QUEST'ESTATE TI REGALO UN COWBOY di Maria Cristina Robb





Il centro commerciale alla periferia di Phoenix era un’oasi in quel clima torrido, dove anche il solo atto di respirare velava la pelle di sudore.
Erano in tanti ad aver scelto gli ampi corridoi e gli spiazzi dell’Arizona Mills come rifugio e il gigantesco stabile traboccava di teenager in calzoncini e canottiere, famiglie con branchi di bambini “Duracell” che correvano in lungo e in largo e tipici cowboy con i loro cappelli western e gli stivali a punta, consunti e impolverati, di chi non li indossava per seguire le tendenze della moda.
Lizbeth si aggirava tra le vetrine e i banchetti centrali respirando quell’atmosfera country come un balsamo contro il sofisticato snobismo di Denver. Aveva un po’ di tempo prima di raggiungere la sua meta per quel lungo weekend estivo ed era determinata a trovare il più bel paio di stivaletti che il centro commerciale potesse offrirle.
“Devi andare via.” le avevano detto Mary Lou e Johanna, le
sue amiche di sempre, regalandole il voucher per quella vacanza. “Fare qualcosa che ti piace. Non puoi passare il tempo chiusa in casa a piangere.” Perché era quello che avrebbe fatto, senza dubbio.
Sabato si sarebbe dovuta sposare.
Sposare!
E invece era lì, nel mezzo della canicolare Arizona, a cercare di dimenticare tra polvere e cavalli di essere mai stata fidanzata con quel bastardo di Thomas.
Il giorno prima del suo appuntamento con il pasticciere che avrebbe confezionato la torta nuziale a tre piani, quella carogna le aveva telefonato.
“Lizzie, mi dispiace …”
Lei aveva ridacchiato al tono sconsolato. “Dai Tom, non puoi farti venire il panico un mese prima. Dovevi pensarci quando mi hai dato quell’anello.” gli aveva risposto, rimirando il diamante da un quarto di carato che brillava al suo dito.
E lui le aveva lanciato la bomba. “Sono a Las Vegas con Susan Kendall… Ci siamo appena sposati.”
Susan Kendall, la figlia del socio di maggioranza dell’agenzia pubblicitaria dove lavoravano entrambi. La stessa agenzia dove Thomas era da poco diventato socio, dopo due anni in cui lei si era dedicata anima e corpo alla sua carriera.
Avrebbe dovuto capirlo dalla tirchieria dimostrata nell’anello o dal tempismo con cui era sopraggiunta la proposta, subito prima di quella grande campagna per la sede regionale della WhiteWave Foods Company, dove lei aveva sudato sangue per preparargli la strategia di marketing e la presentazione alla ditta. Ma niente. Era arrivata a un mese dalle nozze, ignara della meschinità e della vigliaccheria racchiusa in quello scarso metro e settantacinque di uomo.
Che emerita idiota!
Si fermò davanti a una vetrina, offuscata dal velo di lacrime che ancora le provocava quel tradimento.
Smettila subito Lizzie Garland! si disse. Thomas non merita neanche mezzo dei tuoi sospiri. Incomincia a guardarti intorno. Tra tutti ‘sti cowboy, troverai pure il tuo chiodo-scaccia-chiodo.
Lizbeth strinse i denti, spazzò via con il dorso la lacrima ostinata che aveva voluto scendere per forza e si costrinse a esaminare la merce esposta dietro al vetro.
Era davanti a un tipico negozio di abbigliamento western con cappelli di tutte le fogge, camice a quadrettoni, jeans sdruciti e una magnifica scansia piena di stivali, compresi alcuni di colori davvero originali.
Ecco qualcosa per aiutare la rimozione di Thomas dai suoi pensieri. Con quei tacchi larghi e svasati avrebbe potuto schiacciarlo come quel viscido verme che era.
Lizbeth entrò a passo di marcia nel grande negozio e cominciò a girare tra le corsie e le lunghe barre appendiabito, frugando tra gilet in pelle scamosciati, cinturoni con grandi fibbie lavorate e chaps pieni di frange.
Nel settore dedicato ai jeans, Lizbeth si fermò a rovistare tra le pile di Levis e di Wrangler per trovare qualcos’altro di adatto a sostituire i suoi pantaloni attillati da direttore del settore creativo. Sfilò dal mucchio un paio di “515” e li sollevò per osservare le sfumature del blu che li facevano apparire sdruciti nei punti strategici.
Un movimento alla sua sinistra attirò il suo sguardo.
Un pezzo di marcantonio era appena uscito da un camerino: alto un bel po’ sopra gli appendiabiti con una zazzera di capelli neri spettinati e la pelle scurita dal sole. Indossava una camicia in denim lavato, aperta fino a metà su una maglietta bianca, e un paio di pantaloni in jeans, infilati in due stivali che avevano tutta l’aria di essersi guadagnati quei graffi e quelle sbucciature con il duro lavoro.
Lizbeth rimase incantata a fissare quell’icona del vero cowboy avvicinarsi allo specchio per guardare come
quel tessuto blu stone-washed abbracciava perfettamente quei fianchi stretti e le gambe robuste e lunghe come giovani tronchi d’albero.
Quando si girò e mise in mostra il lato B, Lizbeth emise anche un lieve gemito, accompagnato da qualche soffocato sospiro di altre clienti lì attorno. Un fondo schiena da pubblicità della Marlboro, rotondo e sporgente al punto giusto, che sembrava gridare “toccami” a ogni movimento di quei glutei sodi. Se fosse stata quel tipo di donna, la tentazione sarebbe stata quasi irresistibile.
L’uomo rimase qualche secondo davanti allo specchio a rimirare il capolavoro che era, poi si girò esattamente verso di lei e la fissò con un sorriso sornione e il sopracciglio alzato.
“Ti piace?” le chiese, alzando le braccia per darle una visuale migliore.
“Da scatenare una rissa.” rispose Lizbeth con il tono sognate, concentrata nell’ammirare tutto quel ben di Dio che le si dispiegava davanti. Riusciva anche a immaginarsi la scena: il gruppo di donne che si strattonavano e si tiravano i capelli a vicenda per riuscire a raggiungerlo per prime.
Una serie di risatine femminili la risvegliarono dalla trance. Sbarrò gli occhi sulla faccia divertita dell’uomo, che stentava a restare serio, e si schiaffò il palmo della mano sulla bocca. “Oddio, l’ho detto forte.” farfugliò tra le dita, mentre il fuoco che le si accese in faccia non aveva niente a che fare con il caldo di Phoenix.
Il figo cowboy non riuscì più a trattenersi e buttò la testa indietro in una risata piena e sexy che raccolse altri sospiri dal pubblico femminile di quella scenetta. Lizbeth mollò il jeans che stava guardando e scappò con gli occhi bassi, seguita da quel suono maschile che le procurò un brivido.
Doveva essere diventata matta. Che figura!
Certo, non era uno spettacolo a cui era molto abituata. Thomas seguiva una stretta dieta vegana e aveva un’ossessione per il peso. Si teneva in forma anche con ore di palestra atte a impedire a qualsiasi oncia di grasso di depositarsi sul suo fisico asciutto, quasi alle soglie della magrezza.
Ma uscirsene così, come una femmina in calore, non era proprio nel suo stile.
Lizbeth uscì dal negozio senza alzare lo sguardo dal pavimento in mattonelle bianche e nere, decisa a mettere tra lei e quel cowboy la maggior distanza possibile. Peccato per gli stivali, le sarebbe toccato andarli a cercare altrove.
Dopo un’oretta passata a esplorare vetrine, tra sandali con tacco dodici e scarponi da lavoro, finalmente trovò quello che cercava: uno splendido paio di stivaletti color vinaccia, anche se la commessa si ostinava a chiamarli bordeaux, con le punte girate all’insù e un intricato disegno dorato ricamato sul lato.
Si rimirò davanti allo specchio: proprio una vera cowgirl, pronta ad affrontare quel fine settimana da passare in un ranch.
Si mise in fila alla cassa, orgogliosa della sua bella scatola sotto il braccio, e attese il proprio turno.
“Salve.” Una voce maschile piuttosto bassa, con un tipico accento del sud ovest, le arrivò da dietro. Lei si girò con un sorriso sulle labbra che rimase congelato davanti a due occhi nocciola come cioccolatini al gianduia, incastonati in una cornice lievemente a mandorla che ne indicava l’origine indiana.
Cavoli! pensò Lizbeth, persino la faccia poteva stare dentro una rivista.
L’angolo duro della mascella, gli zigomi larghi e le narici leggermente dilatate, si amalgamavano perfettamente nella sua fisionomia e lo mettevano ai primi posti nella Top Ten dei fighi del centro commerciale. Se non fosse stato per quelle ciglia nere troppo lunghe da sembrare truccate o quelle fossette che gli comparvero sulla guancia mentre osservava il suo sguardo passare dal cortese all’inorridito, avrebbe anche potuto essere appena uscito da uno di quei film western che suo padre adorava, solo per venirla a tormentare.
Lizbeth rimase con la bocca aperta a fissarlo, incapace di reagire.
“Il minimo che puoi fare è invitarmi a prendere un caffè per ripagarmi dello spettacolo.” le disse con un tono che voleva sembrare offeso, ma fu rovinato dalla luce divertita negli occhi nocciola.
Lizbeth era ammutolita. La brillante direttrice creativa della Kendall, Turner and Roary, con la parlantina più sciolta di tutta l’agenzia, anche se non sufficiente per offrire a lei il posto di socio, era letteralmente senza parole.
“Signorina? Li vuole pagare quegli stivali?” La voce della cassiera la tolse dall’impasse.
Lizbeth si girò di scatto con una scusa sussurrata. Diede la sua carta di credito alla commessa, fingendo di essere l’unica superstite dopo una pestilenza che aveva ucciso anche tutti i cowboy strafighi, e aspettò con ansia il ticchettio del Pos per poter agguantare la scatola e fuggire.
“Allora? Questo caffè?” L’uomo di fianco a lei, però, non sembrava volerla prendere persa.
“Sono in ritardo. Ho un impegno.” rispose Lizbeth con un borbottio, lo sguardo concentrato sullo scontrino da firmare.
Poi se ne scappò dalla vigliacca che era, stringendo il suo sacchetto di carta, seguita ancora una volta da quella risata profonda.
Poteva già sentire gli insulti di Mary Lou e di Johanna seguirla lungo il corridoio fino all’uscita e alla salvezza della sua macchina a noleggio. Era lì per divertirsi, lo aveva giurato. Cosa c’era di meglio di un cowboy così caliente da far sciogliere le calotte polari?
Ecco cosa c’era, troppo caliente! Lizbeth aveva bisogno di un ragazzo carino e gentile, con un bel sorriso amichevole e un fisico asciutto e piacevole, non un modello da copertina di romanzo rosa, con un torace talmente largo da poterci scrivere l’intero poema di Milton o con due cosce poderose da tenerlo in sella a un mustang selvaggio con la sola forza dei loro muscoli. Aveva detto carino, non stra… tutto!
La temperatura desertica la accolse fuori dal centro commerciale, strappandole l’ultimo respiro in un rantolo. Meglio andare a cercare la macchina e scappare prima di incontrare un altro rappresentante di quella razza aliena e fare un’altra mega figuraccia.
Cosa la aspettava al ranch?

Lizbeth tolse il cuscino da sopra le orecchie e alzò la testa.
Dio ti ringrazio! Il comizio era finito, l’assemblea generale di tutti i pennuti dell’Arizona aveva finalmente
aggiornato la seduta.
Il coro di un fantastilione di uccelli, appollaiati proprio davanti alla sua finestra, era stata la sua brusca sveglia e aveva proseguito con il volume di una rock band fino alla completa ascesa del sole.
Lizbeth non era abituata a tutto quel rumore. Al trentesimo piano, nel suo appartamentino a Denver, il suono del mondo restava fuori dai tripli vetri e il silenzio notturno era interrotto solo dal leggero ronzio dell’aria centralizzata o qualche raro gorgoglio degli scarichi. Benedetta civiltà!
Si girò sulla schiena e le scappò un gemito: le sei e trenta! Bell’orario per il suo primo venerdì di ferie da… due anni?
E adesso? Chi si sarebbe più riaddormentata? Tanto valeva alzarsi e incominciare a esplorare quel ranch di cui la sera prima aveva solo intravisto la struttura. Una larga costruzione era il punto centrale del complesso, dove si trovava la reception e tutti i servizi, comprese le cucine, la sala da pranzo, un grande salone per intrattenimenti e l’area dedicata al benessere, e intorno si stendeva una serie di bungalow di varie dimensioni, ognuno con il suo bel numero dipinto su una piastrella di maiolica.
La sua casetta in mattoni a vista era la numero ventisei e il ragazzone con i denti sporgenti che l’aveva accompagnata, le aveva assicurato che era una delle più belle, con vista diretta sulle montagne del Saguaro National Park. Un piccolo patio ospitava un paio di lettini di legno con l’imbottitura blu elettrico e, oltre la porta d’ingresso, un’ampia camera da letto in stile messicano, con un’area soggiorno dotata di sedie, tavolo tondo e una poltroncina con la spalliera e i braccioli guarniti da centrini ricamati. Sul retro c’era un’altra terrazza e il bagno, rivestito in ceramica blu e bianca con motivi aztechi sparsi sulle mattonelle, era subito prima della porta finestra. Nel complesso un ambiente spartano ma molto confortevole, dove chiunque, persino lei, aveva la possibilità di scordare i propri guai.
Lizbeth scostò le lenzuola e mise i piedi sul ruvido tappetino in lana, intessuto con i simboli tipici delle culture precolombiane. Una doccia veloce e una buona colazione avrebbero migliorato decisamente il suo umore.
Senza preoccuparsi di indossare le pantofole sul parquet grezzo lucidato, si diresse alla finestra. Le montagne erano illuminate dai raggi solari ancora obliqui che disegnavano ombre sopra la roccia rossastra, brulla e irregolare. Al di sotto si stendeva un paesaggio desertico, sassoso, punteggiato da bassi cespugli e alti tronchi spinosi di cactus. Non mancava niente all’ambientazione da film western, solo un tenebroso cowboy dentro una nuvola di polvere, il cavallo lanciato al galoppo e un cappello a larghe tese calato sul viso. Se avesse avuto il fisico spettacolare di quello del centro commerciale, avrebbe anche potuto ripensare alla sua politica del “carino ma non super”.
Infilò un paio di jeans robusti che, con i suoi bellissimi stivali nuovi e una camicia a quadretti bianchi e celesti, le assegnava di diritto la parte di comparsa in quel film. Se avesse legato i capelli biondo miele in delle trecce, qualcuno avrebbe anche potuto chiamarla Jane.
La sala da pranzo era deserta ma già allestita con ogni ben di Dio per sfamare gli ospiti del ranch: uova, salsicce, bacon, patate e una miriade di composte di frutta da spalmare su larghe fette di pane abbrustolito.
“Buongiorno. Vuole che le faccia friggere qualche frittella?” Una ragazza in perfetta tenuta western, comprensiva di frange sulla camicetta a quadrettoni e cappello tirato indietro sui capelli biondo cenere, era appena uscita da due battenti a molla ancora oscillanti. Teneva un vassoio in mano, colmo di tazze e bicchieri, che depose di fianco ai dispenser d’acciaio per il caffè.
“No, grazie. Basta la salsiccia a far sentire il brivido della morte alle mie arterie.” rispose Lizbeth.
C’era già cibo a sufficienza per farle dimenticare la sua dieta perenne e al diavolo Thomas e tutte le sue critiche ai suoi fianchi troppo abbondanti.
La cameriera sorrise e tornò a passo svelto verso la porta da cui era venuta.
Due uova con salsiccia, due fette di pane abbrustolito, spalmate di composta di albicocche, e una grandiosa tazza di caffè dopo, Lizbeth era pronta a dirigersi verso la sua prima meta: le stalle.
Lasciò la casa e percorse la stradina cosparsa di ghiaia scricchiolante fino al grande recinto e alla costruzione dove erano alloggiati i cavalli. Gli sportelli esterni erano ancora chiusi ma il rumore di zoccoli battuti sul cemento e il tintinnio di finimenti non lasciava dubbi sul fatto che gli occupanti fossero già attivi.
Un battente si apriva nel grande portone e all’interno la stava aspettando il tipico odore acre e pungente dei ricoveri per cavalli e il lampo di nostalgia che le provocava ogni volta. Il padre che la prendeva in braccio per accarezzare un muso, il vecchio Jim che le regalava le mentine di nascosto e le ciambelle che la nonna preparava per merenda.
Era stato Luke Garland, suo padre, a insegnarle a stare in sella quando era piccola, quando ancora vivevano nel ranch in Texas, vicino a Houston. Dopo il divorzio dei genitori avevano venduto tutto. Lei si era trasferita a Denver con la madre e lui in Idaho per aprire un commercio di legnami. Lo aveva visto pochissimo da allora e la nostalgia per il periodo della sua infanzia, vissuta al ranch insieme ai nonni, non aveva smesso di farsi sentire.
All’interno dello stabile gli sportelli dei box erano aperti e in fondo, contro il bagliore impolverato del sole proveniente dal portone opposto, intravide la sagoma di un cavallo con un uomo che gli stava spazzolando i garresi.
Dal primo stallo spuntò una testa con una riga bianca lungo tutto il naso, le froge dilatate, le orecchie dritte come antenne e due occhi lucidi che la osservavano attenti.
“Ciao, bellezza.”
Lizbeth si avvicinò con la mano aperta per chiedere il permesso di toccare. Il cavallo soffiò e lei si sentì autorizzata a indugiare sul pelo liscio e lucido del lungo naso e del collo, ritrovando lo stesso piacere di quando era bambina.
Alcune altre teste spuntarono dai box adiacenti, curiosi di vedere la nuova arrivata e dopo aver distribuito coccole anche a loro, le era venuta una gran voglia di provare a fare un giro. Lo stalliere là in fondo forse poteva aiutarla.
L’uomo era chinato e stava spazzolando con cura le zampe di un magnifico morello color mogano scuro.
“Mi scusi.” Lizbeth gli arrivò vicino e apprezzò le larghe spalle racchiuse nel jeans della camicia. “È possibile far mettere la sella a un cavallo?”
L’uomo fermò il suo lavoro all’altezza del ginocchio. “Perché?” chiese brusco, senza voltarsi.
Ma che modi! “Per vedere se s’intona ai miei stivali?” A domanda stupida, risposta stupida.
Lo stalliere appoggiò la spazzola per terra e si alzò. “Ah! Facciamo anche le spiritose?”
“Non credo…” Iniziò a rispondere, sempre più infastidita, quando l’uomo, che si era voltato verso di lei, sollevò la testa e…
Non poteva essere! Chi aveva offeso di così potente lassù?
Il cowboy strafigo del grande magazzino incrociò le braccia e la guardò con un sorrisetto ironico “Non crede?”
Lizbeth fece due passi indietro. “Mi scusi… niente.” Scosse la mano in un gesto di diniego. “Faccia finta di niente.” e si girò per uscire in tutta fretta dalla stalla.
“Ecco, brava. Scappa.” Le sue parole la inseguirono. “I conigli sono bravi a correre, non a cavalcare.”
Lizbeth si bloccò a metà della costruzione. Come si permetteva quello zotico! Anche se aveva preferito andarsene piuttosto che prendere un caffè con un bellimbusto, non voleva dire che fosse una vigliacca. Forse…
Si girò con le mani sui fianchi lanciandogli un’occhiataccia. “Senta! Per sua norma e regola io non ho paura. Ho solo cambiato idea.”
La risata bassa riecheggiò tra le pareti della stalla. “Se sei brava a dire balle come a cavalcare, è meglio se vai a piedi.” Poi alzò le mani, forse per paura delle intenzioni omicide dello sguardo di Lizbeth. “Va bene. Mi arrendo. Facciamo pace?” Allungò una mano verso di lei. “Ciao, mi chiamo Brian.”
Lizbeth guardò con sospetto prima la mano e poi lui. “Lizbeth.” borbottò tra i denti, accettando il gesto di armistizio. Come si faceva a restare arrabbiati davanti a due occhi color gianduia così pieni di divertimento?
Brian aveva le mani grandi, forti, irruvidite dal lavoro manuale, mani come quelle di suo padre. Il brivido che la percorse, però, non aveva nulla a che fare con l’affetto filiale.
Lizbeth strinse i denti per non mostrare le reazioni che le provocava. Ci mancava solo che capisse quanto le alzava la temperatura, lui e il suo super ego rigonfio.
“Allora” riprese lui senza lasciarle la mano, forse godendo del suo imbarazzo. “Vorresti fare un giro su un cavallo. Sai già andarci?”
Lizbeth giurò di aver visto un lampo scintillare sul suo sorriso, proprio come in certi cartoni animati.
“Mio… mio padre mi ha insegnato da bambina.” incespicò. Se non le lasciava la mano, avrebbe finito per dare un altro spettacolo ridicolo di se stessa.
Finalmente Brian mollò la presa. “E non ci hai mai più riprovato?”
Lei scosse la testa.
L’uomo tirò indietro la tesa del cappello scoprendo la fronte e un ciuffò ribelle arricciato vicino al sopracciglio. Lizbeth ebbe la tentazione di allungare le dita per spostarlo, anche solo di un po’. I detti popolari avevano sempre una ragione d’essere e l’appellativo “tirabaci” su quel viso scolpito, assumeva tutto un suo significato.
“Ti potrei sellare la cavalla del primo box, quella che stavi accarezzando prima.” disse Brian con l’aria di chi aveva dovuto pensarci un bel po’.
“Mi avevi già notata, allora.” Chissà perché le frullò qualcosa nello stomaco.
“Quegli stivaletti rossi ti hanno tradita.” Brian le fece l’occhiolino.
“Vinaccia.” rispose lei tra i denti.
“Cosa?”
“Vinaccia.” disse più forte. “Gli stivaletti sono color vinaccia o bordeaux, se per te è più semplice.”
Brian aggrottò le sopracciglia e la fissò per un attimo. Poi scosse la testa. “Quel che sia. Se vuoi fare un giro devo prima vedere come monti.”
“Non ti fidi?”
“Preferisco accertarmene. È una regola del ranch.”
Si incamminò con passi lunghi degli stivali infangati e sdruciti, verso il portone. “Si chiama Stella” le disse, avvicinandosi al box e dando una pacca affettuosa sul muso del cavallo.
L’animale scosse la testa su e giù.
“Ciao Stella.” La mano di Lizbeth prese il posto di quella di Brian. “Io sono Lizzie.” Non permetteva a tutti di chiamarla così.
La cavalla le diede qualche colpetto con la testa e la fece ridere. “Vedrai. Io e te ci intenderemo a meraviglia.”
Brian fece uscire il bellissimo baio, dal mantello color castano chiaro, e si mise ad armeggiare con sella e finimenti sulla cavalla che batteva gli zoccoli sul cemento, impaziente di uscire da quelle quattro assi di legno.
“Stella è docile e molto affettuosa. Vedrai, non avrai difficoltà.”
Lizbeth fece un cenno automatico della testa, incantata dallo spettacolo dei movimenti veloci e sicuri con cui Brian fissava il sottopancia e il morso delle redini.
Alla fine l’uomo prese in mano i finimenti. “Andiamo?” la richiamò dal suo rapimento.
Lizbeth arrossì. Era riuscita di nuovo a sembrare un’imbecille. A che quota era? Tre, quattro? Chissà se alla fine le avrebbero almeno dato dei punti.
Uscirono nel recinto cosparso di sabbia e Brian tenne fermo l’animale. “Sei capace di salire da sola?”
“Certo!” rispose Lizbeth con finta sicurezza. O almeno ci riusciva, una volta.
Mise un piede sulla staffa e provò a tirarsi verso l’alto. Accidenti, se lo ricordava più facile! Dopo uno sforzato tentativo, ricadde con la suola sul terreno. Tentò una seconda volta. Una mano si piantò sotto il sedere e le diede una spinta. “Solleva la gamba e spostala di là.”
Lizbeth eseguì il comando e si ritrovò finalmente a cavalcioni della sella, di nuovo rossa quasi come i suoi stivaletti. Ormai stava diventando il suo colore naturale quando era intorno a quell’uomo.
“L’inizio non è dei più promettenti.” disse lui.
Lizbeth diede una pacca sul collo di Stella. “Non ascoltarlo, dice così solo perché siamo femmine.”
Lì in cima ritrovò la sicurezza e gli insegnamenti di suo padre: piedi nelle staffe, posizione eretta, ginocchia strette e redini tra le dita.
La cavalla sbuffò e scrollò la testa e Lizzie le diede un’altra carezza. “Visto Stella? Siamo perfette.”
Brian ridacchiò e le fece fare un giro attorno al recinto, tenendo strette le redini. Poi la lasciò andare e la guardò rifare il percorso da sola. “Dalle un colpetto con i piedi e falla trottare.”
Lizbeth eseguì e la cavalla sotto di lei cominciò ad allungare il passo. Dondolando sulla sella Lizbeth si rese conto di quanto le erano mancati quei momenti: suo padre che la portava nella stalla, le metteva il caschetto e la guidava in giro per il ranch. Erano anni che non ci ripensava con tanta nostalgia.
A un certo punto Stella scartò di lato e Lizbeth fece un urletto, tirando troppo le redini. La cavalla si bloccò di colpo e sollevò gli zoccoli anteriori dal terreno, proiettando Lizbeth all’indietro e poi a sbattere contro il collo.
“Calma, Stella. Calma.” Brian comparve subito sotto il cavallo, una mano sull’animale e l’altra sulla sua gamba. “Tutto bene?”
“Sì. Direi di sì.” Lizbeth riprese la sua posizione sulla sella e accarezzò Stella a sua volta. “Scusami. Vedrò di fare meglio la prossima volta.”
Brian la lasciò andare per un altro paio di giri e Lizbeth cercò di ritrovare l’atteggiamento rilassato.
“Mi dispiace.” le disse alla fine, riprendendo tra le mani le redini vicine al morso. “Non credo sia una buona idea fare un giro da sola.”
“Ti prego. Non mi può accompagnare qualcuno?” Era la ragione principale per cui si era fatta convincere dalle sue amiche a venire.
“Sono… siamo tutti impegnati per la gita di gruppo con il bivacco notturno.”
Lizbeth cercò di commuoverlo con uno sguardo disperato.
Brian mise un braccio attorno al collo di Stella. “Un modo ci sarebbe.” Disse. “Devi venire con il gruppo.”
“Una cavalcata… bivacco notturno.” Lizbeth non era una gran amante del dormire all’aperto: insetti, serpenti, pipistrelli e chissà cos’altro.
“O così, oppure non potrai cavalcare.” le rispose Brian che la stava guidando verso le stalle. “Certo, se hai paura…” e lasciò la fine della frase in sospeso.
Lei non aveva paura! Era solo un po’… infastidita dagli animali notturni, l’umidità, i sacchi a pelo e tutto il resto. Ma era sufficiente a farla rinunciare?
“Ti seguirò io.” aggiunse Brian.
Certo che farsi scortare da questo ben di Dio poteva essere un buon incentivo contro le sue fobie. In fondo, era venuta per conoscere cowboy o no? E se tutti andavano fuori in gita e lei rimaneva lì da sola?
Ma sì! Si viveva una volta sola e al diavolo le sue paure dell’uomo troppo bello. Avrebbe finto di essere in uno dei romanzetti rosa che leggeva sempre da ragazzina e avrebbe chiuso le pagine domenica mattina, sull’aereo per Denver.
“Va bene, vengo.” disse con un sospiro.
Brian le fece un largo sorriso. “Allora, tra un’oretta, fatti trovare qui. Prepara qualcosa per la notte e soprattutto il repellente per gli insetti.”
Lizbeth gemette solo a sentirli nominare. Quell’uomo valeva una notte all’addiaccio, contornata da sciami di insetti aggressivi?
Si fermarono davanti al portone della stalla, Lizbeth spostò la gamba e Brian allungò le braccia per prenderla alla vita.
Quando fu a terra si ritrovò a brevissima distanza dai lineamenti da indiano Navajo dello stalliere. Era meglio se chiudeva la bocca se non voleva anche sbavargli sulla bella camicia di jeans.
“Sarà un piacere tenerti d’occhio.” le mormorò, prima di girarsi e condurre Stella nel suo box.
Lizbeth sospirò ammirando di nuovo quel didietro tornito incastonato nei jeans stretti. Anche per lei sarebbe stato un piacere tenere gli occhi su di lui. Era rimanere in sella senza avere un mini orgasmo ogni volta che lo guardava che sarebbe stato un problema.


“Che cos’è questa delizia?” chiese Lizbeth mentre il pezzo di pane si abbrustoliva sulla fiamma.
“Si chiama crescente. È condito con la pancetta. La prendiamo da un fornaio italiano che ha aperto da poco a Twin Peaks.”
Lizbeth mordicchiò la crosta croccante con un mugolio di piacere. Un po’ di consolazione per i suoi poveri muscoli che stavano gridando vendetta.
Era stata una lunga cavalcata. I cowboy li avevano condotti lungo il sentiero polveroso in mezzo ai cespugli di ambrosia, baccaride e le alte colonne dei cactus per inerpicarsi su per le montagne del Saguaro National Park e proseguire lungo i crinali.
Brian era attento a tutti gli ospiti, come gli altri cowboy, ma puntualmente Lizbeth se lo ritrovava di fianco in qualche passaggio difficile o anche solo per farle notare qualche bellezza nascosta tra le rocce e gli arbusti di quel paesaggio desertico.
Cosa ci trovasse in lei non lo capiva. Non è che mancassero le donne nel loro gruppetto, che non avevano certo fatto mistero su chi era il favorito fra gli stallieri. Solo che lui sembrava non notarlo. Anche durante la sosta per il pranzo, quando quella rossa tutto pepe con un bottone di troppo slacciato nella camicetta, aveva cercato di sedersi di fianco a Brian, era stata scoraggiata con un sorriso e un “occupato”, prima che togliesse il panino di mano a Lizbeth e la attirasse al suo fianco, su uno dei cuscini che erano stati allestiti per dare sollievo ai didietro doloranti degli ospiti.
L’aveva persino salvata da un incontro ravvicinato con un serpente dalla pelle argentata e larghe macchie marroni.
“Oddio!” Lizbeth aveva strillato e si era buttata tra le braccia del primo che incontrava che, non per caso, era proprio Brian.
“Non devi gridare.” le aveva detto. “Li spaventi. È più facile che attacchino.”
“Mi fanno schifo.” aveva rabbrividito Lizbeth ancora stretta a lui, guardando gli altri stallieri catturare e uccidere il serpente.
“Povero piccolo.” aveva commentato lui, meritandosi un’occhiataccia. Lizbeth aveva avvertito le vibrazioni della sua risata attraverso il fianco che erano scese fino a creare un piccolo vortice di calore nel basso ventre.
Le era bastata una risata…avrebbe dovuto stare attenta o si sarebbe messa in guai seri.
Il problema era che, al di là di essere il fotomodello perfetto per American Cowboy, era saltato fuori essere persino simpatico. L’aveva messa a suo agio e lei si era ritrovata a raccontargli della sua infanzia nel ranch dei nonni, del doloroso trasferimento a Denver con la madre e di come, alla fine, fosse diventata una cittadina a tutti gli effetti.
Brian, invece, veniva da una famiglia numerosa, nata proprio in quelle zone: tre fratelli e una sorella sparsi per mezza America e i genitori che vivevano in California per dare sollievo all’enfisema del padre.
Tra una chiacchiera e l’altra, Lizbeth aveva sentito meno la fatica della cavalcata ma quando erano arrivati alla radura con il focolare in pietra, dove avrebbero passato la notte, il suo corpo si era rifiutato di cooperare e se non fosse stato per Brian, sarebbe rimasta sul cavallo o piombata nella sabbia faccia in avanti, senza potersi più muovere.
“Ci accamperemo qui.” aveva detto, mentre l’aiutava a scendere da Stella ridendo dei suoi lamenti. “Non avrai neanche la forza di aver paura.” 
“Io non ho paura.” La sua protesta era uscita un po’ deboluccia.
“Certo, si capisce.” l’aveva motteggiata.
Brian l’aveva fatta sedere sotto un albero con larghe foglie verde scuro mentre prendeva i sacchi a pelo e le provviste dalle borse delle selle.
Lizbeth aveva guardato gli altri ospiti stravaccarsi sotto i rami mentre i cowboy, per niente provati dalla cavalcata, se non per un po’ di polvere sui vestiti, allestivano il fuoco e la cena: carne arrostita, pannocchie e una torta di carote che non avrebbe sfigurato in una delle migliori pasticcerie di Denver.
“Delia è una gran cuoca.” le aveva detto Brian, riempiendosi la bocca di dolce. “La gente viene al ranch anche solo per la sua cucina.”
Lizbeth aveva assentito con la mano già su un altro quadretto di quella delizia. Si sentiva la testa leggera. Aveva finito una birra e la seconda era a metà al suo fianco quando Jeff, uno dei cowboy, aveva tirato fuori una pila di bicchierini in plastica e una bottiglia di Jim Beam. “Per scaldarci un po’” aveva detto e in effetti gli animi si erano accesi e le risate erano diventate più frequenti anche tra gli ospiti distrutti dalla cavalcata.
“Bene” disse Brian, appoggiando il bastoncino su cui aveva abbrustolito il suo pane alla pancetta. “Visto che siamo dell’umore giusto, faremo un po’ di musica.”
Dalle sacche delle selle comparvero una chitarra e un banjo e due dei cowboy si sistemarono in un angolo e si misero a suonare.
“Chi vuole provare a ballare con me?” chiese Brian, guardandosi intorno. “Domani sera ci sarà una festa al ranch. Vi insegnerò alcuni passi dei nostri balli di gruppo.”
Le persone lì intorno erano più che altro cittadini provenienti dall’Arizona e dagli stati limitrofi, dove era più difficile si imparassero le coreografie western. Figuriamoci la coppia di newyorchesi in viaggio di nozze.
Diversi ospiti gemettero in disappunto.
“Su, scansafatiche, in piedi.” li costrinse Brian tendendo la mano a ognuno. “Mettetevi uno accanto all’altro. Io e Mitch vi faremo vedere.”
Lizbeth era piacevolmente brilla dopo lo shot di bourbon e l’alcool le aveva quasi fatto dimenticare il dolore alle cosce e ai glutei. Si alzò con un grugnito poco femminile e si diresse strascicando un po’ i piedi nel punto dove si stava formando il gruppo.
Il suo bel cowboy comparve al suo fianco. “Partiamo con uno dei più facili.”
Le note di “Country Girl Shake” uscirono dalle corde degli strumenti e Brian e Mitch cominciarono. Due passi avanti, colpo d’anca, passo avanti caricato e passo indietro e poi mezzo giro indietro. Ripetizione della sequenza e poi un quarto di giro a sinistra. Qui cambiava: passo laterale, un quarto di giro, passo di mambo, mezzo giro, altro passo di mambo, colpo d’anca, tre calci e avanti così, fino a completare il primo quadro e ripartire sul lato sinistro.
Lizbeth tentava di seguire i passi veloci fatti dai due cowboy con le mani in tasca e si chiese come mai Dio l’avesse dotata di un terzo piede che continuava a farla inciampare e zompettare per cercare di imitare i movimenti fluidi dei due uomini.
Quando alla fine riuscì a fare una sequenza completa senza sbagliare, fece un urlo con le braccia alzate e poi si lasciò cadere esausta su un cuscino.
Brian si sedette al suo fianco ridendo.
“Per fortuna che era uno dei più facili.” gli disse, accettando la SunUp che le offriva.
“Non puoi immaginarti a quali livelli arrivino certi ballerini.” le disse lui, prendendo un lungo sorso della sua birra. “Ma non credere di aver finito. Adesso tocca al two-step.”
Lizbeth mugolò di disperazione. “Basta, vuoi vedermi morta.”
“Pensala così. Sarai talmente stanca che non penserai più agli scorpioni e ai mille piedi che gireranno intorno al tuo sacco a pelo.”
Lizbeth strillò schizzando in piedi e sfregandosi i vestiti per scacciare insetti immaginari. Brian si mise a ridere e si rialzò a sua volta.
“Forza.” disse forte rivolto a tutti. “Prendetevi una dama. Adesso proveremo il two-step.”
Brian le cinse la vita e la strinse forte contro il suo corpo, ammutolendo così qualsiasi protesta. Le prese la mano destra e aspettò l’inizio della musica.
Firecracker!” esclamò Brian, quando le prime note partirono. “Proprio adatto alla situazione.”
Poi iniziò. “Seguite noi.” disse rivolto agli altri.
Brian era un ballerino fantastico. Lei conosceva a mala pena i passi ma lui la guidava dove voleva e la trascinò in un ballo veloce e ritmato che consumò il poco fiato che le era rimasto. Alla fine si buttarono tutti a terra fra risate e lamenti. Un altro giro di bourbon rallegrò ulteriormente gli animi.
“Sono a pezzi.” confessò Lizbeth.
“Una cittadina come te che andrà in palestra tre volte la settimana.” la prese in giro Brian, mandando giù con un colpo il suo dito di whiskey.
”Palestra, appunto. Qualche saltello, un po’ di pesi, tapis roulant. Non su una sella dura a dondolare per sei ore più ballo sfrenato per due.”
“Esagerata.”
”Non è vero!” esclamò. “Sono  un fascio di dolore. Mi fanno male persino i capelli.” terminò con tono piagnucoloso.
”Forse ho un rimedio.” Brian le prese un braccio. “Siediti qui.”
Lizbeth guardò con diffidenza la mano dell’uomo indicare lo spazio in mezzo alle sue gambe. Era un posto sicuro quello? Ne dubitava davvero. Ma il bourbon le diede coraggio sufficiente per scivolare fra quei jeans frusti e senza curarsi di dove sarebbe finita.
Brian le mise le mani sulle spalle e cominciò un massaggio lento con i pollici sui muscoli tesi e indolenziti dalla lunga cavalcata.
Qualsiasi remora volò via sotto il tocco esperto di quelle dita. “Oddio. Che bello.” mugolò lei muovendo la testa di qua e di là per sciogliere anche i muscoli del collo.
“Mmmm.” disse l’uomo alle sue spalle. Il fiato caldo si avvicinò e le labbra si posarono sulla pelle scoperta dalla coda con cui si era legata i capelli.
Lizbeth rabbrividì con violenza. Grazie, Dio, sussurrò nella sua mente. Qualcuno lassù aveva pensato che dopo tutto, avesse diritto anche lei a un po’ di conforto. Si sarebbe lasciata andare, solo un pochino. Era lì per quello, giusto?
Lizbeth si appoggiò all’indietro contro il petto largo di Brian e lasciò che le labbra calde seguissero la linea della mandibola giù, fino ad arrivare al mento. Con un dito le fece girare la testa abbastanza per appoggiare la bocca sulla sua.
Altro che bourbon. Bastavano le labbra di Brian per farla ubriacare del tutto.
Lizbeth si girò per dargli un accesso migliore e lasciò che la sensazione di calore la avvolgesse completamente.
Brian staccò le labbra e appoggiò la fronte contro la sua. “Ci avrei giurato che sapevi di pesca.” le sussurrò, sfiorandole ancora la bocca.
Lizbeth sorrise, il suo magico burro cacao.
“Sarà meglio che andiamo a dormire, prima che faccia qualcosa di molto sconveniente.” aggiunse Brian, spostando le labbra contro il suo orecchio.
“Tipo?” Lizbeth aveva gli occhi chiusi per assaporare fino in fondo la sensazione fantastica di aver quell’uomo sexy che le sfiorava la pelle con la bocca.
“Prenderti qui davanti a tutti?” le rispose con una risatina.
Lizbeth avrebbe anche dovuto scandalizzarsi ma l’unica cosa che avvertì fu un’altra ondata di calore che le si sparse nella pancia. Doveva essere il bourbon a renderla così disinibita.
“Un vero peccato.” sussurrò, prima di riuscire a frenare la sua linguaccia. Brian emise un leggero fischio e reclamò un altro bacio più appassionato che lasciò entrambi senza fiato.
Poi la costrinse ad alzarsi. “Vai a dormire, tentatrice.” le disse, gli occhi illuminati dalle fiamme del fuoco vicino a loro.
Lei mugolò di scontentezza ma si trascinò verso il sacco a pelo e vi si lasciò cadere sopra. Appoggiò la testa sul cuscino e l’ultima cosa che ricordò fu il peso del braccio di Brian sulla schiena.
  
Le risate, le canzoni sguaiate e la musica a tutto volume riempivano l’aria crepuscolare del loro suono allegro. Quella sera al White Stallion Ranch c’era il karaoke.
Lizbeth aveva ricevuto le maracas il secondo giorno di scuola. Dopo averla sentita cantare l’inno nazionale, la maestra le aveva detto: “Mi raccomando, Lizbeth.” e le aveva consegnato i due strumenti con grande solennità. “Scuotile forte quando te lo dico. Conto su di te.”
Neanche sotto la doccia Lizbeth aveva il coraggio di cantare.
Così, prima che qualche yankee brillo la costringesse a rovinare la digestione degli ospiti del ranch, si era defilata nella grande terrazza esterna per godersi le ultime fiamme arancioni e viola del tramonto.
Sarebbe stata in viaggio per Las Vegas a quell’ora, insieme a Thomas, il suo neo marito.
Per la prima volta, ripensare al tradimento di quel vigliacco non le procurava un crampo doloroso allo stomaco, né un urgente bisogno di piangere. Per la prima volta vedeva davvero in faccia l’uomo che avrebbe voluto sposare.
Che errore sarebbe stato!
Le era bastato un cowboy appena conosciuto, un gran bel pezzo di cowboy poteva aggiungere, e un bacio davanti a un fuoco da campo per aprire gli occhi su tutto lo snobismo, l’ipocrisia, l’egocentrismo dell’uomo a cui avrebbe promesso di legare la sua vita finché morte non li separava.
Doveva ricordarsi di ringraziare Susan quando fosse tornato a casa. Che vita d’inferno sarebbe stata la sua. L’avevano accecata le apparenze, era l’unica scusa che trovava a sua discolpa. L’uomo di successo che le aveva concesso la sua amicizia prima e poi il suo affetto, adesso appariva in tutta la sua triste e avara personalità, interessato solo a quello che lei poteva fare per la sua carriera.
Lizbeth estrasse dalla borsa la scatolina blu, dove aveva riposto l’anello con il minuscolo diamante che le aveva regalato la sera della proposta. Avrebbe dovuto capirlo già da allora. Invece aveva lasciato che arrivassero fino a un mese dalle nozze. Doveva essere grata allo smodato arrivismo del neo socio della Kendall, Turner and Roary, le aveva impedito di commettere un errore madornale.
Sollevò l’anello che luccicò contro uno degli ultimi raggi del sole morente. “Addio, Thomas.” Spinse il braccio all’indietro e lanciò il gioiello verso il giardino di cactus saguaro lì vicino. “Ti auguro di strozzarti con uno dei foulard di seta con cui proteggi il tuo prezioso collo dall’aria condizionata.”
L’anello fece un lungo arco nell’aria serale e scomparve oltre i fusti vegetali irti di spini. Lizbeth alzò il bicchiere di birra verso la sagoma ormai scura delle montagne e brindò alla salute di ciò che aveva evitato.
“Cosa si festeggia?”
Il brivido che la percorse non dipendeva dalle prime falangi della sera che si allungavano sulla proprietà del ranch. Quel benedetto stalliere aveva persino la voce sexy, accidenti a lui.
Non lo aveva più visto dopo il silenzioso rientro del gruppetto, provato dalla notte all’aperto nei sacchi a pelo. Brian aveva provato a prenderla un po’ in giro ma Lizbeth, senza la sua dose di caffeina mattutina, era un’ameba e non era neanche riuscita a rispondergli a tono. All’arrivo al ranch aveva salutato con un cenno della mano e si era diretta come uno zombie nel suo bungalow dove era svenuta sul letto fino all’ora di pranzo. Poi si era concessa un doppio massaggio con manicure e pedicure alla Spa del ranch ma del cowboy, nemmeno l’ombra.
“Lo scampato pericolo.” rispose lei senza voltarsi.
Brian le si affiancò contro la balaustra, lo sguardo rivolto all’orizzonte e poi lo girò verso di lei. “Non oso chiedere quale pericolo.”
Lizbeth esitò un secondo poi sollevò le spalle: perché no? “Oggi mi sarei dovuta sposare.”
Brian emise un leggero fischio. “Sposare?… Accidenti!” Prese un bel respiro e si voltò, appoggiato al legno a braccia conserte, per piantarle quei fanali nocciola bene in faccia. “E cosa è successo al tuo… promesso sposo?”
Lizbeth si soffiò sulle dita chiuse. “Puff. svanito. Ha sposato la figlia del socio di maggioranza dell’agenzia pubblicitaria dove lavoro.”
“Mi spiace…” sussurrò lui.
Lizbeth lo guardò per la prima volta da quando era comparso alle sue spalle. “A me no.” poi aggiunse. “Beh, per lo meno adesso.” Sollevò il bicchiere di birra per liberarsi dal senso di fascinazione che le procurava sempre guardarlo in faccia. Ci voleva proprio uno così per farle vedere cosa si stava perdendo. “Ho realizzato che era più stronzo di quanto volessi ammettere.” disse e appoggiò il bicchiere sulla balaustra con il sorriso di chi si è sollevato un peso dalle spalle.
“Ehi!” esclamò lui. “Allora dobbiamo festeggiare!” Le afferrò la mano e incomincio a camminare.
“Ti prego, non a cantare.” lo supplicò lei.
“Ma che cantare! Conosco un localino dove possiamo bere dell’ottima birra ed esercitare un po’ dei passi che hai imparato ieri sera.”
Senza aspettare una risposta la tirò verso i gradini che scendevano in giardino. “Se lo chiedi con quella tua faccina d’angelo, Peter potrebbe anche darci dello champagne per brindare.”
Faccina d’angelo? Brian le aveva detto “faccina d’angelo”?
Un sorriso ebete le comparve in faccia mentre quasi inciampava per tener dietro ai lunghi passi del cowboy che la stava trascinando verso una bassa costruzione di legno.
Brian aprì il portone e una Harley Dyna Wide Glide, dalle cromature lucide e un bellissimo acchiappasogni con una testa di lupo al centro del serbatoio nero, apparve in tutto il suo splendore.
Lizbeth sollevò gli occhi al soffitto, non poteva che essere così. Non una BMW o una giapponese, ma una all American Harley che completava il personaggio alla perfezione. Ci mancava solo il tatuaggio, classico tocco finale per rendere perfetto il quadro. Lizbeth perlustrò con lo sguardo la pelle abbronzata visibile dell’uomo. Chissà dove lo nascondeva.
Brian fece rientrare il cavalletto e spinse la moto fuori dal garage. Lizbeth prese il casco aperto che le porgeva e si allacciò la fibbia del cinghino sotto il mento.
“In venti minuti saremo là.” Il singhiozzo del motorino d’avviamento accompagnò le parole di Brian e poi il rumore delle marmitte aperte riempì la sera con un rombo di tuono.
Bastò il suono e il pensiero di cavalcarlo insieme al suo cowboy a mandarle i battiti del cuore alle stelle.
Brian scavalcò la sella e indossò a suo volta il casco. Allungò una mano verso di lei per aiutarla a salire. “Tieniti stretta.” Le accarezzò il polpaccio dopo che aveva sistemato i piedi sui pedalini. “È una moto piena di personalità.”
Lizbeth non nutriva alcun dubbio.
Con un sonoro “clac” inserì la marcia e procedette a passo lento sullo stradino ghiaiato fino al cancello del ranch.
Lizbeth lo abbracciò e appoggiò la guancia sul cotone morbido della sua camicia. Poteva giurarci che si sarebbe tenuta stretta, un’occasione del genere, spalmarsi sulla schiena larga di un super maschio, capitava una volta nella vita e ne avrebbe approfittato senza remore.
L’aria della sera, ancora calda dal sole appena tramontato, li investì mentre Brian immetteva la moto sull’asfalto della statale che li avrebbe portati a Twin Peaks. La tentazione di scoprire qualcosa di più su di lui le fece spostare la mano verso la consistenza solida dei pettorali, i fianchi che si stringevano e la forma perfetta delle “piastre” degli addominali.
Brian la bloccò proprio al livello della cintura. “Io mi fermerei.” le disse, allungandosi indietro per farsi sentire. “O ci toccherà fermarci a festeggiare dietro una di quelle rocce.”
Lei fece un urletto e incrociò le dita per testimoniare la sua buona volontà di resistere. Brian rise e tornò in avanti per aprire la manopola del gas e accelerare, costringendola ancora di più contro di lui.
Lizbeth si godette la cavalcata quasi come quella con l’animale in carne e ossa, la faccia sferzata dall’aria tiepida, la vibrazione potente del motore sotto il sedere e il profumo di Brian a fare da contorno.
Purtroppo i venti minuti volarono in un attimo e si fermarono anche troppo presto davanti a un locale con una grande insegna lampeggiante rossa e blu: “The Big Pete”. La porta si aprì e la musica country uscì a tutto volume dal locale, insieme a un gruppetto di fumatori.
Brian parcheggiò la moto tra una Chevrolet Silverado rosso metallizzato e una Ford Mustang grigia, con due larghe strisce nere che percorrevano tutta la macchina, dal paraurti anteriore a quello posteriore.
“Eccolo qua, il ritrovo più gettonato della zona per chi ama la buona musica.” le disse mentre scendevano dalla moto.
“Sembra un posto allegro.” Sotto il tappeto di note della band si sentivano gli schiamazzi e gli scoppi di risate degli avventori.
Lizbeth si mise a litigare con l’apertura della fibbia del casco che non ne voleva sapere di aprirsi. Con uno schiaffetto sulle mani, intervenne Brian che, in un solo movimento, slacciò il cinghino. Lei fece una smorfia e Brian le sfiorò la fronte con le labbra mentre le toglieva il casco. “Sono contento che non ti sia sposata.” le sussurrò.
Poi sollevò la testa alle note della canzone successiva. “Vieni!” le prese la mano e la trascinò verso l’interno. “Rough and Ready! Non possiamo perdercela.”
Quando entrarono nel locale, illuminato da grandi applique ai muri rivestiti in legno, la linea di ballerini era già in moto. Brian avanzò a passo deciso, scambiando cenni con la testa e pacche sulle spalle con diversi presenti, ma determinato a raggiungere la pista il più in fretta possibile. Si incuneò tra i ranghi stretti di gente e creò un po’ di spazio anche per loro.
Per un po’ rimasero sulla pista a seguire le complesse coreografie e a far ridere tutti per i tentativi impacciati di Lizbeth di stare al passo. Quando ormai la pancia le faceva troppo male per le risate, Brian la condusse fuori dalla pista verso un tavolo libero in un angolo.
“Che vi porto?” disse una ragazza con uno Stetson troppo grande sulla testa e una camicetta troppo piccola per il seno prosperoso.
“Dici che Peter ha dello champagne?”
Lei lo guardò come un deficiente, facendo in silenzio un palloncino con la gomma da masticare.
“Va beh.” sospirò rassegnato Brian. “Portaci due lager.”
“Ti piace, allora?” le chiese, lo sguardo ben piantato su di lei, sfumato di divertimento.
L’arrivo della loro ordinazione ritardò la sua risposta.
“Da morire.” esclamò poi, prendendo un lungo sorso di birra gelata, giusto per sfuggire all’intensità di quegli occhi. Da quanto tempo un uomo non la faceva sentire così? Apprezzata, ammirata, desiderata, in una sola parola, bella?
“Allo scampato pericolo.” Brian sollevò il boccale per brindare con lei. Poi lo riappoggiò sul tavolino. ”Raccontami di lui.” le disse, fissando il riflesso delle luci attraverso il liquido dorato nel bicchiere.
“Perché ti interessa?” Lizbeth si irrigidì. Quella inaspettata richiesta non le piaceva, non gli sembrava di essere un po’ troppo indiscreto?
“Semplice curiosità.” Brian le prese la mano e se la portò alle labbra. “ I mostri si esorcizzano parlandone.” aggiunse.
Come faceva a resistere davanti a quella dolcezza?
Ancora una volta si ritrovò a raccontare cose di se stessa che non condivideva con facilità, figuriamoci con uno sconosciuto. Gli parlò di come lo aveva conosciuto nell’agenzia dove aveva iniziato a lavorare, appena uscita dall’università; di come le aveva dimostrato attenzioni, sfruttando al contempo la sua bravura nella ricerca e analisi dei dati e nella definizione di strategie di mercato complesse; di quando si era dichiarato in macchina, dandole l’anello come se fosse un grande onore, per poi lasciarla dopo aver ottenuto il posto da socio e aver impalmato la scialba Susan Kendall. O viceversa, non era poi tanto sicura.
“Che pezzo di merda.” concluse lui con un sorso della sua birra, la mano sempre stretta alla sua. “Sei stata fortunata a essere mollata.”
”Incomincio a pensarlo anch’io.” Lizbeth cercò di sembrare casuale ma il tono uscì un po’ troppo sospirato.
Lui la fissò senza parlare, gli occhi luccicanti di qualcosa d’indefinito mentre un leggero sorriso gli increspava le labbra.
La musica era cambiata nel frattempo, i balli di gruppo erano stati sostituiti da coppie strette a dondolare sul pavimento in legno della pista, al ritmo delle ballate di Johnny Cash o Josh Turner.
“Brian?” Una voce chiamò dal microfono. Lui si girò verso la band e alzò il braccio per salutare. “Vieni a cantarci qualcosa.”
Lui sollevò le loro mani unite come per scusarsi.
“Dai! Fallo per la tua bella.”
Brian la guardò e lei mimò “Ti prego.” con le labbra. Se le dedicava anche una canzone, avrebbe potuto tramortirlo e infilarselo in valigia il giorno dopo.
Lui le baciò le dita e si alzò.
“Un applauso per il nostro Brian.” incitò il cantante.
Il pubblico del locale rispose con fischi e grida nella sua direzione.
Brian avanzò con il passo da cowboy, stretto in quei jeans troppo aderenti per il benessere della porzione femminile dei presenti, salì sul palco e prese la chitarra dalle mani del bassista, accolto con affetto dai componenti della band.
Poi si girò verso il pubblico. “Questa la dedico alla mia amica Lizzie.” disse al microfono, indicandola con un braccio. Lei nascose l’imbarazzo dentro la schiuma della sua birra.
Subito dopo seguirono le prime note di una canzone di Springsteen.
Hey little girl is your daddy home…”
Brian aveva una voce più baritonale del famoso cantante e le note basse di quel “ragazzina”, le riverberano dritte dentro lo stomaco.
“…oh, oh, ooh I’m on fire.”
Quando intonò il refrain, fu come se le polveri prendessero fuoco davvero. Lizbeth andò letteralmente in fiamme, alimentate da quel ritmo profondo e sensuale.
“… I can take you higher. Oh, oh, ooh I’m on fire.”
Al successivo ritornello Brian sollevò lo sguardo e lo fissò su Lizbeth, lo stesso incendio che gli bruciava negli occhi, tutto per lei.
“…Only you can cool my desire. Oh, oh, ooh I’m on fire.”
Un applauso grandioso, fischi e ovazioni accolsero la fine della canzone e seguirono Brian mentre restituiva la chitarra al bassista, scambiava saluti a mano aperta con gli altri della band e scendeva dal palco, un uomo con una sola missione: raggiungerla il più presto possibile.
Nel suo avanzare ricevette saluti e complimenti ma non si fermò. Arrivato al loro tavolo, le porse la mano e senza una parola la trascinò fuori dal locale.
Arrivati alla moto prese il casco dalla sacca laterale e glielo piantò in testa. Salirono sulla moto in silenzio, l’attesa che li avvolgeva con i suoi nastri di desiderio, e partirono alla volta del ranch.
Il tragitto di ritornò sembrò eterno. Lizbeth sì incollò alla sua schiena, lo sguardo rivolto a quel cielo così stellato da sembrare dipinto da larghe pennellate di polvere bianca, la mente incapace di connettere un pensiero con l’altro solo: sbrigati Brian, corri.
Davanti al suo bungalow lui si strappò il casco e si girò verso di lei, incollando le labbra sulle sue in un bacio che bruciava l’anima come il fuoco della canzone. Si staccò solo un secondo per sussurrarle. “Non mandarmi via.”
Lizbeth riuscì solo ad annuire prima che lui riprendesse possesso della sua bocca.
E chi avrebbe avuto il coraggio di farlo?
Brian si staccò o per portare la moto sul retro e parcheggiarla vicino alla terrazza della sua casetta.
Lizbeth scese per prima, si liberò in fretta del casco e salì i due gradini che la portavano verso la sua camera. Appoggiò le mani alla balaustra. Aveva bisogno di calmarsi, di far rallentare la folle corsa del cuore che le faceva quasi dolere il petto. Rivolse un muto appello alle sagome delle montagne, illuminate da una moltitudine di stelle, e al coro assordante delle cicale che le faceva da contorno.
“A Denver ci si scorda che esistano queste cose.” disse Lizbeth quando Brian la raggiunse.
Lui si fermò alle sue spalle e la imprigionò con il proprio corpo, mettendo le mani sulle sue.
“A Denver non ci si concede neanche il tempo di guardare il cielo.” replicò lui, prima di abbassare la testa e
affondare il viso nei suoi capelli per baciarle il collo.
“Mi fai venire i brividi.” ridacchiò lei, cercando di scacciarlo con la testa.
“Solo?” le chiese mordicchiandole il lobo dell’orecchio. “Allora sto perdendo il mio tocco.”
La risposta pungente di Lizbeth morì nel mugolio che le uscì al suo posto quando Brian prese un po’ di pelle tra le labbra e succhiò.
Il corpo che si sfregava seducente contro di lei era solido e forte e… ooh… così “stimolato” dalla sua presenza.
Due dita sotto il mento le fecero girare la testa e le labbra di Brian erano lì, pronte a catturare le sue e a lottare con lei per la supremazia. Quando si staccarono non era rimasto più ossigeno in quella serata di giugno, consumato dal fuoco che avevano acceso in quel locale.
“Camera?” le sussurrò fissando gli occhi nei suoi.
Lizbeth non era una ragazza facile, non era mai stata da “una botta e via” ma, in quella notte stellata, in compagnia di quel cowboy, uscito dal cast di Magic Mike, che le aveva detto di bruciare per lei, decise che per una volta tanto poteva dimenticarsi di essere una brava ragazza, scordarsi della parola “conseguenze” e spremere quell’attimo fino all’ultima goccia, mandando al diavolo tutto il resto.
Lizbeth appoggiò la guancia sulla sua spalla e allungò il collo verso di lui in un chiaro invito. “Sì” rispose con le labbra sulle sue, lasciando che lo raggiungesse solo la vibrazione di quelle due lettere.
Brian la strinse più forte e la fece voltare per approfondire quel bacio che, come una valanga nata da un piccolo sasso, trascinò con sé l’intera montagna del suo desiderio.
Poi le prese la mano e la precedette nel bungalow.
Nell’oscurità illuminata solo dalle stelle, si diresse deciso verso il letto con la coperta ricamata e vi si sedette sopra, allargando le gambe per accoglierla nel mezzo.
Le mani andarono ai suoi fianchi e le accarezzarono la schiena mentre la debole luce siderale si rifletteva nel desiderio bruciante di quegli occhi. “Sei così bella che fa male guardarti.” le sussurrò.
Lizbeth rabbrividì. Non era mai stata bella per nessuno, non per il suo boyfriend del college, né per il suo meschino ex fidanzato, ma davanti a quello sguardo così ardente poteva quasi credere alle sue parole.
“La maglietta.” sussurrò Brian
Lizbeth non si ricordò più dei suoi mille difetti, che Thomas amava tanto rimarcare. Si sfilò la T-shirt senza nessun pudore davanti a un uomo capace di farla sentire come la più bella delle donne e la buttò con un gesto provocante sulla poltrona lì accanto. Poi attese.
Brian le accarezzò la pelle con le mani callose e ruvide dal suo lavoro sui cavalli, baciò il suo accenno di pancetta, mordicchiò l’ombelico un po’ storto, stuzzicò il neo a forma di goccia, subito sotto il seno, e poi la piccola protuberanza del capezzolo contro il reggiseno di cotone.
Dita esperte trovarono i gancetti dietro la schiena e l’indumento volò sopra la maglietta. Brian si fermò ad ammirare i suoi seni.
Li prese tra le mani quasi con reverenza e depose un bacio su ciascuna punta rosa, che si era subito indurita al contatto con l’aria, prima di sceglierne una da avvolgere con le labbra.
Lizbeth buttò indietro la testa con un gemito.
“È da quando quella ragazza a bocca aperta, con la maglietta troppo aderente su questi meloncini rotondi, mi fissava in quel negozio che fantastico su questo.” Brian succhiò con trasporto. “E questo.” Con i denti mordicchiò il capezzolo. “Ma soprattutto, ho sognato come sarebbe stato mettere le mani su quel culetto rotondo, stretto nei jeans attillati.”
Era lo stesso culetto che il suo ex chiamava “mongolfiera”?
Le mani di Brian scesero sulle sue natiche e le strinsero. “Ho intenzione di esplorarti tutta prima di domattina. Da cima a fondo.”
E quando un cowboy si metteva in testa una cosa, niente lo poteva fermare, proprio niente. Brian si adoperò per portare a termine la sua missione senza non lasciare nulla d’intentato.
Alle prime luci dell’alba, Lizbeth si svegliò con la guancia sopra un pettorale scolpito, appena spruzzato di peli neri, e il braccio intorno a un torace largo e muscoloso. Brian stava giocherellando con i suoi capelli e lei rimase immobile ad assorbire ancora un po’ la sua presenza.
Alla fine il tatuaggio non lo aveva trovato, solo alcune cicatrici dovute alla sua gioventù sfrenata o a qualche incontro ravvicinato con un zoccolo. Ma non aveva avuto modo di rimpiangerlo. Brian si era dimostrato ben più che all’altezza di qualsiasi fantasia potesse ispirare un cowboy in sella a una Harley.
Brian le sfiorò la fronte con un bacio.
“Devo andare.” le disse
Lizbeth appagata e ancora mezza assonnata, si spostò per lasciarlo uscire dal letto, si girò sulla schiena e rimase ad ammirare lo spettacolo mattutino di quel corpo da personal trainer che quella notte, solo per quella notte, era stato suo e le aveva dato un piacere immenso. Doveva imprimerselo nel cervello, ricordare ogni piega e ogni rilievo. Dalla curva dei larghi pettorali, alla linea stretta della vita, dal sedere sodo e succoso, alle lunghe cosce muscolose da cavaliere veterano.
Lo avrebbe ripercorso nelle sue giornate solitarie e vi avrebbe fantasticato sopra immaginando almeno un altro milione di cose che le sarebbe piaciuto farci.
Brian le sorrise mentre si rimetteva i boxer aderenti e i jeans, lasciando per ultima la maglietta così da procrastinare lo show per il suo piacere. Quando fu pronto per andarsene, si avvicinò e le sfiorò le labbra con le sue.
“A che ora parti?” le chiese.
“Ho il volo di rientro alle dieci e trenta.” rispose lei. Probabilmente non avrebbe potuto rimanere lì a poltrire a lungo.
“Ho delle cose da fare.” le disse e Lizbeth immaginò di sentire una nota di rammarico. “Ma ci rivedremo ancora, cowgirl.” Tornò a baciarla con le nocche che le sfioravano la guancia.
“Certo.” rispose lei, sicura del fatto che fossero parole di circostanza. Ma non le importava. Com’era il detto? Meglio un giorno da leoni che cento da pecora? Lizbeth continuò a guardare quell’uomo da favola fino a quando non sparì oltre la soglia della terrazza.
Beh, la sua notte era stata proprio quello e si sarebbe costretta a non avere nessun rimpianto, solo i ricordi di un sogno fattosi realtà sotto il cielo stellato dell’Arizona.

TRE SETTIMANE DOPO
Lizbeth sospirò davanti al computer.
Doveva smetterla di guardare fotomodelli in tenuta da cowboy, tanto nessuno faceva concorrenza al suo in carne e ossa.
Nonostante le promesse, Brian non si era più fatto sentire. Non che se lo fosse aspettato. Un esemplare di uomo da copertina che si mescolava con un’insulsa texana come lei? Certe cose succedevano solo nei romanzi della Harlequin.
Le sue amiche avevano provato a essere ottimiste. “Vedrai, ti chiamerà” avevano sentenziato, dopo il suo racconto del fine settimana. Ma più il tempo passava e più le speranzose, sempre ottimiste, Mary Lou e Johanna, si scontravano contro la realtà: Brian non si sarebbe fatto vivo.
Lizbeth chiuse la foto del modello e riaprì il file del progetto a cui stava lavorando. La vera nota positiva del suo rientro era stata vedere Susan Kendall arrivare in agenzia sottobraccio a Thomas. Nessuna invidia, nessuna gelosia, solo un leggero senso di sollievo per lo scampato pericolo. Se il carrierismo di Thomas non lo avesse spinto a tentare la scorciatoia per il vertice, ci sarebbe stata lei appesa a quel braccio. Una sorte che adesso appariva poco migliore della galera.
La porta del suo ufficio si spalancò di colpo e il protagonista del suo ultimo pensiero piombò nel suo ufficio con gli occhi che lanciavano strali di rabbia.
“Cosa credi di fare?” le inveì contro.
Lizbeth fissò il sempre-compassato Thomas con i capelli in disordine e lo sguardo iniettato di sangue. Per qualche secondo la sorpreso le impedì di reagire.
“Allora!” urlò Thomas più forte.
Lo strillo la riscosse dalla trance stuporosa. “Cosa intendi?” gli chiese, fissandolo con gli occhi spalancati.
“Vuoi vendicarti?” Se era possibile, la sua voce si alzò ancora di tono. “Vuoi rovinarmi perché ho piantato il tuo grasso sedere per sposare la figlia di Kendall?” Il tono assunse una nota stridula.
Quella cattiveria risvegliò il suo orgoglio. Il suo grasso sedere, come lo chiamava lui, era piaciuto più di un po’ a un cowboy di sua conoscenza.
Lizbeth si alzò in piedi di scatto e piantò i palmi sulla scrivania. “ Se credi di poter entrare qui a farneticare offese e stupide accuse, hai sbagliato di grosso. Dimmi cosa vuoi e sgombera.” disse, accompagnando le parole con un eloquente gesto della mano verso la porta.
“Parlo della Carmichael and Co.” le sputò contro Thomas.
La Carmichael? Cosa c’entrava lei con la Carmichael? Non era quella grossa industria di trattamento carni a cui stavano facendo la corte e dalle cui trattative era stata lasciata deliberatamente fuori?
“E io cosa ci starei a dire?” gli disse con una smorfia. “Non dovevi far brillare il tuo astro nascente di luce propria?” finì con una nota di sarcasmo.
Come se fosse possibile. Senza lo stuolo di segretarie e assistenti che facevano il lavoro duro per conto suo, non avrebbe brillato neanche della luce di una candela.
“Qualcosa c’entri, visto che il signor Carmichal in persona ha detto che tratterà solo se ci sei anche tu.”
“Cosa ha detto?” Lizbeth strabuzzò gli occhi.
“Dov’è la signorina Garland.” lo motteggiò Thomas. “Credevo facesse parte del gruppo.”
“Non so neanche chi sia il signor Carmichael.”
“Beh, a quanto pare lui sì. Se non ci sei, se ne va.” e aggiunse, “Non potete lasciar fuori il vostro creativo migliore, ha detto. Lo stronzo.” Thomas finì in un ringhio.
Lei lo fissò con un moto di stima per l’anziano uomo d’affari. Chissà dove aveva sentito parlare di lei.
“Ribadisco: non so assolutamente chi sia. Comunque, se devo proprio venire di là…” e lasciò le ultime parole in sospeso. Voleva fargliela pesare a quel cazzone.
“Vedi di non fare bastardate.” ruggì Thomas, spruzzando di goccioline di rabbia la superficie lucida della sua scrivania.
Con una smorfia di disgusto, Lizbeth lasciò la relativa protezione della sua scrivania e, con un sorrisetto compiaciuto sulle labbra, seguì le furiose falcate di Thomas lungo il corridoio.
Arrivati davanti alla porta della sala riunioni, lui si voltò per incenerirla con un silenzioso ammonimento, poi, con un lungo respiro, s’incollò in faccia il miglior sorriso falso che riuscisse a ottenere. “Eccoci qua.” annunciò con un forzatissimo tono allegro, entrando nella stanza.
Tre uomini erano seduti al lato opposto del tavolo: i due soci e un uomo dall’aria vagamente familiare. Le ci vollero dieci secondi perché il calore di quello sguardo nocciola arrivasse fino al suo cervello. Quell’uomo elegante, con i capelli scuri tirati indietro dal gel e il sorriso più pericoloso dell’intera Arizona la stava fissando divertito, forse dall’espressione da deficiente che le si doveva essere stampata in faccia.
Il signor Kendall si alzò e le si avvicinò. “Ecco la nostra Lizbeth.” Il sorriso forzato era tutto un programma. Stava rovinando la ribalta del suo nuovo genero e sembrava proprio non gradire. L’uomo le prese un braccio e la condusse verso gli altri.
“Lizbeth, questo è il signor Carmichael.”
Brian si alzò in piedi in tutto il suo splendore e Lizbeth temette le cedessero le gambe. Se era possibile, in quel completo scuro dal taglio perfetto, con sotto una camicia celeste in tessuto Sea Island, era ancora più appetitoso che in tenuta da cowboy.
“Piacere, signorina Garland.” Le porse la mano che lei prese con il timore di risvegliarsi nel suo letto e scoprire di averlo sognato. Il sorriso invece parlava di un segreto che non avrebbero svelato a quei tre.
“Il signor Carmichael ha chiesto espressamente di te.” Il falso orgoglio nella voce del signor Kendall le fece stridere i denti.
Brian si portò le sue dita alle labbra. “Ho sentito parlare molto di lei e della sua competenza.” le disse, risollevando lo sguardo pieno di malizia su di lei. “Ho semplicemente detto a questi signori che volevo il meglio. Se no me ne sarei andato.”
Le sembrò di avvertire un leggero ringhio provenire da Thomas alle sue spalle, ma Lizbeth era troppo impegnata a perdersi nel calore dello sguardo di Brian per farci davvero caso.
Nella sala era caduto un silenzio imbarazzato. Lizbeth si rese conto che stavano tutti aspettando che lei dicesse qualcosa. “La ringrazio.” rispose in fretta. Perché riusciva sempre ad apparire un imbecille davanti a quell’uomo? “Lei mi lusinga.”
“Non credo proprio.” Brian si girò e la guidò verso la sedia accanto a lui. “Bene.” esclamò, sedendosi a sua volta e abbagliando le facce inespressive dei soci dell’agenzia con il suo sorriso da superstar. “Adesso che ci siamo tutti, possiamo cominciare.”

Alla fine della riunione la Kendall, Turner and Roary si era accaparrata il cliente, con la precisa clausola che lei lavorasse in prima persona alla campagna pubblicitaria della sua azienda di trattamento carni: dalla produzione al consumatore.
Il suo ex era uscito insieme al suocero con l’aria arcigna di una prima donna privata delle luci della ribalta. Ci sarebbero state delle ripercussioni, glielo aveva letto in faccia, ma in quel momento era l’ultima delle sue preoccupazioni. Voleva solo godersi il suo piccolo trionfo e il suo cowboy in abito professionale.
Le avevano lasciato il compito di accompagnarlo all’uscita, come l’ultima delle segretarie. Ricordati di stare al tuo posto
Se solo avessero immaginato la verità…
“Te l’avevo detto che ci saremmo rivisti.”
“Credevo fossi uno degli stallieri…” Lizbeth scosse la testa ancora incredula mentre i loro passi li portavano lungo il lucido pavimento di granito grigio verso l’uscita.
“Lo so.” Il tono divertito era innegabile.
“Ma tutti ti trattavano così…”
“Tra di noi non ci sono molte formalità. Sono nato là. La gente del posto mi ha visto più spesso con le ginocchia sbucciate e il naso colante che in vestiti da manager. Non si sognerebbero mai di trattarmi come se fossi qualcos’altro.”
“Ma il ranch?”
“E’ della mia famiglia. Fa parte di una catena sparsa per mezza Arizona e Texas, turistici e di allevamento. Dal produttore al consumatore, ricordi?”
“Ma tu sapevi chi ero?”
Brian annuì. “Durante la gita hai nominato l’agenzia per cui lavori.” Poi abbassò il tono. “Dopo quella notte ho deciso di voler fare qualcosa per vendicarti.” Brian si passò la mano tra i capelli, spettinando quel perfetto ordine congelato dal gel. “Volevo anche sondare il terreno, capire se ero stato solo l’avventura di una notte, il fortunato bastardo che si era trovato nel posto giusto al momento giusto per merito di quello sfigato dalla faccia da ratto.”
“Non scherzare.” esclamò Lizbeth. Da qualche parte ci doveva essere una video camera nascosta. Il super cowboy che voleva sapere se lei era interessata a qualcosa di più di una notte di passione? Ma per piacere!
“Perché dovrei scherzare?” disse con il tono indurito.
“Guardati!” e fece un gesto con la mano per comprenderlo dalla testa ai piedi. Poi si piantò le dita contro il petto. “Ora me.”
Lui la attirò in un angolo dell’atrio dove non potevano vederli.
“Cosa c’è che non va in me?”
“Sei ricco, hai la voce di un cantante country. “ Lizbeth si mise a contare sulle dita. “La faccia di un fotomodello e un corpo da urlo.”
“Da scatenare una rissa.” ridacchiò lui, le braccia avvolte alla sua vita per tenerla vicina.
“Io sono un’insipida cittadina che non è neanche riuscita a tenersi un fidanzato con la faccia da ratto.” La sua tirata terminò con un tono lamentoso.
Brian buttò la testa all’indietro e rise più forte. Poi tornò serio.
“Se per insipido intendi quelle curve da far girare un intero negozio o da indurre commenti a luci rosse nei cowboy di un ranch, lo spirito pungente e appassionato con cui ti rapporti agli altri e l’evidente competenza
nel tuo lavoro, credo mi convertirò a una vita senza sale.” le disse.
Poi le sfiorò le labbra. “Voglio una possibilità con te, solo quello.” le disse sottovoce. “Capisco che non mi conosci, capisco che sei appena stata scottata, ma una cosa ti prometto: onestà. E se non dovesse funzionare non scapperò mai a Las Vegas per sposare un’altra.”
Per qualche strana ragione Lizbeth gli credette. Prendere dei rischi nella vita era l’unico modo per sentirsi davvero vivi. Quello splendido uomo voleva una possibilità? E chi era lei per negargliela?
Lizbeth si avvicinò e lasciò che fossero le sue labbra a rispondergli. Lui la strinse più forte e il bacio leggero si trasformò in qualcosa di molto più bollente.
Rimasero qualche secondo in quell’angolo buio e poi si presero per mano per arrivare alla sua macchina. L’autista era già pronto ad aprirgli la portiera.
“Allora arrivederci.” la salutò sfiorandole le labbra. “Ti chiamo stasera.”
Lei lo guardò con la testa chinata di lato. “Come l’ultima volta?” Tre lunghe settimane di attesa.
“Stavo preparando la mia sorpresa.” Le scostò una ciocca di capelli dal viso. “Ci. Sentiamo. Stasera.” finì deciso.
Salì in macchina e l’autista gli chiuse dietro la portiera.
Lizbeth rimase sul marciapiede a salutare con la mano fino a quando la Bentley non svoltò all’angolo successivo. Poi si sfiorò le labbra dove ancora aleggiavano i suoi baci.
Aspetta solo che racconto a Johanna e Mary Lou come è finito il loro regalo di consolazione.

FINE

CHI E' L'AUTRICE...
MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da circa 27 nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario in cui si occupa anche di ricerca.  Si definisce una lettrice compulsiva e ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Per questo ha frequentato alcuni corsi di Scrittura Creativa e Collettiva che le hanno fornito validi elementi per affinare il suo stile.  Il suo debutto è stato il concorso sul blog “La Mia Biblioteca Romantica”, dove il suo racconto “Mr. Talbot” è risultato vincitore di una rassegna di Romance Erotico. Da allora ha continuato a scrivere, pubblicare su blog e partecipare a contest dove è risultata tra i finalisti in diverse occasioni. Di recente, con uno pseudonimo ha iniziato a pubblicare racconti appassionanti ed erotici per una nota casa editrice.


****
TI E' PIACIUTO QUEST'ESTATE TI REGALO UN COWBOY? PARTECIPA ALLA RASSEGNA CON I TUOI COMMENTI FIRMANDOLI. A FINE AGOSTO, ELEGGEREMO IL VOSTRO RACCONTO ESTIVO PREFERITO ED ESTRARREMO LIBRI SORPRESA FRA TUTTE LE LETTRICI CHE LASCERANNO COMMENTI INTERESSANTI AI NOSTRI RACCONTI. PARTECIPATE!


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34 commenti:

  1. Brava Robb, ancora una volta hai saputo coinvolgermi con un tuo racconto! Adesso aspetto un romanzo intero! Fede

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  2. Bellissimo racconto!Mi è piaciuto molto e grazie al Blog per avercelo presentato :)

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  3. Bellissimo come Mr.Talbot, che mi è piaciuto un sacco.
    Adesso però vorrei sapere i libri pubblicati con lo pseudonimo...
    marina

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    Risposte
    1. no no ho trovato!!! E ti ho pure letta!!!!
      marina

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  4. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  5. Molto bello, mi è veramente piaciuto. Lei in certi momenti è veramente uno spasso,mi ha fatto ridere...lui è uno di quegli uomini che vorresti trovare veramente, ha tutto quello che una donna desidera,soprattutto il senso dell'umorismo e fare sentire la sua donna come la donna più bella del mondo e la più desiderata.
    Brava Maria Cristina.

    Franca Poli

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  6. Se questo è il primo dei racconti non vedo l'ora di leggere gli altri!!!
    Divertente ed emozionante, un mix perfetto per allietare una calda serata estiva ;-)

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  7. Brava Mc Robb!! Bel racconto, voglio anche io un cowboy il mio compleanno è a settembre (rendo noto) se qlc volesse omaggiarmi......

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  8. maria masella02/08/15, 14:13

    un cowboy così... anche usato!
    bel racconto, piacevole e rilassante

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  9. Cara consorella Maria Cristina, mi è piaciuto molto il tuo cow boy caliente e al contempo simpatico. Che la Dea benedica te e lui

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  10. Grazie mille care amiche!!! La Dea Scriba intendi?

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  11. Onnicomprensiva, puoi intendere quella che vuoi.

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  12. Molto molto carino. Mi sa che dovrei trasferirmi da quelle parti. Brava, MC!

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  13. Molto molto carino. Mi sa che dovrei trasferirmi da quelle parti. Brava, MC!

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  14. Sono stata molto felice di leggere un altro racconto di Maria Cristina Robb dopo Mr. Talbot che mi era piaciuto tantissimo. Stuzzicante, divertente, con una scrittura fluida e piacevole. Spero di poter presto leggere anche un romanzo. Bellissimo il personaggio dell'affascinate cowboy. Complimenti.

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  15. stupendo, bellissimo, romanticissimo, sensuale e allegro, tutto quello che mi piace in un romance... la scrittura è fluida ed è stato un vero piacere leggerlo, credo sia già il mio preferito

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  16. bellisimo allegro romantico e spumeggiante come devono essere i romance talmente presa che mi sembrava di essere lei hahha grazie.

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  17. Molto molto carino. Mi sa che dovrei trasferirsi da quelle parti. Brava, MC!

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  18. Mi aggiungo alle tue estimatrici nel fare l'ola! Milena

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  19. maria cristina07/08/15, 20:43

    Grazie a tutte!!!! :* :*:*

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  20. Mi associo ai tantissimi complimenti, veramente brava... Un grosso in bocca al lupo! :)

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  21. Un racconto veramente piacevole. Brava!

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  22. Un bel racconto simpatico, frizzante e divertente brava brava brava

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  23. Un racconto molto bello, Cristina, con un protagonista davvero fascinoso. Brava!

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  24. Simpatico e divertente,purtroppo corto ma è sembrato un'intero libro complimenti mi sono divertita

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  25. Grazie ancora a tutte :) :) :)

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  26. Non sono abituata a leggere di cow-boy e i tratti indiani non è che mi ispirino tanto ma...cazzarola (si può dire cazzarola in un blog? Va bé, ormai ho fatto) questo racconto mi ha emozionata quanto un romanzo!
    La scena iniziale, il fondoschiena da rissa, mi ha fatta sghignazzare a volumi imbarazzanti! Questo pezzo va diritto nelle mie preferenze (e i racconto li ho letti quasi tutti, mi manca solo Regina Pozzati).
    Complimenti all'autrice, scrive davvero benissimo. Ci sono altri suoi pezzi in giro? Magari quelli meno erotici (non amo il genere erotico, però lei scrive da farmi impazzire). M.C. Robb scrivi altre commedie romantiche, ti prego!!!

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  27. maria cristina03/09/15, 15:10

    Grazie Ery! Arcicontenta ti sia piaciuto il mio cowboy. Finora ho scritto soprattutto erotici a parte altri racconti apparsi in questo blog. Il futuro è ancora nebuloso, chissà. Di certo mi sono divertita da pazzi a scrivere questo racconto. :) :) <3

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  28. Questo è stato l'ultimo dei racconti finalisti che ho letto.
    Scelto per ultimo ..non so forse per la copertina..con in testa già il mio voto a chi sarebbe andato. SORPRESA!!!!..Punto e a capo!!!
    Mi è piaciuto tantissimo,scorrevole,scritto per quelle come me che quando si dedicano alla lettura vogliono un libro che le inchiodi.Bello, complimenti!!!Ha catturato il mio voto in assoluto e ora la difficoltà sta nel secondo voto e la scelta è difficile.Auguri a te come a tutte e non vinca la migliore(perchè siete state tutte molto brave) ma vinca..vinca.....perchè dovere scegliere???

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  29. CHE BELLO!!!!!!!! un racconto pieno di spudorato, schietto riscatto ma che meriterebbe un bel continuo........magari col traditore che ci riprova e con la mogliettina che cerca di sedurre il + bel vendicatore(ballerino/cantante/cavaliere/manager) moderno che si possa immaginare.....uomo che tra l'altro APPREZZA le ROTONDITà (FINALMENTE) salutiiiiiiii

    RispondiElimina

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