CHICAGO SUMMER di Sarah Bernardinello



*Attenzione!* Per gli argomenti trattati, questo racconto è riservato ad un pubblico adulto.

Angel riceve una visita
Si soffocava. Stravaccato sulla sedia, i piedi posati sulla scrivania, Angel cercava di trovare ristoro da una bottiglia di birra ghiacciata scovata nel frigo.
Nonostante le finestre aperte, non entrava un filo d'aria e la temperatura si era fatta rovente. L'estate si faceva sentire alla grande.
Sospirò e ingollò un sorso di birra.
Il condizionatore era deceduto il giorno prima, giusto in tempo per la settimana più calda del secolo. E lui non aveva un centesimo. Anche quello giustissimo.
Di casi interessanti e fonte di guadagno non se ne vedevano da settimane.
L'ultimo era già datato. Era un bel casino, niente da dire.
Se solo qualcuno avesse bussato alla porta, gli avesse offerto un incarico interessante e lo avesse pagato profumatamente... Se. Solo.
Si raddrizzò, controllò il cellulare e sbuffò.
«Al diavolo!» sbottò, rivolto alle quattro mura dell'ufficio. Se lo sarebbe andato a cercare, il lavoro.
Si alzò in piedi, e in quel momento qualcuno bussò.
Angel sorrise. Quando si dice tempestività.
Si avvicinò alla porta e aprì, trovandosi davanti uno dei più begli uomini che avesse mai visto. Il respiro si bloccò, la bocca divenne arida. Restò fermo a guardare quell'Adone in completo Armani scuro con gli occhi sbarrati.
Il tizio tossicchiò e lo riportò al presente. «Si sente bene?»
Angel si riscosse, conscio di aver fatto la figura del cretino. «Benissimo». Guardò quegli strani occhi colore dell'ambra e si impose di non lasciarsi andare a pensieri sconci. «Desidera?»
Il visitatore fece un passo e lui si spostò per farlo entrare nell'ufficio. Si accorse con disappunto che l'altro si guardava attorno, ma il volto impassibile non lasciava capire se l'ambiente lo disgustasse o meno. Si sentì in dovere di giustificarsi per il caldo torrido che gli aveva incollato la maglietta alla schiena.
«Il condizionatore non funziona, mi spiace per...»
Il nuovo arrivato lo interruppe e si girò a guardarlo. «Domani chiamerà qualcuno per aggiustarlo.» Si avvicinò a una sedia e si sedette, sollevando appena i pantaloni. Accavallò le lunghe gambe e mise in mostra un paio di mocassini Gucci che doveva costare quanto un anno di stipendio. Sempre se avesse trovato abbastanza clienti.
«Chi diavolo è lei?» gli chiese Angel, infastidito. Fece il giro della scrivania e si sedette rigido. «Se ha a che fare con la mafia, può anche andarsene.»
Lo sconosciuto lo sorprese scoppiando in una breve risata, che gli fece scorrere deliziosi brividi lungo la schiena. Mafia o no, quell'uomo era un vero attentato ai suoi sensi. Si immaginò passare le mani in quei lunghi capelli lisci, o sbottonare la camicia candida e accarezzare quella pelle dorata. Il suo corpo aveva già cominciato a reagire.
Basta! Aveva altro a cui pensare, altri problemi. Doveva sentire cosa voleva questo tizio e poi mandarlo via.
Si accorse che lo stava guardando con un lieve sorriso. Il pensiero che gli potesse leggere in faccia cosa stava provando lo agghiacciò. E lo eccitò. No, lo spaventò.
«Mi dica cosa vuole, signor...»
«Adonais Malthus.»
Angel aprì la bocca e la richiuse. «Malthus. Quel Malthus?»
«Se intende le industrie, la Borsa, i dollari, sì.»
E un uomo del genere, grondante denaro, aveva bussato alla sua porta? Doveva esserci un errore. Un grosso, madornale errore.
«Credo proprio abbia sbagliato porta e palazzo. E zona, signor Malthus.» Si alzò in piedi, fissandolo. «Noi due non abbiamo granché in comune.»
«Se mi fa il favore di sedersi, le spiegherò perché sta sbagliando, Angel. Lei è proprio l'uomo che cercavo.»
Angel si sedette, continuando a fissarlo. Malthus cercava lui? Valeva davvero la pena di sentire il perché.

L'incarico
«È stato Wulf Saroyan a parlarmi di lei.»
Saroyan. Era stato il suo ultimo incarico in ordine di tempo. Una figlia rapita, una questione di eredità, un'imboscata nei bassifondi. Ricordava ancora il sangue. Saroyan si era vendicato dell'affronto in modo alquanto truculento. La polizia non era stata nemmeno interpellata. Angel aveva scoperto dove si trovasse la ragazza, e il padre aveva fatto il resto. Lui aveva visto il risultato, e gli era bastato.
Aveva etichettato tutta quella faccenda come una resa dei conti mafiosa, e si era ripromesso di non voler avere più niente a che fare con la malavita.
Quel lavoro gli aveva  fruttato una corposa parcella, ma nel giro di poco aveva speso tutto per pagare i debiti. E si era trovato da capo. Fino a ora.
Al suo commento su una qualche appartenenza mafiosa, Malthus aveva riso. Questo lo faceva ben sperare.
«Ebbene?» Angel appoggiò i gomiti sulla scrivania. Lo incuriosiva comunque che avessero fatto il suo nome. Saroyan era ricco, ma non era neanche paragonabile all'uomo che gli si trovava di fronte. C'era qualcosa sotto, e non aveva alcuna voglia di trovarsi invischiato in qualche losca faccenda.

Adonais guardava l'uomo seduto alla scrivania con un misto di curiosità e desiderio. Quando Wulf gli aveva fatto il suo nome, aveva preso qualche informazione su quell'investigatore privato. Aveva seguito le orme del padre, poliziotto in pensione che aveva aperto un'agenzia investigativa. Mallory senior aveva fama di essere incorruttibile, zelante e ligio al dovere, e il figlio non era da meno.
Oltre a essere un affascinate miscuglio ispano-irlandese. Quegli occhi verdi non lo avevano abbandonato un attimo, e splendevano nel volto abbronzato. Se Angel avesse saputo che gli aveva letto nella mente ciò che pensava di lui... Sorrise tra sé. Forse, quando tutto fosse finito, avrebbero potuto stringere qualcosa di più di un'amicizia. Chissà.
Ma ora doveva risolvere quel problema. Quell'enorme problema. E Angel Mallory sembrava il tipo adatto.
Si appoggiò allo schienale, rilassato solo in apparenza, e sollevò le mani, congiungendo le dita e picchiettandosi le labbra. Il tutto senza smettere di guardare l'investigatore.
«Qualcuno ha rubato una cosa molto preziosa dalla sede di Chicago,» esordì. «Preziosa e importante. Oserei dire che il suo ritrovamento è vitale, e non solo per me e la mia azienda, ma anche per parecchie altre persone.»
Angel lo fissava. Aveva aggrottato la fronte, sembrava molto interessato. Sentì i suoi pensieri, le domande che si accumulavano. La prima e più ovvia era già arrivata alla superficie, ma non venne espressa. Fece quella che Adonais si aspettava da una persona intelligente.
«E lei sa chi è il ladro.»
Annuì. Non gli aveva chiesto cosa fosse stato rubato. Molto bene.
«Una persona che ritenevo fidata, ma che si è rivelata senza scrupoli e mi ha tradito. Quello che vorrei sapere è se ha ancora quello che ha rubato, o se l'ha già consegnato a chi ha commissionato il furto. Se fosse così, diventerebbe tutto più complicato.»
«E io cosa dovrei fare, esattamente?» chiese Angel Mallory.
Malthus sorrise.«Trovare il ladro e il maltolto e consegnarmeli.»
«Scommetto che lei ha già qualche idea su dove si potrebbe nascondere.»
Annuì di nuovo. Scoprirlo non era stato un problema. Il problema era scovare il responsabile di quella che avrebbe potuto diventare una catastrofe di dimensioni globali.
«Ammesso e non concesso che riesca a trovare il giuda e glielo consegni, chi mi garantisce che non finirà come il caso Saroyan?»
Capì cosa intendeva, non aveva bisogno di leggergli nella mente. Sapeva bene com'era finita. Wulf era famoso per il suo carattere sanguinario, soprattutto se aveva subito un torto. Tuttavia quell'umano, per quanto desiderabile fosse, non aveva alcuna voce in capitolo su come avrebbe gestito poi la faccenda, una
volta avuto tra le mani il traditore. Era una sua prerogativa, e ne avrebbe fatto buon uso.
«Signor Mallory, lei mi garantisca la riuscita dell'incarico, e io le farò avere un assegno a sei zeri. Per quanto riguarda il dopo, quello sarà solo affare mio.»
«Non voglio avere niente a che fare con spargimenti di sangue,» ribatté Angel. Si era irrigidito alle sue parole. Ma quello che doveva ritrovare era troppo importante, e l'affronto troppo grande perché potesse finire bene.
«E non ci avrà a che fare, stia tranquillo. Mi basta che recuperi quello che è mio.» E mi consegni il traditore, terminò fra sé.
Si alzò in piedi ed estrasse un blocchetto dalla tasca interna. Era già compilato, e gli bastò strappare il foglio, appoggiandolo sulla scrivania davanti all'investigatore.
«Questo è un anticipo. Per il condizionatore e altre cose di cui sentirà il bisogno. Il resto a lavoro finito. Domani le farò avere tutte le informazioni che le serviranno. Per ora la saluto.»
L'altro si alzò. «Non ho ancora...»
«Sono certo che sarà una collaborazione proficua,» lo interruppe Adonais senza tanti preamboli. Si diresse alla porta e uscì sul pianerottolo male illuminato. L'ultima cosa che vide prima di chiudersi la porta alle spalle fu Angel raccogliere l'assegno e guardarlo. L'esclamazione sbalordita lo fece sorridere, mentre lasciava quel palazzo fatiscente.

Zona pericolosa
Angel aveva dormito in ufficio, quella notte.
La visita di Malthus l'aveva lasciato scosso. Alla fine lo aveva ammesso con se stesso. E la causa non era solo il suo fascinoso cliente, ma quello che gli aveva chiesto.
Aveva il brutto presentimento che tutto sarebbe finito in un bagno di sangue. Doveva cercare di restarne fuori, svolgere il suo incarico come richiesto, incassare il compenso e tanti saluti.
Per quanto belli fossero gli occhi di Adonais Malthus.
La busta con le istruzioni arrivò alle otto. Angel la vide passare sotto la porta ma, nonostante fosse corso ad aprire, non riuscì a vedere chi l'avesse portata.
La prese in mano, soppesandola. L'aprì e ne estrasse un foglio dattiloscritto, che conteneva a grandi linee ciò di cui gli aveva parlato Malthus la sera prima.
L'altra cosa contenuta era la foto di un uomo, presa a sua insaputa, visto l'atteggiamento del soggetto: stava camminando ma si guardava indietro, come se temesse di essere inseguito. Sembrava il fotogramma di una telecamera. In mano, l'uomo teneva qualcosa, forse una busta, o un pacchetto. Angel non aveva dubbi che fosse il tizio che doveva trovare.
Tornò a leggere le direttive: Tobias Clarck era stato visto l'ultima volta dalle parti di Englewood. Perciò, si disse, il servizio di sicurezza di Malthus aveva libero accesso alle telecamere di sorveglianza di zona. Chissà perché la cosa non lo sorprendeva.
Era indubbiamente una zona pericolosa, terra di gang.
A giudicare dall'abbigliamento, il sedicente Clarck non era tipo da intrattenere rapporti con la malavita. Chissà cosa ci faceva laggiù. Forse stava soltanto cercando di confondere le acque, di depistare eventuali inseguitori.
Avrebbe cominciato le indagini da quelle parti.
Aveva girato in macchina per diverse ore, fermandosi ogni tanto a chiedere se qualcuno avesse visto Tobias Clarck aggirarsi per il quartiere. Appurato il fatto che non fosse un poliziotto, gli interpellati, dopo aver dato un'occhiata alla foto, avevano risposto tutti in maniera negativa. Nessuno aveva visto il soggetto. Nessuno lo conosceva. E non c'era da stupirsi, visto che l'uomo era stato per molto tempo membro del consiglio di amministrazione di una delle più importanti aziende della città, se non degli Stati Uniti.
Angel era scoraggiato. Aveva perso tempo per niente. Il suo incarico si stava volatilizzando.
Stava meditando di tornare in ufficio, a soffrire il caldo, quando arrivò un messaggio sul cellulare. Senza smettere di guidare, lo lesse. Clarck era stato individuato al Loop. Si chiese cosa diavolo ci facesse, visto che non era l'unico a cercarlo. Inoltre, perché Malthus lo aveva assunto avendo a disposizione chi era perfettamente in grado di trovare il fuggitivo?
Lasciò il Garfield Boulevard e si diresse a nord, verso il centro. Per un attimo si chiese se Clarck sapesse che lo stavano braccando, e se la sua non fosse una strategia per nascondersi meglio. Era perplesso.
Il traffico non lo aiutò, e impiegò più di un'ora per raggiungere Michigan Avenue. Trovò un parcheggio per pura fortuna e si rassegnò a battere la zona finanziaria servendosi dei piedi e degli occhi.
Purtroppo era passato del tempo, sarebbe risultato difficile trovare qualcuno visto più di un'ora prima. Aveva provato a ricontattare il numero da cui era stato inviato il messaggio, senza riuscirci.
East Madison si trasformò in West Madison. Angel oltrepassava gli isolati scrutando la gente sul marciapiede e dentro le auto da dietro le lenti degli occhiali da sole. Di Clarck nessuna traccia.
Poi, mentre aspettava che il semaforo scattasse sul verde per attraversare, lo intravide sul marciapiede opposto. Con uno scatto degno di un velocista, sfrecciò sulla strada, rischiando di venire investito da un taxi e da un autobus, e battendo la mano sul cofano di un auto quando le passò davanti correndo.
Clarck aveva imboccato South La Salle, e lo tallonò da presso, finché non lo vide voltare a sinistra. Senza farsi scorgere, gli restò alle calcagna, nascondendosi dietro un cassonetto dei rifiuti. Si tolse gli occhiali e li infilò nella tasca posteriore dei jeans.
L'uomo che cercava non sembrava essersi accorto di nulla. Si era addentrato  in quella via senza uscita senza nemmeno guardarsi alle spalle. Angel gli fu dietro, sempre a debita distanza, e vide l'auto parcheggiata in fondo al vicolo.
Due uomini scesero dalla macchina, gridarono qualcosa e Clarck si girò di scatto, guardando nella sua direzione. Poi tutto successe così in fretta che non capì da dove fosse arrivato il colpo. Sentì solo un forte dolore alla testa e alle spalle. L'asfalto gli venne incontro a velocità vertiginosa.
L'ultima cosa che pensò prima di perdere i sensi, fu che tutto sommato quella zona era molto più pericolosa di quanto si aspettasse.

Occhi di ghiaccio
Stava ondeggiando. Che brutta sensazione. Si aspettava di cadere in acqua, ma non riusciva a capire cosa ci facesse in barca.
Doveva aprire gli occhi, ma gli sembrava di avere le palpebre incollate.
Poi la coscienza fece capolino e si rese conto che lo stavano scuotendo. Allora spalancò gli occhi e si ritrovò di nuovo steso nel vicolo. Niente barca, per fortuna.
«Si sente bene?»
Era la seconda volta in due giorni che glielo chiedevano. Sbatté le palpebre, mettendo a fuoco il proprietario della voce. Due occhi grigio-azzurri lo fissavano dall'alto.
Si fece forza e si sollevò, mettendosi seduto, aiutato dallo sconosciuto. Il distintivo del CPD gli dondolò davanti la faccia. Un poliziotto?
«Si sente bene?» ripeté l'uomo. «Sa dove siamo?»
Angel annuì, e il movimento gli causò un forte dolore alla testa e alle spalle. Gemette, e si massaggiò il collo indolenzito. L'altro lo fissava in attesa di una risposta. Evidentemente il suo cenno d'assenso non era servito a molto.
«Sto bene,» rispose, stupendosi della propria voce gracchiante.
«Meglio. Ma preferirei chiamare un'ambulanza.»
«No!» reagì Angel. Vedendo lo sguardo dell'altro farsi da stupito a duro, cercò di minimizzare. «Non è niente, davvero.»
Il poliziotto non disse una parola. Lo afferrò per un gomito e l'aiutò ad alzarsi.
«E' stato aggredito.» Non era una domanda.
Si chiese come potesse sembrare tanto sicuro. A meno che non avesse visto qualcosa. Nemmeno lui sapeva come fosse andata veramente. Tranne che Clarck si era accorto di essere pedinato e qualcuno era appostato alle sue spalle.
«Non saprei,» replicò. Al diavolo. Doveva andarsene da lì.
«Davvero?»
Incontrò quegli occhi e deglutì. Erano freddi e indagatori, e lo stavano squadrando.
«Io invece penso che per qualche motivo qualcuno stava per farle la pelle e il mio arrivo è stato provvidenziale,» riprese l'uomo. «Mi corregga se sbaglio.»
Angel era troppo stanco e dolorante per negare. Aveva caldo e voleva solo tornare in ufficio per stendersi sul divano. All'inferno l'incarico. Sentiva il rumore del traffico in lontananza, i clacson delle auto.
«Va bene.» Il poliziotto si guardò attorno. «Mi dia il suo indirizzo, l'accompagno.»
«Non ce n'è bisogno,» mormorò Angel. «Ho la macchina qui vicino.» In realtà era a parecchi isolati e il pensiero della scarpinata gli faceva dolere la testa ancora di più, ma voleva togliersi dai piedi quel poliziotto.
«Allora l'accompagno alla macchina, signor...» Il suo sguardo continuava a essere indagatore.
Sospirò. «Angel Mallory.»
«Bene, signor Mallory. Sono il detective Seth Rogers. Adesso andiamo alla mia auto e poi la porto dove vuole.» Gli stringeva ancora il braccio. Si accorse che lo sovrastava di una spanna almeno e alzò gli occhi a fissarlo.
«Ho parcheggiato sulla Michigan,» si rassegnò a dire.
Il detective sollevò le sopracciglia ma non disse niente.
Seth teneva lo sguardo sulla strada ma era ben conscio della presenza al suo fianco. Quando lo aveva visto steso a terra, era accorso. Nei paraggi non c'era anima viva. Subito aveva pensato a un malore, ma quando lo sconosciuto si era ripreso e alzato, si era accorto del livido sulla nuca. L'aggressione era sicura, il perché voleva scoprirlo.
Il nome che gli aveva dato non gli suonava nuovo, se aveva fortuna sarebbe riuscito a capire qualcosa prima di depositarlo in Michigan. Quando però gli aveva consigliato di sporgere denuncia, Mallory si era opposto.
«Non so chi sia stato, ma sto bene e non mi hanno rubato niente.»
Seth aveva capito che invece doveva sapere qualcosa. Non aveva insistito. A meno che fosse un nome falso, in capo a un'ora avrebbe saputo chi fosse e cosa facesse il signor Angel Mallory.
Sulla Michigan, Mallory gli indicò il punto dove aveva parcheggiato.
Seth si avvicinò, e il suo improvvisato passeggero schizzò fuori dall'abitacolo sibilando un Grazie, senza nemmeno aspettare che la macchina fosse ferma.
Lo guardò infilarsi in una vecchia Chevy e partire a razzo.
Sorrise tra sé. Se il nome fosse risultato falso, avrebbe cercato la targa dell'auto. L'aveva memorizzata ancor prima che Mallory si fosse seduto.
Tutta quella faccenda era strana, come era strano il luogo dell'aggressione. Doveva tenere gli occhi e le orecchie aperte.
Inoltre... Cercò di non pensarci, ma gli occhi verdi di quell'uomo gli tornarono alla mente.
Con un sospiro si immise nel traffico. Era quel caldo maledetto, si disse. Gli faceva ribollire il sangue.

Un bacio rubato
Angel si sollevò dal divano premendosi la borsa del ghiaccio sulla nuca. Il refrigerio aveva lenito in parte il dolore. Ora rimaneva solo un pulsare costante.
Appena arrivato aveva inghiottito due aspirine e preparato il ghiaccio, poi si era steso.
Adesso era tardi. Dalla finestra vedeva uno spicchio di cielo scuro. Faceva caldo.
Si sedette e appoggiò i gomiti sulle ginocchia. Doveva contattare Malthus, dirgli... Che cosa? Che rinunciava? Che non era solo?
La situazione gli stava sfuggendo di mano. Se avesse avuto a che fare con una gang, non si sarebbe sentito così inadeguato. Aveva la sensazione che quella cosa fosse più grande di lui e delle sue capacità. Maledizione.
Il bussare alla porta gli fece alzare la testa di colpo, e una vertigine lo costrinse a respirare profondamente per riprendere il controllo. Poteva fare finta di non esserci, la luce era spenta.
Il bussare si ripeté.
Si alzò e si trascinò alla porta, ma prima accese la luce. Tolse la catena e girò la chiave. Quando aprì, il volto di Malthus era l'ultima cosa che voleva vedere.
«Mallory.» lo salutò.
«Signor Malthus,» rispose lui. Si fece da parte per farlo entrare, conscio dello sguardo dell'altro su di sé.
Si diresse al divano e vi si sedette, lasciandogli la decisione di imitarlo o no. Il suo cliente si accomodò su una sedia di fronte a lui. Continuava a fissarlo.
«Giornata proficua?» gli chiese alla fine.
Lo guardò torvo. «Certo che no,» sbottò, incapace di trattenersi.
«Mi spiace per l'incidente.»
«Incidente?» trasecolò Angel. «Di cosa diavolo sta parlando?»
Adonais Malthus si indicò la testa. Lo sapeva. Sentì la rabbia divampare in lui come un incendio.
«Come diavolo fa a sapere cosa mi è successo, eh?» Si alzò in piedi di scatto. «A che gioco sta giocando, Malthus? Che razza di casino è questo? Prima mi mandate in una parte della città, poi rettificate. Si può sapere cosa sta succedendo?»
Lo guardò alzarsi. La sua altezza gli ricordò l'uomo incontrato nel pomeriggio, il detective Rogers, e i suoi occhi gelidi. Sembravano il Michigan d'inverno. Doveva toglierselo dalla testa.
«Né più né meno quello che le ho detto ieri sera, Angel,» disse Adonais.
Lo guardava con quegli occhi strani, intensi. Pericolosi.
«Ma le cose non stanno esattamente così, non è vero?» insistette caparbio. Il mal di testa era tornato.
«No,» ammise alla fine Malthus. «Ma non posso dirle niente di più. Deve trovare Clarck e consegnarmelo, insieme a quello che ha preso. Questo è tutto quello che le chiedo.»
«Per il momento.» Angel si strofinò il collo. Era stanco.
Un movimento gli fece alzare gli occhi e se lo ritrovò di fronte, vicino. Troppo vicino.
«Mi dispiace per oggi,» mormorò Adonais. Poteva respirare il suo profumo speziato, vedere la pelle liscia
del volto. «L'ultima cosa che volevo era farle rischiare la vita.»
«Anch'io,» rispose. All'improvviso gli mancava il respiro. Gli fissò le labbra perfette. Chissà se erano morbide come apparivano.
Lo vide sorridere e si ritrovò fra le sue braccia, la bocca di lui sulla sua. Scordò il mal di testa, scordò l'incarico. Smise del tutto di pensare. Oh sì, quelle labbra erano davvero morbide.
Gli cinse la vita. Il suo corpo stava reagendo in maniera sconsiderata. Fremette sotto quel bacio appassionato.
Poi un lago grigio-azzurro gli riempì la mente e lo raffreddò.
Malthus dovette accorgersi del suo cambiamento perché si staccò e lo guardò.
«Angel.» Disse solo il suo nome. Un istante dopo si era già allontanato. «Domani ti farò sapere se continuare o meno l'incarico. Ti auguro la buona notte.»
Uscì senza voltarsi.
Angel rimase immobile a guardare la porta chiusa, non sapendo se sentirsi più confuso o sconvolto.
Malthus rimase fermo sul pianerottolo per alcuni minuti. Doveva calmarsi. Raramente si era lasciato prendere dalla passione in quel modo, ma Angel aveva qualcosa che lo intrigava e lo eccitava. E lo aveva baciato perché lo desiderava.
Voleva assaggiarlo per capire se quello che provava era reale. Con sua grande sorpresa, aveva scoperto che lo era.
Finché la mente di Angel non era stata invasa dal volto dell'altro uomo. Uno sconosciuto. Un umano.
Chiuse gli occhi. Il suo adorato Angel pensava a un altro.
Bussavano di nuovo. Angel si chiese se quella sera avrebbe potuto avere un minimo di tranquillità.
Andò ad aprire, esasperato. Sulla soglia c'era Seth Rogers e i suoi laghi di ghiaccio.
«Oh cazzo!» esclamò.
«Credo di capire che la mia visita la sorprenda,» disse il detective. Fece un passo avanti e lui si spostò per farlo passare. «Sulle prime credevo mi avesse dato un nome falso, ma ho fatto dei controlli. Quello che ho trovato mi ha sorpreso.» Si voltò a guardarlo. Angel distolse lo sguardo e chiuse la porta.
«Non si aspettava che fossi un investigatore privato,» concluse lui. Si trascinò fino al divano e vi si lasciò cadere.
«Non mi aspettavo che fosse il figlio di Frank Mallory,» replicò Rogers.
La carriera di poliziotto di suo padre tornava sempre a galla.
«Mi sorprende che lei non sia entrato in Polizia,» tornò a dire Rogers.
«Non faceva per me,» ribatté Angel. In realtà suo padre non aveva voluto, conoscendo le sue inclinazioni. «Mi vuole dire a cosa devo la visita, o devo tirare a indovinare?»
Il detective si sedette sulla sedia di fronte al divano. La stessa di Malthus.
«Volevo sapere come stava.»
Ma certo. E l'inferno era ghiacciato.
«Adesso ha visto,» sbottò.
«Però non so ancora perché l'hanno aggredita.»
Angel si alzò, irritato. «E io le ripeto quello che le ho detto oggi: non lo so.»
«Non le credo.» Diretto come una freccia al bersaglio.
«Non so cosa farci, detective.» Si diresse verso la porta, ma Rogers lo afferrò per un braccio. Reagì alzando la mano stretta a pugno, ma venne bloccato dal poliziotto.
«Tentata aggressione a pubblico ufficiale,» sibilò Seth. «Potrei arrestarla per questo»
«Lo faccia allora,» ringhiò Angel. «Almeno mi lascerà in pace.»
Gli occhi di ghiaccio si strinsero. Si fissarono per un attimo, mentre la temperatura già rovente della stanza aumentava a dismisura. Poi si trovò stretto al petto muscoloso di Seth, e le labbra di lui calarono sulle sue insieme a un gemito.

Seth lo strinse tra le braccia con disperazione. Appena gli aveva aperto la porta, aveva percepito quel profumo intorno a lui. Il profumo di un uomo. Si era sentito prendere da una rabbia incontrollabile.
Lo aveva stuzzicato, fino a provocare la sua reazione. Fino a fermarlo prendendolo fra le braccia. E Angel stava rispondendo al suo bacio in modo del tutto inaspettato. E appassionato.
Sentì le sue braccia intorno alla vita, e lo strinse di più. Per tutto il pomeriggio non aveva fatto che pensarlo. Accertarsi delle sue condizioni di salute era solo una scusa. Sapere perché l'avevano aggredito era importante. Vederlo lo era ancora di più. Accarezzò la schiena coperta dalla maglietta, scese a stringergli le natiche.
Angel mugolò inarcandosi contro il suo petto.
Seth gli accarezzò le labbra con la punta della lingua. Guardò per un attimo gli occhi verdi aperti, velati dalla passione. Lui non doveva avere un aspetto diverso. Ma doveva fermarsi. Dovevano.
Si sollevò e lo tenne stretto a sé. Angel ansimava e lui sorrise.
«Sei fantastico,» sussurrò. Adesso avrebbe avuto il suo odore addosso. Il suo e di nessun altro.
Angel sembrava imbarazzato. Abbassò la testa, gli sfiorò la base della gola con le labbra, ma lui si staccò.
«Devo andare, adesso,» mormorò. «Però non ti libererai di me, ricordalo.»
Prima che Mallory potesse ribattere o lui stesso cambiare idea, aprì la porta e se ne andò. Molto a malincuore.

Angel ha un'intuizione
Se ne era andato, così come era arrivato. Lo aveva colpito e affondato, accidenti a lui.
Angel si accasciò sul divano di nuovo, ancora frastornato. Il bacio di Adonais era stato passionale, quello di Seth lo aveva fatto tremare. Credeva di essere affascinato, intrigato da Malthus, ma si sbagliava. Gli era bastato l'incontro con il poliziotto perché le sue difese venissero sbaragliate.
Angel aveva trincerato per anni la sua omosessualità dietro un'apparenza. Era un uomo, un detective privato professionalmente ineccepibile, che aveva fatto del suo lavoro la sua ragione di vita. E tutto perché l'unica relazione seria che aveva avuto era finita in frantumi per il tradimento del suo compagno. Erano passati quasi dieci anni, e da allora nessuno si era mai accorto di ciò che era. Fino a ora.
Sia Adonais, sia Rogers avevano compreso subito l'effetto che avevano avuto su di lui. La loro presenza gli aveva smosso qualcosa dentro. Uno più dell'altro. E quell'uno era Seth Rogers e i suoi occhi di ghiaccio.
Al pensiero di lui, Angel si sentiva ancora fremere. L'erezione doleva, ma di più doleva il suo cuore. Come poteva essere successo?
La risposta era una sola: era stato troppo solo, in quegli anni. Davvero troppo solo.
La notte portò consiglio. Al risveglio, più riposato e meno dolorante, nonostante avesse dormito sul solito divano, Angel si sentiva determinato a venire a capo di quella sciarada.
Durante la notte aveva sognato, era tornato nel vicolo, aveva rivisto l'uomo che stava seguendo. Ma non era quello che lo aveva turbato. Era la zona. Quel vicolo si trovava sul retro del palazzo di Conner Finch.
Acceso il portatile, si mise subito a cercare notizie sull'industriale. Scorrendo le pagine di Google, lesse tutto ciò che era pubblicato. Finch era il naturale rivale di Adonais Malthus. Ricco oltre ogni immaginazione, con tentacoli sparsi ovunque, poteva essere il mandante. Colui che aveva comprato Tobias Clarck, facendolo passare dalla propria parte. E tanti saluti alla lealtà.
Era possibile? Alla fine era solo la vendetta di un avversario agguerrito?
Angel si appoggiò allo schienale. Sembrava tutto campato per aria.
Aveva bisogno di un caffè e di un'abbondante colazione.
Spense il computer, andò a farsi una doccia veloce e uscì. Avrebbe trovato Clarck e risolto tutto quel pasticcio.
Un'ora dopo era nella via senza uscita vicino a South La Salle. Controllò la strada, i cassonetti, le porte di servizio dei palazzi. Non trovò neanche un indizio, ma non si aspettava di meglio. L'incontro del giorno prima non era durato molto, soprattutto a causa sua.
C'erano cinque porte, tre da un lato e due dall'altro. Provò ad aprirle una alla volta, senza successo. L'idea che gli era frullata in testa si volatilizzò. Anche se...
Forse avrebbe dovuto tornare quella sera.
Tornò indietro, uscendo su La Salle. Mentre voltava l'angolo gli sembrò di vedere Tobias Clarck, dall'altra parte della strada, ma l'uomo scomparve dietro le macchine parcheggiate. Forse era solo qualcuno che gli assomigliava.

Accese il cellulare quando salì in auto. C'erano tre messaggi dal server di Malthus, e un numero sconosciuto. Il telefono prese a squillare insistente e Angel guardò il display: era l'ultimo numero. Rispose, e la voce di Malthus lo investì.
«Dov'eri?»
«A fare il mio lavoro,» rispose lui paziente.
Ci fu un lungo silenzio, poi la voce di Adonais tornò a farsi sentire. «Quando non hanno tracciato il GPS, temevo che...»
Angel lo interruppe. «Va tutto bene, Adonais. Avevo seguito una pista.»
«E...»
«Purtroppo non mi ha portato da nessuna parte. Almeno per il momento.» Tacque un istante. «Grazie per il tuo interesse. Ma non ti devi preoccupare per me.»
«Lo so,» disse Malthus. «Memorizza il numero, è il mio personale. Se hai bisogno di metterti in contatto per aiuto o... per qualunque altra cosa, non hai che da chiamare.»
Non gli sfuggì l'esitazione. «Va bene. Devo andare adesso. Devo controllare i messaggi che mi avete mandato.»
«Fa' attenzione.» La chiamata si concluse.
Angel si chiese quante volte quell'uomo si fosse preoccupato per un dipendente. Conoscendolo, quella era la prima. Nonostante tutto, si sentì lusingato.
Niente, niente e ancora niente. Clarck era sparito dalla faccia della terra. Letteralmente. A meno che in La Salle non fosse proprio lui. Però era l'unico avvistamento a non essere stato segnalato. Forse era stata solo una sua impressione.
Doveva aspettare la sera. Aveva la sensazione che avrebbe avuto più fortuna.
Rogers non si era fatto sentire, a differenza di Malthus. La cosa lo indispettiva e lo turbava. Non era abituato a quelle sensazioni. O meglio, non c'era più abituato.
Il pensiero di lui, le sue carezze erano sempre presenti nel ricordo della sera prima. Era stato emozionante, ma si sentiva anche atterrito da quei sentimenti violenti che lo attanagliavano. Non era il momento, si disse. Doveva pensare solo all'incarico.
Stringendo il volante fra le mani, si diresse verso l'ufficio. Doveva prepararsi per quella notte. Voleva ottenere dei risultati. Relegò il ricordo di Seth in un angolo della mente e si concentrò sulla guida.

Colpi di testa
Chicago aveva un altro volto, di notte. Il traffico si era ridotto notevolmente. La mezzanotte era passata da poco, soltanto i taxi viaggiavano ancora nelle vie.
Angel aveva lasciato la macchina sulla Madison, vicino all'incrocio con South La Salle. Alzando gli occhi poteva vedere le telecamere alla luce dei lampioni. Era una zona molto ben controllata. La cosa gli fece piacere, quella sera.
Nella cintura dietro la schiena aveva messo la Sig, infilata nella fondina. L'aveva controllata diverse volte. Due caricatori erano pronti nelle tasche posteriori dei jeans. Se ce ne  fosse stato bisogno. Sperava di no, ma la prudenza non era mai troppa, soprattutto dopo l'incontro del giorno precedente. Sul fianco aveva agganciato una torcia a led, dal fascio potente.
Aveva ricevuto altri due messaggi dal server, ma non gli erano serviti a molto. Clarck compariva e scompariva come un fantasma, ma si aggirava nel Loop, quello era certo. Significava quindi che forse la sua intuizione era giusta. Presto l'avrebbe appurato.
In South La Salle il traffico era inesistente. Camminò sul marciapiede guardandosi spesso alle spalle, scrutando le ombre negli ingressi degli edifici. L'uscita notturna era quanto di peggio potesse scegliere, ma non aveva altra possibilità per saggiare la propria idea. Magari era tutto un errore, ma almeno avrebbe provato.
All'imboccatura del vicolo si fermò. Fermo dietro l'angolo, sporse la testa per guardare. Era malamente illuminato, non vedeva fino in fondo, ma sembrava non esserci anima viva. Toccò la pistola nella fondina e si incamminò, guardando a destra e sinistra, controllando il retro dei cassonetti. Nessuno.
Adesso si sarebbe accertato se le porte di servizio fossero ancora chiuse. Iniziò dalle due alla sua destra. Niente. Allora si spostò sull'altro lato. La prima e la seconda erano chiuse ma la terza no. Abbassò la maniglia, cercando di fare meno rumore possibile. Non udì cigolii. La porta, di metallo e chiaramente blindata, si aprì verso l'esterno. Angel si spostò un poco ed estrasse la Sig dalla fondina, togliendo la sicura. Non aveva alcuna intenzione di farsi cogliere impreparato.
All'interno il buio era pesto. Salì il gradino, estraendo la torcia e accendendola. Si trovò in un corridoio lungo che voltava poi a sinistra. Avanzò fino a trovarsi alla fine e girò. Ancora pochi passi e il breve passaggio si aprì in una specie di magazzino. Alla luce della torcia vide grosse scatole impilate le une sulle altre. Camminò tra gli scatoloni, fermandosi a ogni angolo, scrutando nelle corsie.
Tutto taceva. Saettando la luce della torcia sul passaggio tra gli scatoloni vide in fondo un'altra porta. Sperò non fosse chiusa. Tuttavia, si sentiva abbattuto. Credeva di trovare qualcosa entrando lì dentro, invece niente. Comunque, già il fatto di avere trovato la porta aperta era un dato positivo. Quando era venuto quella mattina aveva trovato chiuse tutte le uscite di servizio. Forse la sua idea non era così balorda, in fondo.
Arrivò alla fine del passaggio, appoggiò il gomito sulla maniglia e l'abbassò. Non era chiusa. Un rumore improvviso lo fece girare su se stesso. Alzò la torcia ma non vide nessuno. Cosa diavolo poteva essere stato? Non aveva il tempo di controllare. Spalancò la porta e si introdusse nel nuovo ambiente. Lo accolse il buio. Fece due passi, seguendo la luce. Era una stanza più piccola, completamente vuota. Non c'erano altre porte. Fece un passo indietro, si girò per uscire.
Qualcosa si abbatté su di lui, sentì un dolore feroce alla testa, poi divenne tutto nero.

Di nuovo in barca. Odiava le barche. Odiava la sensazione di nausea che il rollio gli dava...
Aprì gli occhi e li richiuse subito. La luce forte li feriva. La vedeva anche attraverso le palpebre chiuse. Cazzo, che mal di testa. Socchiuse le palpebre quel tanto che bastava per farsi un'idea di dov'era. Aveva la sensazione di aver perso la sensibilità nelle braccia. Il colpo in testa doveva essere stato forte. Come diavolo era riuscito a finire in quella situazione?
Guardò in basso. I piedi non toccavano il pavimento. Solo allora si accorse di essere appeso, e che le braccia erano allungate verso l'alto. Alzò la testa tenendo gli occhi socchiusi. I polsi erano legati con una catena che pendeva dal soffitto.
Di nuovo in trappola. Stava diventando imprudente. Anzi c'era caduto dentro con tutte le scarpe. Troppi pensieri per la testa.
Abbassò lo sguardo. Prigioniero e solo. Scosse la testa, non doveva pensarci. Doveva scappare.
«Non credo sia possibile, signor Mallory.»
La voce profonda, ben modulata gli fece alzare lo sguardo. Davanti a lui, in un completo che non differiva di molto da quello che aveva visto addosso a Malthus, c'era un bell'uomo alto.
«Che cosa?»
«Scappare. Dubito che possa liberarsi di quella catena.»
Angel lo fissò. «Che cosa glielo fa credere?»
«I suoi pensieri.»
Inarcò le sopracciglia. Era uno scherzo? Quell'uomo leggeva nella mente?
«Questo e altre cose,» replicò lo sconosciuto. Un attimo prima distava almeno due metri da lui, un attimo dopo se lo ritrovò a pochi centimetri.
Angel spalancò gli occhi. «Ma che ca...»
«Come vede, non leggo solo nella mente.» Sorrise, e il suo sguardo fu attirato dai denti bianchissimi. Chissà perché, i canini sembravano più lunghi del normale.
«È una nostra caratteristica.»
Il po' di saliva che gli era rimasta si seccò. Quale caratteristica?
«I vampiri non esistono,» articolò.
L'altro si mise a ridere. «Ma certo che esistono. Siamo intorno a voi, ma non potete accorgervene. Innanzitutto usciamo solo dopo il tramonto. Per quanto riguarda il lavoro, delle robuste saracinesche ci permettono di farlo in pieno giorno senza essere disturbati dal sole.»
Usciamo solo dopo il tramonto... Gli venne in mente Malthus, ma non seppe spiegarsi il perché.
«Capisco. Lei mi sta dicendo che i vampiri, leggenda dell'Europa dell'Est, esistono e sono in mezzo a noi.»
«Esatto.»
Lo squadrò, scettico. «Lei chi è?»
«Conner Finch.»
La soddisfazione di veder confermata la sua ipotesi fu oscurata dalle notizie appena apprese. Vampiri? Quell'uomo doveva essere pazzo. Eppure sembrava del tutto sicuro di sé.
«Immagino che Adonais Malthus debba ringraziare lei per il furto e il tradimento di Tobias Clarck.»
«Infatti. Ringrazierà me anche per quello che farò a lei.» Gli si avvicinò di più, e gli vide le narici allargarsi. «Ha un buon odore. Credo che il sapore sarà anche meglio.» Si leccò le labbra. «Non assaggio sangue umano da parecchio tempo. Non è particolarmente nutriente. Però credo che il suo sia buono. Ricco, profumato. » Si allontanò un po', fissandolo. «Sì, credo proprio che lo proverò. Tanto non credo che se ne andrà via da qui molto presto.»
Angel lo guardò inorridito. Voleva bere il suo sangue?
Udirono dei passi e sollevò la testa a guardare oltre Finch. Un uomo entrò da una porta di cui non si era neanche accorto. Un uomo che assomigliava a Tobias Clarck.
«Signore, siamo quasi pronti.»
«Bene,» rispose Finch. Tornò a guardarlo. «Devo lasciarla, signor Mallory. A malincuore, aggiungerei. La lascio nelle mani del signor Clarck. Credo lo conosca, non servono presentazioni.»

Viaggio all'inferno
Angel guardò Conner Finch uscire dalla stanza. Clarck gli si mise davanti, un ghigno sul volto ben sbarbato.
«Mi hai dato un sacco di grane, stronzo,» esordì. Fece scrocchiare le dita. «Il signor Finch mi ha dato carta bianca. Naturalmente non ti devo uccidere, soltanto darti una lezione. Il resto lo finirà il padrone.» Il ghigno si allargò. «Preparati a un viaggio all'inferno, stronzo.»
Il pugno arrivò senza preavviso. La testa gli scattò all'indietro. Ondeggiò appeso alla catena, e sputò sangue. La mascella sembrava essere esplosa.
Clarck lo afferrò per la maglietta, fermò il suo ondulare e gli piazzò un pugno nello stomaco. Di nuovo vide scoppiare una supernova davanti agli occhi.
Il giuda continuò a colpire e a colpire. Angel sputò ancora sangue. La sua coscienza si era ridotta in un unico lamento di dolore. Non si rendeva più nemmeno conto dei colpi. Si afflosciò, i sensi completamente azzerati.
«Non ho ancora finito, stronzo.» La voce di Clarck penetrò la nebbia che lo aveva avvolto. Un altro pugno nel fianco gli strappò un gemito. Non riusciva nemmeno a tenere gli occhi aperti.
«Falla finita, schifoso,» ansimò. «Uccidimi e basta.»
L'altro lo afferrò per il collo. «Stai scherzando, vero? Non vedo l'ora di vedere il signor Finch darti il colpo di grazia. Un bel morso nella giugulare e potrai dire addio alla tua vita di merda.» Clarck tirò indietro il braccio per sferrargli un altro pugno. Angel chiuse gli occhi. Non gli importava di sembrare un vigliacco, ma non voleva più vedere quegli occhi crudeli. Quel bastardo godeva nel colpirlo.
Sentì un singulto, il colpo non arrivò. Il rumore che seguì gli riempì le orecchie. Aprì gli occhi e la scena glieli
fece sbarrare.
Seth Rogers era sopra Clarck e lo stava colpendo come una furia. La gragnola di colpi aveva ridotto la faccia del giuda a un ammasso sanguinolento.
Angel sbatté le palpebre, gli occhi pieni di lacrime. Il suo corpo sofferente era teso tutto verso il muscoloso poliziotto che si stava alzando sopra il proprio aguzzino.
Clarck era immobile, probabilmente morto. Angel non poté che esserne felice. Vergognosamente felice.
Seth gli si avvicinò quasi di corsa. Lo afferrò alla vita con un braccio, strappandogli un lamento, e con l'altra mano raggiunse la catena che gli serrava i polsi. Tirò e gli anelli si aprirono.
Angel si afflosciò tra le sue braccia. Il poliziotto lo depose a terra con delicatezza.
Lo guardò negli occhi, pregando che non vedesse le lacrime nei suoi. «Come hai fatto a...»
«Ti ho seguito,» mormorò Seth. «Lo sapevo che non avresti resistito a cacciarti nei guai.»
Lo scrutò, si riempì lo sguardo di quel volto virile, degli occhi grigio-azzurri pieni di apprensione. «Sei venuto per me,» sussurrò.
Seth gli prese una mano e posò le labbra sul palmo, lasciandovi una traccia rovente e procurandogli un forte dolore alla spalla. E anche un brivido in tutto il corpo.
«Non mi sento più le braccia,» sussurrò. Seth gliele tastò dalle spalle ai polsi, ma scosse la testa.
«Non mi sembra che ci sia niente di rotto. È stato rimanere appeso lassù. Basterà un massaggio e riposo.» Si sollevò. «Te la senti di alzarti?»
Annuì e lasciò che le braccia muscolose lo avvolgessero e lo aiutassero a mettersi dritto. Quando si trovò in piedi barcollò, ma Seth gli impedì di cadere.
«Adesso ce ne andiamo,» borbottò il poliziotto.
«Non credo.» La voce gracchiante di Clarck riempì il silenzio. «Non credo proprio.» Aveva una pistola in mano. Era la sua Sig. Lo vide alzare la canna, e poi balzare all'indietro, mentre il rumore dello sparo rimbombava nello spazio chiuso. Assordato dal colpo, Angel fissò il corpo senza vita steso a terra.
«Andiamo,» disse Seth, abbassando la pistola. Lo strinse e lo trascinò verso la porta aperta. Ma non fecero in tempo a fare altri due passi: la figura di Finch riempì il vano.
«Ve ne state andando senza salutare?» Avanzò verso di loro, le labbra tirate in un sorriso che scopriva due zanne lunghe almeno tre centimetri. La loro vista gli procurò un tremito.
Il ringhio basso e minaccioso lo fece girare verso Seth. Il poliziotto fissava il vampiro: le labbra erano arricciate, gli occhi si erano scuriti. Tutto il suo corpo era irrigidito, lo poteva sentire nella tensione del braccio che lo stringeva. Stava per attaccarlo, Rogers stava per saltare addosso a Finch. Con quali risultati non sapeva. Ma l'uomo al suo fianco lo spinse lentamente dietro di sé per proteggerlo. Angel si chiese se quel viaggio sarebbe mai finito.
Seth si tese, Finch invece sembrò rilassarsi. Capì che era tutta apparenza. Quell'uomo era letale. La paura iniziò a serpeggiargli dentro. Mai, in tutti quegli anni, si era ritrovato in una situazione simile. La sua vita e quella di Seth erano in mortale pericolo.
Il poliziotto si tese ancora di più, gli lasciò il braccio e si lanciò su Finch. Questi fece altrettanto, ma quando furono a pochi passi, scomparve.
Angel se lo ritrovò di fronte.
«Ti avevo detto che avrei assaggiato il tuo sangue,» mormorò il vampiro, sorridendo con quei suoi denti mostruosi.
Lo fissò negli occhi verde bosco e vi vide la propria condanna. Venne afferrato per i capelli, costretto a mostrare la gola. Poi il mondo si capovolse.
Angel cadde a terra, spinto da un uragano nero. Tramortito, riuscì a trascinarsi lontano e trasalì quando Seth lo afferrò per attirarlo a sé.
Sconvolto, guardò l'ammasso di corpi sul pavimento. Nella furia della lotta, riconobbe Adonais Malthus sopra Conner Finch. Era stato lui a spingerlo via dalla stretta fatale del vampiro.
Seth, accanto a lui, ringhiava.
Malthus stringeva il collo di Finch, ma questi scalciò e ribaltò la situazione. In un attimo era in piedi, e fronteggiava l'altro uomo.
«Ben arrivato,» mormorò, leccandosi le labbra.
«Figlio di una cagna,» lo investì Malthus. «Hai rubato il sigillo.»
«Certo. Tu non sei in grado di comandare nessuno.»
Angel vide Malthus stringere i pugni. «E cosa volevi fare? Diventare il nuovo Reggente? Credevi forse che il sigillo ti sarebbe bastato per raccogliere intorno a te le famiglie?»
Finch si mise a ridere. «Avrei dato la caccia agli umani, per prima cosa. Li avrei sterminati. Noi siamo infinitamente più potenti. Sono troppo stupidi e troppo fragili. Questo pianeta non sentirà per niente la loro mancanza.»
«Quindi è la guerra che vuoi. Il sigillo ti serviva per reclamare i servigi dei nostri fratelli.»
«Non voglio la guerra,» ribatté l'altro. «Voglio lo sterminio della razza umana. Il nostro sangue è più puro. Noi meritiamo di vivere.» Volse lo sguardo su di lui e il poliziotto. «Guardali,» continuò. «Un umano impaurito e un mezzosangue rabbioso. È questi esseri che vuoi lasciare in vita? Non appena avrò finito con i mortali, penserò anche ai mutaforma e ai loro bastardi. Ripulirò l'aria dal loro fetore.»
Angel udì un brontolio minaccioso e gettò un'occhiata a Seth. Lui era intento a fissare i due contendenti con l'aria di volere sbranare entrambi.
«Ma io non lo permetterò,» replicò tranquillo Malthus. Un attimo dopo era addosso al rivale, gli aveva afferrato la testa e gliela spingeva indietro.
Inorridito, Angel lo vide affondare i denti nella gola di Finch. Denti smisuratamente lunghi. Un urlo gli si formò in gola, ma venne soffocato sul nascere. La scena sembrò durare un'eternità, finché Conner Finch non si accasciò sul pavimento, gli occhi spalancati e fissi. Sulla gola, due punti rossi e sanguinanti.
Malthus frugò all'interno della giacca del morto e ne estrasse un oggetto cilindrico color argento. Poi si girò verso di loro. La bocca era sporca di sangue. La fissò troppo a lungo, e Adonais si voltò, passandosi la mano sulle labbra.
«Che porcheria,» sbottò. «Mai assaggiato qualcosa di più schifoso.»
Si diresse verso di loro, ma Seth gli si mise davanti.
«Sta' lontano da lui.»
«Non voglio fargli del male. Del resto nemmeno a te, mezzosangue.»
Angel strinse il braccio del poliziotto e si avvicinò a Malthus. «Era questo che aveva rubato Clarck? Un sigillo?»
«Non è un oggetto qualsiasi,» mormorò Adonais. «La mia famiglia lo detiene da secoli. Il suo possesso fa sì che anche i vampiri di bassa estrazione sappiano chi devono seguire. Non mi occupo solo di affari. Sono anche a capo di un popolo.» Sospirò. «Finch voleva il potere per sé. Ha sempre odiato gli umani. Il potere del sigillo gli avrebbe permesso di innalzarsi al di sopra di tutti e chiedere qualsiasi cosa.» Gli sorrise. I canini erano della lunghezza normale. «Grazie, Angel. Sei stato davvero prezioso. Il tuo lavoro sarà ricompensato come da accordi.»
«Ha rischiato di morire,» si intromise Seth.
Malthus gli fu di fronte, veloce come un lampo. «Ma c'eri tu, non è vero?»
Angel fissò quello sguardo feroce. Quei due sembravano parlarsi con gli occhi.
Seth alla fine annuì.
«Adesso portalo a casa. Ha bisogno di cure e riposo.»
La voce di Adonais si spense. Sentì il suo sguardo su di sé e lo ricambiò. Forse si sbagliava, ma quegli occhi color ambra erano velati di tristezza.
Ti auguro di essere felice. Il tuo poliziotto è fortunato.
Un attimo dopo era sparito.

Rivelazioni
Erano usciti da quella specie di magazzino senza incontrare ostacoli.
Seth lo teneva stretto al suo fianco e lo sosteneva. Le gambe avevano ricominciato a funzionare a dovere e anche le braccia, anche se la ripresa della circolazione gliele faceva dolere. Accanto al poliziotto si sentiva al sicuro.
Più di una volta aveva gettato un'occhiata al profilo severo, ma Rogers era intento a scrutare gli angoli e le corsie come se ci vedesse al buio. Quando lo avevano catturato lo avevano privato sia della pistola che della torcia, e Seth non ne aveva una.
Nel vicolo non c'era nessuno. Ne uscirono e in South La Salle Rogers lo fece salire sulla sua macchina, parcheggiata poco distante.
Il viaggio di ritorno si svolse in completo silenzio. Angel era perso in un limbo di stanchezza e dolore, e tenne gli occhi chiusi, ascoltando il respiro dell'uomo al suo fianco. La grande mano di lui rimase posata sul suo ginocchio. Quel tocco leggero e possessivo lo fece stare bene.
Aprì gli occhi quando si rese conto che il viaggio stava durando troppo. Fissò fuori dal finestrino, ma alla luce dei lampioni e dell'alba non riconobbe il paesaggio.
«Dove stiamo andando?» chiese sorpreso, raddrizzandosi.
«A casa mia.»
Lo guardò. «Non occorreva. Bastava mi portassi in ufficio.»
«Per dormire sul divano?» gli chiese Seth, guardandolo. «Posso curarti meglio a casa.»
A casa. Per un attimo Angel si sentì colmare da un calore che non avvertiva da tempo. Appartenere a qualcuno, essere parte di qualcosa. L'emozione gli impedì di ribattere. La mano di Seth accarezzò la sua.
L'abitazione del poliziotto faceva parte di un complesso residenziale. La villetta a un piano era l'ultima della fila di sei. Alla debole luce dell'alba, Angel non vide granché, ma non aveva neanche la forza di osservare il giardino o il portico. Desiderava solo una doccia e dormire. A lungo.
Seth lo accompagnò lungo il vialetto, su per gli scalini e lo lasciò solo per aprire la porta e farlo entrare. Accese le luci dell'ingresso e gli indicò il corridoio.
«Adesso ti porto in bagno, così potrai farti una doccia.»
«Leggi nel pensiero anche tu?» gli chiese, cercando di sorridere. La mascella gli faceva male, ma non era rotta. Il resto della faccia doveva essere una maschera.
Seth lo guardò in modo strano, ma per una volta non replicò. In bagno, lo fece sedere su una sedia di fronte alla doccia, preparò due asciugamani e aprì l'acqua.
«Vuoi che ti aiuti a spogliarti?» Il tono era neutro. Sembrava gli avesse appena parlato del tempo.
«Credo di farcela,» mormorò. Lo vide annuire e poi uscire.
Rimasto solo, Angel si alzò in piedi. In qualche modo riuscì a sfilarsi la maglietta, nonostante le spalle gli dolessero. Si abbassò i pantaloni e si tolse i boxer. Poi si guardò: il torace e l'addome erano cosparsi di lividi.
Entrò nella doccia e si lasciò colpire dal getto dell'acqua calda. Le gocce gli piovevano sulla pelle come aghi. Si insaponò lentamente. La stanchezza era terribile. Si lasciò scivolare sul piatto della doccia, incapace di articolare un pensiero sensato. Appoggiò la fronte alla parete piastrellata. Non ce la faceva.
Aiutami, Seth.
La porta si aprì di scatto e Seth irruppe nel bagno.
«Angel! Stai bene?»
Si inginocchiò vicino a lui, chiudendo l'acqua. Prese un asciugamano e glielo avvolse intorno alle spalle.
Angel sollevò la testa e lo guardò attraverso i capelli gocciolanti. «Come facevi a sapere...?»
«Mi hai chiamato.»
Spalancò gli occhi. Non lo aveva fatto, non aveva un filo di voce. I laghi grigio-azzurri si persero nei suoi. Voleva chiedergli un sacco di cose, soprattutto perché Finch lo aveva chiamato mezzosangue.
Scosse la testa. «Non l'ho fatto,» sussurrò.
Seth lo aiutò ad alzarsi, gli strinse l'asciugamano addosso e lo tenne contro di sé. «Vieni. Hai bisogno di un massaggio e di riposare.»
Angel si lasciò accompagnare in camera da letto. Si guardò attorno. La sua stanza. Nonostante il dolore, un dolce calore si diffuse in lui. Si sentì stringere di più, e alzò gli occhi verso quel volto duro e virile.
Lui lo stava fissando, le labbra socchiuse. E annusava.
«Non credevo che il mio bagnoschiuma avesse un profumo così buono.» Lo accompagnò al letto enorme, coperto di lenzuola nere.
Angel sperò che l'asciugamano lo coprisse abbastanza per nascondere l'erezione. Era già abbastanza imbarazzante farsi aiutare come se fosse un invalido. Ma fargli vedere che lo desiderava al punto che il dolore scompariva, ecco, quello era molto più imbarazzante.
«Siediti.»
Ubbidì. Il poliziotto si mise alle sue spalle e gli abbassò l'asciugamano. Dal movimento del materasso capì che si era seduto dietro di lui. Sentì uno schiocco e una mano grande comparve sulla spalla sinistra.
«Ti faccio un massaggio con un unguento che mi ha lasciato mio padre. Scioglie anche i muscoli più rigidi.»
Angel si sottopose al lavoro delle mani di Seth. La pelle formicolava dove passavano le dita, brividi corsero
lungo la schiena. Nessuno si era mai preso cura di lui in maniera così dolce e protettiva. Purtroppo, anche il suo desiderio aumentava. Eppure lui sembrava così distante.
«Seth.»
«Sì?»
«Perché Finch ti ha chiamato mezzosangue?»
Ci fu un lungo silenzio, mentre le mani continuavano il loro lavoro.
«È una storia lunga. Sei sicuro di volerla sentire?»
«Tanto non devo andare da nessuna parte.» Angel chinò la testa mentre i pollici di Seth stiravano i muscoli del collo.
«Per un quarto sono un mannaro.»
Angel trasalì. «Cosa sei?»
«Hai sentito. Mio nonno era un licantropo. La sua compagna era umana. Nacque mio padre, mezzosangue, in grado però di trasformarsi. Anche lui trovò una compagna umana. E così eccomi qua.»
«Licantropo come Un lupo mannaro americano a Londra? Ti trasformi?» Si rese conto che la sua era una domanda stupida, ma la risata lo stupì.
«Mio nonno e mio padre sì. Io ho poco sangue mannaro. Però percepisco rumori e odori in misura molto maggiore di un uomo normale. E mi muovo molto più velocemente.»
Di quello se ne era accorto. L'allusione al bagnoschiuma era chiara, adesso. Doveva aver sentito il suo desiderio.
«E fai il poliziotto?»
«Un lavoro come un altro. In fin dei conti, sono praticamente umano.»
Le mani continuavano a sfregare, a stringere, ad accarezzare.
Un lupo. L'uomo che desiderava con tutto se stesso era un lupo. Poco importava quel quarto di sangue mannaro. Seth, con il suo istinto e i suoi sensi sviluppati, aveva capito molto più di quello che avrebbe voluto.
Gemette piano, ma lui lo sentì e si fermò.
«Ti ho fatto male?»
In quella voce profonda c'era preoccupazione.
Volse appena la testa per guardarlo e tranquillizzarlo. «No. Non mi hai fatto male.» Incontrò i suoi occhi. Comprese che non era il solo a provare quelle meravigliose sensazioni.
Si trovò imprigionato fra le braccia muscolose, schiena contro petto. Le labbra di Seth calarono sulle sue, fameliche. Non era il bacio che gli aveva dato in ufficio. Era meglio. La lingua di lui si intrufolò nella sua bocca, facendolo fremere. Voleva liberarsi e abbracciarlo, sentire la pelle nuda contro la sua. Seth sembrò capire il suo bisogno. Lo fece girare e lo strinse a sé. Le sue mani adesso erano dappertutto, e non per un massaggio. I pollici callosi gli sfiorarono i capezzoli. Angel gemette sotto quella bocca.
«Ti voglio,» sussurrò. «Adesso, subito.»
«Ti hanno ferito.»
Anche Seth lo desiderava, quella risposta era eloquente. Aveva paura di fargli del male.
Si staccò da lui, ansante. «Ho bisogno di te, Seth. Mannaro o no. Ti desidero tanto da star male.»
«Mi vuoi perché ti senti solo,» mormorò lui.
Scosse la testa. Questo era prima. Forse. Adesso lo voleva e basta. Voleva i suoi baci, le sue carezze. Voleva essere suo.
«Ti voglio perché... ti voglio,» ribatté, guardandolo negli occhi. Lo sguardo di Seth era chiaro. Il suo desiderio anche. Abbassò gli occhi sui jeans ed ebbe la conferma.
Si sentì afferrare e si trovò riverso sul letto, sotto quel corpo pieno di muscoli. L'asciugamano era sparito. Allargò le gambe per accoglierlo. Il bacio che gli diede lo fece quasi esplodere. Seth infilò una mano tra i loro corpi e gli strinse l'erezione, facendolo gemere e inarcare. Il poliziotto si alzò di scatto.
Angel lo guardò strapparsi la maglia, abbassarsi i jeans. Sotto non portava niente. La bocca gli si seccò, alla vista di quell'enorme erezione.
Poi fu di nuovo su di lui, baciandolo, leccandolo, succhiandogli i capezzoli. Un attimo dopo si ritrovò pancia sotto, le mani e la bocca di Seth sulla schiena, le natiche, le cosce.
«Seth, ti prego,» sussurrò. «Sto per venire.»
Le mani gli afferrarono i fianchi e lo sollevarono. Prima lo penetrò con le dita, poi  le sostituì con il membro. Il lieve dolore venne sostituito da un piacere così intenso che gli parve di esplodere. Seth strinse il suo membro nella mano mentre si muoveva dentro di lui. I colpi divennero sempre più forti come i movimenti della sua mano. Angel mugolò e venne nella mano di Seth e sulle lenzuola. Un istante dopo, venne anche Seth.
I loro ansimi riempirono la stanza. Si ritrovò steso sul fianco, e l'altro uomo dietro di lui, le braccia avvolte intorno alla sua vita.
Era stato bello. No, meraviglioso. No. Non aveva parole per descrivere quell'amplesso, tranne che non era
solo sesso. Per niente. Questo lo impauriva e lo esaltava al tempo stesso. Lo amava? Pensava di sì.
«Angel.»
«Sì.»
«Lo sai, vero, che quando i lupi si accoppiano, lo fanno per la vita? Non so se hai fatto una grande scelta.»
Angel sorrise. La luce del sole entrava nella stanza. Accarezzò la mano posata sul suo stomaco.
«Credo di essere l'uomo di un solo uomo.» Una risata accolse quel gioco di parole. «In questo caso, di un solo lupo.»
Un bacio gli chiuse la bocca.
Malthus lo sapeva, si disse Angel. Aveva capito la sua inclinazione per il poliziotto, come aveva compreso anche quella del lupo nei suoi confronti. Lasciò che il desiderio prendesse il sopravvento. Aveva un compagno, questo gli bastava. Domani avrebbe ripensato alla faccenda dei vampiri , dei mannari. Avrebbe pensato a come spendere il compenso di Malthus, sempre se fosse arrivato.
Ma non ora. Ora voleva solo pensare a Seth e alla sua bocca meravigliosa.

FINE


CHI E' L'AUTRICE

Nata in Svizzera nel 1971, Sarah Bernardinello vive in Veneto, in provincia di Rovigo, a pochi chilometri dal mare. Laureata in Infermieristica nel 2003, lavora come infermiera presso il reparto di Oncoematologia dell'Ospedale di Rovigo.
Lettrice vorace fin da piccola, con un'immaginazione fervida, ha cominciato a scrivere da ragazzina. Vince il Premio Romance 2013 dei Romanzi Mondadori con il racconto storico La signora del mare, e pubblica diverse opere in antologie.
A giugno 2015 è uscito il suo primo romanzo, Soltanto tu, edito da Delos Digital.


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47 commenti:

  1. I miei complimenti. Non sono tipa da M/M e nemmeno da racconti, ma il fatto che il racconto venisse presentato come 'leggermente paranormal' mi ha fatto iniziare la sua lettura. E non mi sono affatto pentita! Bella storia, ben strutturata, personaggi intensi. Certo, un romanzo lungo mi avrebbe soddisfatta al 100%, ma già così sono contenta di averlo letto.

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    1. Grazie, Alessandra. Sono felice che ti sia piaciuto!

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  2. Complimenti Sarah! Davvero un racconto molto molto bello! E poi è il mio genere, perciò... Brava! <3

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    1. Alexandra, ho scoperto gli M/M e piacciono tanto anche a me. Grazie!!!

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  3. Cara consorella Sarah, questo intreccio tra il noir e il paranormal è molto intrigante. Complimenti, e che la Dea ti benedica

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    1. Grazie, cara! Sono contenta che ti sia piaciuto!

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    2. Grazie, cara! Sono contenta che ti sia piaciuto!

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  4. Sto pensando di prendere anch'io una botta in testa, chissà che nn si formi la fila a casa mia, ahahha! Devo ammettere che mi sn ritrovata indecisa tra Seth e Malthon, nn sapevo per chi tifare. Complessivamente la storia è davvero molto molto carina. Complimenti Sarah :)

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    1. Grazie, Silvia! È difficile scegliere tra un vampiro e un licantropo!

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  5. Letto e piaciuto. Complimenti Sarah!

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  6. Brava Sarah, anche se non amo i m/m l'ho letto e ho trovato la storia scorrevole intrigante e quel pizzico di paranormal lo ha reso attraente e mi sono ritrovata a leggerlo in un battibaleno.
    Brava Sarah

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    1. Grazie, Stefania! Sono contenta che ti sia piaciuto!

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  7. Wow !!! Non amo particolarmente la letteratura MM ma avrei letto un libro di 300 pagine con questi personaggi senza fermarmi un attimo pur di arrivare al finale :-)

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    1. Wow, ripeto io. Grazie, Nimue!

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  8. Mamma mia quanto testosterone!!! Intrigante questo brano, peccato sia solo un racconto. E' solo la seconda volta che leggo un racconto M/M, pensavo che non fosse il mio genere, non mi sentivo interessata, ma questo mi è piaciuto davvero molto e mi ha incuriosito. Inoltre ci sono i vampiri e i licantropi che ho scoperto da poco. Il paranormal è un genere al quale mi sono avvicinata di recente leggendo Christine Feehan. Ottimo. E' nato un nuovo filone per me. Grazie e complimenti!

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    1. Mia cara Lady, grazie! Sono davvero contenta che ti sia piaciuto!

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  9. Mi è piaciuto molto questo racconto M/M - genere che mi sta appassionando sempre di più grazie a LMBR - e ho apprezzato il lato paranormal, che è uno dei miei generi preferiti.
    All'inizio del racconto tifavo per l'intrigante Malthus, ragion per cui vedevo Seth come il classico terzo incomodo. Poi ho dovuto riconoscere che anche il poliziotto mezzo sangue non era niente male, così ho accettato di buon grado la scelta di Angel.
    Ci vorrebbe un bel raccontino con il bel vampiro come protagonista, quindi lancio un appello all'autrice: cara Sarah, non vorrai mica lasciare il nostro Malthus così solo e triste? ;)

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    1. Grazie, Emy! Malthus ha il suo perché (eheheh). Magari più avanti, quando il freddo raggiungerà Chicago, oltre che qui, e con il benestare delle Admin, anche il nostro vampiro potrà avere il suo lieto fine. Intanto comincio a elaborare. Di nuovo grazie per l'apprezzamento!

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    2. Le Admin ti danno senz'altro il benestare Sarah per un altro bel racconto di Chicago...magari puoi già pensare a un "Chicago Winter "per la nostra classica rassegna di racconti natalizi.... :-)

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    3. Grazie, Francy! :-)

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  10. Intenso e struggente insieme. Brava. MILENA

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  11. L'ho riletto con grande piacere. Bellissimo!
    Fernanda Romani

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  12. Complimenti, veramente un bel racconto ed è scritto molto bene. Brava davvero.

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  13. Anche per me è il primo M/M che leggo e... ottimo racconto, delicato e appassionante. Brava, Sarah :)

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  14. Grazie, Fernanda! :-)

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  15. Ciao Sara, ho letto con piacere il tuo racconto, mi ha coinvolta da subito. Bello, ben strutturato, e quel pizzico di paranormal gli conferisce una marcia in più. I miei complimenti!

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    1. Grazie, Anna! Sono felice che ti sia piaciuto <3

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  16. Il genere M/M e quello paranormal non sono i miei preferiti ma ciò non significa che questo non sia un racconto ben scritto... perciò complimenti a Sarah

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    1. Grazie, Donatella, per avermi letto e fatto sapere il tuo parere. :-)

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  17. di M/M solitamente non leggo proprio nulla, perchè difficilmente riesco ad immedesimarmi nella storia, ovviamente. Suspence non è anche questo proprio il mio genere, paranormal ancora meno, ma devo dire che questo racconto è riuscito proprio ad emozionarmi, soprattutto perchè la parte romantica è stata molto curata ed è quello che a me interessa di più. complimenti

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  18. Grazie, Isabella, per avermi letto. :-)

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  19. Anche questo è un piccolo romanzo. Mi è piaciuta la venatura gialle e sono rimasta basita dall'elemento paranormale, che proprio non mi aspettavo.
    Non amo gli M/M, tento di leggere i racconti, ma non mi prendono fino in fondo, però questo si vede che è scritto davvero bene.
    E non abbandonare il vampirello, che alla fine mi è fatto tenerezza!

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  20. La prima volta in assoluto che leggo un M/M.Mi ha colpita tantissimo,bello,scorrevole,erotico al punto giusto e il fantasy è la ciliegina sulla torta.Brava complimenti!!! Questo sicuramente mi ha spinta a volerti conoscere meglio nelle tue pubblicazioni

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    1. Grazie, Antonella! Sei davvero gentile. Questa è la prima volta che mi cimento in un M/M, solitamente scrivo romance contemporanei, storici. Ma il primo amore è il fantasy puro.

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  21. Questa storia mi ha dato sensazioni strane. E' l'esatto intreccio di generi che preferisco (un po' romance, un po' giallo, un po' thriller e pure paranormal). Si sono alternati momenti di tensione a momenti un po' più lenti. Le situazioni si sono rovesciate più di una volta, ed è una cosa che ho apprezzato moltissimo, senza considerare che l'MM per me è una novità.
    In generale devo dire che mi è piaciuta, anche se appunto c'è qualcosa che non mi è tornato... Probabilmente perchè avrei voluto leggerne ancora, o magari perchè sei stata così brava da condensare un mondo alternativo in poche pagine e davvero non me lo aspettavo!
    in ogni caso una bella prova :)

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    1. Regina, grazie di cuore. Sono abituata a scrivere racconti, forse è per questo che condenso le storie, per riuscire a dire tutto. Grazie per avermi letto :-)

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  22. Brava Sarah mi è piaciuto! Mi hai fatto digerire anche il tocco paranormal che non è il mio forte!

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    1. Grazie, Samantha! Questa è la prima volta per me, non avevo mai scritto di vampiri, mannari e neanche M/M :-)

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  23. COMPLIMENTI SARAH IL TUO RACCONTO UN PO' GIALLO UN PO 'PARANORMAL UN PO FANTASY MI E' PIACIUTO ANCHE SE DEL GENERE M/M CHE NON CONOSCEVO E SINCERAMENTE FORSE NON IN GRADO DI APPREZZARE.ELISABETTA

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    1. Grazie, Elisabetta, per avermi letto. :-)

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  24. NEL GENERE mm MI SONO IMBATTUTA ALTRE VOLTE SENZA MAI CERCARLO MA NESSUNO FINORA MI ERA PIACIUTO COSI TANTO!! SARA CHE SARAH è DAVVERO BRAVA E MI HA FATTO PIACERE TUTTI E 3 I MASCHIACCI DI QUESTO INTRICANTE RACCONTO DEL QUALE NON MI ERO ACCORTA CHE FOSSE PARANORMAL, QUINDI.....è STATO UNA PIACEVOLISSIMA LETTURA A SORPRESA..... ERO INDECISA MA ALLA FINE HO TIFATO PER L'AMORE + DURATURO......... tra i tanti che ho letto e che mi sono piaciuti non posso non votare il tuo ......... salutiiiiiiiii

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    1. Grazie Youngmamy! Per avermi letto e per le belle parole :-)

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  25. Pur non essendo amante del soprannaturale nei romance, ho gradito veramente molto questo lungo racconto. Scritto molto bene, ben ambientato, con personaggi ben caratterizzati, non è né melenso, né troppo diluito. C'è suspence e un po' di brivido, si teme il giusto per la sorte di Angel.
    L'unico amaro in bocca è che un bel personaggio come Malthus sia rimasto solo. Speriamo possa trovare anche lui un degno compagno.
    Milly

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