PERLA NON E' DEGNA DI ESSERE AMATA di Emiliana De vico



Poteva tagliare la pelle tra l’interno coscia e l’inguine, e nessuno se ne sarebbe accorto. Così come sotto le ascelle, o tra le dita dei piedi. Non guardavano mai in quei posti, a differenza degli esperti del settore. Bastava passare la lama e tendere la pelle. La carne si sarebbe aperta come un libro, il rosso vivo esposto all’aria. Doveva stare attenta però a non spingere a fondo o sarebbe stato difficile interrompere il flusso sanguigno. Percepì il ritmo cardiaco cambiare e desiderò essere nel suo bagno, sola con i suoi attrezzi. Il dolore che arrivava a pizzicarle gli occhi e l’orgasmo delle terminazioni nervose pronte al collasso.
- Un biglietto di andata e ritorno per il centro città.
Si accodò ai pedoni e attese. Non l’avrebbe più fatto. Mai più. Si sistemò sui sedili dell’autobus urbano, lontano dal conducente. Una vecchia abitudine che risaliva ai tempi del liceo. Di fianco a lei una indiana girava e rigirava l’anello al naso, quasi stesse avvitando un’elica. Un cinese parlava al telefonino alla velocità della luce. Nessuno     però dedicava attenzione al vicino di poltrona. L’aria condizionata era un lusso eccessivo per i mezzi pubblici. Si boccheggiava, ed era già tanto se non si moriva asfissiati.
Scese in Via Piave con la voglia matta di farlo ancora. Una volta sola. La fluoxetina che assumeva da tempo, le scorreva nelle vene e l’umore era salito di brutto.  A nessuno importava se era così emozionata da stare male. Bastava che non lo facesse più. Trovò il numero 117. Il diciassette portava sfortuna, si chiese. Suonò all’interno tredici. E se fosse stato il tredici a portare sfiga?  Se avesse trovato un armamentario di lame, coltelli, rasoi, vetri affilati, bisturi cosa avrebbe fatto? No, non doveva farlo più. Era diventata più forte, si disse e suonò a palla il campanello.
- Studio legale, chi è?
- Sono Perla Ciarelli. Ho appuntamento con il dottor Marconi alle…? – una goccia di sudore le scese dalla fronte. Ricordare orari e modi di comportarsi era impensabile per una come lei.
- Alle nove, signorina Ciarelli. È in anticipo di mezz’ora. La faccio salire.
Essere in anticipo era un buon segno? Segno. Assaporò la parola. Segno, taglio, squarcio, incisione, sfregio, graffio. Sinonimi. No, affatto. Ogni termine aveva un significato ben preciso per quelli come lei. In ascensore sentì la tensione salire a livelli di guardia. Sarebbe bastato un coltellino svizzero per controllarla. Sì, una forbice per le unghie, un taglierino, una moneta scheggiata…
Quando lo sportello si aprì era al collasso, ma andò avanti. Respirò. La fluoxetina faceva miracoli sulla timidezza. Era arrivata a destinazione e non era crollata neanche una volta. Sorrise, la segretaria era molto carina. Una perfettina dalle unghie rosa e un collare di pelle che stonava con il completo gonna e giacca. Che sia un collare antipulci? Cavolo, quella benedetta medicina aveva effetti miracolosi anche sull’ironia, pensò alzando un poco di più la testa.
- Deve attendere qui, il dottore non può riceverla ora.
- Certo. - Dottore. Che parola sgradevole. Dottori ne aveva visti tanti e continuava a vederne. Generici, specialistici, e ora anche legali.
L’aria fredda del condizionatore le avrebbe fatto venire una bronchite. I quadri colorati sembrano volerle saltare addosso e la voglia di andare in bagno a vomitare salì a livelli incontrollabili. Il suo primo impiego. Il suo primo tentativo di normalità ed era pronta a mollare tutto per un semplice sfregio. Uno solo, ti prego! Uno piccolo che non crei conseguenze. Con il panico negli occhi, si alzò in cerca della scritta toilette. Da lontano la segretaria l’aveva già intercettata. L’avrebbe bloccata? Sapeva cosa sarebbe andata a fare? La sua vita era diventata di dominio pubblico. Occhi che osservano quando mangiava, come usava le posate, quando si lavava. Da tempo la lametta per la depilazione era stata nascosta. C’erano occhi che controllavano anche il suo sonno.  Da quel momento, occhi che ispezionavano il suo lavoro.
- Benvenuta, Signorina Ciarelli, può accomodarsi nel mio ufficio.
Accantonò l’idea di sparire e seguì l’uomo sulla sessantina che le faceva da apripista verso una stanza tutta in legno di noce. Profumo di olii e miele e una scia di dopobarba delicato.
- Si sieda pure. Come sta? L’ho fatta attendere un poco e me ne scuso.
Quante volte aveva risposto a quella domanda dal risveglio? Dieci? No, almeno venti volte. Alla madre, al padre, alla sorella, alla portinaia, al terapeuta, al coordinatore del progetto borsa lavoro, allo specchio. - Sto bene, grazie. Lei è stato puntuale, solo che ero in anticipo.
Era un uomo tutto d’un pezzo in giacca e cravatta scuri. Pantaloni chiari. Di effetto.  – Allora. Ho parlato con il tutor del progetto e mi ha detto che può garantirmi qualsiasi orario di lavoro, vero?
Annuì e si perse dietro i quadri di natura innevata posti dietro le spalle di Marconi.
- Non ho bisogno di molto, in realtà. – Lui la cercò con gli occhi e fu costretta a dargli la necessaria attenzione. Occhi quieti accolsero i suoi. Sguardo comprensivo bloccò il suo fuggire.
- Mi spieghi di preciso in che modo posso essere utile. – La sua voce era tornata e dentro il tono leggermente disorientato si percepiva la forza. Ancora debole, ma in via di crescita.
Il sorriso che il dottor Marconi le fece le sembrò dolce, come quello di un padre. Il panico si estese. Una lama, che scavi a fondo, pensò, Datemi una lama! Strinse le mani e attese.
- Deve ovviare alle piccole incombenze che Adele non riesce a portare a termine.
- Adele?
- Oh, sì, scusi, avrei dovuto presentarle lo staff ma volevo parlarle un momento da solo. È la segretaria che l’ha accolta al suo arrivo. Il lavoro è aumentato e abbiamo bisogno di una figura tuttofare.
- Va bene. Spero di essere all’altezza. -  Con un vestitino leggero sui toni del verde doveva sembrare un’educanda. Aveva legato i capelli biondi, sottili, quasi sfiniti, in una treccia. Voleva dare un’impressione di ordinato. Al risveglio, però, aveva avuto voglia di indossare un bel rosso. Rosso sangue.
- Non c’è nulla che non possa imparare, signorina Ciarelli. Mi sembra una ragazza sveglia. In realtà ci serve qualcuno che porti le pratiche da un ufficio all’altro. Che si occupi della catalogazione dei fascicoli e, soprattutto, li metta a posto. Dovrebbe fare fotocopie, inoltrare raccomandate, sistemare le stanze per i colloqui e magari, qualche volta, fare un caffè.
- Oh, be’, penso di poterlo fare.
- Sì, penso che possa farlo. Di mattina siamo spesso in udienza e il grosso del movimento si svolge dopo pranzo. Il suo contratto è di quattro ore settimanali come predispone il progetto borsa lavoro, quindi vorrei che venisse dalle quindici alle diciassette se non è troppo disturbo.
Non va bene, voglio riposare! Ho bisogno di chiudere le persiane e immergermi nel buio della camera.  - No, l’orario è perfetto.
- Però, per i primi giorni, pretendo che stia qui tutto il tempo, per ambientarsi e avere un’idea di cosa serve. Se dovesse avere necessità di permessi, di modificare qualcosa o fare visite mediche deve chiedere consenso al responsabile progetto borsa lavoro ma, per il resto, compenso compreso, sarò io il suo referente. Le va di fare un giro, ora?
No, vorrei chiudermi un minuto in bagno e cercare qualcosa che mi scalfisca. – Sì, la ringrazio.
- Adele le darà i moduli che deve riempire e tutte le formalità da sbrigare. Venga. - Marconi la invitò ad alzarsi e non le restò che seguirlo.
Dietro la porta era incuneata una scrivania piena di faldoni che l’avvocato additò. - La sua prima incombenza riguarda queste pratiche da sistemare. Non si spaventi, ci penserà dopo. Adele ti presento la signorina Ciarelli, sai già tutto vero?
- Certo, dottore. Benvenuta.
Le avrebbe strappato il collarino per cercarvi eventuali fili di metallo affilati. Magari anche il gancetto che teneva i due lembi appaiati, se opportunamente manomesso, poteva servire allo scopo. – Grazie!
- Non abbia timore, sono sempre qui. Può contare sul mio aiuto.
Già, la postazione di Adele era in mezzo al salone su cui si aprivano cinque porte. Una era lo studio del capo e le altre? Si guardò intorno spaurita. Ci sarebbe voluto un bel taglio nella… - Grazie. È il primo giorno del mio primo lavoro.
- Era ora che succedesse.
Si volsero tutti verso la voce maschile alle loro spalle.
- Oh, Marco, eccoti qui. Lei è la signorina Ciarelli, l’assistente fornitaci dalla ASL per… be’ sai per cosa – la presentò Marconi.
- Sì, so tutto. Buongiorno signorina.
Per fortuna non aveva teso la mano altrimenti sarebbe rimasta come un pesce lesso. L’uomo sulla trentina si era già voltato verso Adele per parlarle, ignorandola. Solo dopo aver concluso le loro cose, si era degnato di darle uno sguardo.
- A dopo – le disse prima di tornare nell’ufficio.
Non si era presentato e lei non ebbe la forza di sfidare la scontrosità di uno sconosciuto. I completi giacca e cravatta dovevano essere le divise degli avvocati. Se ne era andato senza darle importanza. Forse non sapeva che lei... Forse sapeva.
- Si occupa di diritto penale. Lo vedrà di rado perché è sempre fuori, ma le sue cartelle sono le più ordinate di tutti. Non dovrà preoccuparsi della sua roba. Venga, le mostro il resto. Di mattina ci sono anche i laureandi e i tirocinanti. Di pomeriggio sarà sola.
Osservò con poco interesse la sala riunioni col suo tavolo ovale e l’arredamento in legno scuro, si soffermò invece sul cucinino dotato di molti elettrodomestici, dal formo a microonde a una lavastoviglie in miniatura. Naturalmente non potevano mancare una macchinetta professionale per il caffè e un frigo. Ci sarebbero stati coltelli? Apribuste? Cavatappi? Fili? Sapevano che lei… Uno stanzone per i faldoni allineati su scaffali di metallo e legno fu la loro ultima tappa. Sulla parete in fondo un raccoglitore a tasconi la aspettava, avrebbe dovuto imparare a conoscerlo, si disse. Pensò che quello sarebbe diventato il suo mondo nei giorni a venire.

Quasi tutta la mattinata era passata. Aveva osservato il metodo di catalogazione e messo a posto qualcosa. Aprì la finestra. I vetri opacizzati nascondevano una sorpresa: la spiaggia assolata. La brezza sapida arrivava anche lì, il litorale era mosso da un venticello piacevole, le palme ondeggiavano e i bagnanti in costume si rosolavano al sole. In quel momento vide solo la luminosità accecante del giorno e una canzone in sottofondo da uno stabilimento balneare.
- Ti piace il mare oppure stai meditando di saltare di sotto?
Fece un passo all’indietro. Marco era entrato in silenzio. Aveva infranto qualche regola affacciandosi fuori?
- Perché mai dovrei farlo? No, non sono un’amante della tintarella. – Non disse che non poteva mettersi in costume o avrebbe fatto inorridire il vicino di ombrellone. Preferì addossarsi l’onere delle sue scelte.
- Si vede, sei pallida e la pelle è troppo delicata. Marconi è fuori e mi ha detto di darti uno sguardo. Hai bisogno di aiuto?
Oh, sì che ne ho. Ho urlato la mia fragilità da tempo. Ma tu non puoi fare nulla per me. - Ho messo a posto delle pratiche e… Mi dica cos’altro devo fare. - Il lucidalabbra era sparito da tempo e la treccia le pesava dietro la schiena. Il suo terapeuta si era sbilanciato, un giorno di tanto tempo addietro, dicendole che sembrava una bambina. Non aveva mai capito se si riferisse all’aspetto, al comportamento o alla ricerca di un affetto concreto, genitoriale. La paura di sapere le aveva bloccato la curiosità.
- Nulla, puoi riposarti un poco ma… lascia la porta aperta. Voglio vedere dove sei.
Il velo nero del pregiudizio le calò addosso. Trattata come una ladra da guardare a vista.
- Certo, avvocato della Rovere.
Anche se lui era passato a un tono familiare, lei avrebbe mantenuto le distanze, si ripromise.

Erano appena le dodici ed era stremata. La carica emotiva che le era servita per portare avanti un lavoro, e soprattutto le relazioni sociali, era terminata da un pezzo. La treccia si era sfilacciata. I capelli erano diventati troppo deboli anche per restare fermi dentro una molla. Le spalle erano calate. Bastava tornare a casa e…
- Hai il pranzo con te?
Colta in fallo di nuovo. - Oh, no, non pensavo di dover restare anche nel pomeriggio.
- Vieni, facciamoci portare qualcosa. Non ho voglia di uscire.
- Non importa, posso benissimo…
            - Se stai per dire che puoi saltare il pranzo non farlo? Non ti permetterò di stare a digiuno, cadresti a terra tra mezz’ora, magra come sei.
Non era magra, soltanto non era interessata a riempire i vuoti emotivi con il cibo, preferiva fare piccoli tagli, incisioni e cure estreme. Era questa la sua battaglia.
Marco aveva belle dita forti. Le studiò mentre stringeva il telefono. - Studio Marconi, ci porti dei tramezzini, un poco di frutta e un succo fresco. Il gusto non ha importanza.
Aveva stabilito cosa dovesse mangiare e bere. Scommetteva un bel graffio sui polsi che il succo era per lei.
- Vieni a sederti, mangeremo qui, non nel cucinino. È troppo caldo.
Stare in giacca e cravatta doveva essere piacevole per lui, ma lei aveva un vestito estivo, desideroso di aria e sole, e i condizionatori le gelavano la pelle. Rabbrividì sedendosi come un’alunna disciplinata.
- Hai freddo! Sei tutta scoperta.
Perché era così arrabbiato? Non aveva fatto nulla di male. I brividi non si potevano controllare.
Seguì le sue mosse mentre si slacciava la giacca, cravatta e si arrotolava le maniche della camicia, per poi usare il comando del condizionatore. Il ronzio si spense e il sollievo la invase subito. Ciò che non si aspettava era che lui andasse alla finestra schermata da tende a pannelli e spalancasse i vetri. L’aria del mare riempì la stanza, e le note di un tormentone arrivarono a loro.
- Meglio? – le chiese.
Sorrise. Forse per la prima volta in quel giorno si sentì compresa. – Molto meglio. Domani porterò un maglioncino. Non sono abituata all’aria condizionata.
Le si sedette dinanzi, in silenzio. La osservava. Si chiese cosa pensasse, ma il terapeuta le aveva sempre detto che non era importante ciò che gli altri pensavano ma ciò che lei pensava di se stessa. Non era mai riuscita a conoscersi a fondo.
Lui aveva occhi castani. Capelli corti, molto corti. I peli degli avambracci setosi sotto la stoffa della camicia. Sul dorso delle mani le vene erano in rilievo. La scrivania in ordine.
- Hai bisogno di qualcosa? – le chiese catturandole ancora lo sguardo.
Le era sembrato oppure aveva avuto una lieve inflessione nella domanda? - No. Sto bene. Di cosa mai potrei avere bisogno? - Lo sfidò a dire il contrario mentre si lisciava i capelli che sfuggivano alla treccia.
- Non so. Devi dirlo tu.
Cosa voleva sapere? Oh, certo che immaginava dove virasse la sua curiosità, ma non gli avrebbe mai rivelato nulla spontaneamente. Non era semplice parlare.
- Qui non puoi…
Il suono del campanello terminò quel momento di confessioni. Lei si affrettò ad alzarsi e ad aprire. Era una donna tuttofare no? Prese i sacchetti e restò interdetta quando il fattorino le porse lo scontrino. Avrebbe dovuto pagare il tutto? Aveva i soldi necessari?
- Tieni il resto. - Marco aveva allungato il denaro al ragazzo e richiuso la porta.
- Le prendo la mia parte dei soldi – gli disse vergognandosi.
- Lo studio è tenuto a darti tutto ciò di cui hai bisogno. Pranzo compreso. Domani ti mostrerò la mensa a cui facciamo spesso riferimento, quando abbiamo il tempo necessario per mangiare in modo decente.
Lo seguì con i sacchetti e li pose sulla scrivania libera da tutto. Il pc era stato messo da un lato e il planning di pelle tolto del tutto. Tirò fuori i tramezzini con mani tremanti. Ne porse uno a Marco, non sapendo cosa gli stesse dando. Un panino o la sua fiducia?
- Il succo è per te, bevi.
Imposizione maschile. Per una vita l’aveva cercata, desiderata. Era condensata nel volto di uno sconosciuto che le aveva pagato il pranzo, le ordinava di bere e mangiare. Perché, perché a distanza di tempo sentiva ancora la mancanza di un affetto così importante come quello paterno?
- Spero ti piacciano prosciutto e formaggio. Ti fanno bene all’umore e al tono muscolare.
- Mi stai dando della molliccia musona? Preferisco tonno e maionese – gli disse più per affermare qualcosa che altro. Ma fu lieta di vederlo sorpreso, fermo col boccone a spiarla.
- Tu, invece, mi stai dicendo che sarebbe meglio che ti chieda prima di ordinare?
Le labbra si srotolarono in un sorriso. Nell’ufficio c’erano l’odore del mare, l’afa dell’estate, il sapore dei tramezzini freschi e l’arroganza di un uomo sulla fragilità femminile. Sì, sorrise, le piacevano quei particolari. – Lo gradirei, sì.
Le restituì un sorriso e il giorno si fece più luminoso.

Il pomeriggio era ancora peggio del mattino. Era irrequieta. Restare chiusa in un ambiente nuovo per tanto tempo l’aveva sfiancata. Non aveva un posto suo dove mettersi, dove sentirsi a suo agio. Come se fosse in una camera di albergo sconosciuta. Spostò dei faldoni solo per fare qualcosa, rispose al telefono dicendo che non poteva accettare messaggi. Marco Della Rovere era impegnato in un colloquio con un cliente. Cosa strana, era uscito spesso per nulla. Solo per chiamarla. O per vedere dove si era nascosta.
- Perla, dove sei?
- Qui, le serve qualcosa?
- No, nulla di importante.
Non ci aveva messo tanto a capire che la stava controllando. Anche lui, come tutti gli altri. Entrò nel cucinino. Voleva un bicchiere di acqua. Solo quello. Invece aprì i cassetti, osservò i coltellini, le forchette di plastica, i piattini e i bicchierini per il caffè. Non poté evitarlo, fissò le lame. Le succedeva spesso di studiare gli oggetti negli ambienti nuovi. Ne soppesava la pericolosità, l’eventuale utilizzo alternativo. Ci si poteva scalfire con un piatto sbreccato. Con una ciotola di latta, col coperchio della scatola del tonno. Con un filo interdentale. Con i chiodini per i bigodini, con una scheggia interna al termosifone, con un’unghia rotta, con la grattugia…

- Cosa fai?


Saltò all’indietro e le cadde il coltello di mano. Non se ne era accorta ma lo stringeva tra le dita mentre pensava. - Nulla. – Sentirsi colpevole perché solo il pensiero era andato per un momento dove non doveva le mise un tremore dentro. Lo facevano tutti, lo facevano sempre e non se ne sentivano turbati. - Ho bisogno di un bicchiere di acqua. - Si piegò per raccogliere il coltello e riporlo nel cassetto. Doveva dargli spiegazioni?
- Danne uno anche a me.
Riempì due bicchieri, lei buttò giù il suo mentre Marco centellinava i sorsi. Lasciò il cucinino in fretta, l’avvocato in piedi che la trapassava a vista, tornando tra i faldoni e la polvere. Aveva lasciato la finestra aperta e il vestitino ondeggiò lieve. Le donne in costumi colorati si muovevano sulla riva. Lei non avrebbe potuto svestirsi o tutti avrebbero visto.
Alle sette era un fascio di nervi. Marconi sarebbe tornato di lì a poco, Adele aveva avuto il pomeriggio libero e lei e Marco si erano rincorsi per tutto il tempo. Lui controllava e lei sgusciava via, e non solo fisicamente.
- Prepara queste fotocopie e poi vai a casa. - Le rughe ai lati degli occhi, la tensione sulla bella bocca.
- Lo faccio subito. - Le mani tremavano più del dovuto. La fluoxetina doveva aver finito l’effetto e non aveva preso quella pomeridiana. Ogni sei ore doveva ingurgitare la “pillola della felicità” oppure il senso di inadeguatezza sarebbe riemerso. Già le serpeggiava dentro. Era un  campanello di allarme che aveva imparato a riconoscere.
Aveva solo tre fascicoli da rilegare a caldo e poi via, fuori di lì. Il suo primo giorno del suo primo lavoro era passato. In lei sembrava vi fosse stato un uragano. Parlare, muoversi, obbedire non erano comportamenti che riusciva a manifestare con naturalezza. Preferiva la quiete del suo bagno, dove poteva stare per ore senza vedere e sentire nessuno. Mise in fila i fogli e uno le scivolò tra l’indice e il medio. Il taglio della carta era dolce. Lineare e preciso. Il sangue colò molle sulla carta. Se ne stette a osservare lo scempio sui fascicoli. Bianco e rosso. Rosso e bianco. Una goccia dopo l’altra. Il bruciore era un amico conosciuto. Ma questa volta non voluto. Era stato un taglio accidentale.
- Cristo! Cosa cazzo fai?
Si sentì voltare come una bambola di pezza. La mano ferita tra quelle di Marco. La strattonava verso il bagno. Inferocito come non pensava potesse diventare un uomo equilibrato come lui. - Non devi. Non puoi farlo. Cosa ti è saltato in mente di tagliarti sul lavoro?
Il disinfettante bruciava e nel lavabo il sangue misto ad acqua gocciolò piano. Una pezzuola, una nuova spruzzata di disinfettante, il getto dell’acqua calda sulla carne. Sarebbe bastato un semplice cerotto a fermare il tutto. Invece lui la stava curando come se avesse ricevuto una sciabolata. – Non è nulla, è stato un incidente – sussurrò per vedergli in faccia l’incredulità.
Sentirsi trattare da bugiarda feriva sempre.
- Cosa cavolo stavi facendo? Lo sappiamo tutti quello che tipo di azioni compi. Non ti permetterò di tagliarti qui dentro. Mai, non lo farai mai. Non quando ci sono io con te. Cosa sei una… una malata? - La strattonava per le spalle, gli occhi grandi e spaventati. Perla aveva fatto paura a Marco Della Rovere, avvocato penalista super professionale. Il suo taglietto gli faceva una fifa blu. Il suo essere fragile faceva terrore.
- Guardati, sei diventata uno spauracchio.
Non sai com’ero prima. – È stato un incidente.
- Domani cosa farai? Userai il coltello? E dopodomani? Con cosa ti taglierai? Farò sparire tutto ciò che può ferirti.
Ecco di cosa la accusava. Di essersi tagliata volontariamente. Anche lo studio legale Marconi sarebbe diventato un posto “pulito”, senza pericoli. Nessuno immaginava con quante cose improbabili una persona come lei poteva crearsi un taglio. - No, non è così io…
- Farò togliere tutto, ma cazzo, un foglio di carta, io...
Si ritrasse, si sganciò alle sue mani, il tremore era salito e la frustrazione pure. Dal mattino combatteva con un malessere conosciuto: l’inadeguatezza, il senso di abbandono, l’insicurezza. Ora tutto era concentrato negli occhi di Marco. In lui trovò anche un pizzico di disprezzo. Disprezzo per quello che era. Le aveva chiesto se fosse una malata. Forse lo era, forse no. - Non è così. Questo non è un taglio come gli altri, questo…
- Lo dirò a Marconi e al tutor del progetto borsa lavoro. Ti rendi conto che hai avuto una grande opportunità? Se porti a termine l’incarico, tra due anni potrai chiedere di restare in altra veste. Il tuo curriculum conterrà una esperienza di lavoro effettiva. Se.. se non ti comprometti con… queste stronzate…
Perla sapeva che era difficile trovare le parole giuste per definirla. Sua madre ne era sempre a corto. Gli operatori sociali che la seguivano invece erano anche troppo schietti. Ogni comportamento aveva il suo nome preciso. Una malattia poteva fare meno paura se la si chiamava con un termine, se assumeva dei connotati chiari. La sua era scarificazione. -  Te lo mostrerò una volta sola e poi mai più. In modo da farti capire di cosa parli e di ciò che intendo io. – gli disse abbandonando il linguaggio impersonale, e si complimentò per il tono neutro che aveva usato anche se dentro tremava tutta.
Ebbe il potere di azzittirlo. Nulla importava tranne il desiderio di fargli capire che era stato un incidente. Perché fosse così importante non lo sapeva. Si scostò la treccia e gli mostrò una serie di piccole incisioni lineari sulla nuca. Lo sentì trattenere il respiro ma continuò con gli occhi bassi e la morte dentro. - Una sola volta – ripeté.
Sbottonò il vestito e lo sfilò dalla testa. Restò con le braccia alzate per fargli vedere altre strisce sotto le ascelle. Si tagliava, sì, ma il luoghi non visibili, dove non attirava l’attenzione di nessuno. In solitudine. La pratica della scarificazione urlava piano. Niente comportamenti eclatanti ma piccoli tagli sull’anima e sul corpo.
- Cazzo!
Staccò il reggiseno, il seno era piccolo e sodo. Lo si sarebbe potuto definire tenero nella sua delicatezza se solo le areole non fossero state contornate da una raggiera di cicatrici. Tutte sanate. Era precisa nel curarsi. In casa aveva tutto l’occorrente: punti di sutura, cerottini medicati, pomate e polveri cicatrizzanti. Era ossessiva non solo nel tagliarsi ma anche nel prendersi cura del taglio. - E qui. - Gli slip scesero. Si sedette sul piano di granito del lavabo e si aprì a lui. Quante volte si era mostrata ai dottori. L’avevano anche fotografata come prova per le nuove e le vecchie cicatrici. Linee, linee e ancora linee. Un intreccio verticale e orizzontale fino alle grandi labbra, le strisce nascoste dai peli chiari.
- Guardami una volta soltanto. Se avessi voluto tagliarmi non te ne saresti nemmeno accorto. Così sono fatti i tagli di cui hai paura, avvocato Della Rovere. Non questo. - Gli tese la mano col cerotto sproporzionato rispetto alla ferita. - Ora voltati, voglio rivestirmi.
Lui non lo fece e Perla si coprì in fretta. Gli lanciò uno sguardo birichino, le ciglia ammiccanti e dolci. – Ah, dimenticavo, mancano questi. - Sfilò le ballerine e gli fece vedere la pianta del piede.
Da tempo aveva imparato a leggere nell’altro. Lui muoveva un muscolo della guancia come se la stesse stritolando tra i denti. Aveva paura di lei. Ora si era mostrata. Non poteva sopportare un altro giorno pieno di diffidenza. Se dovevano lavorare insieme era meglio che comprendesse che, mai e poi mai, avrebbe esibito i suoi tagli per ricevere attenzione. Li faceva in solitaria. Ed era da più di un anno che non ne cercava il conforto.
- Perché vuoi morire, Perla?
Pulì col palmo della mano la lastra di granito del lavabo, togliendo l’invisibile impronta delle natiche.              - Oh, mio Dio, no! Mi tagliavo proprio per non morire, non lo capisci?- No, penso di no.
Era turbato, sconvolto, la pelle e le spalle rigide. Si erano rincorsi per tutto il giorno. In lui il biasimo e il controllo, in lei la voglia di scioccarlo e tornare libera. Ora cosa aveva combinato? Da sempre era stata considerata un insetto raro. Aveva mostrato il suo corpo alla indifferenza della madre e poi all’assenza di suo padre. Aveva ottenuto un percorso di terapia presso i servizi ASL. Ora mostrava tutto a Marco Della Rovere, ma perché l’aveva fatto? Partire ad armi pari, combattere con la stessa apertura mentale. Si era svelata del tutto, ora toccava a lui fare un passo in una qualche direzione.
- Vai a casa, Perla.
Annuì non vedendo l’ora di tornare all’aperto, all’umidità della notte estiva, alle stelle pesanti nel cielo nero. Quando raggiunse il portone centrale chiuse le palpebre e inalò l’odore del mare, il cicaleccio delle madri che tornavano in bici con i bimbi, la sabbia scricchiolante sotto la suola delle scarpe. La zona residenziale era la più ricercata della città, dritta dritta sul lungomare. Questo le era di conforto?

Si volse nel letto. Si scoprì dal lenzuolo. Nascose la testa sotto il cuscino. Aveva mostrato a Marco Della Rovere le cicatrici del corpo. Lui l’avrebbe compatita.

Respirare e respirare. Preferiva lasciare la finestra aperta e sentire i rumori della marina. Non sapeva dove avesse trovato la forza per alzarsi e tornare a lavorare, quel mattino. Il suo secondo giorno non poteva essere peggio del primo. O forse sì?
Adele era stata indaffarata tutto il giorno. Avevano consumato il pasto nel cucinino, in silenzio. Marconi entrava e usciva dallo studio e le aveva rivolto un gran sorriso vedendo la scrivania sempre meno ingombra di faldoni e pratiche che lei rimetteva in ordine. I coltelli erano ancora al loro posto. Marco non si era fatto vedere. A sera era filato tutto liscio. Aveva conosciuto una praticante che era subito sparita nell’ufficio di Marconi. Con le sue poche cose in mano, borsa e occhiali da sole, Perla lasciò lo studio dietro permesso di Adele.
- Signorina Ciarelli, mancano dieci minuti alla fine dell’orario di lavoro. - Marco stava entrando il quel momento e le tenne la porta aperta. La giacca buttata su una spalla e la cravatta allentata. Anche in estate il loro abbigliamento restava formale e troppo abbottonato per la calura. Ingoiò il groppo. Non era sotto esame. Nessuno la stava incolpando di avere fatto… ciò che aveva sempre fatto.
– Il dottor Marconi mi ha detto che potevo andare. - Forse l’aveva vista sfinita. Forse non la voleva più attorno. Di fatto era stata congedata in anticipo con un bel sorriso e un grazie della collaborazione dal capo e con sollievo si era decisa a tornare a casa. - Non è venuto a lavorare, quest’oggi.
- Ho altri luoghi dove svolgere i miei compiti. Non sono vincolato alla scrivania.
Non si spostava e Perla dovette scendere a compromessi. Accetto di passare sotto il braccio che lui stava usando per tenerle il portone aperto. Erano così diversi. Lui importante e scuro. Lei sottile e sbiadita. Cercò in lui qualche elemento che li riportasse al giorno prima, al momento in cui, priva di paletti emotivi, si era denudata e lo aveva schiaffeggiato con i suoi tagli nascosti.
- La puntualità è una dote - le disse sottovoce quando gli strisciò al fianco.
- Lo ricorderò, signore. – Scivolò via desiderando ciò che non avrebbe mai più dovuto fare.

- Intanto metti a tacere le dicerie. Non voglio che si sappia una cosa del genere. È troppo fragile.
Dobbiamo proteggerla il più possibile. La vedi com’è…- Il capo e Della Rovere uscirono dallo studio principale. Entrambi si fermarono vedendola entrare nel loro campo visivo. Gli occhi di Marco corsero all’orologio. Si era accorto che era in anticipo di quindici minuti. Era una offerta di pace. Forse una richiesta di perdono. Ma in lui non vide compiacimento, solo pregiudizio.
Perla non era mai stata una che non voleva fare nulla. Semplicemente non era stata in grado di fare qualcosa. Ora che stava scalando i farmaci e i colloqui col terapeuta erano stati dilazionati nel tempo, poteva iniziare a sentire la vita. La relazione sbilanciata intessuta con i genitori sarebbe sempre rimasta tale, ma in quel momento aveva la capacità di capire. Non di giustificare ma di comprendere i suoi comportamenti e considerarli per quello che erano: un urlo silenzioso.
- Puoi venire nel mio ufficio, Perla?
- Certo, avvocato Della Rovere. – Abbandonò la borsa sul ripiano di una scrivania. Aveva scelto un tubino di chiffon che la faceva sembrare più dolce. Si era anche truccata nascondendo con un colpo di matita il taglio sottile che si era fatta tanto tempo prima tra ciglia e palpebra mobile. Un filetto che solo qualcuno a contatto col suo viso avrebbe potuto vedere.
- Siediti.
- Grazie.
Gli avvocati dovevano avere un gusto sobrio nel vestire e nell’arredamento degli uffici. Scrivanie grandi e legno pesante, scaffali con oggetti di passioni inutili che nulla avevano a che fare con la legge. Marco sfoggiava un modellino di catamarano, un microscopio probabilmente antico, una collezione di medagliette di forgia e fattura a lei sconosciuti in una bacheca chiusa a chiave. Qualche tomo di giurisprudenza e tante penne. Tante, tante penne in un portapenne di pelle scura.   
- Da oggi in poi sarò io a supervisionare il tuo lavoro. In questo periodo Marconi sarà assente e vuole ce tu faccia riferimento a me. Ti indicherò cosa fare e che tipo di mansioni svolgere. Non sarai sola né senza cose di cui occuparti.
- Va bene. Sono a vostra disposizione. – Taglio, disinfezione, sutura. Taglio, disinfezione, sutura. Il procedimento era sempre lo stesso. Ne aveva voglia. Affidarsi a Marco della Rovere era una cosa nuova. Ogni novità andava tagliata, disinfettata e suturata.
- Se dovessi avere dei problemi devi venire da me. Immediatamente. Se mai dovessi… avere bisogno…
Perché quell’inflessione prima della parola bisogno? Perché ogni volta il senso di giudizio altrui le spezzava la spina dorsale? – Va bene. – Era l’unica cosa da dire, probabilmente dettata dalla fluoxetina che dava impulsi sensati al suo cervello.
- Stai bene, Perla?
Che tono dolce poteva assumere la voce di un uomo! - Sto bene - ripete ma si sentì tagliata in due.
- Non ammetterò comportamenti particolari nello studio. Voglio la massima professionalità. Da tutti.
Faceva parte di quel “tutti”? Forse, il tutti a cui si riferiva Marco comprendeva solo lei. Strinse tra le dita il cerotto che lui le aveva messo la sera prima. Non lo aveva tolto nonostante non ne avesse più necessità. Nessuno l’aveva mai curata. Nessuno.  
- Mi aiuterà nonostante ciò che le ho mostrato? – Dargli del tu era troppo invadente. Solo mentre si denudava era riuscita a sentirlo davvero vicino. Non lo abbandonò con gli occhi anche quando lui si ritrasse.
– Io non ho visto nulla.
Comprese che per lui era meglio negare. Quella Perla non era degna di essere toccata. La Perla che si tagliava doveva essere dimenticata e in fretta. Poteva accettarlo. No, non poteva. - Certo.
- Vuoi dirmi qualcos’altro, Perla?
- No, per me va bene così. Oggi devo finire di sistemare i faldoni negli scaffali, e Adele mi ha messo a disposizione un portatile per le relazioni.
- Allora puoi andare.
Sfuggì ai suoi occhi, evitò di scivolare sui capelli scuri che la invitavano ad arricciarvi le dita. Si strinse nel pugno la treccia che ogni giorno incatenava i suoi capelli sfiniti. Lo stanzino era assolato. Qualcuno aveva spalancato la finestra così come le piaceva. Ora che se ne accorgeva, anche i condizionatori erano stati abbassati e la temperatura era diventata più vivibile. Marconi si era tolto la giacca e Adele aveva smesso l’immancabile golfino.
Però Marco aveva insabbiato la vera Perla. Lui cosa era? Una conchiglia incontrata per caso con cui intaccare la carne, un sassolino portato dal mare che avrebbe potuto rompere per ricavarne una lama tagliente, un granello di sabbia che le negava il suo lato affilato? Marco era l’autorità che aveva da tempo cercato.
Lavorò col senso di insoddisfazione piantato in gola. Parlò con una tirocinante, rispose al telefono quando Adele si assentò per preparare dei caffè. Si mosse per lo studio più sicura, senza soffermarsi troppo a studiare gli oggetti che, in passato, avrebbe potuto usare per scalfirsi. A sera era di nuovo stremata. Il controllo prolungato sui suoi comportamenti era feroce e il bisogno di allentare i contenimenti impellente.
- Perla, puoi venire da me?
- No, non posso. Ecco… sì, arrivo! - Il bisogno di negarsi a lui era stato troppo forte. Aveva bisogno di nascondersi ai suoi occhi. Lui l’aveva vista nuda e non si riferiva solo agli abiti. Lo seguì nell’ufficio. Non si sedette.
- Sei stremata.
Le sembrò un pugno nello stomaco. Aveva nascosto i suoi stati d’animo. L’avvocato Marconi e Adele non avevano notato nulla. - Sono stanca. Tra dieci minuti andrò a casa a riposare. Non sono abituata a essere operativa tutto il giorno.
- Hai necessità di interrompere gli impegni continuativi?
Se diceva sì rischiava qualcosa?
- Perché non sei venuta a dirmi che avevi bisogno di staccare?
Si torse le mani, se le nascose dietro la schiena, oscillò da un piede all’altro. - Questa non è una clinica per malati. Devo lavorare e attenermi ai compiti. Come fate voi tutti.
- Perché non sei venuta a dirmi che avevi bisogno di staccare?
Era implacabile. Cosa doveva rispondergli? – Non sei il mio terapeuta, io non ho…
- Perché non sei venuta da me a dirmi che avevi bisogno di staccare? - Le si pose dinanzi. La camicia arrotolata sulle belle braccia. Le mani conserte, gli occhi fissi alle sue bugie.
– Non sono debole. È fisiologico avere dei momenti down. Devo solo abituarmi al nuovo contesto. È difficile come tutti gli inizi.
- Hai avuto voglia di tagliarti?
Le arrivò l’aroma di colonia e il sapore del mare. Le si posarono sulla bocca socchiusa a trovare aria. Lo schiaffo delle parole le bloccarono il respiro in gola. - No… io… no, non ne ho avuto.
- L’hai fatto?
Fece un passo indietro e lui uno in avanti. Era aggressione fisica, invasione dello spazio personale. – Non lo faccio da tempo, dottor Della Rovere.
- Quand’è che ne hai voglia?
- Cosa? – respirava a fatica.
- Quand’è che hai più voglia di farlo? Quando ti sgridano? Quando sei triste? Quando hai paura? Quando sei con me?
Che cosa assurda! Lui si limitava a elencare situazioni standard che non la toccavano per nulla.
Notò che anche nell’ufficio di Marco le finestre erano spalancate, e la luce del sole estivo fu un toccasana per la sua stabilità. – Quando vengo ignorata. Quando nessuno mi vede anche se gli sbatto contro.
Quando Perla Ciarelli non ha consistenza. Perla non è degna di essere amata.
In quei momenti il taglio, il sangue, il dolore, la riportavano al qui e ora. Alla realtà corporea e non mentale. Al sentire fisico e non emotivo. Perché aveva scelto quel metodo di comportamento deviante non lo sapeva. Era semplicemente cominciato. Ora il bisogno fisico del taglio era finito. Perlomeno era salito a un livello più alto, mentale, ma lì lo poteva controllare perché lo riconosceva e, in qualche modo, lo soffocava. Grazie alle terapie cognitiviste non aveva più bisogno di vivisezionare la pelle, la carne, i muscoli, i tendini, le vene e i capillari. Ora sapeva, e sapere era già una guarigione di per sé.
- Ogni volta che avverti il bisogno di farlo verrai da me – le ordinò senza staccarle lo sguardo dagli occhi. Scuri e chiari si mescolarono.
 Cosa le stava chiedendo? Andava al di là del compito lavorativo.
- Sarò io a tenerti tra le mani, Perla. Tu non lo farai più perché io non te lo permetterò. Non permetterò che nessuno ti ignori. E se avrai bisogno di tagliarti sarò io a farlo.
Gonfiò il petto, si svuotò, tornò ad ansimare. - Perché, avvocato Della Rovere?
- Non lo so lo scoprirò, Perla. Ti insegnerò io. Hai voglia di un taglio?
Certo che ne aveva voglia ma non poteva ammetterlo.
- Dammi il tuo braccio.
I suoi occhi l’avevano tradita. Glielo concesse, senza sapere perché, ma riconoscendo in lui l’essere degno di fiducia che l’aveva controllata attimo dopo attimo dal loro primo incontro. Marco era il braccialetto elettronico per un detenuto, il collare per un cane desideroso di libertà. Eppure Perla aveva un disperato bisogno di una presenza così asfissiante. Lei doveva colmare tante di quelle lacune!
Il suo polso fu imprigionato, il pollice di Marco le carezzò le vene azzurrognole sotto il palmo. Con l’unghia lui salì fino al gomito e poi, con un colpo secco, la graffiò. Sussultò.
Lui l’avrebbe aiutata o forse affossata.
Con la voglia di stringerlo a sé gli concesse la sua fiducia.


FINE


CHI E' L'AUTRICE
EMILIANA DE VICO (1973) vive in un paesino nell’entroterra abruzzese, insieme al marito e ai due figli. Laureata in scienze sociali, lavora presso i Servizi Sociali di zona. Appassionata di romance, approccia questo filone dall’adolescenza. Alcuni suoi racconti sono contenuti in antologie della Delos Books a cura di Franco Forte (365 Storie d’amoreSpeciale SFIl Magazzino dei Mondi 2).Vincitrice della terza edizione di “La vie en rose” 2012 con Indaco. Il racconto Rose sui tratturi è stato segnalato dalla giuria del Premio Romance 2013 indetto da Mondadori. Ha scritto diversi racconti per la collana Senza Sfumature di Delos Digital e per Sperling Privè

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27 commenti:

  1. Racconto duro, ma che nasconde la speranza. Molto bello, a tratti commovente.
    Complimenti, Emiliana :-)

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  2. Che bel racconto, Emiliana! L'ho iniziato e non sono più riuscita a staccarmene fino alla fine. È commovente fino alle lacrime, ma anche pieno di dolcezza e di speranza. Come le storie che piacciono a me. Grazie per avermi intrattenuta con questa storia meravigliosa che avrei voluto non finisse mai. A proposito... ci sarà un seguito?

    RispondiElimina
  3. Cara consorella Emiliana, mi piacciono molto i tuoi temi "difficili", affrontati però con ottimismo, in più il racconto è scritto benissimo. Mi accodo alla richiesta di un seguito. Che la Dea ti benedica

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  4. Mi è piaciuto molto. Ci sono due brani scambiati di posto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Abbiamo sistemato, grazie Babette per la segnalazione!

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  5. Come si commenta un racconto cosi?
    Bello è troppo riduttivo e non esprime il mondo di emozioni che mi hanno suscitato dentro i pensieri di Perla. Lo stomaco che si stringe e il cuore che batte più veloce ogni volta che Marco le si avvicina e semplicemente le chiede se va tutto bene.
    Gesti e frasi semplici che si esprimono tutto, parole non dette che in questo caso valgono più di fiumi di dichiarazioni.
    Peccato termini troppo presto, sarei rimasta ore a leggere :-)

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  6. Non è facile scrivere un commento a questo racconto il tema trattato non è facile ma Emiliana é riuscita a descrivere i sentimenti e i pensieri di Perla in modo magistrale talvolta in modo duro come lo svelarsi di Perla e talvolta iin modo dolce come l'interessamento dell'avvocato per Perla. Bello e peccato perché terminato troppo presto. Ma é un racconto ed é giusto così ma attendo un seguito alla prossima summer loving .....

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  7. Una storia davvero toccante, ma peccato, troppo breve: mi sarebbe piaciuto leggerne ancora. Complimenti a Emiliana...

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  8. Che gentili, che siete! Vi ringrazio per le belle parole. So che è un argomento complesso e ho voluto provare per vedere la reazione dei lettori. La mia intenzione è di farne un romanzo lungo e per questo sto studiando la scarificazione. Grazie al blog che mi ha permesso di testare le mie idee stravaganti e fuori linea.
    Emi.
    Emi

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  9. E come si commenta un racconto così? Davvero mi sembra di aver ricevuto un pugno allo stomaco. Tutta colpa dell'ottima caratterizzazione. Si percepisce il denso vuoto emotivo di Perla, il suo rifugiarsi nel dolore, un dolore controllato, nascosto ma sempre presente, da cui cerca di guarire.
    Sono onesta, io non capito molto il finale. Perla decide di fidarsi, di abbandonarsi alla cura dell'uomo, ma l'avvocato non le fa del male con quel taglio? Non rischia di farla precipitare di nuovo? Non so, il personaggio maschile mi è rimasto enigmatico.

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    Risposte
    1. Sì, vero. Ho lasciato il finale in modo ambivalente, ma avevo bisogno di un aggancio per continuare. E poi, lui non la taglia ma la graffia. Quel gesto li legherà nel bene e nel male. Lui può diventare il suo aguzzino. Oppure no. Vedremo.
      Emi.

      Elimina
  10. All'inizio della lettura la tematica forte affrontata nel racconto mi ha un po' spiazzata, ma poi sono rimasta conquistata dall'intensità dei personaggi e dalla delicatezza con cui nasce l'interesse romantico. Molto bello il protagonista maschile: rigido e tenace, ma anche attento e premuroso.
    La parola fine è arrivata un po' a tradimento visto che ormai ero lanciatissima nella lettura, per cui sono davvero contenta che il racconto diverrà un romanzo lungo ^_^

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    Risposte
    1. Evviva le Emi con la "i" e con la "y". Grazie tante.

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  11. Complimenti, un bellissimo racconto. Dolce, straziante, profondo e complesso che denota una grande sensibilità da parte dell'autrice. Molto bella la prosa. Speriamo di poter leggere presto il romanzo, magari anche cartaceo.

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    Risposte
    1. Un cartaceo? E chi mai mi pubblicherà!
      Emi

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  12. mamma mia, un racconto bellissimo, ma di un crudo da far paura.... il tema è decisamente complesso e difficile, ma è stato affrontato con cura e rende proprio la difficoltà della protagonista nel cercare di affrontare il suo comportamento deviato.
    un bel bacio mi avrebbe permesso di staccarmi con più facilità da questo racconto che mi ha letteralmente sconvolto...

    RispondiElimina
  13. Come al solito Emiliana riesce a spiazzarci con i suoi personaggi borderline che bucano le pagine e ti sconvolgono. Ci vogliono coraggio e una grande sensibilità per affrontare certi temi, oltre a una buona dose di bravura nello scrivere, naturalmente! Complimenti!

    RispondiElimina
  14. Anna Joy French è qui con noiiiiii! :D Grazie per avere lasciato un commento. Mi piace spiazzare la gente. Grazie grazie grazie.
    Emi

    RispondiElimina
  15. Complimenti, hai reso benissimo Emiliana.Keihra

    RispondiElimina
  16. Lacrime non disposte a scendere per solidarietà ai personaggi forti, intimi di questo bellissimo racconto.
    Complimenti.
    Antonella_78

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  17. Sono partita lentamente poi ne sono rimasta rapita e coinvolta. Un racconto che fa pensare, con tutta la sua carica di sofferenza ma anche di speranza. Veramente bello. Complimenti.

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    Risposte
    1. Sono felice che ti sia piaciuto. Emi

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  18. Mi sono già complimentata altre volte con Emiliana, mi piace la sua scrittura e mi piacciono i suoi temi.
    Questo racconto mi ha colpito molto, come già detto vorrei tanto un romanzo

    RispondiElimina
  19. Grazie di cuore. Ti toccherà sorbirti, prima o poi, l'intero mattone :P Emi

    RispondiElimina
  20. PERLA e la sua sofferenza mi sono piaciute moltissimo..... il suo bisogno di essere "vista"....... la scance che le da la vita...ponendole davanti chi la guarda e non solo fuori.... marco che la graffia per essere il suo ....tutto???? come avrei voluto che continuassi a farceli vivere.....non posso immaginarli perche PERLA miporta indietro di troppi anni che non voglio ricordare.... spero proprio che tu continui a scrivere di lei ....... saluti

    RispondiElimina
  21. Sì, Marco può diventare il suo tutto. Non era mia intenzione farti male, né farne a nessuno. Questo è il brutto delle mie storie! Grazie per avermi letta e commentata. Perla avrà una storia tutta sua. Emi.

    RispondiElimina

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