LA FELCE E IL FALO' di Anonima Strega


*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

*Questo racconto è  il sequel di Killer di cuori, che potete leggere QUI*


«Lo sai che i Sabba moderni mi annoiano a morte» sbottò Sara nel cellulare, già presaga per divinazione e conoscenza decennale della risoluzione definitiva di Rita. «Non ha senso chiuderci in casa, tanto più che per il solstizio farà caldo, e noi dobbiamo stare a contatto con la Natura!»
«È solo un ritrovo fra noi, quello che conta è l’intenzione celebrativa» ribatté l’altra, piccata. «Se ci fossero altre streghe nella nostra congrega ti capirei, ma non posso costringere Jack a venirmi dietro nel bosco di notte.»
Jack! Jack! Sempre quel Jack da quando per il solstizio d’inverno l’amica lo aveva incontrato a seguito di una sua stessa predizione cartomantica. Inutile spiegarle che non era una vera strega se si arrendeva alle decisioni di uomo, che non era il compagno giusto se pretendeva che segnassero i punti cardinali sulle pareti e si accontentassero del corso d’acqua sul retro del palazzo. Così la salutò in malo modo, acconsentendo alle sue prediche, tanto non ci sarebbe stato niente da fare. Era in minoranza, perché Jack si era fatto iniziare al credo della Dea, e adesso era un membro effettivo del gruppo.
L’indomani: il giorno più lungo dell’anno, il sole avrebbe iniziato a calare e le ombre ad avanzare. Giunto al massimo del suo cammino verso sud del ciclo stagionale, l’astro avrebbe cominciato a discendere. Il lavoro iniziatico andava compiuto da mezzanotte all’alba, nelle ore notturne. E il ragazzo della sua amica avrebbe voluto mangiare, cantare e ballare sul tappeto del suo salotto. Magari pure inzuppando i biscottini sacri e la frutta di stagione nel calice d’argento!
Ma doveva davvero accontentarsi di quel piccolo momento di aggregazione, di devozione verso la Dea, al pensiero che, in quello stesso momento, da qualche parte nel mondo, altre consorelle stavano facendo lo stesso.
Sedette a gambe incrociate su quello stesso tappeto che li avrebbe visti festeggiare quieti la sera successiva e afferrò il mazzo delle Sibille. Occhi chiusi, respiro regolato. Una carta a caso. Occhi a aperti e sguardo in basso: Jack di fiori! Sempre la solita, da qualche giorno a quella parte. Ricordava che, in occasione del solstizio d’inverno, quando in pratica aveva trovato il fidanzato a Rita rimanendo abbandonata in disparte nonché single, era stato il Jack di cuori a divinarle il nuovo arrivo. Ovvio. Cuori. Amore… perché a lei dovevano sempre capitare simboli legati perlopiù all’amicizia? Pure lei avrebbe desiderato un Jack di cuori. Possibile che dovesse rimanere sola in eterno? Si alzò di scatto e si diresse rapida nel corridoio, poi in camera, verso l’anta centrale dell’armadio, in cui era incastonato uno specchio che le rimandò un’immagine armoniosa e fiera: alta, ben fatta, soda, bel viso, pelle diafana, occhi chiari, sorriso radioso. Perché nessuno la voleva? Forse i corti capelli neri la facevano apparire troppo maschiaccio? O l’abbigliamento trasandato non la rendeva abbastanza seducente? Eppure Rita le diceva sempre che semmai le gonne di tela e le maglie gualcite ad arte lasciavano trasparire meglio le sue curve, che si svelavano così ancora più morbide.
Quel Jack di fiori già le stava antipatico. Ovunque lo avesse incontrato, l’avrebbe vista solo come un’amica.
Il Sole che entrava nella costellazione del segno dominato dalla Luna non l’avrebbe aiutata, lo sconosciuto al suo polo opposto sarebbe stato appunto qualcuno che l’avrebbe vista agli antipodi: niente cuori. Solo fiori. Niente nozze fra i due astri, maschio e femmina, luce e tenebre.
Alzò una spalla e si allontanò dalla lastra riflettente che la frustrava ancora di più. Fra l’altro, neanche immaginava dove avrebbe mai potuto incontrare quell’amico ancora ignoto, visto che se ne sarebbero rimasti rintanati per tutta la sera.
Lanciò un’occhiata di sfuggita alla mensola delle erbe essiccate dall’anno precedente e si ripromise che avrebbe accontentato gli amici per la notte del solstizio. Per quella invece fra il 23 e il 24, la notte delle erbe e dei fuochi di San Giovanni, si sarebbe mossa da sola.
Il Giano bifronte, il passaggio da una stagione all’altra, sovrastato nei secoli dal San Janus del cristianesimo, l’avrebbe vista inoltrarsi nel bosco per conto suo. E in quelle ore buie avrebbe raccolto le piante, le erbe e i fiori che le sarebbero serviti per le pozioni e i prodotti di bellezza dell’anno a venire.

Le piante, le erbe, i fiori
D’un tratto lo sguardo tornò sulle Sibille abbandonate sul tappeto. Possibile che il seme non fosse segno di amicizia ma un indizio sul giorno in cui avrebbe finalmente incontrato il suo compagno fatato?
Un sorriso di speranza e soddisfazione le affiorò lieve alle labbra.
Oh no, per quella notte non le sarebbe bastato un catino colmo d’acqua e foglie sul davanzale della finestra; non si sarebbe accontentata di ritirare poco prima dell’alba la materia prima per le pozioni sotto un cielo odoroso di fumo e città. Si sarebbe liberata dei vestiti e rotolata nella rugiada, per assorbire con tutto il corpo la linfa magica della notte dei fiori e delle erbe.

***

Grün sentì le membra sfrigolare fino ad avvertire la materializzazione del terreno sotto la pianta dei piedi. Abbassò immediatamente lo sguardo sul display del navigatore racchiuso nel palmo e verificò la correttezza della destinazione: un bosco a caso dell’Europa centrale, nella dimensione umana.
Digitò le coordinate del sito e le inoltrò alla base per informare i superiori sull’esatta collocazione della sua missione esplorativa, dopodiché si incuneò tra le frasche.
Avrebbe dovuto studiare un’antica usanza relativa a una non meglio precisata Festa delle Acque in onore delle divinità agresti, ma pareva che, nei secoli, gli umani avessero praticato più il Fuoco dell’Acqua, perché le popolazioni autoctone credevano con i falò di aumentare la potenza del sole che in quelle particolari notti dell’anno stava scemando. Li chiamavano i Fuochi di San Giovanni.
Scostò con un braccio delle frasche di felce, per farsi largo, e ricordò di aver studiato che un ramo raccolto a mezzanotte avrebbe favorito l’amore. Ma le donne umane erano disgustose in fatto di accoppiamento:
pallide, sinuose e prive della magia animalesca che eccitava la sua specie. Per non parlare del fatto che ormai nella magia non credevano più e lo scopo preciso della missione era evidenziare proprio la presenza o meno di femmine all’interno dei boschi. Suoi colleghi erano stati fatti apparire in altre zone, e Grün era pressoché certo che nessuno di loro avrebbe riportato eventi di rilevanza folkloristica.
Scavalcò un tronco caduto e s’inventò un sentiero tra rami e foglie danzanti, finché una luce in lontananza non attirò il suo sguardo. Quasi sicuramente non era un falò. Poteva trattarsi di una torcia o di un’abitazione al limitare del bosco, ma bisognava esserne certi. L’ipotesi di qualche residuo sporadico di stregoneria era comunque da tenere di conto, altrimenti non si sarebbe spiegato l’investimento di energie in quella missione.
Procedette cauto, cercando di compiere il minor rumore possibile a mano a mano che si avvicinava alla fonte luminosa. Una strega avrebbe anche potuto accettare l’esistenza di un orco, ma se, come pensava, si trattava di qualche individuo ancora più lontano dalla dimensione magica, avrebbe dovuto celarsi ai suoi occhi.

***

Aveva indossato tutti gli amuleti e le pietre protettive caricate nella notte del solstizio e, nonostante le ammonizioni di Rita, si era avventurata da sola nel bosco. In compenso aveva deciso di tenersi i vestiti, nell’ipotesi dell’incontro divinato.
L’ambiente le rimandava profumo di terra umida, e il respiro delle foglie le riempiva i polmoni e  l’anima. Allungò i palmi verso il falò che lei stessa aveva acceso nella radura con due pietre focaie e recitò un’invocazione alla Dea del Fuoco, affinché purificasse il suo corpo e i suoi pensieri in quell’ambiente incontaminato. L’acqua che si era portata dietro sarebbe stata sufficiente per dissetare le fiamme dell’elemento opposto, all’avvicinarsi dell’alba.
«Possa tutta la mia sfortuna…» declamò, lanciando sul fuoco l’artemisia cavata dalla scarsella di lino legata al fianco, «andarsene come questi fiori.» E con un balzo saltò il falò, esprimendo il desiderio di incontrare l’amore.
Sollevato lo sguardo, davanti a lei, scorse una figura. La sorpresa la portò in un primo momento a notare la pelle glabra - testa inclusa - tendente al verdognolo, le orecchie appuntite e i canini inferiori lievemente sporgenti, volitivi, dalle labbra scure. L’intuito magico, però, le rimandò in seconda istanza la natura inoffensiva della creatura… alta quasi due metri, il corpo che pareva uscito da un dipinto di rara bellezza, i muscoli cesellati dal pittore più esperto in proporzioni e chiaroscuri, il viso dai tratti decisi, marcati e miniati come quelli di un uomo tanto bello e maschio al tempo stesso da apparire disegnato e irreale, gli occhi d’oro, penetranti, attenti, fissi nei suoi. Demonio di splendore e maestosità.
«Se l’unica strega qui?» Una voce profonda, dall’accento incerto ma comprensibile che le procurò una scarica di brividi dalla nuca alle natiche.
Sara si lanciò d’istinto un’occhiata intorno . «E tu sei l’unico orco, vero?»
«Dato che sei una strega dovresti sapere che in realtà non mangiamo bambini.»
Il suo accenno di sorriso la fece suo malgrado ridere di rimando, ma non riuscì ad articolare risposta nell’osservarlo mentre le si avvicinava di qualche passo con movimenti lenti, augurandosi che la risposta fosse scontata. Era come ipnotizzata dal guizzare di quei muscoli resi più caldi nei colori dalle fiamme del falò. Non era un ammasso di forza bruta e linee sovrannaturali, esagerate come per un gigantesco e orribile troll, non grosso e sgraziato come Shrek, tutto era proporzionato e perfetto, fino all’inverosimile. Tanto che le sue successive parole le risultarono stranianti: «Ascolta, sto conducendo una ricerca per lavoro e dovrei calcolare quante altre streghe operano nella tua area.»
Si riscosse. «Quante altre streghe?» In che raggio? Cosa intendeva per area? «Nella mia città e paesi limitrofi ce n’è solo un’altra, se intendi questi boschi.»
Lo vide aggrottare le sopracciglia e assumere un’aria contrariata. «E come mai non è qui con te stasera?»
Stava già diventando il suo eroe…
«Vaglielo a chiedere…» Lo osservò mentre avanzava ancora un po’, con lo sguardo concentrato sul display di uno strumento elettronico che teneva in una mano, il busto reclinato leggermente in avanti, le linee del collo tese in quell’osservazione intenta, il profilo di falco. «Lei preferisce cerimonie moderne al chiuso.»
Gli si formò una piega ironica a lato della bocca, sensuale, e tuttavia non staccò lo sguardo dal display, su cui continuò a digitare qualcosa. Sara avrebbe voluto attaccargli un morso sulla punta dell’orecchio e anche… approfittò della disattenzione dell’altro per scrutarlo meglio in basso. Indossava una sorta di perizoma che lo copriva solo lì, e non si riusciva a capire se fosse perfetto proprio ovunque. Così, in quegli attimi di attesa e tensione, si ritrovò a pensare alle Sibille, ai fiori, agli amici e agli amanti, ai simboli dei semi e alle indicazioni dei giorni di festa.
«Prova a dirle che a lasciarsi sfuggire la magia si diventa ancora più brutte di quanto già si è.»
Cosa aveva detto? «Puoi ripetere?»
«Era una battuta sul fatto che con il suo atteggiamento si perde pian piano la natura magica» replicò lui con aria di sufficienza, stavolta guardandola in faccia. «E su come noi vi vediamo.»
Scrollò il capo. «Voi ci vedete… come?»
«Brutte.» Alzò una spalla e la liquidò così, con quella parola paradossale.
Sara sollevò il mento e si sentì travolgere dall’onta e dall’orgoglio. Come si permetteva, un orco, una creatura mostruosa, un essere spregevole rifuggito da tutti di dire a lei una cosa del genere?
E quelle domande le si affastellavano nella mente sovrapposte a constatazioni contrarie, vedendoselo ancora davanti agli occhi, cercando di penetrare il suo oscuro e distante punto di vista, e proprio per quello lo trovava ancor più… più... stronzo! Era uno stronzo, uomo o mostro che fosse. Maleducato e privo della minima diplomazia indispensabile a un primo contatto del genere.
«Sei uno stronzo.»
«Prego?»
«Stro-nzo!» scandì, spalancando gli occhi nei suoi. «Per quanto tu trovi brutta una persona, non glielo devi dire.»
«Perché no?» L’espressione angelica. Forse gli orchi cadevano sulla terra dalle nuvole.
«Perché non sta bene.» Non sapeva se doveva spiegarglielo davvero per indottrinarli sui loro usi e costumi o se lui stava continuando a prenderla in giro. «È offensivo per noi.»
Lui, per tutta risposta, si limitò a digitare qualcosa sul suo malefico strumento. Probabilmente stava comunicando di essere stato indottrinato sui loro usi e costumi.
«Senti» lo apostrofò, riempiendosi di energia e amor proprio al tocco degli amuleti legati al collo. «È mezzanotte e io devo finire le mie preghiere.»
«D’accordo» lui annuì rapidamente, un occhio a lei e uno al display. «Fai come se non ci fossi.»
In che senso? Voleva starsene lì comodo a guardarla mentre lei invocava la Dea e snocciolava tutti i suoi propositi magici per l’avvenire? No, non poteva. Scosse la testa e cercò di bloccarlo con un movimento del braccio mentre già si stava allontanando, ma era talmente stupefatta per quel modo di fare che non riuscì a spiccicare parola nell’osservarlo mentre si sedeva ai piedi di un tronco al limitare della radura.
Non le incuteva né timore né soggezione. Le faceva solo rabbia. E non era un sentimento appropriato in
una notte come quella.
Così ispirò profondamente, a occhi chiusi. Punta del piede contro il tallone dell’altro, lasciò sgusciare i sandali. E provò a incanalare la collera lungo la spina dorsale, fino a farla scivolare sotto terra, dove si sarebbe placata nell’abbraccio del terriccio.
Si sentiva già meglio.
La Dea non l’avrebbe certo punita se avesse permesso a una creatura soprannaturale di studiare le abitudini di un gruppo magico. Gruppo… quasi quasi era più arrabbiata con Rita che con l’orco.
«Come ti chiami?» gli chiese, sempre a occhi chiusi.
«Grün.»
Mmm… quella voce… Brutto stronzo! «Io Sara.»
Niente. Finita lì.
E comunque avrebbe potuto incontrare anche qualcun altro da lì all’indomani, no? Si rassicurò, riavvicinando i palmi alle fiamme. Un’altra preghiera alla Dea. Mica doveva per forza essere un orco il suo Jack di Fiori! Non le erano mai piaciute le storie a distanza. Figurarsi fra una dimensione e un’altra. Agguantò un rametto di felce e lo staccò dal fusto non dopo aver chiesto scusa alla Dea per quel pegno naturale. Volendo, sarebbe bastato un richiamo magico per averlo a portata di mano. Ma lui non la voleva, la vedeva brutta, quindi punto.
Si lasciò andare a qualche effusione e mugolio, nello strofinarsi il rametto contro il viso, poi gli fece attraversare le fiamme, d’istinto, rapido, senza bruciarlo, pensando intensamente all’amore che avrebbe voluto incontrare. Non un incantesimo per legare questo amore contro la sua volontà, ma una richiesta alla Dea perché accadesse quel che doveva accadere; che, se ci fossero stati degli ostacoli al compiersi dell’evento, venissero rimossi. Ponderabili o imponderabili. Liberare quanto poteva esserci di contenuto. La diga da rimuovere per quel flusso che le spettava.
Solo quando l’ebbrezza della magia cominciò a serpeggiarle sotto pelle, si rese vagamente conto che la richiesta si stava rivoltando su di lei.
Perché così doveva essere.

***

Aveva smesso di prendere appunti non appena l’aveva vista amoreggiare col rametto di felce.
Probabilmente quelli erano i momenti in cui avrebbe invece dovuto evidenziare particolari, parole o gestualità da riferire ai superiori. Ma era più forte di lui.
Non si sentiva irretito da una magia cattiva, un potere che lo costringeva ad agire o non agire in direzione contraria ai suoi propositi, ma era come se il fascino del bosco si fosse risvegliato in un istante, destato dalla luce del falò.
Il falò c’era da prima, osservò, sollevandosi lento con un palmo appoggiato sul tronco dietro di sé, lo sguardo puntato sulla figura che gli si muoveva di fronte. Ma ora quel fuoco si era sdoppiato. Anche la donna riluceva di fiamme nello strofinarsi la felce sulle palpebre chiuse, le labbra aperte in un folle appetito di Natura.
Tentò qualche passo verso di lei, e si bloccò quando la vide afferrarsi i lembi degli abiti, toglierli con mosse frenetiche e mettersi ad accennare un passo di danza su una lieve musica cantilenata da sola.
Non erano l’esplorazione e lo studio a spingerlo ad andare avanti, ma un altro tipo di curiosità. Molto più primitiva. E bizzarra, nello scoprirsi interessato oltre misura.
Non provava alcun disgusto di fronte a quell’immagine. Il pallore ora si faceva Luna, le curve sinuose cime di monti e onde di mare, gli arcani sussurri richiamo animale.
Adesso guardava la parte occulta della donna, quella fuori, prima nascosta dai vestiti, e quella dentro, sprigionata dall’esaltazione del Sabba. Curiosità. Impazienza. Eccitazione.
Si liberò del perizoma e sentì la pelle farsi felce.

***

Si vide apparire di fronte pelle vellutata come foglia, vene come venature, e lasciò che quel braccio possente le cingesse la vita, per avvicinarla a sé. Era bello sentirsi trascinare in un prosieguo di danza a due, ma non volle perdersi in stupore o sdegno, preferì continuare a percepirsi magica e bellissima, sotto il tocco di quella mano grande che le scivolava dalla schiena all’incavo delle natiche. Gli strusciò le dita dai pettorali all’addome, godendo di quel contatto liscio e massiccio, e lo udì respirare a fondo, nel portare avanti le dita a sua volta per sfiorarle il seno.
Non riuscì a trattenere un gemito a quel tocco così lieve in confronto all’idea di forza che trasmettevano le mani di lui, e abbassò lo sguardo senza pudore, fino a capire che era perfetto proprio ovunque.
Le sue dita sotto il mento la costrinsero con dolcezza a rialzare gli occhi in quell’oro penetrante. C’era il desiderio in quello sguardo, lui non avrebbe potuto negarlo, e Sara si sentì pervasa da un sentimento di onnipotenza che la rese Fuoco, Terra, Acqua e Aria fra quelle braccia.
Il bacio profondo e affamato le scaldò il sangue e al contatto con la sua lingua spinse i fianchi in avanti per strofinarsi contro tutto quanto poteva. Ogni istante rendeva incompleto il gesto precedente, e voleva di più, ancora di più. Così accompagnò con spinte e carezze la sua bocca che scivolava sul collo, poi sui capezzoli, poi lungo il ventre e infine le si inginocchiava davanti per abbeverarsi come pianta alla linfa della Terra. Gli conficcò le unghie nelle spalle, gemé al contatto umido che diveniva più incompleto di prima, di più, ancora di più, tanto che frenò quella tortura e si abbassò a sua volta, per scambiarsi per qualche istante le parti, e conoscere a fondo quanto di perfetto adesso poteva osservare, manipolare e gustare da vicino.
C’era forza nelle spinte di lui contro la sua bocca, ma non quella aggressiva dell’uomo che pretende il piacere. Diventava più uno scambio di energie reciproco che ingrossava lui e ingigantiva il potere di lei, un mutuo baratto che si portava all’unisono, nello stendersi pian piano l’uno sull’altra e continuare così, con lui che si nutriva fra le sue cosce e lei che si abbeverava dai suoi fianchi.
Non c’era parola al di fuori di “bello” che potesse descriverlo mentre accaldato dal piacere  dal falò si scostò per portarsi fra le sue gambe. E non c’era soluzione al di fuori di quella che lui la vedesse “bella”, nel momento in cui gli si avvinghiò intorno ai fianchi, lasciandosi ammirare così, aperta a lui, in quella muta richiesta di unione completa.
Era come se il falò si fosse spostato dentro di lei, mentre quella felce di muscoli e ombre cangianti le si strofinava contro il pube, e la faceva infine sentire piena di magia.
Gli si aggrappò alle braccia, assecondò i suoi colpi, i suoi battiti e respiri, e si perse alla vista di quel ventre che sprofondava nel suo, a ritmo lento e costante, mentre la marea saliva e l’onda cresceva.
Provò fastidio e ansia improvvisa quando lui si svincolò per alzarsi e alzarla in piedi, ma presto la sollevò per le natiche, se la serrò ai fianchi e la prese di nuovo. Mosse lente nel tempo ma ravvicinate nello spazio, in uno strofinio rotatorio che la faceva aderire completamente a lui, le braccia intorno al collo, le gambe intorno ai fianchi. Seducente vederlo guardare verso l’incontro dei loro bacini, ancora più esaltante incrociarne lo sguardo e fissarsi in quel momento, nella certezza della bramosia di lui, non bestia feroce ma fiera selvaggia e pura come il bosco che li racchiudeva.
La marea oltrepassò gli argini, l’onda la travolse e il boato degli elementi le esplose nei sensi fino a farla abbandonare fra quelle braccia che continuarono a sorreggerla contro di sé. Ancora qualche movimento, mentre il cuore e il respiro si acquietavano, poi si svincolò e, ginocchia a terra, accolse sul seno il seme di lui.
Mentre la rugiada scendeva copiosa sull’erba nella notte dei falò

***

Era rimasto lì, a guardarla, mentre spegneva il fuoco e si rivestiva in fretta e furia già correndo dall’altra parte del bosco. Non era riuscito né a dire una parola né a seguirla. Temeva di spaventarla. E il fiato era ancora corto, la testa confusa, per il piacere e lo stupore.
Solo quando le linee in movimento e i rumori tra le frasche furono svaniti, Grün si rese conto che in quel modo pure lei era scomparsa, e che le probabilità di rintracciarla erano basse. Chiedere aiuto ai superiori si sarebbe rivelato infruttuoso e tutt’al più avrebbero potuto concedergli il permesso di continuare  viaggiare in quell’area in momenti prestabiliti.
Ed era quello che avrebbe fatto. Non aveva avuto la prontezza di riflessi per bloccarla quella sera, lo avrebbe fatto quella successiva, e quella dopo ancora, finché non si fosse stancato di aspettare. Non solo tornando lì nelle ricorrenze prefissate in cui sapeva che avrebbe potuto ritrovarcela, non solo dando per scontato che lei non avrebbe scelto altre radure, ma donando a lei e a se stesso l’opportunità di ripensarci.
Digitò sul comunicatore le coordinate di ritorno e si preparò alla richiesta formale del permesso di viaggio.
In un modo o nell’altro, non poteva essere finita lì.

***

«Un orco?» Rita divenne Fuoco e Salamandra, con i ricci rossi vivi sullo sfondo della parete bianca del salotto. Cos’aveva da dire, lei? Il suo ragazzo era un morto vivente cioè… un resuscitato… cioè ancora… qualcosa che era stato riportato in vita per ammazzarla. Certo, poi avevano risolto il problema, ma in ogni caso Sara non poteva dire nulla perché lui era lì presente, seduto sul divano, silenzioso e mansueto. I capelli ancora un po’ allungati, la barba incolta, le occhiaie. Ricordava vagamente la Sindone e il parallelo era ben più inquietante di un orco esploratore. In ogni modo non sarebbe stato carino tirarlo in causa inutilmente. «Ho capito bene?»
Sara portò le mani in avanti. «Sì però tu non hai idea della roba…»
«Ma quale roba?» sbraitò l’altra.
«È come quando guardi Star Trek e piano piano impari a riconoscere i belli dai brutti anche nelle razze aliene più strane.»
«Sei uscita fuori di cervello?»
Forse sì, in ogni caso Rita avrebbe fatto meglio a giudicare non appena le avesse permesso di farsi raccontare tutto da cima a fondo. E lo fece, cercando di tralasciare i particolari più intimi, anche se non proprio tutti.
«Ah, allora alla fine ti sei resa conto di quello che avevi fatto» sentenziò l’amica con aria sollevata.»
«No, io non sono scappata per quello che pensi tu.» Sara scosse il capo. «Io sono scappata perché non ci capivo più niente. Stavo bene. Era una situazione più stramba di me e mi è venuto di fare così, non so come mai, in realtà non volevo scappare.» L’amica stava cominciando a riassumere l’espressione precedente. «E da ieri sera lo penso in continuazione, mi prendo a schiaffi da sola per non essere rimasta lì, perché ora non so più come ritrovarlo.» Trasse un profondo respiro. «Non lo rivedrò mai più» quasi frignò,
mentre Rita la fissava con riprovazione.
«Scusate, dov’è il problema?» La voce di Jack le riscosse entrambe, costringendole a voltarsi verso di lui, che flemmatico proseguì: «Lui ti piace, tu evidentemente gli piaci, come faresti per ritrovare un tizio conosciuto in discoteca di cui non hai i contatti?»
Eh, tornerei in quella discoteca. Forse Jack non era così negativo come pensava. Anzi, in quanto uomo poteva entrare nel cervello di Grün meglio di lei e in quanto zombie aveva tutto il diritto di conoscere i risvolti della vita anche meglio di un orco. Del resto, ora era tecnicamente vivo.
Stressò gli amici con i suoi piagnistei ancora per un po’, poi decise di cacciarli, rilassarsi e darsi una sistemata, anche perché la notte precedente non aveva dormito. Non importava ‘farsi’ bella, sarebbe bastato ‘sentirsi’ magica come le era successo nel momento in cui lo aveva attratto a sé, senza forzature di volontà.
Era successo, le Sibille glielo avevano predestinato, e niente e nessuno le avrebbe fatto cambiare idea in merito alla destinazione di quella notte.
E, se aveva l’approvazione di Jack, Rita se ne sarebbe stata zitta.
L’importante non era il modo in cui credeva di vederlo o la gente di pensarlo a causa di sovrastrutture limitanti, ma il fatto che le piacesse da impazzire e che l’avesse fatta star bene, persino con se stessa e la sua consueta bassa autostima. Era una creatura diversa da lei, splendida.
Ma se, passato l’attimo magico, fosse stato lui a vederla di nuovo brutta?
Difatti, la prima cosa che pensò non appena se lo ritrovò di nuovo davanti, paradossalmente non fu “La Dea sia lodata, Jack aveva ragione, Grün è tornato per me!”, ma “È ancora più bello di come me lo ricordavo. Chissà come mi starà vedendo.” E osservava, scrutava, cercava di capire dall’espressione di lui se il pensiero gli sgusciasse fuori da quegli occhi di demonio.
Così rimase di stucco quando lui l’afferrò per un polso e s’incamminò tra le frasche. «Vieni con me» le disse. E quel “Vieni con me” non le dava da pensare che si trattasse precisamente di un raptus sessuale, quanto di qualcos’altro che Sara non riusciva a focalizzare, vuoi per la sorpresa, vuoi per il caos di cui era già preda. Preda… No. Di nuovo non la spaventava. Solo che Grün si guardava intorno quasi stesse cercando una postazione precisa e tutto quello la preoccupava più dell’orco di Pollicino, dato che al contempo lui lanciava alcune occhiate al display del suo maledetto strumento elettronico.
«Che vuoi fare?» riuscì infine a dire, mentre lui pareva aver trovato in un piccolo slargo sterrato quanto stava cercando.
«Non sta bene?» ribatté lui, perplesso. «È offensivo pure questo?»
«Se sapessi cosa sta succedendo…»
«Volevo uscire con te.»
«Ma non siamo già fuori?»
«Intendevo io e te, a berci qualcosa.»
La spiazzò.
Non che le interessasse conoscere da subito quali fossero gli usi e i costumi degli orchi in fatto di bevande, quanto perché d’istinto la richiesta le fece piacere.
Non era tornato lì per ripartire da dove erano rimasti, ma per ripartire in senso letterale, da capo. Al di là di specie brutte e belle, e di incanti che portano a bruciare i tempi. E questo la fece sorridere.
Lui, evidentemente, prese il suo gioioso silenzio per un “sì”, e Sara si sentì sfrigolare da capo a piedi, mentre il suo corpo svaniva alla vista, così come quello di Grün, e poi riappariva, subito, senza neanche darle il tempo per spaventarsi, nello stesso posto. Identico. Per posizione e struttura. Solo che i colori erano più luminosi adesso, e intorno a loro vagavano altre figure simili a Grün, uomini e donne, più o meno verdi e bellissimi.
Notò che qualcuno la stava osservando con curiosità, qualcun altro con malizia, e non diede troppo peso a Grün che, invitandola a seguirlo, si incamminava nella direzione contraria a quella che lei avrebbe imbucato nella sua dimensione per tornare a casa.
Tutto era simile, e tutto contrario. A partire dalle torce che illuminavano l’ambiente e i tavolini del ritrovo al limitare del bosco. Di legno nudo, invasi da enormi boccali d’altri tempi, mentre il bar che lei conosceva era tutto in plastica.
«Avete la birra?» chiese con imbarazzo, mentre lui sceglieva un tavolino appartato e le scostava la sedia per invitarla ad accomodarsi.
«La nostra birra è troppo forte per gli umani» pontificò, sedendosi.
«Ma magari fa diventare belli come voi.» Le era sfuggito così, e lo condì con un sorriso ironico, per dargli a intendere che lo stava sfottendo, che si era legata al dito la prima offesa.
Sara deglutì le parole e il cuore, nel vedere che Grün si era bloccato a guardarla, intento. Forse imbarazzato lui, adesso, ma cosa avrebbe mai potuto dire o fare?
«Mi piaci» sbottò lui, semplicemente. Tenero e impulsivo. Naturale. Forse un po’ banale, ma meraviglioso. Perché non ci aveva pensato lei? Ecco! Se ci fosse stato Jack le avrebbe dato dell’idiota paranoica.
«Non siete tanto diversi dai maschi umani.»
«Perfetto» replicò lui, schioccando le dita in direzione di un bellissimo e verdissimo cameriere. «Vediamo quanto voi femmine umane somigliate a quelle della mia specie.» E ordinò la birra più forte del locale.
«Ci sto» acconsentì lei, pensando che ripartire da capo glielo faceva vedere di nuovo antipatico. «Ma se mi
ubriaco e non puoi riaccompagnarmi in città, dovrai ospitarmi nel tuo appartamento.»
«Capanna.» Due cuori e una capanna… «Però poi non dire che siamo tutti uguali» la rimbeccò, impadronendosi del boccale appena poggiato sul tavolino dal cameriere. Dava per scontato che avrebbe potuto berla solo lui! E lei? Per lei neanche un bicchier d’acqua? Che maleducato…
Tuttavia, quando lo vide zampettare con le dita sulla superficie del tavolo e afferrarle delicatamente un polso, non si svincolò, ma rise, e subì pure la pressione della presa che la incitava a sollevarsi e a sedersi sulle sue gambe.
«In certi casi qui si usa così» mormorò, porgendole il boccale da cui aveva già bevuto lui. Giusto un sorso. Per rendersi conto che in effetti era diversa, più corposa e letale degli alcolici umani. E stargli seduta sulle gambe in quel piccolo momento di condivisione, nell’osservare quei tratti selvaggi e gentili al tempo stesso, non l’aiutava certo a vedere le cose in maniera diversa da “tutti gli uomini uguali.”
In definitiva, come la mettiamo?
«Pensi di aver raccolto abbastanza dati sulle streghe per la tua ricerca?»
«No.» Scosse il capo, sornione. «Credo che per dei risultati accurati dovrai concedermi gran parte del tuo tempo libero prossimamente.»
Non sembrava ci fossero troppi ostacoli tecnici ai loro incontri. Né tanto meno da parte di Grün.
«Nella mia città e paesi limitrofi ce n’è solo un’altra su cui studiare, te l’ho detto.»
«Noi possiamo andare ovunque. Ho colleghi dappertutto.» Annuì, quasi soppesando il dato fra sé. «Ma tu sei sufficiente.»
«Di solito non si intende questo quando una donna umana sogna di essere l’unica e di farsi condurre ovunque.»
Lui piegò il capo e la scrutò pensieroso, un accenno di sorriso. «Ne sei sicura?»
Sara perse il filo, nell’osservarlo. Poi scosse il capo. «No.»

FINE

CHI E' L'AUTRICE
ANONIMA STREGA si occupa da sempre di tematiche legate all’occulto. Preferendo tutto quanto concerne l’universo femminile neopagano, è di conseguenza al contempo molto romantica, anche se l’oggetto dei suoi desideri esce spesso dalle righe, così come i personaggi delle sue storie. Crede fermamente che gli elementi del creato siano guida e strumento, sia per le streghe, sia per i protagonisti di avventure d’amore paranormali, come quelli di “Killer di cuori”, racconto pubblicato da “La mia biblioteca romantica” per la rassegna “Christmas in Love 2014” e “La fame del ghoul”, nello “Scrigno delle emozioni” di “Romanticamente Fantasy.” Il suo antro è situato in un luogo nascosto, custodito da una gatta nera d’angora e una coppia di anziani troll norvegesi. Recentemente ha autopubblicato il suo primo romanzo Spettabile Demone.

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41 commenti:

  1. Per iniziare la giornata in maniera molto "incandescente".. Ma che intrigante questo bosco, cara Gemma. Avendo letto anche quello natalizio, mi sono immersa nuovamente nelle tue magiche "pozioni" di scrittura. Mi e' piaciuto molto :-)

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    1. Grazie consorella Viviana, “pozioni di scrittura” mi piace tantissimo, così come è dilettevole averti fatto iniziare la giornata in maniera incandescente. Che la Dea ti benedica

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  2. Lettura affascinante. Ho imparato ad apprezzarla con il romanzo 'spettabile demone'. Ed anche questo racconto mi e' piaciuto moltissimo: c'è speranza di un seguito?

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    1. Cara consorella Alessandra, è bello che tu sia capitata qui dopo aver letto il romanzo. Se con il sequel ti riferisci al racconto, la vedo ardua, dato che in quest’area sono rimaste in due e una è diventata un pochetto pantofolaia. Anche il romanzo era stato pensato per concludersi lì, dato che ho tante altre storie nel cassetto dell’antro e – ora che ho imparato a usare il caotico mondo di Amazon – ho in programma di farle saltare fuori. Però ho ricevuto numerosissime richieste riguardo un certo personaggio, e temo che prima o poi dovrà rifarsi vivo. Che la Dea ti benedica

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  3. Ma che bello! Avevo letto anche Killer di cuori, e mi era piaciuto, ma questo di più. Quanto mi piacerebbe essere una strega! ;-)

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    1. Sai… è comunque un romance. Anche se sei strega, nella realtà non è tanto semplice trovare dietro l’angolo creature di questo tipo, spesso c’è comunque penuria ;) Grazie!

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  4. Anche se il genere esoterico non è il mio preferito, questo racconto mi ha affascinata anche per il suo romanticismo. E' scritto molto bene e l'ho letto piacevolmente. Brava.

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    1. Grazie consorella Micaela, è sempre molto lusinghiero riuscire a farsi leggere da qualcuno che non ama particolarmente il tuo genere. Che la Dea ti benedica

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  5. Decisamente particolare e originale sia la storia che la scrittura.
    E io che pensavo che gli orchi fossero tutti come Shrek ;-)

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    1. Anche il simpatico Shrek, in fondo, ha il suo perché. Grazie mille Nimue di Avalon!

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  6. Lo sapevo che gli orchi non potevano essere brutti! Piacevolissimo racconto, degna continuazione di Killer di cuori, che avevo già letto tempo fa.

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    1. Onorata da questo passaggio. Grazie infinite Babette, e che la Dea ti benedica

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  7. Sono andata a rileggermi Killer di cuori per godermi meglio questo sequel in tutti i minimi dettagli. Mi ha fatto piacere ritrovare Jack, anche se per poco.
    Mi aspettavo che innanzi a Sara comparisse un affascinante esemplare maschile di fata e invece sono rimasta molto sorpresa dal bellissimo orco, scelta davvero originale.
    Per quanto riguarda un seguito...magari in città potrebbe giungere qualche nuova strega ^_^

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    1. Grazie per il commento "cumulativo", Emy. Riguardo le streghe moderne, avrei in programma un romanzo; semmai per eventuali nuovi racconti mi rivolgerò ad altre creature per variare un po'.

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  8. Bel racconto, ben scritto. L'esoterico non è il mio forte e mi ha fatto venire i brividi... brrr! In bocca al lupo! ;)

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    1. Grazie consorella Anna, però non è pauroso... su! :)

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  9. Degno seguito di Killer di cuori. Raccontato con una scrittura quasi "magica" che riesce molto bene a rendere l'atmosfera "incantata" e anche divertente.

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    1. Cara Lady MacKinnon, il tuo commento mi fa particolarmente piacere perché mi interessa davvero che lo stile e i contenuti - talvolta quasi all'opposto - non stridano troppo. Che la Dea ti benedica

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  10. Sicuramente dopo Killer di CUori non potevo non aspettarmi niente di migliore, ho il tuo spettabile demone nella mia WL da tempo e devo decidermi ad acquistarlo, dopo questo ulteriore racconto sicuramente Spettabile demone sarà nel mio ereader al più presto.
    Bellissimo racconto ancora più bello di Killer di Cuori, ed io che amo le streghe non posso non innamorarmi di questo racconto, e della sua ambientazione e dei suoi personaggi. Brava davvero.

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    1. Grazie mille consorella Stefania! Se poi dovesse davvero capitarti di leggere il romanzo, fai sapere cosa ne pensi. Che la Dea ti benedica

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  11. marily damiani25/08/15, 00:09

    Sempre molto divertente , ironico e magico, come gli altri racconti e il romanzo. Un nuovo romanzo, presto e magari con protagoniste simpatiche e ironiche streghe sarà decisamente bene accetto. Soprattutto per la scrittura corretta e scorrevole oltre che spiritosa e surreale.

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    1. Ti ringrazio infinitamente per il supporto, Marily. Presto arriveranno altre streghe, sì.

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  12. Cara consorella, arrivo un po' in ritardo a leggere il tuo racconto, ma ne sono rimasta conquistata. Allegro, divertente, passionale e molto... magico. Cosa si potrebbe pretendere di più. Che la Dea ti benedica e ti ispiri tante altre storie così. ;-)

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    1. Cara consorella Laura, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato il mio raccontino. A me piacciono molto le storie che scrivi tu.

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  13. Originale anche se mi ha deluso il finale che ha" imborghesito" l'incontro. Tutto già visto nell'area relax comune dell'Enterprice. Milena

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    1. Consorella Milena! Dici così e poi sbagli a scrivere il nome dell'astronave? :D Comunque l'omaggio a Star Trek era voluto, l'ho anche citato testualmente. Ma quella è sci-fi pura. In Italia purtroppo la sci-fi romance non ha messo radici. Che la Dea ti benedica

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  14. Sono ancora basita nel trovare un...orco. Non mi dovrebbe stupire, in realtà, non è un orco anche Shrek? (Si scriverà così?) Eppure Grun è simpatico, carino. Certo è...un orco!
    Mi è piaciuto soprattutto la scena iniziale quando lei trova il Jack di fiori e si arrabbia perché vorrebbe i cuori. Una scena delicata ma divertente, molto romantica. Il momento hot è ben calibrato, se(n/s)uale ma non volgare. Efficace.
    Racconto proprio carino. :)

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    1. Grazie mille consorella Eiry, sono contenta che tu abbia trovato sensuale questa stramba creatura. Che la Dea ti benedica

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  15. che dire??? delizioso... mi era piaciuto molto anche Killer di cuori nonostante che il paranormal non sia il genere che prediliga. scrittura come al solito fluente ed accattivante, storia coinvolgente... bello.....

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  16. Cara consorella Isabella, mi fa sempre tanto piacere sapere che le mie storie piacciono anche se il genere non è quello preferito. Grazie infinite, e che la Dea ti benedica

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  17. Anonima Strega ancora una volta strepitosa. Anche se nn è il mio genere la tua scrittura è veramente graffiante e sofisticata. Grazie

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    1. Cara consorella Barbara, è sempre un piacere quando scrivete "anche se non è il mio genere..." Che la Dea ti benedica

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  18. Anonima Strega ancora una volta strepitosa. Anche se nn è il mio genere la tua scrittura è veramente graffiante e sofisticata. Grazie

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  19. Un racconto davvero bello e originale. Molto brava.
    Miriam Formenti

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    1. Lusingata dal tuo apprezzamento, consorella Miriam. Che la Dea ti benedica

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  20. Nonostante il genere non sia il mio preferito, ho trovato interessante la lettura e quello che mi ha più colpito è stato questo protagonista orco, completamente diverso dall'idea comune che si ha di queste creature. Mi unisco però al commento Milena, che non ha apprezzato molto il finale: anche secondo me ha tolto un po' di fascino ad una trama altrimenti davvero particolare.

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  21. Cara consorella Daniela, ti ringrazio sia per il feedback positivo sia per quello negativo. D'altra parte le mie streghe sono moderne e vanno sia nel bosco sia al pub :) Che la Dea ti benedica

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  22. perche io ho trovato un orco che somiglia + a srek che a grun???? LO SO!!!!!! ho invocato la MADRE TERRA.....troppo TARDI!!!!!!
    adoro qst racconto ma è trooooppo breve!!!!

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  23. Cara consorella, è solo un raccontino infatti, grazie infinite! Ho anche un romanzo che è un po' più lungo. Chissà se lo vincerai con le estrazioni dei commenti... sennò è su Amazon. E di sicuro ha i suoi lati positivi pure l'orco che somiglia a Shrek. Non sarà che lui è l'artefice di quel x4? Che la Dea ti benedica

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