POSTFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE DE ' L'UOMO DEI MIEI SOGNI' ( A KNIGHT IN SHINING ARMOR ) DI JUDE DEVERAUX

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LA SCRITTURA DI A KNIGHT IN SHINING ARMOR 
( CAVALIERE IN SCINTILLANTE ARMATURA - EDITO IN ITALIANO COME L'UOMO DEI MIEI SOGNI )

Nei quattordici anni successivi all'uscita di  A Knight in Shining Armor ho ricevuto molte domande sul romanzo, soprattutto su cosa mi abbia spinta  a scriverlo. Mi è stato detto molte volte che è ‘una storia d’amore perfetta’, però penso che l’attrattiva  del romanzo  per me       (sì, è quello che preferisco fra i miei libri) e per i lettori stia nella tematica che lo sottende. Quello che i lettori non sanno è che A Knight in Shining Armor è un libro sull’alcolismo. Prima di iniziare un libro penso: voglio scrivere su….. e riempio lo spazio bianco con qualcosa che mi interessa, dopo di che costruisco la trama attorno a quell’argomento.
cover originale 2 edizione
Negli anni ’80 stavo facendo delle ricerche per un altro libro quando mi sono imbattuta in alcune informazioni che mi hanno colpita.  Lessi che, in molti casi, l’alcolismo è un problema tanto mentale quanto fisico. Pensavo che una persona che smetteva di bere non fosse più alcolizzata. Ma quello che stavo leggendo ( faccio la parafrasi, non sono un’esperta in questo campo, perdonatemi) diceva che esisteva una cosiddetta ‘personalità da alcolista’. Di fatto una persona poteva avere quel tipo di personalità anche se  non beveva e in quel caso  veniva definita ‘ alcolizzato sobrio.'  Quello che mi interessava di questa personalità era che una persona che ce l’ha, sente un bisogno disperato di spezzare lo spirito di un altro essere umano. Un ‘alcolizzato sobrio’ sceglie la persona più forte , generosa, di buona condotta che riesce a trovare e dedica la sua vita a cercare di controllarla e quindi di cambiarla.  Il fine principale è poter dire:”Non sono poi così male. Sì, faccio brutte cose, ma guardate questa persona; tutti pensano che sia buona, ma io ho appena provato che anche lei può essere cattiva.” Un esempio di questo tipo di mentalità è presente nel film Le Relazioni Pericolose. I personaggi interpretati da Glenn Close e John Malkovic cercano la persona più forte e retta che riescono a trovare, interpretata da Michele Pfeiffer, e poi decidono di distruggerla.
Dopo aver passato un po’ di tempo a leggere sulla 'personalità alcolizzata' mi resi conto che volevo poterci scrivere su. Volevo anche un’eroina che fosse forte ma che si credesse debole e che fosse generosa, del tipo che aiuta gli altri anche anche a proprio scapito, ma che pensasse che il suo spirito di generosità fosse in realtà una debolezza.
Una volta scritte le mie finalità, mi attivai a creare una storia che le dimostrasse. Sapevo però che la mia eroina doveva avere una relazione astemia perchè se fosse stata coinvolta con un vero alcolizzato avrei perso le simpatie dei lettori.
Purtroppo c’è molte gente  (inclusi molti psichiatri) che dice “ Non hai che da andartene” e che davvero pensa che sia facilissimo lasciarsi alle spalle una brutta relazione. Inoltre non volevo svelare il problema in poche parole. Avrei potuto mostrare il fidanzato dell’eroina mentre si scola il quarto whiskey e tutti avrebbero capito che si trattava di una relazione con un alcolizzato. No, volevo che ci fosse maggiore sottigliezza. Infatti , al tempo, dissi alla mia editor che intendevo scrivere un romanzo che trattava di alcolismo senza che quella parola fosse mai menzionata nel testo.
Jude Deveraux
Come alcuni di voi sanno, scrivo spesso di una famiglia chiamata Montgomery. I Montgomery sono brillanti,  ricchi e non hanno paura di niente. Sono veri eroi. Ho pensato: cosa succederebbe se uno nato in questa famiglia non si sentisse all’altezza? Se fosse intimidito dai suoi magnifici parenti e sentisse di non poter mai competere con loro? E’ da questi interrogativi che è nato il personaggio di Dougless Montgomery, una giovane donna con tre formidabili e perfette sorelle maggiori a cui  da una vita si sente inferiore. Fu facile immaginare che Dougless fosse coinvolta con un uomo dalla personalità alcolizzata . Robert Whitley era un uomo di successo, e apparentemente sembrava uno che Dougless avrebbe potuto presentare con orgoglio alla sua famiglia. Se Dougless non poteva  essere in prima persona quel paragone di perfezione che erano le sue sorelle, allora avrebbe cercato di avvicinarsi a quella perfezione portando in famiglia una persona come loro.
Dopo essermi fatta un’idea del background di Dougless, avevo bisogno di una storia che la portasse a cambiare. Prima di tutto, dovevo portarla via dalla famiglia che la faceva sentire inferiore. Come fare? Parte del credo dei Montgomery è aiutarsi sempre l’un l’altro. Come riuscire a mettere la mia eroina in una situazione abbastanza difficile da portarla a cambiare la sua personalità senza che i parenti potessero correre in suo aiuto? Fu questa idea di ‘portar via’ la mia eroina che mi portò a pensare di scrivere un Time Travel, un romanzo con un viaggio nel tempo. 
Le storie con viaggi nel tempo mi sono sempre piaciute moltissimo, perciò sapevo che mi avrebbe interessato scriverne una. Subito capii che avevo bisogno che la trama sottolineasse due punti. Primo, la mia eroina aveva bisogno di scoprire che la generosità e la gentilezza erano qualità positive. E, secondo, Dougless doveva riuscire a fare qualcosa che la rendesse davvero orgogliosa di se stessa e questa cosa doveva essere così importante da riuscire a farle superare i  fallimenti del passato, i cattivi fidanzati e tutte le situazioni imbarazzanti in cui si era trovata. 
Partendo da questi due requisiti ho imbastito una storia time travel classica, in cui un uomo del Medioevo si trova ad arrivare nel nostro tempo e Dougless lo aiuta. All’inizio è riluttante a farlo, ma la sua natura dolce  non le permette di abbandonarlo. Per far capire a Dougless di essere in realtà una donna molto forte, che può contare su se stessa, ho deciso di mandarla indietro all’epoca Elisabettiana, dove avebbe dovuto usare tutto il suo ingenio anche solo per sopravvivere.  E poichè non volevo che scomparisse sotto l’ala protettrice di un uomo, dovevo farla tornare in un tempo in cui quell’elisabettiano non si ricordasse di lei.
Dopo aver trovato la mia trama passai mesi a fare ricerche storiche. Quando in passato avevo letto romanzi di viaggio nel tempo mi ero sempre annoiata dalle lunghe spiegazioni di storia politica. Quello che avrei voluto leggere, e sicuramente scrivere, era di come si vestiva la gente, cosa mangiava. Volevo sapere ogni dettaglio della vita Elisabettiana, senza la noiosa politica! Fare ricerche mi divertì moltissimo e quando scoprivo cose  che mi affascinavano allargavo la mia trama così potevo aggiungervi quello che avevo imparato. Per esempio, non avevo mai saputo cosa faceva la gente con i figli prima degli asili. Mentre i servi erano fuori a lavorare tutto il giorno chi si prendeva cura dei bambini di pochi anni che già camminavano, troppo  piccoli  per lavorare ma grandi abbastanza per mettersi nei guai? Confesso che sono rimasta scioccata quando ho scoperto che questi bambini venivano avvolti in fasce tanto strette da mandarli in stato confusionale e poi appesi a un gancio del muro!
Dopo aver ultimato la mia trama e riempito centinaia di schede con i dettagli delle mie ricerche andai nella mia casetta  nel Pecos Wilderness del New Mexico e mi isolai per tre mesi e mezzo per scrivere il libro. Mi alzavo all’alba, mangiavo una tazza di cereali e poi scrivevo a mano fino a mezzogiorno. Dopo pranzo andavo a fare una passeggiata e organizzavo nella mia testa le scene del giorno successivo. Poiché la mia casa si trovava a novemila piedi di altezza, questo significava arrampicarsi oltre gli alberi spesso a undicimila, dodicimila piedi. Quell’estate ho fatto tante arrampicate che quando mi mettevo a letto la sera  i muscoli dei miei polpacci si erano così ingrossati che i talloni non toccavano il lenzuolo. 
Quando il romanzo fu ultimato ci avevo  investito talmente tanto cuore che invece di spedirlo volai a New York per consegnare di persona il manoscritto alla Pocket Books.
Ero soddisfatta di questo romanzo per molte ragioni. Primo, sentivo di aver realizzato quello che mi ero proposta di fare: avevo scritto sull’alcolismo  senza mai menzionare la parola. E avevo fatto capire alla mia eroina che era forte abbastanza da tener testa al suo dispotico fidanzato e alla sorella prepotente. Il giorno che scrissi la scena in cui Dougless dice alla sorella di non parlarle in modo così poco rispettoso, ho fatto la ola.
Mi fa piacere dire che negli anni seguenti alla prima pubblicazione di AKISH i lettori hanno dimostrato di apprezzare il romanzo tanto quanto io ho amato scriverlo. Però, negli ultimi anni , ho pensato che mi sarebbe piaciuto riprenderlo in mano  e metterci un po’ di quello che ho imparato sulla scrittura in tutto questo tempo. E’ quello che ho fatto nel 2001. Non ho cambiato la trama, non ho aggiunto in realtà nessuna nuova informazione, ma sono riuscita comunque ad allungare il libro di 50 pagine. Tutto sommato penso che adesso la  sua lettura sia più scorrevole e forse si capisce meglio il perché Dougless voglia sposare un idiota come Robert.
Ringrazio tutti per le belle parole che avete avuto nei confronti di  un romanzo che è stato vicino al mio cuore per così tanti anni e spero che continuerete ad amarlo per ancora tanto tempo .

JUDE DEVERAUX

PER LEGGERE LA NOSTRA RECENSIONE DEL ROMANZO ANDATE QUI


THE WRITING OF A KNIGHT IN SHINING ARMOR 
In the fourteen years since I wrote A Knight in Shining Armor, I’ve received many queries about the book, especially about how I came to write it. Many times I’ve been told that it is “a perfect love story,” but I think that the appeal of the book for me—and, yes, it’s my favorite of my books—and for readers is the underlying theme. 

What people don’t know is that A Knight in Shining Armor is about alcoholism. 
Before I start a book, I think, I want to write about . . . I fill in the blank with something that’s of interest to me, then build the plot on that subject. Sometime during the 1980s I was researching another book when I came across some information that startled me. I read that, in many cases, alcoholism is as much a state of mind as it is a physical problem. I had assumed that a person who had stopped drinking, would no longer be an alcoholic. 
But what I was reading—and forgive my paraphrasing, as I’m not an expert on this—said that there was such a thing as an “alcoholic personality.” In fact, a person didn’t even have to drink to have this personality, and in that case, he was called a “dry drunk.” 
What interested me about this personality was that a person who had it desperately needed to break the spirit of another human being. A “dry drunk” will choose the strongest, most moral, and most generous person he or she can find, then dedicate his life to trying to control, and therefore change, this person. The ultimate goal is to be able to say, “I’m not so bad. Sure, I do bad things, but look at this person. Everyone thinks she (or he) is so good, but I’ve just proven that she, too, can be bad.” 
An example of this thinking at work is depicted in the movie Dangerous Liaisons. The characters played by Glenn Close and John Malkovich search for the strongest, most highly moral person they can find, portrayed by Michele Pfeiffer, then set out to destroy her. 
After I spent some time reading about the alcoholic personality, I knew I wanted to write about it. I also wanted a heroine who was strong but believed herself to be weak, who was generous, the kind who’d help another human even if it caused her hardship, yet thought her generous spirit was a weakness. 
I wrote down my goal, then set about creating a story that would show what I wanted. However, I knew my heroine had to be in a nondrinking relationship, because I was sure that if she were involved with an active alcoholic, I’d lose the sympathy of the reader. Unfortunately, there are a lot of people—including many therapists—who say, “All you have to do is leave,” and they truly believe leaving a bad relationship is that easy. Also, I didn’t want to give away the problem in one sentence. All I’d have to do is have the heroine’s boyfriend drink his fourth whiskey and everyone would know they were reading about an alcoholic relationship. No, I wanted more subtlety than that. In fact, at the time, I told my editor that I wanted to write a book about alcoholism but that I was never going to mention the word in the book. 
As some of you know, I often write about a family named Montgomery. The Montgomerys are all brilliant, rich, and afraid of nothing. They are true heroes. I thought, What if someone was born into that family but felt she didn’t fit in? What if she was intimidated by her glorious relatives and felt that she’d never live up to their standards? 
From these questions, I created Dougless Montgomery, a young woman who had three formidably perfect older sisters and had, all her life, felt inferior to them. 
It was easy to imagine Dougless being swept away by a man with an alcoholic personality. Robert Whitley was a successful man, and on the surface, he seemed like someone Dougless could show to her family with pride. If Dougless herself couldn’t be the tower of accomplishment her siblings were, then she’d do the next best thing and bring such a person into her family. 
Once I had my idea of Dougless’s background, I needed a story that would change her. First of all, I needed to get her away from the family that made her feel inferior. But how to do that? Part of the Montgomery creed is that they always help each other. How could I put my heroine in a situation dire enough to fundamentally change her personality yet prevent her relatives from bailing her out? 
It was this idea of taking my heroine “away” that made me think of writing a time travel novel. I’d always loved to read time travel stories, so I thought it would be interesting to write one. Right away, I saw that I needed two things from my plot. First, my heroine needed to discover that her generosity and kindness were worthy traits. And, second, Dougless needed to accomplish something that made her truly proud of herself, and this accomplishment had to be so big that she could overlook her past failures, her bad boyfriends, and all the embarrassing situations she’d been in. 
From these two needs, I constructed a basic time travel plot in which a medieval man comes forward in time and Dougless helps him. She’d be reluctant at first, but her sweet nature wouldn’t allow her to abandon him. In order for Dougless to learn that she was actually a very strong woman who could rely on herself, I decided to send her back to the Elizabethan era, where she’d have to use all her wits just to stay alive. And since I didn’t want her disappearing under the protective arm of a man, I had her return to a time when the Elizabethan man didn’t remember her. 
After I had my plot, I spent months researching. When I had read time travel novels in the past, I had always been bored by the long explanations of political history. What I wanted to read about, and certainly to write about, was what the people wore, what they ate. I wanted to know how they thought. I wanted to know every detail of Elizabethan life—with no boring politics! 
I enjoyed the research very much, and as I discovered things that fascinated me, I added to my plot so I could include what I’d learned. For example, I’d never thought about what people did with their children 

before there were day-care centers. While the serfs were out working all day, who took care of the toddlers that were too young to work but old enough to wander into trouble? I can tell you that I was shocked to read that the children were bound tightly enough to put them into a stupor, then hung from a peg in the wall! 
When I had many pages of plot and hundreds of Rolodex cards full of research, I went to my cabin in the Pecos Wilderness in New Mexico and isolated myself for three and a half months while I wrote the book. I got up at daybreak, ate a bowl of cereal, then wrote by hand until noon. After lunch I went for a walk and plotted the next day’s scenes in my head. Since my cabin was at a nine-thousand-foot altitude, this meant climbing above the tree line, often to eleven and twelve thousand feet. That summer I climbed so much that when I got into bed at night, my calves were so heavy with muscle that my heels didn’t touch the sheet. 
When the book was finished, I’d poured so much of my heart into it that, instead of mailing it, I flew to New York to personally deliver the manuscript to Pocket Books. 
I was pleased with the book for several reasons. For one thing, I felt I’d done what I’d set out to do: I’d written about alcoholism without ever mentioning the word. And I’d made my heroine realize that she was strong enough to stand up to her controlling boyfriend—and to her overbearing sister. On the day I wrote the scene where Dougless tells her sister not to speak to her in a disrespectful manner, I did a dance of triumph. 
In the years since A Knight in Shining Armor was first published, I’m happy to say, readers have seemed to like the book as much as I loved writing it. However, in the last few years, I’ve thought that I’d like to go back through the book and apply some of what I’ve learned over time about writing. So, in January of 2001, that’s what I did. I didn’t change the plot, didn’t really add any new information, but I somehow managed to add fifty pages to the book. In the end, I think it’s now a smoother read, and, maybe, it’s a bit more understandable why Dougless wanted to marry a jerk like Robert. 
I thank all of you for your kind words about a book that has been so close to my heart for so many years, and I hope you continue to enjoy the book for a long time to come. 








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