Una Romantica Estate: AMORE E ALTRI FANTASMI di Patrizia Ferrando


I colori nitidi dell’estate stavano ormai invadendo la quiete mattutina della piazza, e, insieme alle luci più vivide pronte a definire la pietra della fontana e le linee curve dei portici, e al gesto immancabile del barista, che abbassava la tenda da sole, annunciavano lo scoccare delle dieci qualche minuto prima del risuonare delle campane.
Letizia gettò  uno sguardo oltre la vetrina del suo negozietto, senza smettere d’impilare bollette e moduli. Poteva immaginare senza difficoltà l’argomento di cui discutevano animatamente alcuni uomini, fermi presso il municipio: un misto fra i guai economici di quell’estate, le tasse, le speranze turistiche del borgo ormai in declino. I colli piemontesi non attiravano poi così tanti tedeschi e olandesi come si erano aspettati? Eppure Letizia ci credeva ancora: amava il paese arroccato ma dal profilo morbido, i pochi vicoli ombrosi, gli antichi palazzotti dei notabili locali e le dimore un tempo meta di nobili torinesi, e soprattutto quell’unica piazza, su cui si apriva il vecchio emporio di sua nonna, da lei trasformato in una bottega di “artigianato, cose buone e belle”, approfittando delle ampie concessioni di una vecchissima licenza. A venticinque anni, si era lasciata alle spalle i corsi di design e il lavoro in una galleria d’arte di Milano, per continuare a vendere un po’ di tutto, dal sapone alla carta da lettere, dalla cera per mobili ai dolciumi, ma a modo suo, come, del resto, sua nonna, la vecchia Letizia, aveva fatto per una vita intera. Mentre la ragazza abbracciava con lo sguardo la grande lavagna con le richieste degli habitué, la credenza in cui esponeva sacchetti di lavanda e salviette ricamate, la boiserie imbiancata come gli scaffali retrò, e lo schizzo in cui una cara amica l’aveva ritratta con un abitino provenzale che sottolineava le curve appena abbondanti e i lunghi capelli rossi sciolti e quasi crespi, la sua attenzione fu richiamata da una macchina lussuosa che parcheggiava, non senza qualche difficoltà dovuta agli spazi limitati, davanti agli uffici comunali.Ne scese un uomo alto, la cui spiegazzata giacca di lino rivelava spalle possenti, mentre una mano elegante e abbronzata trattenne per un istante la portiera, con un gesto che, più di una esitazione, parve rappresentare la subitanea valutazione di chi si agginge a una presa di potere. Chi era quell’uomo? Letizia provò una strana inquietudine, e il netto desiderio di sapere di più, soffuso però da un calore in base al quale escludeva di condividere già con le anziane del paese la curiosità estrema verso qualsiasi forestiero. In ogni caso, era giusto riuscita a intravedere un corto e curato ciuffo di capelli castani, prima che lo sconosciuto varcasse la soglia del municipio.
Non mancavano faccende urgenti su cui concentrarsi: come incrementare l’attività del negozio, tanto per cominciare; e, magari, nuovi sistemi per attirare interesse sul paese, e accrescere così il giro di affari, per lei e per tutti. Entrarono due clienti, una dopo l’altra, e, mentre le serviva, la giovane negoziante continuò a sbirciare un libro sulla Scozia aperto sul tavolo chiamato a sostituire il primitivo bancone, e, ancor più spesso, verso l’altro lato della piazza. Ma poi sopraggiunse una bambina che cercava un album da colorare e i pastelli a cera esposti su un ripiano alto, e, quando scese dalla scala, Letizia realizzò come la macchina del misterioso bel tipo non fosse più nel parcheggio.
Le sottolineature sul libro rimanevano, invece, al loro posto; ripristinato il piatto silenzio, Letizia tornò a concentrarsi fino a stilare un piano. Preparò, munita di colori e pennelli, un grazioso cartello, che recitava: specialità della casa FANTASMI. Di certo la scritta avrebbe attirato i più fantasiosi e i ficcanaso, e a lei restava tempo per decidere se inventare storie su misura per il paese, raccontarle, consigliare romanzi. Il pensiero di lanciare la fama di un paese paranormale, basandosi su vecchie storie narrate a metà, massicce dosi di fantasia e stralci di leggende, la stuzzicava. Appese in bella vista la sua opera, agganciandola alla maniglia della finestra con legacci di spago e pizzo.
Quante favole paurose, sentimentali, tristi, quante secolari dicerie le erano state raccontate da sua nonna? Avrebbe potuto illustrarle in quadretti e cartoline, scriverle su semplici pergamene e altro; insomma, nonostante la precipitosa iniziativa del cartello, Letizia rimuginava senza sosta sulla nuova idea appena sorta, nella convinzione che avrebbe aggiunto qualcosa al suo negozio sempre a rischio chiusura, o almeno avrebbe divertito lei e i clienti.
Le ore trascorsero senza scossoni, solo due bambini chiesero, dandosi di gomito, tre pacchetti di spettri, ed ebbero in cambio rapidi disegni. La piazza conteneva la pigrizia del primo pomeriggio, quando Letizia riaprì, dopo la pausa pranzo, e si accorse di fissare il punto dove aveva visto stagliarsi la seducente e sconosciuta figura maschile di quel mattino. 
Poco dopo, varcò  la soglia del negozio Giovanni, uno scapolo sessantenne sempre piuttosto oberato dalle commissioni affidategli dalla esigente sorella. “La Irma mi ha detto di comprare cinque bottoni neri. Sostiene che tu sai quali e non posso sbagliare, buongiorno Letizia” esordì, infatti, quasi contrito. Letizia annuì con allegria “Certo Giovanni, ho la scatola qui nel retro, arrivo subito! Fa caldo, vero?” e sparì oltre la tenda a fiori. Non si accorse che la porta vetrata si apriva di nuovo, e che un’espressione nervosa e dita tamburellanti su un ripiano catturavano l’interesse di Giovanni.
La ragazza riemerse camminando all’indietro e reggendo un grosso contenitore di cartone a righe rosa. “Scusate non voglio perdere e farvi perdere tempo, per me è urgente. Può dirmi se avete del lubrificante?”  la sorprese una voce frettolosa ma profonda. Decide di bottoni rotolarono per il negozio, spargendosi dalla scatola precipitata di mano a Letizia che, alla vista di un uomo alto e con incredibili occhi color bronzo, in un abito di lino sempre più spiegazzato ma terribilmente sexy, riuscì solo a balbettare “De-de-del lubr-lubri?” . Giovanni intervenne: “Le occorre dell’olio?” “Ho un problema con una serratura. Non riesco ad aprirla, e del fabbro non c’è traccia”. “Ah, sì, Ferruccio apre solo quando l’artrite gli dà tregua, ma Letizia saprà aiutarla”. Gli occhi dello sconosciuto passavano dall’uomo alla giovane, in ginocchio sul pavimento con i capelli spioventi, intenta a recuperare bottoni in ogni dove e a precisare come per giustificarsi “Già, il fabbro si chiama Ferruccio: curioso, vero? Nomen omen, si dice, giusto? Certo troveremo qualcosa per lei, per la serratura voglio dire, se solo ha un attimo di pazienza” “Lascia, nìn, faccio io”  la soccorse Giovanni, e Letizia, in un solo profondo respiro, riprese il controllo e raccolse i capelli.
“Grazie! Dunque, eccomi. Come posso aiutarla? Ha un problema con una serratura bloccata, giusto?” “Non so se è proprio bloccata, per questo cercavo il fabbro. Non viene aperta da moltissimo tempo” “Attenda un istante”. Letizia tornò nel piccolo magazzino, seguita dalla chiosa di Giovanni, sbrigativo nel comunicare che aveva raccolto tutto e sarebbe passato un quarto d’ora dopo. Recuperò uno dei tanti flaconi che rappresentanti solerti le affibbiavano di tanto in tanto, e augurandosi che funzionasse, tornò dal tenebroso cliente. Lo trovò intento a scrutare il suo ritratto.
“Bel disegno. E’ una sua parente?” “A dire il vero, sono io”. L’uomo si volse a guardarla, più divertito che sorpreso, anche perché Letizia era arrossita e farfugliava “Lo so, è difficile da immaginare, vedendomi conciata così, coi capelli impazziti” “Mi scusi, io sono stato ingannato solo dalla foggia dell’abito, e pensavo risalisse agli anni ’50. Il viso è il suo!”.
La bottiglietta poggiata sul tavolo provocò un rumore sordo “Lei è molto gentile. Mi piacciono le cose senza tempo” “ Un po’ come questo paese, dunque” continuò l’uomo, frugando nel portafoglio e osservando l’etichetta del prezzo sulla confezione. Stringendo appena gli occhi, provocava il segnarsi di cenni di ruga terribilmente invitanti, notò Letizia; ma in un attimo lui assunse un’aria più contrariata “Si capisce anche dal negozio. Immagino di non poter pagare con la carta di credito, vero?” “Temo proprio di no…” “Le chiedo scusa, ma non ho più denaro contante. Appena riesco ad aprire quel dannato portone, vado a cercare uno sportello bancomat e le porto i soldi” “Non si preoccupi, mi fido” sorrise lei “e poi non son altro che spiccioli”. “Scommetto che lei si fida spesso, però non so se fa bene. E scommetto anche che dovrò capire da zero come usare questo intruglio! A dopo”. Uscì in due passi, non senza dedicare un gesto divertito al cartello che offriva fantasmi.
Il pomeriggio parve rallentare, afoso e gravato da qualche nuvola. Giovanni tornò  a prendere i bottoni, con un sorrisino sarcastico stampato in faccia, poi giunse una signora che desiderava una bustina di zafferano, e infine due turisti in shorts, che, in un inglese pasticciato, spiegarono di arrivare dalla Norvegia, guardarono con curiosità gli oggetti esposti, e chiesero perfino spiegazioni sui fantasmi. Non avendo avuto tempo per elaborare un piano con cui dar seguito alla sua stravagante ispirazione, Letizia improvvisò. Disse che nel borgo si poteva compiere un percorso tematico nei luoghi che la leggenda voleva abitati da spettri: il cortile col pozzo in cui gemerebbe un ladro punito, l’oratorio abbandonato in cui vociferavano si accendessero misteriose fiammelle, Palazzo Delcorvo, segnato dalla leggenda di un marchese morto per amore di una bellissima fanciulla muta, e la strada campestre lungo il cui ciglio, ripeteva sempre sua nonna, la nebbiolina poteva tramutarsi nell’evanescente forma di una donna severa, indignata per un torto subito e mai vendicato.
I norvegesi ripartirono contenti, muniti di marmellate e cartoline e accompagnati da una bugia: Letizia aveva affermato con sommessa contrizione di essere al momento priva di cartine con l’itinerario del ghost tour. La ragazza stava sorridendo fra sé, riflettendo su come la sua caccia al tesoro, le letture per i bambini in biblioteca, le gite per raccogliere erbe “delle fate” e altre sue idee riscuotessero spesso un misto d’ironia e successo, quando lo squillo del telefono la fece trasalire.
Era accaldata, ma provò  un brivido nell’ascoltare la voce all’altro capo del ricevitore. “Sono Umberto Delcorvo, non mi sono presentato quando ci siamo visti, prima, per quell’ingrassante o come si chiama. Avrei di nuovo bisogno del suo aiuto”. “Mi dica, se posso”. “Scusi, so che è quasi ora di chiusura, ma mi hanno detto che lei può fare qualcosa. A togliermi dai primi guai è stato un signore, dice che da ragazzo ha lavorato per mio nonno, sapeva come aprire; comunque non importa. Mi occorrono un set di lenzuola e un grosso telo di plastica, per una mezza sistemazione, e non posso scendere in piazza. Se fosse così gentile…” “A Palazzo Delcorvo?! Sarò lì fra mezzora” esclamò Letizia, per poi rimproverarsi della foga con cui lo aveva interrotto. “Va bene, è perfetto. Grazie”.
In un turbine d’attività e pensieri, la giovane negoziante riordinò sommariamente il locale, procurò il telo, chiese lenzuola pulite e stirate al vicino alberghetto e salì sulla bicicletta, partendo in direzione della dimora che aveva nutrito tante sue fantasie infantili. Fu quasi uno spavento, però venato d’incanto, vedere il portone e gli infissi del piano terra, serrati da almeno due decenni, aperti al sole declinante della sera.
L’atrio era come una nuvola ombrosa: poca luce, e teli polverosi a coprire forme di mobili, e ad avvolgere anche quello che doveva essere un immenso lampadario. Letizia avanzò schiarendosi la voce, rapita dagli affreschi affollati di putti festanti, ghirlande di rose, squarci d’azzurro, e dalla prospettiva aperta verso una solenne scala marmorea, custodita da grandi ritratti. Umberto sbucò da una porta laterale, ed ebbe una lieve esitazione nel richiamare quella figura così viva in mezzo alla decadenza, eppure sognante, piena di entusiasmo quasi infantile perfino nel modo in cui portava le dita al petto. “La ringrazio! Tra le sue molte capacità deve essercene anche una che le ha consentito di trovarmi senza sapere l’indirizzo” “Oh! Ecco, io, quando ho sentito il cognome…questa casa è favolosa, da tanto tempo speravo di entrarci”. “Dunque non è stato un gran disturbo” rise lui “Pensare che io non ho mai avuto voglia di venirci, e ho finito per piombare qui da Londra senza un minimo di organizzazione”. Da uno dei dipinti, il volto di un giovane uomo spiccava, illuminato da un tardivo raggio di sole. Il personaggio del ritratto aveva baffi sottili e iridi carezzevoli, quasi ingenue; per tutto il resto, la somiglianza col Delcorvo presente in carne e ossa era abbastanza impressionante, notò Letizia, molto più concentrata sui dettagli della dimora che sui problemi eventuali del padrone di casa, della cui presenza, piuttosto, la rendeva profondamente consapevole un diffuso pizzicore sottopelle che preferiva ignorare. A richiamarla bruscamente alla realtà fu una frase che suonava da educato quanto perentorio congedo “Quanto le devo? Lei è stata davvero gentile, ma ho un sacco di cose da sistemare e ho anche ricevuto un invito a cena dai vicini”. Rispose con naturalezza, nonostante stesse immaginando la generosa scollatura di Claudia ( la vicina cordiale era lei, ci avrebbe scommesso) e, ancor di più, non riuscisse a celare la delusione per non poter esplorare almeno qualche stanza. Umberto lo realizzò nel salutarla. “Forse desiderava vedere il palazzo? Se le va, potremmo farlo domattina, ci sarà una certa confusione per le pulizie, non tale da impedire una visita” “Verrò di certo, grazie! Pulizie? Quindi, mi perdoni l’indiscrezione, si fermerà qui con noi, riaprirà la casa?” “Resterò solo qualche giorno, il tempo di sbrigare alcune formalità. Se per lei non è un problema lasciare il negozio, l’aspetto verso le dieci”. Letizia annuì in malinconico silenzio. Vendeva. Molti lo avevano previsto da tempo, era probabile che al bar non si parlasse già d’altro; chissà che sarebbe diventato quel palazzotto fatiscente e romantico.
L’indomani, piazzato un bel cartello sulla porta del negozio per avvertire che la riapertura avveniva alle 11.30, Letizia tornò a varcare il portone di Palazzo Delcorvo, scoprendo che in poche ore lo scenario era stato trasformato. Non solo erano spariti i teli e molti mobili ingombravano l’atrio perché spostati: ferveva l’attività di un gruppo di persone in tuta gialla, con ogni evidenza dipendenti di una ditta di pulizie, che si davano da fare tra vetri da rendere brillanti, corrimano ricoperti di polvere, drappeggi di ragnatele da rimuovere. Umberto scese agilmente i pochi scalini dell’accesso a un salone. Il completo da uomo d’affari aveva lasciato il posto a un paio di jeans e a una t-shirt, sotto la quale si disegnava una seducente geografia di muscoli tonici. Nel porgerle la mano, l’erede dei Delcorvo evidenziò una maliziosa venuzza che percorreva la forza del braccio per scomparire dentro la manica della maglietta.“ Eccola qui” sorrise “possiamo iniziare il nostro giro. A un patto: diamoci del tu”. Lei, all’improvviso a corto di parole, assentì con un sorriso. A ridarle voce, furono le sale di cui favoleggiava sua nonna, i salotti sfondo di tante fantasie. Letizia non si limitava ad ammirare; ben presto fu chiaro che provava per la dimora un trasporto maggiore di quello mostrato dal suo proprietario. Se nella sala da ballo aveva mormorato “gli otto specchi dorati”, come se li conoscesse da sempre, e nel salottino non si era trattenuta da esclamare “il ritratto della marchesina Vittoria!” davanti a un dipinto in cui una bionda ed esile adolescente in abito bianco passeggiava affiancata da due levrieri, nell’ultimo saloncino eruppe in un singulto commosso. Umberto la guardava, perplesso, quasi preoccupato. “ Questa casa sembra dirti cose a me ignote” disse con ironica dolcezza, appoggiandole una mano sul braccio “forse perché tu appartieni da sempre al paese, mentre io sono solo un estraneo”. Letizia scosse la testa con decisione “Sono tornata appena tre anni fa. Non volevo che il negozio di mia nonna chiudesse, e poi, ecco, volevo un posto per me”. “Scusa, immaginavo fossi nata e cresciuta qui” “Non proprio. Venivo d’estate, però poi studiavo e lavoravo a Milano” “ Non volevo intromettermi. Comunque, vorresti spiegarmi perché questa stanza è straordinaria?”. Nella voce di Umberto, adesso c’era una vibrazione malinconica. Una delicata mano femminile indicò il pianoforte a coda. “Deve essere il piano per Agnese. L’idea, ecco, è commovente”. “Non ne dubito, ma chi è Agnese?”. 
“Agnese, raccontano, era una ragazza molto bella, con un grande talendo musicale. Un …un componente della famiglia Delcorvo la notò suonare l’armonium in chiesa, e fu amore a prima vista. Pare che avesse ordinato uno splendido pianoforte per farla felice: intendeva sposarla, anche se lei era muta e di modesta estrazione sociale”. “Quindi?” “Le famiglie si opposero, tuttavia fu Agnese a fuggire da qui e a ritirarsi in convento per evitare lo scandalo, l’ostracismo generale per il suo innamorato. La leggenda vuole che lui sia morto di dolore, e che il suo spirito…” Umberto la interruppe, sogghignando. “Già, dimenticavo che i fantasmi sono la tua specialità! L’unica cosa che so è che il mio omonimo coi baffi che vedi ritratto sullo scalone morì giovane, di una malattia non ben identificata, e mio bisnonno divenne erede. Insomma, è grazie a lui se siamo qui” “Mi piacciono le storie di un tempo, penso aiutino a capire i luoghi e ad amarli, e poi sono pronta a giocare, pur di tenere aperto il negozio”. La voce di Letizia scivolava in un soffio, mentre il volto maschile andava accostandosi alle sue labbra, sovrastandola, rendendola debole, più che conscia della propria statura modesta. Umberto catturò un ricciolo rosso, e lo arrotolò sulle dita. Il silenzio era una carezza piacevole e imbarazzante al tempo stesso. “Sei stato davvero gentile, ora devo andare a riaprire il negozio”. Una presa ferma, eppure tenera, le bloccò il polso. “Torna. Torna stasera. Prenderemo un aperitivo, da amici, mangeremo qualcosa. Se vuoi, mi spiegherai qualcosa sulla mia famiglia. Non ammetto rifiuti o scuse”.
Non ci furono scuse: verso sera, mentre nubi scure chiudevano l’orizzonte, una figurina avvolta nel pizzo beige di un abito vintage raggiunse il prospetto della magione più blasonata del borgo.
Umberto l’accolse nel salotto, tramutato anche in piccola sala da pranzo, e illuminato da candele: ufficialmente, perché l’impianto elettrico era poco sicuro. I primi tuoni di un violento temporale rombavano in lontananza.
Chissà da dove proveniva l’ottimo vino bianco: Letizia l’aveva appena assaggiato, quando Umberto le sollevò il mento e prese a gustare il delicato aroma dalle sue labbra. In un delizioso strazio, fece scorrere i polpastrelli lungo la schiena e sui fianchi di lei, mentre con la bocca accendeva una vampa segreta, che esplose quando col respiro caldo avvolse di spire appassionate l’orecchio delicato, il collo, la spalla ormai libera dall’abito slacciato. Oltre le alte vetrate, la pioggia scrosciò, violenta e primitiva.
La chiara fragranza del mattino rinfrescava il letto sfatto, la luce dell’antico specchio, le poltroncine dorate davanti al camino. Letizia, appoggiata a quel petto virile di cui non riusciva a stancarsi di esplorare consistenze, sapori e reazioni, emise un piccolo gemito lamentoso “Mmmhhh. Dopo tre giorni dovrei proprio tornare ai miei doveri.” Umberto risalì con tocco malandrino la morbida gamba che sbucava dal lenzuolo. “I doveri cambiano. Rammenta che ormai sei compromessa” “Non ti preocuperanno le chiacchiere della gente?” “ Per niente, anche perché ho ottime soluzioni. In fondo, ci sono tanti voli da e per Londra, e gli inglesi sono reputati maestri nella gestione di castelli che molti vedrebbero solo come enormi debiti”. Due occhi sgranati e un sorriso di crescente felicità gli risposero.
Una folata di vento aprì la finestra, e decine di petali rossi, quelli della rosa rampicante che risaliva la facciata, turbinarono sul pavimento.
“Umberto…” “Dimmi, tesoro” “Nulla, non intendevo te”. Nel bacio avido e gioioso il sentore d’estate e magia si versò in quello di un nuovo amore.  

FINE

CHI E' L'AUTRICE
Patrizia Ferrando è nata a Genova nel 1974 e vive ad Arquata Scrivia. Giornalista pubblicista, collabora a riviste femminili, a Romance Magazine e a blog dedicati a libri e decorazione d’interni, alternando articoli e scrittura narrativa, sempre all’insegna del desiderio di raccontare. Innamorata di storia e di storie, adora inseguire entrambe fra romanzi, arte, cinema e teatro. Suoi racconti appaiono in svariate antologie, fra cui le “365” edite da Delos Book e dedicate alla fine del mondo e alle storie d’amore. Nel 2013 ha pubblicato “Sui passi dell’estate perduta”  (leggi qui) (Eidon) un saggio narrato che rievoca fasti e vezzi della villeggiatura tra ‘800 e ‘900. Il suo ultimo ebook è " Il viale degli angeli caduti ". I suoi luoghi preferiti sono librerie, mercatini, dimore eccentriche e botteghe insolite, mentre tra le sue molteplici passioni spiccano i gatti, i vecchi manuali di buone maniere, la bigiotteria e il teatro di strada e di figura.
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4 commenti:

  1. Bellissima l'atmosfera new age evocata nel racconto, le minuziose descrizioni paesaggistiche, tanto da immaginarsi in quei vicoli e nella piazzetta assolata, ma la storia d'amore ne è risultata grandemente sacrificata, sino a lasciare insoddisfatti. Peccato!

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  2. devo ammettere che concordo con quanto detto sopra, perché il fascino del palazzo e delle storie fantastiche mette in secondo piano il rapporto che si crea tra i due personaggi: non si raccontano molto di loro, la cena viene appena accennata, i sentimenti sono un po' ambigui, la (poca) passione che c'è tra i due non giustifica molto il sesso che subito c'è tra i due... non so, è una di quelle coppie che non mi hanno colpito tanto. E non ha aiutato neanche la scelta di mettere i dialoghi uno di seguito all'altro perché faccio un po' fatica a leggere la storia così ;)

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  3. La storia è soddisfacente, bella l'ambientazione e il paesagggio descritto, forse avrei preferito un corteggiamento meglio dettagliato di Umberto e anche più passione tra i due. Insomma mi ha lasciato un po' così...

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  4. Ho apprezzato l'ambientazione e le parti inerenti alle leggende sui fantasmi, ma sono rimasta delusa dalla storia d'amore piuttosto scarna e affrettata, cosa che mi ha un po' stupita visto che il tema principale di questa rassegna di racconti è proprio il romanticismo.

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