TORMENTO D'ESTATE di Velo Nero



  Beatrice stava guardando fuori dalla finestra in cerca dell’illuminazione.
  La data della consegna si stava avvicinando e non aveva che degli abbozzi. Uno degli editori con cui collaborava le aveva commissionato la copertina per un romance storico, “Tormento d’estate”, che avrebbe dovuto uscire a giorni.
  Doveva leggere qualcosa, oltre al riassunto, giusto per farsi un’idea e cogliere qualche elemento che evocasse i punti salienti della trama, ma non era dell’umore adatto per immedesimarsi in quella roba sdolcinata, di sicuro non dopo la lieta novella che le era stata riferita con perfida solerzia.
  Edo, il giorno prima, era diventato padre felice di un florido maschietto di tre chili e quattrocentoquaranta grammi.
  Camilla si era premurata di telefonarle per riportare ogni più piccolo particolare e, oltre al peso, conosceva il nome, Giovanni come il nonno paterno, gli indici di Apgar e la descrizione minuziosa del cesareo pianificato da mesi per salvare la giovane puerpera da dolori devastanti.
  Doveva distrarsi e anche se non era per nulla ispirata, prese a sfogliare le fotocopie rilegate a spirale. Cominciò a leggere in un punto qualsiasi delle prime pagine... ...

... ... Arthur Reddish uscì dalla chiesetta di campagna seguendo la piccola folla che si sarebbe riunita sul sagrato per spettegolare sulla predica del nuovo curato.
  Questa volta era molto interessato ai vari commenti perché aveva affidato il beneficio della parrocchia al suo più caro amico, George Innes, suo compagno a Eton e poi a Cambridge.
  Desiderava sul serio che il suo amico facesse buona impressione sul vicinato perché, da che suo padre era morto e lui aveva preso in mano la gestone della tenuta, nulla sembrava andare bene alla gente del posto.
  Si aggiustò il cilindro sulla fronte e inavvertitamente incespicò contro la donna davanti a sé che si era fermata di scatto, sorpresa da una folata di vento. La ventata improvvisa le aveva strappato la cuffietta, evidentemente non assicurata dal nastro.
  Arthur afferrò il copricapo svolazzante e lo porse alla signora che si stava voltando. Per un attimo gli mancò il respiro: due grandi e luminosi occhi nocciola lo stavano fissando allegri e divertiti. La proprietaria del cappello stava ridendo, il nasino arricciato e la bocca spalancata. Era incantevole, così carina da togliere il fiato e la parola.
  «Grazie, signore» cinguettò allegra e imbrigliò i ricci nella cuffia, prima che il vento le distruggesse definitivamente l’acconciatura.
 “Anche la voce è melodiosa” si disse Arthur, che la stava ammirando ancora inebetito. «È stato un piacere, signorina. Signorina...?» Era stato più forte di lui e anche se era molto sconveniente, sperava ugualmente che lei si presentasse.
  «Aline?!» Una signora elegante stava richiamando quella giovane. Chi era? La conosceva? Sembrava... Sì, era proprio Lady Rutherford, la moglie di Sir John. Che cosa ci faceva a Twyford?... ...

... ...Beatrice voltò due, tre pagine per trovare il punto e sapere in anteprima che cosa ci facesse a Twyford Lady Rutherford e soprattutto per sapere chi fosse la misteriosa ragazza dal cappellino svolazzante. Dopo aver capito che Aline era la figlia minore della signora in questione nonché la fidanzata del reverendo George Innes, amico di vecchia data del protagonista, riprese a leggere... ...

... ... Arthur continuava a guardare incantato la giovane seduta sul divano grande del suo salotto, non poteva avere più di vent’anni, pensò, ed era di una bellezza... una bellezza... non aveva paragoni per descriverla. Inoltre non era timida e impacciata come le giovinette di quell’età, anzi era spigliata e la sua conversazione brillante.
  Non le aveva staccato gli occhi di dosso.
  In quel momento stava pensando con disappunto alla fortuna del suo amico.
  E alla sua stupidità.
  George era venuto a fargli visita a Ruscombe Manor dopo pranzo espressamente per presentargli la fidanzata. Ovviamente c’erano anche i futuri suoceri.
  Conosceva da sempre Sir John con cui aveva frequenti contatti per via di alcune proprietà confinati. In verità Rutherford gli aveva parlato di sua figlia, probabilmente con l’intento di trovare un possibile pretendente, ma lui, nonostante conoscesse l’importo della dote e i possibili benefici derivanti da un’unione tra proprietari di poderi limitrofi, aveva sempre evitato di incontrare la ragazza.
  Ora se ne stava pentendo amaramente.
  Anche Sir John non sembrava entusiasta di quell’unione, ma Lady Rutherford, di forte fede e simpatie metodiste, era felice all’idea che la figlia si sistemasse con un ecclesiastico per giunta dalle prediche progressiste.
  E Lady Rutherford aveva sempre l’ultima parola a Woodley House... ...

... ... «Come si fa a leggere ancora questa roba? Ma chi è: Liala?» A Beatrice uscì un commento a voce alta, fortuna che viveva da sola e suo padre, dalla casa accanto, non poteva sentirla. «Anche il titolo fa schifo! Ma che cos’è: una telenovela brasiliana?» continuava a borbottare. «Non lo sa, questa, che Regno di Sardegna e il Granducato non esistono più? L’hanno informata che hanno unito l’Italia? Ma come parla, come scrive? E io che mi lamentavo del Manzoni» biascicò e saltò ancora qualche pagina, giusto per evitarsi tutto il corteggiamento di Mr Arthur Reddish a Miss Aline Rutherford all’insaputa dell’amico George Innes... ...

... ... «Vi prego, Aline, sistemerò ogni cosa, ma dovete accettare la mia proposta. Parlerò io con George. Accettate, vi prego. Vi amo, desidero che diventiate mia moglie. Io vi imploro».
  «Ho dato la mia parola, Mr Reddish. Non ha valore, per voi, la parola di una donna?» domandò Aline tremante.
  «Posso paragonare il valore di una promessa a una vita d’infelicità?» ribatté lui, inginocchiato ai piedi della ragazza, al centro del salone di Woodley House.
  «E l’amicizia? Non ha significato, per voi, un tale sentimento? Come potremmo calpestarla in questo modo?»
  «Ha un immenso valore, l’amicizia, ma niente, niente vale più di voi. Sono disposto a calpestare tutto: onore, famiglia, denaro, prestigio e sì, anche l’amicizia. Per voi tutto, perché so, io lo so, che anche voi mi amate. Amate me, non lui! Lo so dai vostri sguardi, dai vostri sorrisi. I vostri rossori non m’ingannano».
  «Non posso, signore, non posso... Il buon nome della mia famiglia... L’onore... Mia madre...» balbettò tremante. Aveva le lacrime agli occhi.
  «Avete fatto uno sbaglio ad accettarlo, avete commesso un errore dettato dalla gioventù e dall’inesperienza» insistette Arthur. Si levò in piedi e l’afferrò per le braccia. «Nessuno vi condannerà per questo».
  «‘Io’ mi condanno, signore».
  «Aline, porrò rimedio al vostro errore, ma non obbligate entrambi a una vita d’infelicità, vi prego» continuò incalzante e la avvicinò a sé, lasciando ancora un po’ di distanza fra loro.
  «Errore? Perché  parlate di errore?» Ormai le lacrime le scendevano copiose lungo le gote.
  «Allora dimmi che non mi ami, che ami lui e non me. Dillo, Aline!... Dillo!» Lui la stava scuotendo, voleva una risposta. Doveva a tutti i costi avere la sua confessione.  
  Aline voltò il capo per non guardarlo ed evitare di rispondere ma Arthur le prese il viso tra le mani e coprì la bocca umida di lacrime con la sua. La strinse forte, in un abbraccio infinito, senza staccare le labbra da quelle di lei, cucendole insieme in un bacio che avrebbe tanto voluto divenisse eterno.
  Aline non resistette e si lasciò andare. Si abbandonò al suo abbraccio, anzi sollevò una mano per accarezzargli il viso.
  Lo amava, certo che lo amava. Avrebbe calpestato onore e decoro per lui, per loro.
  Aveva ragione Arthur, pensò Aline, molto meglio affrontare il biasimo di tutti e apparire agli occhi del mondo come una stupida civetta volubile e frivola piuttosto che vivere una vita d’infelicità lontano da lui.
  «Va bene» concesse, quando finalmente si staccarono da loro bacio. «Accetto, diventerò vostra moglie, ma sarò io a parlare con George. Almeno questo, glielo devo»... ...

... ... “Ma... non capisco” si disse Beatrice, che stava continuando a leggere il racconto a spizzichi e bocconi. “Alla fine Aline ha sposato il reverendo. Probabilmente ho saltato troppe pagine, però mi sembra proprio che non spieghi il perché abbia scelto George invece di Arthur: sarà meglio che stia più attenta, altrimenti
capisco poco e niente”. Lesse ancora qualche pagina, riafferrò il senso del discorso; aveva intuito che Arthur Reddish se ne era andato a Londra per smaltire la rabbia e non assistere al matrimonio della sua bella con l’amico. “Bell’amico, comunque” pensò Beatrice disgustata. “La donna di una amico è sacra, non si tocca e George è arrivato per primo, quindi è giusto così”. Lesse distrattamente di feste, balli e ricevimenti che la Stagione londinese aveva offerto all’affrantissimo Mr Reddish. Beatrice aveva prestato solo un po’ più di attenzione a tutti i piani più o meno diabolici ideati dalle signorine del bel mondo per accaparrarsi le fortune dell’aitante scapolo e gli escamotage pensati da Arthur per sventarli. Finita la Stagione, all’inizio dell’estate, Mr Reddish era tornato a Twyford per dedicarsi alla gestione delle sue vaste proprietà e aveva rivisto l’indimenticata Aline... ...

... ...Aline bussò alla porta del piccolo cottage. La signora Maddox abitava fuori dal paese, in un luogo isolato al limitare del bosco. La ragazza andava a farle visita quasi tutti i giorni con la scusa di portare una fetta di torta, qualche mestolo di minestra o un po’ di frutta per accertarsi così che la donna, troppo anziana per vivere sola, stesse bene. Le visite facevano parte delle incombenze della moglie del pastore, ma lei aveva una simpatia particolare nei confronti di quell’attempata signora.
 La porta si aprì, Aline sussultò quando riconobbe chi le avesse aperto. Fece per voltarsi e scappare ma lui la afferrò per il bracciò e la tirò dentro.
  «Devo parlarti, non puoi continuare a evitarmi» le mormorò Arthur concitato, sempre tenendola per il gomito.
  «Dov’è la signora Maddox?» domandò lei, volgendo intorno gli occhi spaventati alla ricerca di una figura amica.
  «Non è qui, non preoccuparti per lei, guarda me. Siamo soli. Stai tranquilla, nessuno sa che sono qui, dobbiamo parlare». Arthur le prese dalle mani il cesto con le vivande, lo depositò sul pavimento dell’ingresso e la condusse nel minuscolo salotto.
  «La signora Maddox sarà qui a momenti...»
  «Non preoccuparti per lei, sta bene e tornerà quando io vorrò che faccia ritorno. Era la mia balia» disse, a spiegare in una sola parola la compiacenza di quell’incontro.
 «Io...»
 «Vieni qua» e la fece sedere accanto a sé su un vecchio divano consunto che portava il ricordo di un’eleganza passata. «Non ti chiederò ora il perché della tua scelta: non voglio sapere». Arthur chiuse gli occhi per scacciare quel ricordo spiacevole. «Hai detto di amarmi. Io voglio sapere se quel sentimento è ancora vivo o se era solo una pietosa bugia per ingannarmi... se era uno scherzo infame per torturarmi.»
 «Scherzo infame!» sbottò Aline risentita.
 «Certo: infame. Infame! Non si possono dire certe cose a un uomo. Non è giusto illudere un cuore innamorato, prospettargli un tal miraggio di felicità per poi farlo precipitare nell’inferno di un’infinita solitudine. Quindi sì, infame! E non ti perdonerò quest’ignominia solo perché possiedi il cuore volubile di una donna...»
  «Cuore volubile?» lo interruppe. «Che cosa sapete voi di quanto volubile sia il mio cuore?» Aline aveva le lacrime agli occhi. «Voi, piuttosto, che avete anteposto le vostre passioni all’amicizia, voi che mi avete attirato qui, proprio voi siete imperdonab...» Non riuscì a finire, le sue parole furono inghiottite dalla bocca avida di quell’uomo che invadeva la sua, con un’urgenza, una smania che la lasciarono senza fiato. Non riusciva a respirare, serrata fra le braccia possenti che la stavano abbracciando, avviluppata in spire sempre più fitte.
  «Lasciatemi, vi prego» riuscì a mormorare quando le labbra di lui cercarono avide la pelle di seta del suo collo. Aline continuava a fare resistenza anche se il ricordo dei baci passati si stava facendo largo a minare la volontà di resistergli.
  «Lasciarti?» le ruggì all’orecchio e addentò il lobo con forza, per farle male. «Mai! Mai! Hai capito? Mai!» e le fece sentire la pressione del proprio corpo sdraiandosi su di lei. La sua mano si insinuò tra le gambe, facendosi largo tra la stoffa leggera del suo abito estivo. Aline serrò le cosce, non aveva indossato neppure i tubi della decenza ed era scoperta ai suoi assalti. A nulla valsero i suoi sforzi e i baci sempre più umidi, le carezze sempre più insinuanti, i morsi e gli ansiti stavano pian piano privando Aline di ogni capacità di contrastarlo.
  «Io non ti lascio, tu sei mia, mia» le abbaiava all’orecchio in una litania continua. «Ora lo capirai che sei mia... mia...»
  Aline cercava di combattere, ma non contro di lui, contro se stessa, contro la tentazione di infilare la dita tra i suoi capelli, stringerlo a sé, forte, come lui stava stringendo lei. Stava lottando strenuamente per non rispondere a quel bacio di cui ricordava così bene il sapore. Sapeva quali effetti devastanti avrebbe procurato sul suo animo in tormenta rispondere a quel bacio: brividi, tremori, morsi al ventre che mai, mai una volta, era riuscita a placare, neppure con il contatto intimo e frequente che la notte suo marito pretendeva da lei. Con George rimaneva ferma ad aspettare che lui finisse, sperando che non insinuasse le mani ad accarezzarle i fianchi, e poi il seno, perché quel fastidio misto a piacere accendeva in lei desideri che immancabilmente la lasciavano delusa. Non riuscì a trattenere i tremori del proprio corpo che, traditore, vibrava a ogni tocco.
  Dischiuse le labbra a ricevere la sua bocca, come un tempo.
  Non aveva dimenticato proprio niente di lui, né le carezze né i baci e tantomeno il suo cuore aveva dimenticato la promessa... ma aveva obbedito alla sua coscienza, facendo ciò che era giusto.
  Non c’era niente di giusto in quello che stavano facendo in quel momento, ma lo voleva troppo, con tutta se stessa... Voltò il capo di lato, chiuse gli occhi e aprì un poco le gambe, per offrirsi, arresa.
 Arthur emise un gemito profondo quando finalmente prese possesso di lei, quando affondò nelle sue carni. Non si era neppure tolto la giacca, accecato da un desiderio così feroce che lo stava consumando dal giorno che l’aveva veduta, sul sagrato della chiesa.
  Avevano scoperto solo quelle parti dei loro corpi indispensabili a ottenere il loro magico contatto.
  Il possesso... Arthur sentì il sangue irrorargli le tempie, invadergli la nuca e prese a muoversi con un ritmo forsennato, dettato dall’urgenza. Scese con la bocca a cercare i seni, coperti da strati e strati di cotone, l’abito, il corsetto, anche la camiciola riusciva a ostacolarlo. Usò le dita e la bocca per arrivare ad esporle un  capezzolo per poi succhiarlo con tutto il suo vigore, mentre continuava a muovere i fianchi per raggiungere il piacere.
  «Dimmi ora che non mi ami, dimmelo adesso!» gridò invasato al suo orecchio. «Dimmi che mi ami, dimmelo. Dimmelo, mia signora, dimmelo... dimmi cosa provi» continuava a ripetere ossessivo, «...dimmi cosa senti...dimmelo!»
  «Brucio, mio signore, brucio...»
  «Non lo hai mai provato con lui?»
  «Cosa?» gemette Aline.
  «Il piacere! Hai mai raggiunto il piacere insieme a lui?» Arthur stava gridando come un ossesso, travolto dalla gelosia. L’immagine di lei e di lui insieme era l’incubo che popolava i suoi sogni e ora era lì, vivo, a dargli il tormento, proprio qualche attimo prima di raggiungere l’estasi. «Ti ho chiesto se hai mai provato questo, insieme a lui!»
  «Io non lo so» mormorava Aline, sbattendo il capo da una parte all’altra, in preda a un godimento mai provato. «Che cos’è? Che cos’è che sto sentendo? Ditemelo voi, io non lo so! Non lo so!»
 «Stai per godere, amore mio, insieme a me.» Le ansimò consigli lascivi all’orecchio, senza smettere neppure per un attimo il suo assalto. «Brava, così, muovi i tuoi fianchi, ancora... ancora... ecco: lo senti?»
  «Sì, lo sento, mio signore, sto... sto... ma che cos’è?» gemette e Arthur smorzò il suo grido con un bacio, un lunghissimo bacio... ...

... ... Il racconto si stava facendo interessate, notò Beatrice, che si era accomodata meglio allo schienale e aveva sollevato i piedi per posarli sulla scrivania. “Mi sa tanto che pioverà”. Diede uno sguardo fuori dalla finestra ai nuvoloni neri che minacciavano tempesta. “Per la cena di stasera sarà meglio apparecchiare dentro” si disse e tornò a dedicarsi alla lettura.

... ... «Aline, lascialo. Devi lasciarlo. Fallo per me, per noi...» Arthur la stava implorando.
  «No, questi erano i patti: vi ho pregato di non mettermi davanti a questa scelta. Non lo lascio, ormai lo sapete» rispose categorica. «Mi volete? Questo vi è concesso» e gli indicò la propria figura con un gesto della mano, «se non vi va bene possiamo chiudere quest’immonda faccenda proprio ora».
  «Smettila, Aline! Tu sei mia. Mia! Io non voglio che lui ti tocchi!» sbraitò avvicinandosi.
  «È nel suo pieno diritto».
  «Tu lo fai apposta per tormentarmi! Ora spogliati! Ti voglio vedere nuda».
  «Non mi spoglierò davanti a voi, non vi mostrerò il mio corpo» mormorò. «Non lo mostro a lui, non lo farò con voi» scosse il capo risoluta. «Tantomeno qui, in questa casa».
  «Allora ti strapperò di dosso ogni palmo di stoffa, farò a brandelli abito, corsetto... tutto ciò che indossi, così dovrai giustificarti, al tuo ritorno. E adesso denudati. Immediatamente!» ordinò con gli occhi che bruciavano.
  Aline obbedì, infuriata. Si spogliò davanti a lui.
   Arthur rimaneva muto ad osservarla, bevendone ogni gesto.
  «Anche la camicia» la esortò. La ragazza tentennò ma obbedì, si sfilò la camiciola dalla testa e rimase nuda, esposta ai suoi sguardi.
  «Togli le mani! Non coprirti! Devo guardarti, tutta quanta». Si avvicinò di qualche passo e crollò in ginocchio, davanti a lei. «Oh Cielo, quanto sei bella» mormorò, affondando la bocca nel suo ventre e afferrandole le natiche con forza. «Tu sai quanto ti desidero, Aline? Rispondimi!» intimò, sollevando i capo per guardarla negli occhi. Aline, muta, ricambiò il suo sguardo. «Oh, sì che lo sai! Tu sai perfettamente che sono qui, ai tuoi piedi, roso da un desiderio inesauribile. E tu mi torturi a tuo piacimento. Dormi nel suo letto invece che nel mio. Ricevi i suoi baci... le sue attenzioni... La notte scorsa... la notte scorsa... lui ti ha presa? Dimmelo! Ti ho chiesto di dirmelo!» ruggì furioso, scrollandole i fianchi. «Dimmelo!» gridò.
  «Sì» ammise.
  «E hai goduto? Hai goduto di lui... come con me? Rispondimi!» Aline tacque. «Rispondimi!» e le diede un morso, proprio accanto all’ombelico. Lei sussultò. «Rispondi!»
  «Sì, no... non lo so!»
 «Che significa?» gridò rabbioso, in cerca di una risposta.
 «Forse... forse... non so, ho detto!»
 «Come? Come dici?» chiese conferma, stupito da quella rivelazione. «Ti ha fatto provare piacere, anche lui? Non è possibile, non è possibile...» scrollò il capo e si rimise in piedi. «Non ci credo, non è possibile che tu provi con lui ciò che provi con me... non è possibile». Cominciò a spogliarsi, fece più in fretta che poté, denudandosi davanti a lei che restava in silenzio a guardarlo. Fu solo quando si tolse la camicia che lei serrò le palpebre per non guardare, per non vedere un uomo nudo, e voltò il capo di lato.
 «Guardami». Le aveva preso il mento per farla girare. «Guardami, hai mai visto lui così?» Lei negò, scrollando il capo, sempre con gli occhi chiusi. «Guardami, ti prego... guarda un uomo che ti ama... guardami, amore mio... guardami, ti prego, guarda un uomo che ti appartiene» la implorò.
 Aline aprì gli occhi e cominciò a tremare, sconvolta dal suo corpo e da quegli occhi chiari che ardevano di fiamme sconosciute. Arthur l’attirò stretta a sé e ogni dolore, ogni imbarazzo, ogni lacerante tormento si placò in un istante, persi l’uno nelle braccia dell’altro, a dissetarsi di quel contatto nuovo... ...    

... ... Beatrice ora stava prestando molta più attenzione al testo, anzi, non saltò nessuna delle pagine che descrivevano gli incontri clandestini dei due amanti.
  Aline aveva ceduto al ricatto piuttosto inconsistente del suo bell’Arthur e si erano frequentati per tutta l’estate.
  Il romanzo, nonostante l’ambientazione retrò e il lessico “vetusto”, stava seguendo canoni ultramoderni ed era diventato sempre più hot. “Certo che anche nell’Ottocento non si privavano di niente” si disse Beatrice ridacchiando. “D’altra parte senza sesso ci saremmo già estinti: ‘non c’è nulla di nuovo sotto il sole’... Leggi, Bea” si esortò, “Leggi, così ti rinfreschi la memoria” ... ...
 
... ... «Vi prego, marito mio» implorò Aline, dopo essersi confessata e assunta ogni colpa. «Vi prego, andiamo via. Portatemi via, in un posto lontano. Lontano da tutti, solo voi e io. Vi imploro» la ragazza stava piangendo, immersa nell’abbraccio del marito. «Andiamo via... senza dire nulla a nessuno» continuava a pregare.
  Ormai era convinta, le cose erano cambiate e ora non poteva più rimanere a Tryford, così vicina  a lui, così vicina a tutti. Non poteva più stare lì da che si era resa conto... No, dovevano andare via lontano, magari un posto migliore anche per George... ...

... ...«Come? E perché se ne va, adesso?» si domandò Beatrice a voce alta. «Io, questa, non la capisco proprio, vabbè, sarà all’antica, non discuto, ma chi la capisce è bravo». Innervosita, lesse distrattamente le pagine seguenti dove era descritta minuziosamente la reazione di Arthur alle giustificazioni del suo ‘amico’ George che si portava via la moglie e lasciava vacante la florida parrocchia da un giorno all’altro. Per nulla interessata a conoscere le varie tappe del lungo viaggio in Europa di Mr Reddish, Beatrice fece scorrere veloce le pagine tra le dita per raggiungere la fine e arrivare a conoscere la conclusione: quella storia le stava procurando più angoscia di quanto avrebbe desiderato. E poi... sì, voleva sapere che ne era stato di Aline... ...

... «Mr Reddish, finalmente siete tornato» lo apostrofò la signora Graham, che non era riuscita ad attendere neppure un giorno, saputa la notizia del suo ritorno. Era corsa a Ruscombe Manor di prima mattina per fargli visita, trascinando con sé le sue ‘adorabili’ nipotine, entrambe in età da marito.
  Ora era impegnata nel doppio intento di sistemarne almeno una e informare il più facoltoso scapolo della contea di tutti i pettegolezzi del circondario.
  «Non dovevate privarci così a lungo della  vostra presenza. Quali attrattive possono avere Londra o l’Europa che Twyford non ha?» domandò maliziosa e rivolse uno sguardo eloquente in direzione delle nipoti.
  Le due ragazze, compitamente sedute sul bordo del divano chippendale del salotto grande, si guardavano imbarazzate le mani incrociate in grembo.
  «Sapete bene che il vostro intervento è indispensabile per appianare ogni controversia, non possiamo affidarci al vostro amministratore, oppure a Mr Johnston o a chissà chi altro» continuò la sua ospite. «Eh, anche se, devo ammetterlo, il reverendo Johnston si sta rivelando l’uomo giusto. Ora siete qui, finalmente, posso dirvelo a voce, anche se ve l’ho scritto più volte, quanto opportuna sia stata la scelta del nuovo curato. Eh, il pastore Johnston è uomo di grandi capacità, di grande esperienza e le sue prediche sono così incisive. Non per criticare, eh, ma non sono brevi e moderne, come quelle di quell’altro... il vostro amico».
  Arthur seguiva distrattamente l’infinito sermone che usciva dalle lebbra raggrinzite di quella megera impaludata e impiumata come un uccello imbalsamato sulla mensola di un camino.
  Di certo la sua attenzione non era attratta dalle giovani che si stavano rivelando piuttosto sciocche: continuavano a guardarsi attorno, avide e curiose, confabulando e ridacchiando come pigolanti uccellini al seguito della loro chioccia.
  Era finito in un gallinaio, come un pollo da spiumare, giusto per rendere più decorativi i loro cappellini.
  Chiuse un attimo gli occhi a scacciare l’inevitabile quadro di se stesso maritato a una di loro, una qualsiasi...
  Prima o poi il suo senso del dovere gli avrebbe imposto una scelta. Infondo non erano troppo diverse da quel nugolo di debuttanti che gli venivano continuamente presentate in ogni circolo, in ogni salotto, ad ogni spettacolo e riunione mondana a cui aveva avuto la fortuna o la disdetta di partecipare.
  Richiuse le palpebre e l’immagine vivida di Aline –  del suo sorriso –  gli apparve davanti, seduta sullo stesso divano, a rendere inconsistente ogni tipo di paragone.
  Nessuna, nessuna di loro poteva reggere il confronto per bellezza, grazia, spirito.
  Nessuna riusciva a reggere anche un altro tipo di confronto...
  Aveva cercato sollievo alla sua solitudine tra le braccia delle cortigiane più ammirate, nelle alcove di signore compiacenti in giro per l’Europa, ma nessuna, nessuna era riuscita a scacciare il ricordo di quegli incontri rubati, dei baci estorti, della passione racchiusa in ogni abbraccio, delle carezze... di ogni più intimo contatto... di tutta quell’irripetibile emozione che solo un grande amore, ormai ne era certo, era in grado di far sperimentare.
  Come vivere senza, dopo aver assaggiato tutto ciò? Come? Come riuscirci senza impazzire? Dov’era lei ora? Dove?
  Era tra le braccia di lui?
  Tornare a Twyford aveva riportato tutto a galla in un modo ancor più violento di quanto avrebbe potuto pensare. I ricordi minacciavano di soffocarlo, purtroppo la buona creanza esigeva una sua partecipazione a quella conversazione inutile.
   “Devo sforzarmi di fare attenzione a ciò che questa donna sta dicendo. Di che cosa sta parlando? Sta ancora criticando George e le sue prediche? Parla di Aline? Sta parlando di lei! Aline? Sì, ha fatto il suo nome: che non osi parlare male di lei in mia presenza, altrimenti... Che cosa? Che cosa sta dicendo? Chi? Chi l’ha incontrata? Dove? Devo sapere. Devo!” «Come dite, mia signora?»
  «Eh sì, signore, vi confermo che la signora Parrish, in villeggiatura a Brighton con il signor Parrish, che come ben sapete ha bisogno di iodio per i suoi poveri reumi, l’ha incontrata. Eh, povera figliola, era in uno stato, emaciata, vestita in un tal modo... Eh, ma con quel buono a nulla del marito... Se Mrs Parrish ha capito bene, informandosi un po’ in giro, gli Innes risiedono in un piccolo cottage vicino al mare, a Hove. Eh sì, ha chiesto e domandato, così è riuscita a sapere dove stanno. Eh già, già...» concluse con un sospiro.

  Due giorni. Aveva resistito due soli giorni. Poi era partito alla volta di Brighton.
  Doveva trovarla... rivederla... parlarle.
  Finalmente aveva sue notizie.
  Non c’era voluto molto a rintracciare gli Innes e ora era lì: aveva dato ordine al suo cocchiere di   fermare la carrozza nello spiazzo antistante la piccola casa a due passi dal mare.
  Mary, l’anziana cameriera di Aline, era corsa ad aprire la porta per farlo accomodare.
  «Signore, venite. Il padrone è di sopra. Vi aspettava. Avete fatto presto».
  «Aspettava me?» domandò Arthur, stupito.
  «Sì, la lettera» cercò di spiegare la brava donna mentre gli faceva strada su per la scala stretta. «Venite, è qua». La donna lo precedette nella stanza semibuia, con gli scuri socchiusi. Non disse nulla e, discreta, se ne uscì.
  Già prima di entrare lui aveva capito: l’acre odore di canfora misto ad alcool che gli aveva invaso le nari e il suono sordo di colpi di tosse che provenivano dall’interno, gli avevano dato un’avvisaglia di cosa avrebbe trovato entrando.
  Nonostante fosse preparato, vedere quel corpo consumato contorcersi in preda agli spasmi, inghiottito dalla biancheria del letto, gli diede un tale senso di sgomento che si sentì svenire.
  ‘Quello’ era George? Stentava a riconoscere il suo amico in quel corpo macilento, vestito di una camicia madida e macchiata di sangue, roso ormai dal male sottile che lo aveva devastato. 
  «Arthur, sei proprio tu?» aveva domandato il malato con il filo di voce che gli spasmi della tosse gli stavano concedendo. «Hai già ricevuto la mia lettera? Com’è possibile? L’ho inviata solo ieri».
  «No, George, non ho ricevuto nessun messaggio. Ho saputo che eri qui e non stavi bene» mentì.
  «Ma chi...»
  «I Parrish» lo anticipò per fargli fare meno sforzo possibile.
  «Ah, Aline mi ha detto di averli incontrati... Bene, sono felice...» Fu interrotto da un attacco. «Siedi» e indicò una seggiola accanto al letto. «Credevo fossi venuto a prenderle... per questo ti ho scritto». Attese che il suo ospite si fosse accomodato prima di continuare, ma una nuova crisi lo interruppe. Questa volta fu lungo e penoso. Arthur si affrettò a soccorrere l’amico, sorreggendolo e porgendogli l’acqua che il malato gli indicava. Gli fece bere qualche sorso e lo riadagiò sui cuscini dopo averli sistemati dietro la sua schiena.
   «Arthur, io devo chiederti perdono, questo c’è scritto nella lettera, ho mancato nei confronti tuoi e non ho onorato l’amicizia» mormorò George, dispiaciuto.
  «Tu?» domandò Arthur stupito. «Ma di che parli?»
  «No, amico mio. Credi, è tutta colpa mia, però io la volevo. L’ho voluta così tanto da usare ogni più sordido mezzo per averla». Arthur Reddish si zittì per ascoltare quella strana confessione che il suo amico gli stava fornendo con tanta fatica. «Quando venne da me, contrita, per dirmi che desiderava sciogliere il fidanzamento per sposare te, perché ti amava e tu amavi lei...» la tosse lo interruppe per l’ennesima volta,«... io la pregai, scongiurai, le confessai il mio male e che non mi restava molto da vivere. La implorai di sposarmi ugualmente facendo leva sui suoi buoni sentimenti, sulla sua pietà. Le promisi che ti avrei spiegato che era solo una questione di tempo, che non vi sarei stato d’ostacolo a lungo. Lei accettò, però mi fece promettere di non rivelarti nulla del mio stato. Io ti ho ingannato quando mi offristi il beneficio perché non sarei stato in grado di onorare il mio impegno fino in fondo, ma ne avevo bisogno per ottenere una posizione accettabile per averla. E ti ho ingannato separandoti da lei».
  «No, George, non dire così, sono io invece che non ho avuto rispetto di decoro e pudicizia» cominciò anche lui a confessarsi, felice di sgravarsi di un macigno che gli schiacciava l’anima. «Da subito sapevo che ti aveva dato la sua parola, che era tua promessa e non ho avuto rispetto».
  «Io ti capisco: quando la conobbi le feci una corte insistente e quasi le estorsi la promessa, perché da che l’ho veduta, l’ho desiderata in un modo, in un modo che mai avrei ritenuto possibile».
  Anche per lui era stato lo stesso, pensò Arthur, ma il suo peccato era ben più grave, si era macchiato di adulterio e tradimento, imponendo a lei la stessa colpa. Ma non era pentito perché ne era valsa la pena; ogni incontro, ogni bacio, ogni carezza, erano valsi la pena che una tale colpa avrebbe portato con sé.
  «Io ho avuto solo lei, niente altro, per tutto il tempo che mi è stato concesso vivere. Siamo venuti qui per me, per l’aria di mare. Nessuna prebenda qui, nessuna parrocchia, non ero in grado... e  tutto il denaro, la sua dote, è stato speso in dottori e medicine, per me Ma ora...» George parlava a stento, avvilito. «Devi pensare a lei, a loro...» lo pregò. «Prendila con te, però ti prego, t’imploro, non la insultare, sposala, non la mortificare».
    «Insulterei il mio stesso cuore e la mia anima» disse convinto.
    «... e il tuo stesso sangue» finì George.
    «Che dici?»
   «Porta via la figlia e lascia qui la madre, ancora qualche giorno... non di più. Non ci vorrà molto. Non è posto per una creatura, questo. Portala via adesso che lei non è qui per impedirlo. Mary verrà con voi, è già tutto pronto».
  «Ma di che parli?»
  «Di che parlo? Niente, niente di lei mi appartiene, niente! Neppure il suo sorriso, ho spento anche quello. È tutto tuo, tutto!  Non mi appartiene il suo cuore, non mi appartiene la sua anima, solo la sua volontà. Neppure il suo corpo mi ha accettato, neppure il suo ventre mi ha voluto, ma ha portato il tuo, di frutto. Neppure il seme, rimarrà di me... nulla. Ora va’, per piacere. Porta via la bambina prima che lei ritorni. Va’».
  Arthur si alzò, guardò il suo amico dall’alto, con l’animo in tumulto. Afferrò la mano scarna  abbandonata sopra al lenzuolo e la strinse nella sua in ultimo saluto. Poi uscì, scese le scale. Nell’ingresso si trovò davanti un’immagine anche troppo familiare: aveva veduto tutti i giorni della sua vita quella creatura dipinta vicino alla figura di sua madre... stessi boccoli neri, gli occhi azzurri... era identica al bimbo del quadro, nel grande atrio a Ruscombe Manor... il suo ritratto da bambino, accanto a sua madre e a sua sorella.
  Crollò in ginocchio davanti alla bambina che camminava appena, sorretta dalla mano della domestica.
  La prese tra le braccia, commosso. Qualcosa gli si era sciolto dentro al cuore, annusò quella pelle di bimba, già innamorato. La prese in braccio e fece cenno al suo valletto di caricare il bagaglio.
 Pochi minuti dopo erano pronti a partire. Si avvicinò alla carrozza, fece salire la domestica e la bimba, poi si voltò a scrutare l’orizzonte.
  Aline...
  Essere arrivato fin lì... quasi due anni senza vederla...
  «Dov’è la vostra padrona? Quando ritorna?» domandò all’anziana donna, seduta in carrozza.
  «La signora dovrebbe essere qui a momenti: aiuta a ore la moglie del farmacista, giù al villaggio, per pagare le medicine».
  Arthur rientrò in casa, depose una saccoccia portamonete sulla consolle dell’entrata e uscì di nuovo.
  La scorse subito, in lontananza. Conosceva troppo bene le sue fattezze e il suo incedere per sbagliare.
 Aline! gridò il suo animo in tempesta.
  Attese.
  Quando la ragazza notò la carrozza accelerò il passo, si sfilò la cuffia e, ignorandolo, spiò dentro la vettura.
  «Rebecca...» Aline chiamò piano la bambina.
  Lui la prese per un gomito per dissuaderla dall’avvicinarsi.
  «Non puoi portarla via» ruggì furiosa strattonando il braccio per liberarsi dalla stretta, tuttavia si scostò un poco per non farsi vedere dalla figlia. «Non puoi» ripeté implorando.
  «Verrò a prendere te quando sarà finita» rispose Arthur, secco.
  «No. Mai! Mai lo insulterò così. Non gli mancherò di rispetto in questo modo» disse aspra.
  «E sia» le concesse. Arthur salì in carrozza. «Ma non aspettare un giorno in più di quel che è necessario... e giusto. Noi ti attenderemo a Londra» disse ancora e diede ordine al cocchiere di spronare i cavalli... ...

... ... Beatrice richiuse il fascicolo ed emise un lungo sospiro. Doveva leggere ancora qualche riga dell’epilogo, ma ora era tardi, doveva preparare.
  Sarebbero arrivati tutti prima delle sei, prima del fischio d’inizio.
  L’Italia avrebbe dovuto giocare la seconda partita del Mondiale contro il Costa Rica e, come al solito, si sarebbero riuniti tutti da lei: cena, tifo e, possibilmente, festeggiamenti.
  Anche se Edo se ne era andato, quasi due anni prima, le serate a casa di Bea erano rimaste una piacevole consuetudine per tutti gli amici.
  La cena era praticamente pronta, zuppa di pesce per tutti, fatta con il pescato di quella mattina.
  Beatrice viveva  nella grande casa sulla spiaggia che apparteneva da generazioni alla sua famiglia, una di quelle case della Riviera che sono l’invidia di chiunque ami il mare.
  La spiaggia davanti alla sua casa era libera e in estate era popolata da turisti e bagnanti di ogni dove, mentre in inverno non rimanevano che i pescatori con i loro gozzi, tirati in secco sulla spiaggia. Molti pescavano per hobby, ma c’era anche la cooperativa e quando loro buttavano le reti Beatrice usciva sempre, la mattina presto, per tirarle a riva insieme agli altri. Era troppo bello, una mano avanti all’altra, puntare i piedi nella sabbia e tirare, a ritmo, tutti insieme in due file parallele, in movimenti antichi, sempre uguali. Il momento più bello era quando s’intravvedeva la rete e i pesci cominciavano a guizzare in mille saltelli d’argento.
  In cambio della colazione, caffè crostata e torta al cioccolato, Beatrice si portava a casa la sua parte e quella sera aveva preparato la zuppa per tutti.
  Suo padre, che faceva il costruttore e viveva al piano di sopra, non mancava mai e sarebbe stato il primo ad arrivare, con la benedizione di sua madre che non vedeva l’ora di toglierselo dai piedi.
  Beatrice aveva fatto bene a darsi una mossa perché alle cinque e mezzo erano già tutti in casa, pronti a fare il tifo, imbandierati e attrezzati peggio che allo stadio. Ognuno portava qualcosa, anche Giuliano.
 Aveva portato due bottiglie e le aveva sistemate in frigo, l’aveva salutata con un bacio sulla guancia.
  “Il bacio di Giuda” pensò Bea. “Che cosa ci fa sempre qui? Viene apposta a controllare?  Certo, così poi riferisce al suo migliore amico” si disse, indispettita. Giuliano era amico di Edoardo fin dalle superiori, avevano fatto ingegneria ed erano soci dello stesso studio. Collaboravano spesso con la ditta di suo padre, il quale, appena presa la laurea in architettura, l’aveva spedita da loro a far praticantato: era così che li aveva conosciuti.
  Ma non era quello che Bea voleva fare e, con sommo rammarico del Commendator Valbona, si era messa a fare la web designer.
  L’Italia aveva giocato da schifo. Avevano perso, ma la cena, anche senza festeggiamenti, era andata benissimo. Non avevano fatto le ore piccole e se ne erano andati tutti abbastanza presto, anche perché aveva cominciato a piovere. L’ultimo ad andarsene era stato suo padre, il Commendator Valbona, che si era addormentato sul divano.
  Beatrice stava riordinando le ultime cose quando sentì dei rumori provenire dalla veranda.
  «Sei ancora qui?» Giuliano stava rientrando in casa dalla portafinestra dopo essersi pulito i piedi dalla sabbia umida e l’aveva colta di sorpresa, spaventandola.
  «Sì, sono uscito a fumare e ho fatto due passi sulla battigia. Non piove più. Il lungomare è sempre bellissimo,  anche  stasera» disse. Si diresse alla penisola della cucina come fosse a casa sua, notò Bea con disappunto, e aprì il frigo. Ne estrasse la bottiglia di Franciacorta e prese due calici dalla credenza.
  «È meglio che lo beviamo subito perché se aspettiamo una vittoria dell’Italia, lo apriamo ai prossimi Europei».
  «Vedo che sei ottimista» osservò Beatrice, con una strana smorfia.
  «Realista» rispose Giuliano girando il tappo di sughero arpionato tra le dita. «Abbiamo fatto pena. Siamo senza speranza».
  Bevvero uno, due, tre bicchieri conversando del più e del meno, seduti sul divano. Giuliano aprì anche la seconda bottiglia.
  «Ancora? Per me basta, grazie, io passo» declinò Beatrice.
  «No, questo lo devi assaggiare, l’ho preso per te».
  «Per me?»
  «Ti piace rosé, o sbaglio?»
  «No, non sbagli, come fai a saperlo?»
  «Lo so».
  «Io sono già mezza ubriaca, mi dai il colpo di grazia. Ma sì, perché no? Oggi è meglio bere».
  «Per dimenticare?»
  «Piantala, se non vuoi che ti sbatta fuori scalzo e sotto la pioggia senza ombrello! Taci! Sai che è un argomento tabù» disse alterata. «Oppure sei qui per questo, per farmi cantare? Poi vai a riferire al tuo amico?»
  «Sei ancora così incazzata con lui?»
  Bea lo guardò un attimo prima di rispondere. «Sì» ammise.
  «Lo ami così tanto?»
  «Amore? No, non confondiamo la rabbia con l’amore».
  «Allora perché non sei passata oltre?»
  «Chi ti dice che non lo abbia fatto?»
  Giuliano la scrutò scettico, sollevando il sopracciglio e le versò l’ennesimo bicchiere.   «Scommettiamo che indovino da quanto tempo non stai con un uomo?»
  «‘Ti piace vincere facile?’» scherzò Bea e scoppiò a ridere, aiutata dal vino che stava allentando, e di molto, i suoi freni inibitori. Normalmente non avrebbe scherzato su un argomento del genere proprio con lui, ma erano a casa sua, in territorio amico: poteva sbatterlo fuori in qualsiasi momento e l’avrebbe fatto con immenso piacere.
  «Avresti bisogno di qualche sfogo per sciogliere le tensioni, rinvigorire corpo e spirito».
  «Corro tutte le mattine sulla spiaggia, nuoto» e indicò la portafinestra che dava libero accesso al mare di fronte a loro.
  «Intendevo “quel” genere di sfogo: ti farebbe bene qualche bell’orgasmo, stai diventando acida».
  «Non sono così ubriaca da non riuscire a prendere la mira e buttarti fuori a calci, se non la pianti. E poi tu che cosa ne sai?»
  «Mi sa che fai da sola e magari usi qualche sexy toy che hai comprato in internet, visto che non ti stacchi mai dal tuo PC».
  «La vuoi piantare? Non ho bisogno di quella roba, sto benissimo così».
  «Non credo proprio, nessuno sta bene senza sesso, proprio nessuno e voi donne diventate isteriche senza».
  «La smetti?! No, basta» mormorò cambiando discorso visto che Giuliano le stava versando il secondo calice di rosé, poi però, probabilmente per mascherare l’imbarazzo riprese a bere.
  Quanti ne aveva bevuti? Quattro, cinque?
  Troppi.  
  Beatrice si sentiva molto allegra, tutto sommato non aveva nessuna voglia di ripiombare nell’angoscia di quel pomeriggio e diede un’altra sorsata. Aveva capito che Giuliano la stava facendo bere apposta per tirarla su, per non farla pensare.
  Non amava più Edo già da un pezzo, probabilmente dall’istante stesso in cui era uscito dalla porta con due valige stracolme di sette anni di convivenza. Se ne era uscito da casa sua quasi due anni prima senza neppure il preavviso che qualche lite, o al limite un po’ di insofferenza, avrebbero potuto preannunciare. Se ne era andato due mesi prima delle nozze perché si era “innnnamora-to!”, sì proprio innamorato di una modella di vent’anni che gli aveva offerto “una ventata di giovinezza”, “una boccata di aria pura”, “ahhah sì, aria pura!” così le aveva detto quando era tornato indietro dopo aver caricato le valigie in auto. “Il televisore è il mio, me lo ha regalato Giuliano per vedere le partite tutti insieme” aveva comunicato e aveva preso la borsa degli attrezzi per svitare l’elettrodomestico dal muro. “Hai ragione, Edo, la TV al plasma è tua, è l’unica cosa che ti appartenga in questa casa” aveva risposto lei fredda, chinandosi a prendere il martello tra gli attrezzi. “Ma se solo lo stacchi da quella parete te lo porti via con il martello piantato dentro il video! E ora fuori, grazie!”. Erano le ultime parole che si erano scambiati e Beatrice non aveva più voluto neppure sentire pronunciare il suo nome. Aveva pregato tutti gli amici, che avevano continuato a frequentare lei e la sua casa, di non menzionarlo più, di fare come se non fosse mai esistito, perché se era vero che l’amore era deflagrato in un istante, la rabbia e l’umiliazione erano sempre vive.
  «E poi io ho i miei tempi, i miei bioritmi...» riprese Beatrice con la lingua sciolta dall’alcool e una strana euforia che erano secoli che non sentiva più.
  «In che senso hai i tuoi tempi, m’incuriosisce. Che cosa c’entrano i bioritmi?»
  «Beh, insomma io sono un diesel, vado  a rilento, ho bisogno di tempo, di atmosfera...»
  «Ti piacciono i preliminari?»
  «Sì. E quelli mica puoi farteli da sola».
  «Per un bell’orgasmo non servono i preliminari».
  «Possiamo cambiare discorso, per favore?» gracchiò imbronciata quando si rese conto di essere finita dentro un discorso un po’ pericoloso.
  «No, perché? È interessante. Ti assicuro che si può raggiungere il climax in qualche minuto senza neppure pensare, senza “riscaldamento”,  praticamente senza sesso, una cosa meccanica solo per scaldare il fisico, niente di più».
  «Ma che cretinata!»
  «Ah, no? Non ci credi?» propose Giuliano, sorridendo.
  «Forse, con qualche attrezzo o qualche “roba tantrica”» mugugnò scettica, con la mente ormai del tutto ottenebrata.
  «Scommettiamo che arrivi all’orgasmo in cinque minuti, senza neanche spogliarti?»
  Beatrice scoppiò in una fragorosa risata. «Oh, Signore! Abbiamo un mentalista!» disse tra le risa.
  «Ma che mentalista e mentalista, girati, sollevati sulle ginocchia» le ordinò e le porse il suo cronografo che si era appena sganciato dal polso. «Ora appoggiati col petto allo schienale del divano, rilassati e guarda l’ora. Tieni il tempo» la esortò.
  Beatrice eseguì. Si sistemò bene, pronta ad affrontare quello strano gioco. Appoggiò le braccia allo schienale, posò il mento sul dorso di una mano e tenne a portata di sguardo l’orologio con l’altra.
  «Allarga solo un po’ le gambe. Ecco, brava. Ora fa partire il tempo» le ordinò.
  Bea, attenta alle lancette, sussultò e si girò si scatto quando sentì una mano insinuarsi sotto il vestito, tra le cosce.
  «Girati! E rilassati» la esortò. «Non pensare a me, guarda l’orologio. Concentrati».
  Beatrice obbedì e si concentrò davvero, probabilmente troppo brilla per capire bene di quale tipo di esperimento si trattasse. Non fece troppo caso alle dita che scostavano appena lo slip e cominciavano un  dolce massaggio, lieve e insistente: era troppo impegnata a contare il passare dei secondi, compito arduo con la vista annebbiata.
  Ventotto, ventinove...
  «...uhmm...» gemette piano quando la stimolazione si fece più invadente.
  Trentatré...trentaquattro... continuava a prestare attenzione allo scorrere del tempo ma lo stimolo era ogni istante più intenso e stava diventando sempre più piacevole. Cominciò ad assecondare i movimenti della mano impegnata in quello strano gioco in mezzo alle sue gambe.
  Quarantotto, quarantanove...
  «Quanto siamo?» sentì vagamente la voce di Giuliano che le stava mormorando all’orecchio e tornò a concentrarsi sul quadrante.
  «Cin... cinquantotto, cinquantanove, sess...santa...» balbettò. «Un minuto... un minuto e due... Uhigh!» emise un singhiozzo strozzato quando lo sentì sprofondare dentro di sé. Giuliano le aveva fatto passare il braccio libero intorno alla vita, sotto la pancia, per sorreggerla e trovare l’equilibrio per iniziare a  muoversi.
  Beatrice stupita, alterata, eccitata, ottenebrata ma soprattutto stupita, fece per girare il capo e dirgli qualche cosa, ma si trovò il suo viso appiccicato alla guancia e le sue labbra che le mormoravano all’orecchio: «Resta concentrata, non ti distrarre. Non pensare a me, continua a contare» sussurrò suadente. Bea, stralunata obbedì e con mano tremante si portò il suo orologio proprio davanti agli occhi.
  Non riuscì a fare a meno di gemere quando percepì le sue dita che avevano ripreso a muoversi veloci nel punto più intimo e stavano amplificavano di molto il piacere che la sua ‘presenza’ le stava scatenando nel ventre un po’ troppo trascurato.
  «Quanto stiamo, Bea?» Udì vagamente la sua voce bassa soffiarle nell’orecchio e fu scossa da un tremito.
  «Due... due minuti e mezzo...» biascicò.
  «Bene, ci siamo quasi, lascianti andare».
  Bea obbedì, chiuse le palpebre, appoggiò la guancia a quella di un po’ ruvida di lui e si lasciò trasportare.
  Ci volle davvero poco: ad occhi chiusi vide il mare, le onde, la battigia... mosse un po’ i fianchi in un movimento circolare e aspettò che quel moto perpetuo s’infrangesse prima di lasciare andare un piccolo grido soffocato.
  «Ecco... e ora? Quanto è passato?»
  Beatrice ancora in preda agli spasmi dell’orgasmo buttò un occhio al quadrante. «Quattro minuti e... dieci» sussurrò con la vista offuscata, scossa dai tremiti. Poi scosse il capo a snebbiarsi le idee, si girò e lo spinse via.
  «Ma che stronzo!» urlò, finalmente cosciente.
  Era saltata all’indietro per mettersi in piedi, completamente vestita e anche lui aveva già ‘rinfoderato’ perché se ne stava piazzato al centro del salone, perfettamente ricomposto, con un’aria innocente stampata sulla faccia.
  «Perché?» domandò stupito. «Che ho fatto?» e prese al volo il suo orologio che lei, infuriata, gli aveva lanciato addosso.
  «Ma che grandissimo stronzo! Ti sei fatto una sveltina!»
  «No, guarda, io non ho fatto proprio niente, ho fatto fare a te, come ti avevo promesso».
  «Io... tu... Tu!...Tu sei... Ti mancava giusto la mia tacca, alla cintura, eh?» esplose. «E ora? Lo vai a raccontare al tuo amico? Dai! Vai subito, così il suo trionfo sarà completo! Vai! Che cosa aspetti? Sei ancora qui? Vaglielo a dire, quanto è disperata e sola la sua ex!»
  «Sì, hai ragione, sei la sua ex, sei solo quello» replicò Giuliano con un’aria indisponente.
  Beatrice strinse gli occhi a fessura ad arginare la rabbia feroce che l’aveva assalita. Era pronta ad attaccare, come un animale ferito che cerca l’ultima via di fuga.
  «Adesso la sua donna è la madre di suo figlio, se ancora non lo sapevi».
  «Tranquillo, lo so, mi hanno informata» ruggì. «E se la sposa! So tutto, anche se non chiedo e se non voglio, mi raccontano lo stesso. E so anche che gli farai da testimone. Da te-sti-mo-ne! Pensi che lui non mi abbia riferito che invece tu gli hai detto di no, quando doveva sposarsi con me? Pensi che non mi abbia detto che ti sei rifiutato perché pensavi che lui facesse una cazzata?»
  «No, Bea, non...» cercò di interromperla.
  «Mi hanno riportato tutto, tutti i vostri discorsi. So persino che va a dire in giro che un uomo, quando arriva a quarant’anni, vuole un figlio, se non lo ha già avuto prima. Ovviamente, con me, era sempre troppo presto..., troppo giovani..., questo o quell’appalto...» Poi cambiando discorso: «Tu credi che io non sappia che mi odi? Pensi che non abbia notato come mi guardi, come se volessi incenerirmi?»
  «No...» mormorò lui, scuotendo il capo.
  «Gliel’hai presentata tu! Era una delle tue amichette, so anche questo. Magari lo hai fatto apposta, così eri sicuro che mi mollava!»
  «No! Questo, no. Non dare la colpa a me se è finita tra voi due».
  «Ah, no? Eri sempre qua... con una diversa, sempre più giovani, sempre più carine, per fargli vedere che cosa si perdeva a stare con me! Era per via del modello di vita che gli presentavi tu, che non ha mai voluto un figlio: “C’è tempo”, mi diceva. Sì tempo, tempo di farlo con un’altra! E mi chiedi se sono arrabbiata? Sì, sono arrabbiata perché gli ho regalato tutta la mia giovinezza e lui l’ha buttata nel cesso... e questo grazie a te» aggiunse. «Ora, come ciliegina sulla torta, vieni qui e mi dai una ripassata, giusto per mettere anche a me la spunta, anche alla donna del tuo amico...»
  «Tu non sei la sua donna. La sua donna è la madre di suo figlio» ribadì.
  «Sei un grandissimo bastardo!» ringhiò feroce, con le lacrime di rabbia che le pungevano le palpebre, ormai completamente sobria.
  «Sono un bastardo? Sì, sono un bastardo. E ho gioito. Ieri, anzi, ormai l’altro ieri, quando ho saputo che era andato tutto bene e Edo è diventato padre, ho esultato. E sai perché? Perché finalmente, dopo nove anni, tu non eri più la sua donna. La sua donna ora è la madre di suo figlio, non tu. Non tu! Tu non sei più niente, per lui, niente!»
  «Sei un bastardo...» sussurrò lei tra le lacrime.
  «Un bastardo? Sarei stato un bastardo se ci avessi provato con la donna del mio amico: la donna di un amico è sacra. Sacra! Sarei potuto venire qui, da te, quando ti ha mollato... avrei voluto, sai? Venire qui e consolarti... e sarei stato davvero un gran bastardo, per giunta stupido. “Prima o poi rinsavisce e torna da Beatrice” mi sono detto e l’ho detto anche a lui, che stava facendo una cazzata, una cazzata enorme, ma lui era felice così. Sarei potuto venire allora e venivo, per vederti, per vedere come stavi e per accertarmi che non ci fosse nessuno accanto a te. Avrei potuto dirti qualcosa allora, ma tu eri troppo giù, magari avresti anche ceduto, però se Edo fosse tornato a capo chino, tu lo avresti ripreso lasciando me di nuovo al palo. Mi sarei giocato tutto: avrei perso te per sempre, il mio migliore amico, i miei soci, il mio lavoro e tutti gli appalti con tuo padre. Non che tu non ne valessi la pena, anzi, solo che poi chi mi rimetteva insieme, a me? Chi li ricuciva i pezzi? Ora invece sono qua, perché lui non può accampare  più nessun diritto su di te, non faccio più torto ad un amico che, per giunta, ti ha trattato peggio di uno straccio. Nessun torto, nessuno screzio. Ho pregato, sai? Ho pregato che andasse tutto bene, che i problemi che quella, beh, non diciamo cos’è, ha finto di avere in gravidanza non fossero veri e che non perdesse il bambino. Tu pensa che idiota! Si è fatto incastrare da una moldava di vent’anni che gli succhierà l’anima e il portafoglio solo perché ha visto la sua foto in  lingerie sul catalogo PostalPrice! Ma si può essere più cretini?»
  «Che cosa stai dicendo?» Forse era ancora un po’ ubriaca perché non le era ben chiaro il senso del discorso. Che cosa le stava dicendo?
  «Secondo te, potevo fargli da testimone? Potevo mettere la firma su qualcosa che mai avrei voluto che accadesse?»
  Sembrava proprio... Sì, sembrava proprio una dichiarazione.
  Giuliano si tolse la camicia, sfilandola dalla testa, si sbottonò i bermuda e tolse anche quelli insieme ai boxer: era rimasto nudo davanti a lei.
  «Ma cosa fai?» domandò sconcertata, asciugandosi l’unica lacrima rimasta con due dita.
  «Guardami» la esortò, allargando un po’ le braccia.
  “Eh sì, ti sto guardando” pensò Bea lievemente scioccata. “Avrà anche passato i quarant’anni ma è ancora un gran bel vedere” osservò incantata.
  «Guarda un uomo che ti ama».
  Beatrice si sentì svenire: aveva già udito quelle parole, anzi le aveva lette. Stava vivendo le parole che aveva letto quello stesso pomeriggio nel romanzo! Non era possibile, il cuore mancò un battito e non stava respirando.
  «Sono qui per te» disse Giuliano avvicinandosi. «Per averti. Adesso posso». Oramai l’aveva presa tra le braccia e le stava sollevando il mento con un dito. Beatrice era sconvolta, completamente vinta dall’emozione. Non riusciva a guardarlo negli occhi. «Guarda che non ti liberi di me e se mi sbatti fuori, io ritorno finché non ti stufi e mi tieni con te» le spiegò sorridente prima di baciarla, in piedi, in mezzo al salone.
  «Ti faccio passare una notte che non te la scordi. E vorrai tenermi con te, senza lasciarmi andare mai più» le mormorò sulle labbra, mentre le mani si erano abbassate per afferrare il vestito a lato dei fianchi per sfilarglielo. Poi riprese a baciarla e la sospinse verso il divano; la fece sdraiare sotto di sé e le abbassò le spalline del reggiseno, per avere libero accesso ai suoi capezzoli.
  «Ma... io...» mormorò Bea, confusa. Ormai era nuda e lui aveva già ripreso da dove aveva interrotto, alla faccia dei preliminari.
  «Eccomi, sono qui» le sussurrava roco all’orecchio, muovendosi piano su di lei. «Ah, che cos’eri Bea, quando ti ho conosciuto, da perdere la testa» le confessò. Si era fermato, si era sollevato sulle braccia e la stava guardando dall’alto. «E io l’ho proprio persa, la testa».
  «Non sono più quella di allora, ne sono passati di anni» rispose risentita.
  «Infatti: ora sei molto meglio» disse.
  «Come faccio a essere meglio a trentatré di quando ne avevo dieci di meno, spiegami un po’, perché questa mi suona nuova» domandò, irrigidendosi sotto di lui.
  Giuliano sorrise e riprese a muoversi. «Ma quanto potete essere sciocche, voi donne?» poi piegò le braccia per raggiungere la sua bocca con un bacio. «Abbracciami, stupida» e si mise le braccia di Bea attorno al collo. «Quella sera, in quel parcheggio» cominciò a confidarle nell’orecchio, «ti volevo riaccompagnare, ma tu sei salita sulla sua auto... e sono rimasto lì, con la mano appoggiata sulla portiera aperta, come un coglione».  Giuliano parlava serio, fermo dentro di lei, schiacciandola con il suo peso sul divano, il viso sopra a quello di Beatrice scostato solo il necessario per catturarne lo sguardo. «“Mi passerà”, mi sono detto mille volte. Me lo sono ripetuto all’infinito. Invece non passava. “Sarà meglio che non li frequenti per un po’”, mi dicevo. Poi, però, non resistevo, dovevo vederti, vedere come stavi... non ce la facevo a starti lontano troppo a lungo. Mi portavo qui quella di turno, per fare un confronto: “Questa  è meglio lei”, mi convincevo, cercavo di farmi il lavaggio del cervello. “Questa è più giovane”, “questa è più simpatica”, “quest’altra è più bella”: resistevano al confronto più o meno due minuti. Poi quel cretino di Edoardo ha cominciato a tradirti...» Il corpo di Bea si contrasse involontariamente. «Sì, ti tradiva. Io glielo dicevo di non fare il cretino. A volte mi veniva la tentazione di mandare tutto alla malora e correre a dirti tutto, ma avresti odiato me. Alla fine ha incontrato quella a una serata, faceva la ragazza immagine... lasciamo stare... Ma come cazzo si fa, mi dico io, a lasciare te per lei! Ma non ti vedeva? Non vedeva più che cosa aveva per le mani? Meglio così, meglio per me, anche se non avrei voluto vederti soffrire così». Piegò la testa a darle un bacio. «Ti guardo per incenerirti? No, ti guardavo con dolore, con dolore. Mi piaci da morire... come parli, come sorridi» e le diede un altro bacio. «Mi piaci, mi piaci, mi piace il tuo viso, il tuo corpo... mi piace come ti muovi, come ti vesti» le sussurrò sulle labbra prima di sfiorarle la lingua con la sua. «E poi è bellissimo stare qui, insieme a te, ci stiamo bene tutti. Tutti. Svegliarsi qui la mattina col profumo del caffè e della torta appena fatta...» Questa volta il bacio fu più lungo, accompagnato da qualche spinta per stabilire il suo possesso. «... le notti che passavo qui erano un inferno... sentirti insieme a lui... Sapessi...» Bea lo stava ascoltando immobile con gli occhi spalancati. «... se sapessi che tortura... La cosa che mi fa incazzare è che lui sapeva che mi piacevi veramente e ci ha provato lo stesso. Poi non potevo neanche più parlartene, mi ha messo con le spalle al muro. Quella sera, in quel parcheggio... sono rimasto lì con la portiera aperta... io quella portiera non l’ho mai richiusa! “Perché cazzo ha scelto lui?” me lo sono domandato per anni, per anni. Perché? Perché, dimmelo adesso!»
  «Io... tu» incominciò indecisa. «Tu eri “troppo”, troppo bello, troppo in gamba, troppe donne, anche la tua macchina era troppo per me e io non volevo essere quella di una notte, ecco perché» gli spiegò semplicemente.
  «Non lo saresti stata. Tu non potrai mai essere quella di una notte, amore mio» le mormorò sulla bocca prima di riempirle le labbra di baci e riprendere a muoversi, dolcemente, dentro di lei.

    Bea si era alzata presto, aveva dormito pochissimo.
    Come Giuliano le aveva promesso avevano passato una notte indimenticabile, incredibile.
    E non solo per il sesso.
    Lui era stato... era stato... incredibile... bellissimo. Le aveva detto un’infinità di volte che l’amava e ogni volta che un “ti amo” gli era uscito dalle labbra, per lei era stata una scossa da mille volt che le aveva fatto vibrare il ventre ed elettrizzato le tempie in un fremito continuo e si era morsicata il labbro ogni volta per non cedere alla tentazione di rispondere d’istinto “ti amo... ti amo anch’io”. Ora le doleva, il labbro, e si passò le dita sulla bocca per sentire se era vero. Se era tutto vero.
  “Mica potevo dirgli “ti amo”, così, la prima volta: impossibile! Non è possibile. No, così non è possibile” continuava a ripetersi con uno strano sorriso ebete che le aleggiava sul viso. “Ma è possibile innamorarsi in questo modo in una notte? Alla mia età? Come una ragazzina deficiente... No, non è possibile... però stanotte glielo dico, glielo dico anch’io...” continuava a ripetersi, istupidita, intanto che preparava il caffè.
  In quei due anni aveva pensato con fastidio all’eventualità di far entrare un altro uomo nella sua vita. Guardava volti sconosciuti e proprio non si vedeva con nessuno, irritata dall’idea di toccare e farsi toccare da un estraneo, disgustata da piccoli particolari come la camicia infilata nei calzoni, il modo di mangiare, di camminare,  insomma cose nuove che non era pronta ad affrontare.
 Invece era arrivato Giuliano...
  Osservò distrattamente i bagnati che avevano cominciato a piantare qualche ombrellone sulla sabbia anche se minacciava pioggia pure quel giorno, ma il fine settimana era cominciato e molti non rinunciavano a un giorno da trascorrere al mare.
  Distratta non si era accorta che lui era lì e la stava baciando sul collo.
  «Uhm, caffè e torta alla mattina, che fantastico buon giorno» mormorò allegro, sedendosi accanto a lei al bancone della cucina.
  Era vestito: camicia bianca stropicciata, bermuda a quadri e piedi scalzi: era bellissimo e nonostante avesse passato i quarant’anni quello che aveva perso in giovinezza lo aveva acquistato in fascino.
  «Senti,» le disse dopo aver fatto colazione, «io devo tornare in città. Ho un appuntamento nel primo pomeriggio, due coppie di Milano che cercano un alloggio in Riviera per le vacanze, comprerebbero anche sulla carta, sai il nuovo complesso di tuo padre?»
  Bea annuì.
  Giuliano si era alzato e la guardava imbarazzato al centro della stanza, passandosi una mano tra i capelli, a raccogliere i pensieri. «Ascolta,» iniziò di nuovo, «non siamo più dei bambini...»
  “Dove vuole andare a parare?” cominciò a domandarsi Beatrice allarmata, mordendosi l’interno del labbro dolorante.
  «Io ho sempre vissuto da solo... ho le mie abitudini... le mie fisime...» balbettava imbarazzato.
  “Tutto chiaro!” si disse Beatrice, già furiosa. “È stato solo un modo per portarmi a letto” pensò inferocita, con le narici dilatate. “Stronzo! Meno male che non gli ho detto anch’io “ti amo” altrimenti la figura da deficiente era perfetta!”
  Bea stava per sbottare, ma si trattenne e lo lasciò finire per vedere fin dove si sarebbe spinto.
  «... ma sono disposto... beh, farò tutto quello che mi chiederai di fare... insomma, non siamo dei bambini, io voglio vivere con te, ho aspettato già abbastanza... i “proviamo”, i “poi vediamo”, beh, non fanno per me; io voglio vivere con te: qui... da me... scegli tu» continuò davvero imbarazzato, «... anche se qui è più bello e sarebbe più facile per te; sono disposto a fare avanti e indietro... ma se preferisci venire tu da me...»
  Beatrice rimase muta ad osservarlo, frastornata, così Giuliano continuò: «Io ora devo proprio andare. Ho quell’appuntamento nel pomeriggio e devo cambiarmi prima dell’orario delle visite, devo andare a trovare Edo e vedere il bambino, così gli dico subito di noi, vuoi venire con me?» le chiese senza ombra di ironia.
  «No, guarda: passo» rispose pronta Beatrice che aveva ritrovato la favella e le era uscito anche un risolino. «No, devo finire un lavoro urgente e poi...» si fermò un attimo, fece una strana smorfia, «... devo farti spazio nell’armadio» disse, sollevando lo sguardo su di lui e liberando finalmente il labbro martoriato dalla stretta dei suoi denti.
  Con una sola falcata Giuliano le era arrivato accanto, le aveva preso il viso tra le mani per darle un bacio... un bacio, beh, uno di quei baci che te li ricordi.
  «Io vado, ci vediamo nel tardo pomeriggio» le disse col sorriso, quando finalmente si staccò da lei. «Non preparare niente, ti porto fuori a cena. Ti chiamo dopo» le disse salutandola e imboccando la porta finestra che dava sulla spiaggia.
  «Guarda che la porta è di là» lo avvisò Bea sorridendo.
  «Lo so, ma mi piace più qua, così vedo il mare.»
   Bea tornò alla scrivania, riprese in mano il fascicolo del libro, diede una scorsa veloce, lo richiuse, se lo strinse al petto.
  Ora aveva le idee ben chiare e si mise all’opera. In due ore aveva preparato tre proposte, una in particolare era bellissima, evocativa e azzeccata.
  Aveva ricevuto una sfilza di messaggini da Giuliano, uno più scemo e carino dell’altro e qualcuno più serio, come quello all’uscita dall’ospedale:
EDO È RIMASTO BRASATO - A BOCCA APERTA  ;) 
  Giuliano sapeva anche mettere le faccette, pensò Bea divertita e si era dedicata a rileggere il romanzo.
  Alla fine le era piaciuto.
  Molto.  
  Le era piaciuta Aline.
  “Il titolo fa pena, ne sono ancora convinta, ma il romanzo è pieno di passione e sentimenti forti” si disse e rilesse tutto avidamente per arrivare alle poche righe dell’epilogo... ...

... ... Aline, prima di scendere dalla carrozza presa a nolo, osservò con attenzione il portone principale per individuare il batacchio, segno indiscutibile della presenza dei padroni di casa in città e, senza attendere che il vetturino l’aiutasse, smontò per salire i gradini che portavano all’ingresso.
  Non fece tempo a bussare che il portone si aprì magicamente e fu attirata dentro casa con urgenza.
  Il cocchiere, che stava scaricando il poco bagaglio della signora, rimase stupito di vederla scomparire nell’ingresso, preoccupato di non essere pagato. Si affacciò all’uscio e vide un signore distinto che teneva tra le braccia la sua cliente e una bimba piccola; lui voleva essere pagato e non gli importava certo di assistere a certe smancerie. Meno male che c’era anche il maggiordomo che fortunatamente gli aveva messo in mano due ghinee. Sollevò il cappello e voltò le spalle al quadretto di quella famigliola che aveva appena contribuito a riunire... ...

... ... Beatrice pensò che avrebbe acquistato il libro appena lo avessero pubblicato, anzi, avrebbe chiesto una copia autografata.
  Ripose le fotocopie e si alzò per rispondere all’ultimo messaggio:
  –  RITARDO UN PO’ INCIDENTE IN SOPRAELEVATA - HO PRENOTATO AL VESCOVADO PER LE 8 -  TI AMO
  “Può cambiare la vita in un solo giorno?”, si domandò prima di rispondere al messaggio. “Ovviamente sì! E qualche volta non in peggio”, però forse era meglio non spingere troppo sull’acceleratore, si ammonì.
  Guardò il cellulare poi digitò la sua risposta.
  –  TI AMO ANCH’IO –  rispose e... al diavolo i tormenti!




 FINE


CHI E' L'AUTRICE
VELO NERO dice di sè... : "Se è vero che la vita comincia a quarant’anni, io ho appena terminato la prima elementare.
Sono ligure, il che, di per sé, è un tratto distintivo. Nel mio bagaglio di esperienze ho stivato dentro, ben pigiati, studi classici, una vecchia laurea in sociologia, qualche corso di linguistica, comunicazione e un po’di statistica. Vi ho infilato tutte le cose che la gente mi ha insegnato in tanto tempo e tanti anni passati dietro a un banco.
Ho fatto poco di tutto e neanche tanto bene. Ma la cosa che faccio peggio in assoluto è la casalinga, così, per non farmi licenziare dai miei tre datori di lavoro, cioè mio marito e le mie figlie, mi sono messa a scribacchiare cercando di far credere ai miei che ho dei numeri. E li ho convinti. Ora non mi resta che convincere voi." Il primo romanzo di Velo Nero, Carta Bianca, uno storico autopubblicato , ha riscosso molto successo sulla rete e i suoi diritto sono stati acquisiti da un' importante casa editrice. Lo vedremo presto anche in libreria.


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6 commenti:

  1. Ciao Velonero complimenti per il tuo racconto nn vedo l'ora di leggere un tuo libro sei molto brava e farai strada. Ti seguo da un po sono una tua fan un bacio rosig. Anch'io sono una pessima casalinga ma va beh nn possiamo essere perfetti!!!!!!!!!

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  2. Bellissima complimenti, mi hai completamente coinvolta e fatta appassionare a questa breve storia, eh si l'unico difetto è che è troppo breve purtroppo! So che è una storia breve ma non finirei mai di leggere quello che scrivi, sei davvero eccezionale e lo penso davvero.
    Coinvolgente ed appassionante questa storia, anzi le due storie perché ci hai regalato anche una storia nella storia, fino ad un certo punto mi stavo appassionando alla storia struggente di Aline e poi zac mi hai regalato la storia di Bea e Giuliano! Non credo che sia facile parlare di due storie completamente diverse, nello stile e nel linguaggio, nelle ambientazioni e tutto ciò che serve per vivere in un mondo dell'ottocento e poi nei tempi moderni, può sembrare una sciocchezza ma non credo che lo sia. Tu sei riuscita a farlo e soprattutto a renderlo normale e piacevole, passare da un'epoca all'altra con una salto temporale. Brava davvero.
    E poi Bea e Giuliano, Bea mi ha fatto morire dal ridere durante la scommessa, insomma lei era tutta concentrata a scandire il tempo e lui...beh lui...faceva ben altro ... ;) meravigliosi...poi si è destata ed allora ovviamente si è arrabbiata e lui si è finalmente dichiarato e che dichiarazione mamma mia, bellissima, lui da sempre innamorato di lei, nascondendo i suoi sentimenti ed aspettando il momento opportuno per dichiarargli tutto il suo amore, per dirgli da quanto la ama e la aspetta! Bellissima davvero ti faccio i miei complimenti, che tu sia brava lo so già ma riesci sempre a stupirmi e regalarmi emozioni. Grazie davvero.....

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  3. Letto tutto d'un fiato.Scrivere due storie una contemporanea e l'altra storica ( due generi di scrittura che conosci molto bene) è un colpo di genio. Ho letto nello stesso tempo due storie bellissime seppur diverse . Ti riconfermi la mia autrice preferita. Con la tua scrittura sai coinvolgere ed emozionare non sei mai banale e in poche righe sai descrivere caratteri ed emozioni. Grazie Velonero continua a fare quello che sai fare meglio la scrittrice .. lo devi alle tue lettrici.

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  4. Wooow! Come sempre sai stupirmi e farmi provare forti emozioni... non ho più parole per descrivere la tua bravura.
    Ho letto Carta Bianca e già mi avevi conquistata e con questo racconto breve ti assicuro che qualsiasi cosa scriverai io la leggerò.
    Ogni tuo racconto o ff sa farmi sognare, amare, soffrire e mi rapisce.
    Sei stata bravissima ad inserire due storie nello stesso racconto e in due periodi storici diversi.
    Continua a scrivere perchè il tuo è un talento che in pochi hanno!
    Papera

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  5. Brava, brava, brava. Ma d'altronde non potevo aspettarmi niente di meno da una scrittrice brava come te. Ho letto tante cose che hai scritto e non sono rimasta mai delusa. Mai. Questa storia non fa eccezione. Veloce e brillante, personalmente mi fa venir voglia di mettete le mani anche sul libro di Aline. .. Lorenza

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  6. Nooooo..... Questo racconto li batte tutti, giuro!!! La doppia lettura delle due storie (il romanzo storico/ quello contemporaneo), agganciati dal lavoro della protagonista, tutti i parallelismi tra le due trame che, inizialmente, sembrano diametralmente opposti, i flashback che spiegano i "tormenti" delle due coppie- con terzo incomodo... Il nome della bambina... Bellissimo!!!

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