CHRISTMAS IN LOVE 2011 : PER SEMPRE AMORE di Giulia Dal Mas

 

“Mamma dove vai, è il giorno di Natale, non si lavora oggi”.
Anna spense il motore, rimase per un istante immobile nel silenzio della sua auto, socchiuse gli occhi e prese un respiro profondo. La voce squillante di sua figlia Lucia che la implorava di non andare al lavoro quel giorno le risuonava nella testa, il peso della menzogna le chiudeva lo stomaco. Era il giorno di Natale, e lei avrebbe dovuto trascorrerlo con la sua famiglia, tra luci e canti, tra gioia e sorrisi. Già, avrebbe dovuto, ma come avrebbe potuto festeggiare dopo ciò che aveva letto sul giornale.
“Tumulata ieri nel cimitero di Comeglians la salma di Giacomo De Santis, giovane imprenditore figlio di emigranti friulani ed erede di una delle più redditizie industrie di lavorazione del legname del Canada, morto tragicamente in un incidente motociclistico”.
Il tempo si era fermato, il mondo intero si era fermato in quell’istante, ed Anna aveva sentito qualcosa rompersi dentro di lei. Giacomo era stato il suo grande amore, e la notizia della sua scomparsa l’aveva travolta.
Aveva raggiunto il paese senza grandi difficoltà, nonostante non ci tornasse da tanti anni ormai.
I ricordi erano impressi nella sua mente, indelebili e precisi, non avrebbe mai potuto dimenticare nulla del tempo passato con lui.
Aveva paura, ma era arrivata sin lì per rivederlo e poterlo salutare un’ultima volta così prese tutta la forza che aveva e scese dall’auto, si sistemò con cura il cappotto, la sciarpa e si diresse verso l’entrata.
Camminava piano, delicatamente appoggiava un piede dopo l’altro, quasi non volesse farsi sentire.
Erano circa le tre di pomeriggio e la luce cominciava già a diminuire, ma non era preoccupata dell’ora, né del buio che di lì a poco avrebbe inghiottito tutto e l’avrebbe lasciata alla luce fioca dei lumini.
In un’altra situazione si sarebbe ben guardata dal varcare la soglia di un cimitero a quell’ora, non era mai stata una persona coraggiosa, e di certo l’idea di ritrovarsi in un luogo così religioso e misterioso senza che la luce del sole risplendesse sopra di lei non l’aveva mai allettata.
Ma adesso era diverso.
Il cimitero era piccolo e dietro di lui si stagliava alta la montagna. Distratta Anna si fece il segno della croce e cominciò a far scorrere lo sguardo su ciò che la circondava.
Ai lati del cancello grandi tombe di famiglia in marmo scuro, alcune curate e piene di fiori freschi, altre abbandonate al tempo ed alla solitudine.
Com’é complicato l’animo umano, pensò, anche in un luogo così desolato si può percepire l’amore, così come la solitudine.
Comeglians era un delizioso borgo incastonato tra le montagne udinesi, un paese ruvido e vero, che aveva vissuto sulla propria pelle la miseria e l’emigrazione. Anno dopo anno quel paese ricco di tradizioni si era lentamente spopolato, e l’unica cosa che non pareva aver risentito della fuga dalla montagna era il cimitero, perché nonostante le grandi distanze l’amore per la terra in cui si è nati non ha pari. Tutti, chi in Argentina, chi in Canada, chi addirittura in Australia, tutti avevano portato con loro un pezzetto di quella montagna che li aveva visti nascere e diventare uomini, ed avevano conservato nel cuore il desiderio di potervi fare ritorno. Ecco che così molti di quegli giovani uomini che tanti anni prima avevano dovuto abbandonare la propria famiglia tornavano, nel loro ultimo e definitivo viaggio, e si facevano seppellire lì. Finalmente erano tornati a casa.
Quante cose avevano visto quelle mura, quel piccolo cancello, quella montagna. In quante persone straziate dal dolore avevano forse potuto riconoscere i tratti di una giovane donna partita tanti anni prima, ed in quanti giovani e sconosciuti visi avevano ritrovato i tratti di antiche conoscenze.
Tutto sembrava avere un senso in quel momento. Come un grande cerchio che lì si chiudeva.
La morte, che cosa misteriosa e spaventosa, disumana e naturale al tempo stesso, pensò.
Mille pensieri si affollarono nella mente di Anna, quasi fosse parte anche lei di un grande cerchio, di un disegno tratteggiato da qualcun altro, e del quale non poteva far altro che seguire i contorni.
Il resto del cimitero era un insieme di piccole lapidi bianche, semplici, poste le une accanto alle altre a formare un ordine disarmante.
Ognuna di quelle piccole tombe recava un’incisione, ed ognuna custodiva al suo interno un mondo di sentimenti e di esperienze.
Non le erano mai piaciuti i cimiteri, l’avevano sempre fatto sentire piccola ed indifesa, ma ora era lì, completamente sola e completamente indifesa, non poteva trovare scuse per evitare quel momento e sapeva che ne sarebbe uscita straziata.
Riprese lentamente a camminare guardandosi intorno, le gambe tremanti ed il respiro che cominciava a farsi affannoso. Le mancava l’aria nonostante fosse all’aperto.
Camminava e cercava di scorgere qualcosa tra tutte quelle lapidi apparentemente uguali.
Cercava, ma in cuor suo non voleva assolutamente trovare. Forse da qualche parte ancora nutriva la speranza che non fosse vero, che fosse uno stupido caso di omonimia, chissà… forse la sua paura era ingiustificata dopotutto, forse il suo cuore non si sarebbe rotto in mille pezzetti come fosse cristallo…forse.
Camminò  ed arrivò nel punto più ad ovest del cimitero, lì qualche debole raggio di sole ancora illuminava la via. Continuò a camminare in silenzio ed attenta ad ogni minimo particolare di quel luogo quando ecco che da lontano un rumore attirò la sua attenzione.
Alzò lo sguardo, dritto davanti a lei un corvo posato su di una lapide perfettamente bianca.
Una brivido lungo e profondo le percorse la schiena ed in quel istante capì.
Una morsa di acciaio le strinse la gola e le gambe si fecero molli.
Era sola, immobile davanti alla sua fine.
Non respirava, il cuore si era fermato, gli occhi sbarrati in un’espressione vitrea e surreale, non sentiva più nulla.
È questo che si prova una volta oltrepassata la linea che divide la vita dalla morte? Sono ancora viva? pensò. Per un attimo non seppe darsi una risposta.
Rialzò  lo sguardo e lesse l’incisione sulla lapide:
29 giugno 1973 – 18 dicembre 2010.
Non poteva crederci, non era possibile, non poteva essere successo davvero.
Raccolse tutto il coraggio che le rimaneva e guardò la fotografia.
I suoi grandi occhi erano lì, bellissimi come sempre, e la guardavano. Era lui, era proprio lui, Giacomo.
Una lama le trapassò lo stomaco, le tolse il respiro e lei cadde in ginocchio, portandosi le mani alla bocca.
In un attimo le lacrime le riempirono gli occhi e non riuscì a vedere più nulla. Tutto era sfocato, dovette combattere con se stessa per cercare di rimandare indietro almeno una parte di quel mare di dolore che le stava sgorgando dagli occhi, e solo allora riuscì a vedere di nuovo qualcosa.
Il controllo che le era costato così tanta fatica, però, durò pochissimo e senza che se ne accorgesse si ritrovò a toccare con le dita ghiacciate e tremanti la foto, come ad accarezzare un ultima volta quel viso che tanto avevo amato, quel viso che le era familiare quanto il suo.
Avrebbe potuto dipingerne i contorni perfettamente ad occhi chiusi. Tutto di lui era impresso dentro di lei, il timbro caldo della sua voce, il tocco gentile delle sue lunghe dita.
Chiuse gli occhi e cercò di respirare più forte che poteva: riusciva ancora a sentire l’odore della sua pelle come se fosse lì con lei, ancora vivo. Conosceva il suo corpo e ne amava ogni centimetro, ed ora quel bellissimo viso la fissava da dietro una piccola, bianca lapide.
Se n’era andato, questa volta per sempre, non sarebbe più tornato con quel suo modo di fare disarmante che solo chi ti conosce profondamente può  avere, non la avrebbe più guardata come solo lui sapeva fare, come solo chi ama davvero può fare.
Se n’era andato, e l’aveva lasciata lì, sola.
Un senso di vuoto la investì.
Aveva già provato quella sensazione, molto tempo prima, quando lui l’aveva abbandonata, quando le aveva annunciato che si sarebbe sposato, quando, dopo averlo rivisto, si era accorta di amarlo come il primo giorno.
Sì, lo aveva già provato quel senso di vuoto, ed ogni volta era stata una sofferenza, ma quello che sentiva ora era diverso, come se le si formasse un enorme buco al centro del petto.
“Finito. Tutto finito”, continuava a dire.
Le parole uscivano dalle labbra aride come se fosse il suo cuore a parlare, come se volesse urlare tutto il dolore che sentiva, ma non riuscisse a far altro che emettere dei deboli suoni.
Adesso era davvero tutto finito. Non l’avrebbe rivisto mai più.
Non poteva muoversi, riusciva solo a piangere e scuotere il capo, incredula e spaventata.
Quanto bene aveva voluto a quell’uomo, quanto lo avevo desiderato, quanto lo avevo amato.
Niente aveva mai preso il suo posto, nulla aveva potuto scacciarlo dal suo cuore.
Quanto aveva sperato, quanto entrambi avevano sognato. Tutti i discorsi, i rimorsi, le sensazioni, i dubbi, tutto l’amore. Tutto finito. Per sempre.
Oh Dio quanto tempo avevano perso senza neanche sapere che non avrebbero avuto una seconda occasione.
Se solo avessero saputo, se solo avessero potuto cancellare tutti gli sbagli, se solo…
Ma non potevano più far nulla. Il grande cerchio che si era chiuso sulle esistenze di tutte le persone che giacevano in quel cimitero, si era dunque chiuso anche sopra la loro vita, sopra il loro amore inquieto e forte.
Il destino si era compiuto. Era finita.
Come la lama della ghigliottina che inesorabile taglia di netto la testa di un mal capitato reo di qualche gravissimo reato, così la morte con il suo manto scuro era venuta ed aveva stroncato il loro amore. Quella lama non le aveva tagliato la testa, ma aveva scavato una voragine nel suo cuore, togliendole la persona che amava.
Era passato parecchio tempo da quando era entrata in quel piccolo cimitero, ora era buio e dei sottili fiocchi di neve avevano già imbiancato tutto attorno a lei.
Ormai tutto era irrimediabilmente cambiato. Ecco quel senso di impotenza che sempre la prendeva quando pensava alla morte, moltiplicato per mille. Era sola, indifesa di fronte alla realtà che non poteva essere più dura di così.
Si strofinò  gli occhi per asciugarli un po’, ormai doveva essere un mostro, il mascara, scomparso dalle ciglia, le anneriva le guance.
Guardò  l’orologio e vide che erano quasi le cinque, erano quasi due ore che se ne stava lì inginocchiata davanti alla tomba dell’uomo che aveva amato più della sua stesa vita, ed ora stava arrivando il guardiano per fare il solito giro di controllo prima di chiudere con un lucchetto il piccolo cancello in ferro battuto.
Anna si alzò  non senza sforzo, si risistemò alla meglio il cappotto, sollevò  da terra la borsa, la aprì ed astrasse un piccolo sacchetto in velluto blu, chiuso da un nastrino. Era rimasto lì dentro per tanti anni, ed ora era giunto il momento di farlo uscire di nuovo.
Delicatamente prese la catenina d’oro rosa che giaceva al suo interno e la rigirò  tra le dita fino ad afferrare saldamente il ciondolo che vi era attaccato. Un piccolo cuore d’oro, come non se ne facevano più, l’oggetto più prezioso che avesse.
L’aveva custodito gelosamente per tutti quegli anni, e mai avrebbe pensato che sarebbe stata  proprio lei a ritornare quel piccolo ciondolo, segno tangibile del loro amore, al suo antico proprietario, affinché lo accompagnasse nel lungo viaggio incontro alla morte.
“Signorina, mi perdoni, ma è ora di chiudere”, disse una voce rauca alla sue spalle.
“Si, mi dia solo un paio di minuti per favore”, disse con un filo di voce
Il custode se ne andò lasciandola sola, ed il vuoto nel petto sembrò approfondirsi.
Non solo aveva appena visto finire la sua storia con Giacomo, ora non poteva più neanche stare lì a piangere il suo amore. La cacciavano, doveva andarsene.
Cercando di controllare le lacrime per riuscire a vedere qualcosa aprì il piccolo cuore d’oro e lesse la frase incisa al suo interno. Tre parole che contenevano un mondo:
Per Sempre Amore”.
Non riuscì  più a trattenere le lacrime che ripresero a rigarle il volto lentamente. Prese la catenina e la fece passare intorno alla foto. Era lì che doveva stare, perché almeno ora potesse dire a tutti quanto lo amava, perché almeno così la potesse sentire vicina.
Chissà  se davvero c’è qualcosa dopo la morte, si ritrovò a pensare esausta.
Chissà  se sei qui con me, se puoi vedermi, se puoi sentire quanto ti amo.
Non lo sapeva, non aveva mai avuto una grande fede, si era sempre limitata ad accogliere i dettami della religione in modo superficiale e convenzionale, ma in quell’istante desiderò con tutta se stessa possedere la fede, riuscire a sentire la presenza benevola di Dio accanto a lei, e poter credere davvero che alla fine della sua corsa avrebbe potuto rivedere i suoi occhi meravigliosi.
Avrebbe voluto essere così forte, sarebbe stato forse più facile, ma purtroppo non lo era, non riusciva a credere in nulla in quell’istante, non riusciva nemmeno a capire davvero cosa stesse successo.
Disorientata da quel dolore, che acuto la divorava lentamente, mandò un bacio verso la foto.
“Arrivederci”, disse sottovoce, nella speranza che in un modo o nell’altro, forse davvero si sarebbero incontrati di nuovo ed allora, forse, avrebbero potuto coronare il loro sogno.
Si girò e lentamente uscì dal piccolo cancello, salì sulla sua nuova auto sportiva, mise in moto, e con quell’enorme buco nel petto ritornò a casa.




GIULIA DAL MAS: Sono nata nel 1982 a Pordenone, e vivo a Maniago in una grande casa con mio marito, i nostri bellissimi bambini e due instancabili chihuahua. Diritto e scrittura sono le mie passioni, che mi hanno portato da un lato a laurearmi in giurisprudenza e ad intraprendere il percorso notarile, e dall’altro a scrivere un romanzo (in fase di revisione), ed un racconto, pubblicato l’ottobre scorso nell'antologia "La notte delle streghe e dei vampiri", edita dalla Giovane Holden Edizioni.


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18 commenti:

  1. Scritto bene ma mi ha rattristato tanto. Forse per l'argomento o per l'assenza di lieto fine, ho trovato difficile la lettura.

    Libera

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  2. Un velo di malinconia e tristezza...
    Sì, c'è anche questo. Molto bello. Io amo tutti i racconti che ti sanno trasmettere emozioni forti, non per forza sempre felici. Grazie! e complimenti!

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  3. un po' troppo triste ...
    il titolo però mi aveva depistata!!!

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  4. Un racconto molto profondo e commovente..ma troppo triste...io amo troppo l'happy ending:d
    Juliet

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  5. Triste, tristissimo, inesorabile e comunque bello. ANITA GAMBELLI

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  6. Triste, è vero; ma bello come possono esserlo le storie tristissime trattate con delicatezza, quasi con un misto di pudore ed urgenza di raccontare i sentimenti più dolorosi...complimenti Giulia.

    Patrizia

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  7. Non amo le storie così tristi e struggenti, ma l'autrice è stata brava nel trasmettere le sensazioni della protagonista.

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  8. LadyBertrice28/12/11, 23:48

    Molto profondo e toccante. Forse poco Natalizio, ma scritto bene. Mi ha emozionato. Grazie.

    Tina

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  9. Molto bello ma forse per Natale avri preferito un lieto fine...

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  10. Il racconto è molto bello anche se molto triste.

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  11. Un racconto toccante, che fa provare a chi lo legge tutte quelle emozioni forti di una perdita... Non so che altro dire, questo racconto mi ha lasciata spiazzata, ma mi è senza dubbio piaciuto molto!

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  12. Susanna( DALIA63)29/12/11, 14:10

    Un racconto breve, ma così intenso che fa stringere il cuore e fa venire le lacrime agli occhi..le emozioni sono così ben descritte che sembra di sentire " quel buco nel cuore!
    Bellissimo e struggente!

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  13. Davvero commovente e struggente, forte emozione e sapore di un amore veramente eterno...

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  14. Molto triste e malinconico, mi ha emozionata tantissimo. Perdere una persona cara è l'esperienza più dolorosa che si possa vivere e Giulia ha descritto il dolore della perdita in modo mirabile.

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  15. più che triste direi malinconico...forse proprio per questo l'ho molto apprezzato...buon fine d'anno a tutte!!

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  16. Grazie a tutte, sono contenta che il racconto vi abbia emozionato, credo che sia la cosa più importante. Vi auguro un buon anno nuovo.
    Giulia

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  17. Un racconto breve che sembra lunghissimo. Nn posso far altro che ripetere gli aggettivi che meglio lo descrivono: malinconico e struggente, come l'adagio per archi di S. Barber; ascoltate, secondo me rievoca le stesse sensazioni del racconto di Giulia.

    http://www.youtube.com/watch?v=GNLtvAcQMIk

    Descrive in modo mirabile il sentimento di perdita: della persona amata, del tempo e delle occasioni sprecate. La protagonista, alla fine, esprime un desiderio in cui mi ritrovo; nn per fare paragoni azzardati, ma anche il grande Montanelli diceva la stessa cosa e diceva anche che si tratta di un dono: o ce l'hai o nn ce l'hai. Questo è quanto.

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  18. A parte il finale che non ho apprezzato molto, ho trovato il racconto ripetitivo in alcuni punti. E questo mi ha annoiata. Ho voluto proseguire sperando in qualcosa che desse la scossa, ma nulla... Carino e ben scritto, ma non mi ha trasmesso nulla. Ovviamente è un parere soggettivo...

    RispondiElimina

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