano in cielo, giocando su traiettorie sconosciute, le campane della chiesa suonavano in lontananza dal colle, l’ultimo aereo era appena rientrato nell’hangar. Ci sedemmo sull’argine, l’uno accanto all’altra, su una pietra ricoperta di muschio. Rocco si tuffò dentro e spruzzi d’acqua mi schizzarono addosso. Matteo fu colpito di striscio: era scattato di lato, veloce come una lepre. Io mi parai con le mani inutilmente. Gridai con i capelli grondanti sulla faccia, l’acqua negli occhi, sulle labbra. Ero bagnata fradicia, cominciava a farsi tardi e il giorno dopo sarebbero cominciati gli esami. E, nonostante tutto, c’era quella sensazione di pace, di leggerezza. Cominciammo a ridere, ridevamo a crepapelle perché eravamo noi due insieme e il resto non contava niente.
Ripresi fiato. Matteo mi si avvicinò, mi scansò i capelli appiccicati sul viso, me li infilò dietro un orecchio. Rocco correva ancora nel fiume, annaspava tra i flutti con le zampe.
‒ Sei così bella… ‒ mi guardò con quegli occhi penetranti, in modo talmente intenso da farmi male.
Io non ero bella, ero normale. Ero giovane, questo sì. Ero felice senz’altro. Ero innamorata. Forse splendevo della sua luce riflessa. Della luce di quel ragazzo povero e ricco allo stesso tempo, stupido e geniale.
Presi coraggio.
‒ Ti amo ‒ gli confessai.
Lui mi rispose con un abbraccio intenso, accucciando la testa sulla mia spalla e cercando di nascondere una lacrima che le rigava la guancia. Era la conferma più sincera che potesse darmi.
Ruotò la testa sulla mia spalla. Sentivo la sua bocca scivolarmi lentamente dal collo alla guancia. Chiusi gli occhi e le nostre labbra si incontrarono. La mia lingua trovò titubante la sua, calda, morbida. La sua saliva sapeva di buono, di fresco. Mi persi nella sua bocca, tra le sue braccia, nelle sue mani grandi e ruvide. Era avvolgente come una coperta calda d’inverno. Era Matteo, il ragazzo della mia vita.
Ci allungammo lì, su quel prato fresco e umido. Il sole moriva tra il crepitio degli ultimi raggi. Matteo mi accarezzava la guancia, mi osservava: mi rubava un occhio, un orecchio, un pezzo di bocca. E’ ora che vada, pensavo. Prenderò freddo, è meglio che vada. Ma era un pensiero vago, poco urgente. Me ne stavo lì, tra le sue braccia, a perdermi nei suoi occhi, nelle sue frasi strappate.
‒ A che pensi? ‒ gli chiesi.
‒ A niente. ‒
‒ Come a niente?
‒ Eh, così. Non penso a niente. ‒
‒ E come fai? ‒
‒ A fare cosa? ‒
‒ A non pensare. ‒
‒ Bo. ‒
‒ E’ impossibile non pensare. ‒
‒ Non lo so. A parole non lo so spiegare. ‒
Lasciò scivolare lo sguardo in lontananza. Lo faceva ogni volta che cercava di riflettere. Poi riprese a parlare.
‒ Sono felice. ‒
‒ Anch’io lo sono. Ma questo che c’entra? ‒
‒ C’entra perché la felicità mi basta. Tu mi basti. ‒
Quanto era vero: eravamo io e lui ma eravamo tutto. Non avevamo bisogno di nient’altro. Noi due insieme, la terra e il cielo, i nostri vestiti bagnati, la giovinezza, l’estate e il futuro. Una coppia insolita, su cui nessuno avrebbe scommesso una lira. Uno di quegli amori che durano un’estate. Io sempre un po’ rigida, i libri sottobraccio, le camicie di cotone e una coda di cavallo in testa. Lui dinoccolato, una bicicletta scassata e una maglietta sgualcita. Eravamo così diversi eppure i mesi passavano e le nostre mani erano sempre l’una nell’altra, le nostre labbra assetate di baci.
Le lucciole che scintillavano intorno sembravano stelle cadute dal cielo.

Matteo raccoglie la sua borsa semivuota ripiegata su se stessa. Sembra la pelle raggrinzinta di una donna che ha appena partorito. Senza dire niente ci allontaniamo dalla folla, da tutto questo camminare, partire, arrivare.
‒ Ti va di fare una passeggiata? ‒ gli dico uscendo dalla stazione.
‒ Sì, buona idea. ‒ Si guarda attorno, attonito. Sembra un bambino al luna park.
‒ Cosa ti piace di questa città? ‒
‒ Bo. ‒ Fa spallucce.
‒ Voglio dire: quale monumento, via, piazza ti piacerebbe vedere? ‒
‒ Io… Non lo so. ‒ Conclude laconico. Si osserva la punta delle scarpe imbarazzato. Alza lo sguardo e mi fissa, ora non c’è più indugio nei suoi occhi e sputa fuori la verità come il nocciolo di una ciliegia. Forse vorrebbe lanciarlo lontano per quanto gli fa male.
‒ Questa è la prima volta che sono a Roma. E’ la prima volta che prendo un treno, la prima volta che esco di casa. ‒
E’ come se il nocciolo mi avesse preso in pieno viso. E ora questo ragazzo un po’ invecchiato mi fa una tenerezza infinita. Mi commuovo. Noto che dal piumino esce il cappuccio sgualcito di una felpa con le strisce bianche. E’ la stessa felpa di tanti anni fa. Penso a quegli anni, ai nostri anni. A quegli occhi timidi. Penso che lo amo più di quanto non abbia mai saputo. Gli prendo la mano e gliela bacio. La stringo nella mia e senza aggiungere niente me lo trascino dietro, questo bambino cresciuto.
Vieni, piccolo mio. Ti porto con me.
Sbuchiamo dal fianco della stazione sulla via che arriva alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Le botteghe dei Pakistani tracimano di gadget natalizi: Babbi Natale che scuotono campanelle, renne di peluche e pupazzi di neve di polistirolo.
Matteo mi stringe la mano, come un bambino che ha paura di perdersi. La sua mano forte. Di nuovo la sua pelle sulla mia: è una pelle che scotta, che vibra, che racconta un desiderio represso, una lontananza sofferta. Non posso fare a meno di osservarlo: il tempo ha giocato a suo favore. Matteo oggi è un uomo maturo, ha il fisico forte, lo sguardo sicuro.
‒ Stai bene… ‒
‒ Sono sempre io, solo più vecchio. ‒
Mi osserva, dischiude le labbra. Sembra voler dire qualcosa e invece tace.
E’ ancora più silenzioso, chiuso in una corazza. Torna a guardare avanti a sé: ha gli occhi puntati sulla facciata della chiesa, sulla Colonna della Pace.
‒ Scusa… Vorrei dirti tante cose ma… ‒ dice sottovoce. Un pensiero che prende forma.
‒ Ma? ‒
‒ Non so come dirle. ‒
‒ Non dire niente. Non serve. ‒
Ci sono cose che non vanno spiegate. Impossibili da dire. Non servono le parole e non basterebbe un’eternità a raccontarle. Trapelano da un sorriso, da uno sguardo, a volte da una carezza. Gli stringo la mano più forte. Non importa, amore mio. Mi bastano il calore della tua mano, il tuo corpo accanto al mio, la tua presenza. Mi basta poterti guardare e sapere che ci sei.
Passeggiamo stretti l’uno all’altra, lui con quella borsa afflosciata sulla spalla, il gomito piegato. Mi avvolge con un braccio, appoggia le labbra tra i miei capelli e sussurra frasi che non capisco. Forse vuole che io non senta. Non importa: mi perdo nel suo abbraccio. Come ho fatto a farne a meno per tutti questi anni? Come ho fatto?
Intanto la città si accende un po’ alla volta: le luci dei lampioni, delle case, dei palazzi. La metropoli ostile, che a volte mi deruba, che scarnifica la mia vita si trasforma lentamente. Le strade si svuotano: la gente si ritira negli appartamenti, si appresta al cenone, allo scambio di regali, alla messa di mezzanotte. Voci lontane di persone che si salutano, che tornano ad amarsi. Quanti abbracci dietro quelle finestre illuminate, quante famiglie riunite, quante attenzioni dopo mesi di solitudine, di lontananza. Luci che pendono sulle vie, sotto i portici, sui portoni dei palazzi, dietro le vetrine dei locali pubblici. A ogni angolo c’è un albero addobbato, una ghirlanda, un ramoscello di vischio. E così, quasi all’improvviso, il Natale mi nasce dentro come non accadeva da anni. Un salto indietro nel tempo.
Alzo la testa, cerco Matteo con lo sguardo. Lo stringo con le braccia attorno alla vita. Ci fermiamo sul marciapiede all’altezza di una luminaria con la scritta Buone Feste.
‒ Non ho mai smesso di amarti. ‒
‒ Nemmeno io. E’ tutta la vita che ti amo. ‒
Ci stringiamo, dondoliamo al ritmo di un ballo lento. Sento il suo alito sul mio orecchio. Forse è proprio vero che a Natale sono tutti più buoni.

Scendiamo lungo via delle Quattro Fontane, ci lasciamo alle spalle la Basilica di Santa Maria Maggiore, l’Obelisco Esquilino ci saluta dietro di noi. E’ una passeggiata lunga, lenta mentre la voglia di intimità ci cresce silenziosa dentro. Arriviamo in Piazza di Spagna scanzonati, eppure in preda a una frenesia folle di sentirci attaccati l’uno all’altra come tanti anni fa.
Ci sediamo sulla scalinata di Trinità dei Monti e per una sera Roma sembra scivolarmi ai piedi: mai vista la città così silenziosa. Si odono solo le voci di alcuni gruppi sparuti di gente che osservano la Fontana della Barcaccia, gettano una monetina, scattano qualche foto.
Un Babbo Natale ci passa accanto suonando un campanellino.
‒ Qualche caramella a questa coppia innamorata? ‒ ci chiede.
Alzo gli occhi e lo osservo. Vorrei dirgli che sono fortunata ad avere un ragazzo come lui accanto. Che il mio regalo di Natale ce l’ho già. E invece resto a osservare la mano di Matteo che si allunga e raccoglie una caramella, un cioccolatino.
‒ Quale vuoi? ‒ mi dice porgendomeli sul palmo aperto.
Lo fisso negli occhi e le parole mi scappano dalla bocca come un fiume in piena: senza controllo, senza fine.
‒ Voglio te. ‒
Mi passa un braccio attorno al collo e mi stringe a lui senza spostare gli occhi dai miei. Sono spilli che mi trafiggono.
Ci baciamo, succhiamo il sapore una dell’altro. Intorno tutto tace. Il caos della città sembra lontano, uno scherzo finito.
‒ Siamo pazzi ‒ gli dico.
‒ Non siamo pazzi, ci amiamo ‒ conclude sdraiandosi sullo scalino. Posa la testa sulle mie gambe. Gli accarezzo i capelli: hanno la stessa lucentezza che ricordavo. Sono così morbidi mentre scivolano tra le mie dita. Lui ha lo sguardo perso nel vuoto: è una sera qualunque con una luna magra, una falce nel cielo che fende le nuvole.
Si alza un vento leggero: le foglie degli alberi sulla piazza emettono un lieve fruscio. Ormai saranno le otto e fa un freddo cane. Matteo sembra non sentirlo. Ha un paio di jeans strappati e le caviglie scoperte. Che silenzio strano. Non avevo mai sentito la città così quieta.
Il piumino di Matteo si ricopre, a un tratto, di puntini bianchi che scintillano per un secondo e scompaiono. Alzo lo sguardo al cielo: sta nevicando.
‒ Ehi, sta nevicando! esclamo.
Lui si tira su a sedere e apre il palmo della mano verso l’alto. Minuscole stelline si vanno a posare sulla sua pelle chiara e si sciolgono in meno di un istante. Ci alziamo in piedi e lui mi stringe a sé cercando di ripararmi con le sue braccia.
‒ Fa freddo. Forse è meglio andare ‒ gli dico.
‒ No… ‒ fa lui. ‒ Restiamo un altro po’. E’ troppo bello per lasciarselo scappare.
Con gli occhi al cielo ci fermiamo a osservare i fiocchi che volteggiano nell’aria. Mi accuccio sotto il suo braccio, stringendolo attorno alla vita, con le dite incrociate sul suo fianco. Un brivido mi percorre la schiena. No, non è un brivido, piuttosto un leggerissimo soffio. E in questo preciso istante mi balena un pensiero improvviso: chi se ne frega del lavoro, chi ci sta più a Roma. Senza Matteo che senso ha. Se solo potessi scegliere.
‒ Vieni! ‒ esclamo con uno slancio. Comincio a correre sullo strato sottile di nevischio che si è posato sulla piazza, con la faccia rivolta verso di lui. Lui mi corre dietro, scivola, rischia di cadere. Comincia a ridere. Ride forte.
‒ Non mi prendi! ‒ gli dico.
Fa fatica ad agguantarmi. E’ sempre stato così. Ma questa volta dopo tanto correre riesce a prendermi.
‒ Dove ti pareva di andare. Non lo vedi che sei mia? ‒ mi dice mentre mi afferra bloccandomi le braccia distese lungo i fianchi. Ci fissiamo negli occhi.
E’ proprio vero: sono un cane randagio che si era perso, la vita ha fatto un salto indietro e mi ha riportato a casa. L’ho riconosciuto subito: impossibile che un cane dimentichi l’odore del padrone.
E insieme a lui ho ritrovato la mia giovinezza… e questa sera somiglia così tanto alla prima volta che andai a casa sua.

Era settembre, gli ultimi giorni dell’estate, gli ultimi giorni nel nostro piccolo mondo. Scesi all’aviosuperficie, il cielo era nero: basse nuvole grigie sembravano schiacciarmi la testa. Arrivai al prato, lo perlustrai in lungo e in largo con gli occhi. Non c’era nessuno. Da lontano misi a fuoco la casa di Matteo con le persiane aperte. Rispecchiava vita. Cominciò a piovere e io continuai ad aspettarlo sotto le prime gocce. M’incamminai verso quella casa: a chiudere la stradina bianca come fosse la fine del mondo. Non sapevo se lui fosse a casa, mi chiedevo perché non era lì fuori ad aspettarmi come aveva fatto in tutti quei giorni.  Arrivai sul sagrato; Rocco mi venne incontro senza abbaiare, mi saltò addosso per farmi le feste e mi sbavò i jeans.
‒ Matteo? ‒ gli chiedevo come se potesse rispondermi.
Lui invece guaiva. Cercavo un campanello ma non ne vedevo.
Provai a bussare alla porta di legno consumato. Prima delicatamente poi sempre più forte. Niente. C’era un odore strano sul sagrato, come di acqua stagnante.
Una donna anziana con i capelli bianchi e una vestaglia a fiori sbucò all’improvviso da dietro la casa.
‒ Cerchi Matteo? ‒ mi chiese gentile.
‒ Sì, è in casa? ‒
‒ Sta male. ‒
Una sensazione di angoscia mi attanagliò il petto, una corda che stringeva forte. La donna capì.
‒ Oh, niente di che. Ha la febbre. ‒
Aprì la porta e cominciò a gridare su per le scale che si inerpicavano fino al primo piano.
‒ Matteo! C’è… Alice, giusto? ‒ mi chiede. Non le avevo detto il nome. Matteo doveva averle parlato di me e l’idea mi riempì di orgoglio.
‒ Sì sono io. ‒
La donna si pulì la mano con il grembiule.
‒ Mi scusi, ero nell’orto. ‒
Le dissi diamoci del tu, era una donna modesta. Continuava a ravviarsi un ciuffo di capelli che le cadeva sulla fronte. Mi tese la mano.
‒ Io sono Maria, la mamma. ‒
D’istinto la confrontai con mia madre, sembrava di un’altra generazione. Poteva essere la nonna. Rimasi di stucco. Le porsi la mia e lei mi guardò con occhi pungenti come quelli del figlio: occhi azzurri e malinconici. Mi scusai perché ero arrivata senza avvertire.
‒ Nessun disturbo ‒ rispose. ‒ Matteo sarà così contento di vederti. ‒
Mi accompagnò in camera di Matteo. La casa era una vecchia casa di mezzadri, ristrutturata qua e là. Sembrava un vestito con le toppe. Tutto testimoniava una vita riservata, parsimoniosa, di luci spente presto per non consumare la corrente. Eppure la pulizia e l’ordine ne esaltavano la dignità: sembrava la casa di una regina che ha perso tutto. Mi vennero alla mente le parole di mia madre “Una casa vecchia non è mai pulita.” Maria la smentì senza dire una parola.
Salì la ripida rampa di scale dietro di me e in cima, con il fiatone, disse indicandomi la porta: ‒ E’ quella, vai… vai. ‒
Feci qualche passo titubante. Appoggiai il palmo sull’anta socchiusa che si aprì scricchiolando. Diedi un’ultima occhiata alla signora che mi fece il gesto di andare.
‒ Matteo? ‒ chiamai sottovoce.
Un poster della Juve sulla parete, un vecchio mangianastri, un paio di scarpe da tennis, il borsone da calcio in un angolo, il letto di assi chiodate. E poi lui, il mio piccolo ragazzo che balzò a sedere sul letto.
‒ Alice… ‒ fece per alzarsi.
‒ Resta. ‒ Gli feci un cenno con la mano. Gli andai incontro; ci sedemmo sul letto vicini. Le lenzuola profumavano di lavanda. Mi cinse la vita con un braccio, mi guidò a distendermi accanto a lui. Io non riuscivo a smettere di torcermi le dita.
‒ Scusami. Fuori non c’eri. Poi è cominciato a piovere. ‒
‒ Che bello… Sei un sogno, sei un sogno ‒ continuava a ripetermi mentre mi squadrava il viso, da un angolo all’altro. Tracciava i miei lineamenti con un dito: le guance, la fronte, il naso e giù fino al mento.
C’infilammo in quel letto con le lenzuola a quadrettini blu e rossi. Facemmo l’amore per la prima volta. Baci dolci sulla bocca, sul collo, sul ventre. Mani intrecciate, corpi uniti e anime in collisione. Vestiti sfilati lentamente, insieme alle paure. Dita sui corpi, costellazioni allineate, mescolanze di odori e battiti accavallati di cuori. Respiri confusi e aliti profusi all’unisono. Baci sulle debolezze, a colmare le assenze di una vita povera, di un mondo iniquo.
‒ Perché non vieni con me? ‒ gli chiesi all’improvviso?
‒ Dove? ‒
‒ A Roma. Trovi un lavoro, stai con me. ‒
Si ammutolì all’improvviso. Gli occhi piscina diventarono troppo profondi per tornare a galla.
‒ Non posso. Mia madre sola… Mio padre non c’è. ‒
‒ E dov’è tuo padre? ‒
‒ Non lo so. Non l’ho mai saputo. ‒
Si pulì gli occhi in fretta, con un pezzo di mano.
Io schiacciai il viso sul suo petto. Scusami avrei voluto dirgli e invece le parole morirono in fondo alla gola.
La musica frusciava. Il ticchettio della pioggia sui vetri ci dondolava in un pianeta ovattato.
La settimana dopo partii per l’università e Matteo finì in fondo al lago della mia mente. La mia era una resistenza, un senso del dovere, un’ambizione amara. Bastava vivere di studio per non turbare le acque, per non farlo venire a galla. Non spostare niente. Così magari i ricordi si sarebbero dimenticati di noi, ci avrebbero scavalcato.

Rientriamo a casa. La tavola è già imbandita con i piatti, le posate, una candela rossa al centro affondata in un centrotavola di rami d’abete e pigne. L’albero di Natale illumina la stanza a intermittenza graduale. Le luci si accendano lentamente e tornano a spegnersi adagio. Mi tolgo le scarpe, il cappotto, la cuffia. Mi avvicino all’interruttore della luce.
‒ No. ‒ Mi blocca Matteo. ‒ Lascia così. ‒
Mi guida sul divano, davanti al caminetto acceso. Sulla cornice c’è una ghirlanda di vischio. Ci sediamo l’uno accanto all’altra. Si disfa del piumino, della felpa, quella di una volta, e rimane con una t-shirt bianca. Senza scritte, senza Smile. Quanto è cresciuto. La sua fisicità è maturata, traspare attraverso il cotone leggero.
‒ Ti va un po’ di vino? ‒ gli chiedo.
‒ Certo. Al vino non dico mai di no. ‒ Sorride. ‒ Al vino e a te. ‒
Mi alzo e mi avvicino alla dispensa. I piedi scalzi fanno un rumore ovattato sul parquet. Trovo una bottiglia di vino rosso: l’avevo messa da parte per un evento speciale. La stappo, annuso forte: sa di momenti felici, pace e dolcezza. Lo verso in due calici di cristallo. Mi dondolo nel glu glu che risuona nelle orecchie.
Torno dal mio amore, gli porgo il bicchiere, mi siedo accanto a lui.
Alzo il calice nella sua direzione.
‒ Brindiamo… A noi. ‒
‒ Sì. ‒ Fa una pausa accosta il bicchiere al mio e lo lascia lì per un tempo che sembra infinito. Continua come un fiume in piena: ‒ A noi, a quello che siamo stati. A quello che abbiamo scelto di non essere. A tutto quello che abbiamo passato, alle nostre cazzate, ai nostri litigi e ai nostri sorrisi. Alle ore trascorse ad abbracciarci e a tenerci per mano. A tutto l’amore che ti ho dato e a quanto male sono stato. Alle nostre promesse, alle nostre assurde giornate, alle passeggiate durate ore, a tutti quei baci, a tutte le carezze. Non dimenticarti di ciò che siamo stati, di ciò che ero, di ciò che eri. Non dimenticarti di me. Non farlo mai. Perché ti giuro, io non lo farò. ‒
Beve il vino, mi lascia senza parole. Resto un attimo a guardarlo e bevo anch’io. Cos’altro potrei fare? Perché ti ho lasciato, amore mio?
Mi toglie il calice dalla mano, la appoggia sul pavimento. Comincia a spogliarmi, con quei movimenti lenti e dolci che ricordavo come spilli nella testa. Mi leva i vestiti, un pezzo alla volta. Il mio corpo è scarno, il mio seno ha perso vigore. Provo vergogna di questa carne e queste ossa. Prendo un plaid e me lo metto sulle spalle. Provo a coprirmi come posso.
‒ Ti scaldo io ‒ sussurra lui, togliendomelo di dosso. Lo lascia cadere a terra.
Mi afferra un braccio, mi fa sedere sopra di lui. Viso contro viso. E mi accarezza i capelli, me li infila dietro le orecchie, scruta ogni centimetro della mia pelle.
Faccio per parlare.
‒ Sccc. ‒ Appoggia le dita sulla mia bocca.
Mi amerai ancora nonostante ti abbia lasciato, nonostante sia così diversa? Forse peggiore. Pavida, gretta, stretta alla mia carriera, ai miei camici bianchi. Mi amerai di nuovo?
‒ Ti ho sempre amato ‒ dice lui. Mi ha letto nel pensiero.
Lo stringo forte, con la testa sul mio petto. Lo bacio tra i capelli. E facciamo l’amore sul divano, l’uno aggrappato all’altra, quasi senza muoverci. Noi due uniti come una cosa sola. Come quel pomeriggio in cui eravamo giovani, pieni di aspettative. Forti. Oggi siamo più timidi, abbiamo sofferto, abbiamo paura e sappiamo che non possiamo più sbagliare. Non ci verrà concessa un’altra chance.
‒ Non ti lascio più, amore mio. ‒
‒ Ti sequestro ‒ dice.
Siamo di nuovo le due ciliegie attaccate al picciolo. E ci baciamo, carne contro carne. Un ramoscello di vischio ci cade addosso. Matteo lo prende, se lo rigira tra le dita.
‒ E’ un segno del destino e io ti porterò via come Babbo Natale sulla slitta con le renne. ‒
Sorride, con la sua bocca sulla mia. Mi stringe, mi toglie il respiro.
‒ E io ti seguirò, fino al Polo Nord. ‒

Dalla strada filtra un cielo luminescente. Il nostro mondo finisce qui, in queste quattro mura. La città con i suoi addobbi, i suoi sfarzi e il lusso, le urla e le grida le lasciamo fuori, insieme a quell’odore di smog che annerisce i monumenti, i palazzi, i cuori. Quest’anno il Natale mi ha portato il regalo più bello: è la vita, la gioia, la giovinezza. E’ Matteo. Siamo noi due insieme.

FINE


CHI E' L'AUTRICE...
Serena Pochi nasce a Montegiorgio, a pochi passi dal Mare Adriatico e dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Dopo il diploma di Maturità Scientifica si trasferisce a Bologna e si laurea in Ingegneria Informatica. Oggi vive con la famiglia nel paese natale e insegna alla scuola secondaria. Nel 2016 debutta con Undici Anni. Al di là di noi (2017) è il suo secondo romanzo.

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24 commenti:

  1. Benvenuta alla new entry e complimenti per questo racconto dolce e delizioso. Sa di rinascita, di seconde occasioni, di tenerezza e struggimento.

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    1. Grazie della calda accoglienza. Felicissima di far parte del gruppo! :*

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  2. Mi piace :) E' intenso e ti fa battere forte il cuore come succede alla protagonista :)

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    1. Riuscire a trasmettere le mie emozioni è un gran bel traguardo. Grazie!

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  3. Troppo Malinconico : la tristezza ed il rimpianto sono tali che offuscano persino i momenti di coppia !!! Inoltre non si capisce l' età dei protagonisti al momento dei loro vari incontri :( Ammiro comunque il coraggio dell' Autrice per essersi cimentata in quest' avventura : le auguro IN BOCCA AL LUPO PER TUTTO ;)

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  4. Serena è un'autrice che merita attenzione, ha un'abilità particolare nel descrivere le cose, sembra quasi di vederli i suoi personaggi, di essere lì con loro. E poi sa suscitare forti emozioni. Alice e Matteo entrano nel cuore, così come la loro storia d'amore un po' malinconica, forse, ma capace di spalancare le porte alla speranza. Un ottimo racconto.

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  5. La malinconia fa star male, ma non è facile esprimerla in modo così intenso, tanto da far venire voglia di piangere. E quando un racconto permane nella mente anche dopo aver chiuso il libro, o in questo caso il PC, significa che il messaggio dell'autrice è arrivato in profondità. Se nella vita le strade dividono due persone fatte per stare insieme, l'amore resta unito da un filo invisibile che pian piano si stringe, fino a ricongiungere gli innamorati. Complimenti Serena.

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    1. I complimenti, se provengono da una grande scrittrice come Helena, valgono ancora di più! Grazie!

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  6. La malinconia fa star male, ma non è facile esprimerla in modo così intenso, tanto da far venire voglia di piangere. E quando un racconto permane nella mente anche dopo aver chiuso il libro, o in questo caso il PC, significa che il messaggio dell'autrice è arrivato in profondità. Se nella vita le strade dividono due persone fatte per stare insieme, l'amore resta unito da un filo invisibile che pian piano si stringe, fino a ricongiungere gli innamorati. Complimenti Serena.

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  7. Può davvero l'amore unire due persone nonostante la distanza e il trascorrere del tempo? Il lieto fine è in agguato per tutti? Beh, a me va di crederci!
    Grazie.

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    1. Anche io voglio crederci... sempre! Grazie a te!

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  8. Alzi la mano chi non hai mai provato quello che Serena è riuscita a mettere nero su bianco... Grazie

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    1. Le vere passioni ci scavano dentro e restano lì: in fondo al cuore. :*

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  9. Bellissimo e struggente, pienamente intonato al Natale che non è lucine, regali e feste, ma il senso profondo della rinascita. Brava. Milena

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    1. Il tema della rinascita che tanto mi è caro. Grazie per aver capito il significato vero del mio racconto!

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  10. Bel racconto. Un'amore giovanile che si ritrova. Dolce e lento. Ben scritto, con i flashback al punto giusto. Mi piace.
    E.

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    1. Mi fa piacere che tu abbia apprezzato la tecnica dei flashback! Grazie ❤

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  11. Sono contenta che tu abbia apprezzato la tecnica del flashback. Grazie per la recensione.

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  12. Una piacevole lettura, un racconto scritto molto bene. Sì, mi è piaciuto. (Una curiosità: ho percorso proprio ieri a Roma un tratto di strada identico a quello del racconto lungo via delle quettro Fontane, Piazza di Spagna, Santa Maria Maggiore, ecc...).

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    1. Il racconto nasce da alcuni ricordi: Roma è una città magica davvero! 😚

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  13. carino carino anche se i personaggi mi sembrano un po'troppo malinconici non si capisce l'eta giovani o meno sembrano feriti dalla vita anche se alla fine realizzano i loro desideri.Elisabetta

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