CEDRO ROSSO (Prequel di Paradise Valley) di Patrizia Ines Roggero


Il fumo della pipa sacra scese per la gola e gli invase i polmoni, dolce nella sua miscela di tabacco e cortecce. Si sforzò di non tossire, ma fu inutile e non gli sfuggì l’accenno di sorriso che spuntò sul viso rugoso di Nuvola Rossa. Albert ne osservò il petto glabro segnato dalle cicatrici lasciate dalle battaglie e dai rituali, e si domandò cosa mai avessero visto quei piccoli occhi a mandorla, da quando i bianchi avevano iniziato a riversarsi nelle terre dei Lakota.
Non c’era quiete sul volto del capo, solo determinazione e fierezza.
«Passa la pipa, ragazzo.» La voce di suo padre gli fece distogliere lo sguardo da quello dell’indiano. «Ti sei incantato?»
«No, eccola» rispose, nel porgergli il calumet. Con fastidio, notò il fare divertito dei Lakota, dovevano pensare che quel giorno avesse la testa tra le nuvole. E l’aveva in effetti, da quando i suoi occhi si erano posati sulla ragazza giunta all’accampamento alcuni giorni prima. Non ne conosceva il nome, né sapeva chi fosse, ma non vedeva l’ora di lasciare il tipì del capo per andarla a cercare e perdersi ancora nel suo sguardo sensuale.
Quegli occhi scuri dal taglio esotico, la pelle ambrata, le lunghe trecce corvine… nessuna gli era mai parsa bella quanto lei.
«Vorrei uscire, posso?» domandò al capo Oglala nella lingua dei nativi. In risposta ricevette solo un cenno di assenso che ricambiò con un sorriso prima di lasciare il tipì.
L’aria tiepida del primo pomeriggio gli scompigliò i capelli, sgranchì le gambe, provate per averle tenute incrociate tanto a lungo, e drizzò le orecchie nel cogliere il vociare delle donne provenire dal fiume. Cauto si guardò attorno: non c’era nessuno nei paraggi, e si diresse verso la macchia d’alberi lambita dalle acque. Non osava immaginare quale punizione avrebbe subito se lo avessero sorpreso a spiare le ragazze intente a fare il bagno, ma non ebbe nemmeno il tempo di pensarci, che già se ne stava nascosto dietro un albero con gli occhi incollati al corpo ambrato della ragazza rea d’avergli rapito il cuore.
I capelli lisci e neri le sfioravano le natiche sode celate appena dall’acqua. Lasciò scivolare lo sguardo sul profilo sensuale, il bel seno baciato dal sole, i capezzoli scuri, le curve armoniose... Deglutì a vuoto, rapito dall’eccitazione dei sensi, dalla voglia di udirne la voce, di conoscerne il nome.
«Ti dovrei prendere a legnate per averti sorpreso a spiare le ragazze!» tuonò la voce della matrigna alle sue spalle.
«Non stavo spiando.» L’inutile bugia gli costò uno scappellotto sulla testa. Sungleska però pareva più divertita che arrabbiata.
«Se ti avesse scoperto uno degli uomini, avresti passato dei guai. Sei un bianco, ricordatelo; anche se sei il figlio di mio marito, nessuno di loro sarebbe felice di vederti ronzare attorno alle loro donne.»
La matrigna fece per andarsene, ma lui la trattenne per un braccio.
«Io la voglio conoscere...»
«Conosci già tutte le ragazze dell’accampamento e nessuna è interessata a te.»
«Non conosco lei» insistette, nell’indicare la sola ancora in acqua.
«Chi, Ha-Te-Wi?» Sungleska scosse la testa e si lasciò andare a una risata colma di rassegnazione. «Suo padre ha in mente un matrimonio con uno dei guerrieri, non certo con il figlio di un colono. Mi dispiace, Albert, sarà meglio che tu faccia come tuo fratello: fai venire una moglie bianca da una delle vostre città e accontentati di quella.»
«Non mi accontenterò di avere un corpo con il quale sfogarmi di tanto in tanto. Io sposerò la donna che desidero, quella che potrò davvero amare.» Le rivolse uno sguardo supplicante. «Mi aiuterai a conoscerla? Dopotutto tu hai sposato un bianco.»
Il modo in cui lei sbuffò gli fece intendere di aver colpito nel segno.
«E va bene. Stasera inviterò lei e suo padre nella nostra tenda.» Liberò il braccio dalla presa in cui lui ancora la teneva e gli rivolse un’occhiataccia. «Quando ho sposato Nathan, ero vedova con due figlie piccole e mio padre non si oppose, altrimenti sarei andata in moglie a un Lakota.»
«E saresti stata più felice?»
«Che sciocchezze! Amo tuo padre e voi ragazzi. Ti ho cresciuto fin dalla culla, sei un figlio per me e non voglio vederti soffrire per una donna che ti rifiuterà.»
«E tu sei la sola madre che ho conosciuto.» Le stampò un bacio sulla guancia. Per lui era fin troppo facile far breccia nel cuore di Sungleska. «Mi hai insegnato tutto ciò che so su questa gente e le loro usanze, parlo il Lakota tanto quanto Nuvola Rossa, sono certo che il padre di Ha-Te-Wi mi apprezzerà... e anche lei. Non sono cieco, vedo come mi guarda.»
«Lo spero per te. Lo sai, Wambli Sapa non è un uomo che si conquista facilmente.»
Forse non lo era, si disse, caparbio, ma lui ci sarebbe riuscito.

***

Molto meno spavaldo rispetto al pomeriggio, Albert si mosse a disagio, seduto su una delle pelli di bisonte che formavano il pavimento. Per tutta la sera aveva sentito addosso lo sguardo di Wambli Sapa, persino quando l’altro non lo stava guardando. Non aveva osato posare gli occhi su Ha-Te-Wi, il ricordo di lei nuda nelle acque del fiume era ancora così vivo nei ricordi, che temeva di non poter contenere l’imbarazzo per averla spiata a quel modo.
Se ne stava a gambe incrociate, fingendo di ascoltare i discorsi degli uomini, invece aveva le orecchie tese a cogliere le chiacchiere delle ragazze, sedute pochi passi più in là. Le sue sorellastre sembravano impegnate a tessere le lodi di Chatan, il guerriero che si era distinto per coraggio durante gli ultimi scontri con i coloni, e lui malediceva ognuna delle parole che stavano pronunciando. Si sarebbe voluto alzare per chiedere il permesso di uscire dal tipì con Ha-Te-Wi, ma non lo fece. Wambli Sapa lo metteva troppo in soggezione.
A fine serata, si ritrovò solo sulla riva del fiume, amareggiato e deluso. Scalciò una pietra e alzò lo sguardo alla volta celeste, c’erano così tante stelle lassù che pareva impossibile contarle.
«Le tue sorelle dicono che parli la mia lingua.» Al suono di quelle parole si voltò, sorpreso. Lei era lì, illuminata dai raggi della luna che piovevano dal cielo. «Ma non hai aperto bocca questa sera e non mi hai mai rivolto parola da quando sono arrivata all’accampamento. Credevo non conoscessi il Lakota.»
Le sorrise.
«E cos’altro ti hanno detto le mie sorelle?»
«Che sei più grande di loro, ma non sei figlio di Sungleska, tua madre è morta mettendoti al mondo e tuo padre ha preso lei in moglie, con la quale ha avuto loro.» Fece una pausa e abbassò lo sguardo. «Mi hanno anche detto che non hai una sposa e sei bravo a domare i cavalli.»
«Quindi sai tutto di me... e io non so nulla di te.» Lasciò scivolare lo sguardo sulla figura esile, l’abito di pelle che arrivava a sfiorare le caviglie, i piccoli piedi protetti da mocassini di buona fattura. Avrebbe pagato oro per sciogliere quelle trecce e affondarvi le dita.
«Oh, non c’è molto da sapere. Sono solo Ha-Te-Wi.»
«Cedro Rosso» disse in inglese, e la vide aggrondare le sopracciglia. «È il tuo nome, nella mia lingua» le spiegò.
«E ti piace, A-Abet?»
«Al-bert» scandì bene ogni lettera, trattenendo una risata.
Con fare divertito, Ha-Te-Wi scosse la testa e sollevò le mani in segno di resa. Irresistibile il piglio civettuolo che gli rivolse.
«Giuro che lo imparerò!»
«Non ha importanza, puoi chiamarmi come vuoi.»
Un sorriso impacciato legò i loro sguardi per la frazione di un istante. In lontananza il suono di tamburi e canti. Lei gli pareva ancora più bella ora che le aveva parlato. Avrebbe voluto allungare una mano e sfiorarne la pelle, assaggiarne le labbra e placare la sete di baci che gli bruciava dentro, ma la vide accennare un saluto e voltargli le spalle, prima di sparire nel buio della notte.
Deluso, strinse i pugni e imprecò a bassa voce. L’indomani, lui e i suoi genitori sarebbero tornati al ranch e chissà quando l’avrebbe rivista. Non poteva lasciarla andare così!

* * *

Il ritmico battito dei tamburi non era forte quando quello del suo cuore. Ha-Te-Wi vi posò la mano sopra, poteva sentirlo palpitare sotto la pelle calda del seno.
Il buio della notte celò il sorriso che le fiorì in volto nell’udire i passi di Albert dietro di sé. La stava seguendo, e una parte di lei tremò d’imbarazzo per averlo sperato. Non si voltò, attese una sua mossa, con il respiro corto e il bisogno di raggiungere la macchia d’alberi dove nessuno avrebbe notato il loro incontro.
Pensava a lui dal momento in cui i loro occhi si erano incrociati per la prima volta, qualche giorno prima, al suo arrivo all’accampamento.
Il letto di rami e foglie scricchiolò sotto le suole, il canto di un gufo si levò alto e la luna pian piano scomparve, celata dal fitto fogliame che rendeva la notte ancora più buia.
Un uomo bianco... che follia!
Udiva i passi ancora dietro di sé, il suono dei tamburi farsi sempre più lontano, il rumore del fiume ormai ovattato dal bosco. Rami spezzati, frullio d’ali.
Moriva al pensiero di sfiorare l’oro di quei capelli e perdersi nella luce di un paio d’occhi grigi. Lui era così diverso da tutti gli altri, diverso da lei, eppure il suo cuore le diceva di non rifiutare l’amore per un wasi’chu…
La mano che le afferrò la spalla era calda e forte nella sua delicatezza. Si voltò per incontrare gli occhi chiari di Albert e finì con la schiena contro il tronco di un albero, intrappolata da braccia che voleva sentire attorno a sé. Braccia straniere, che forse avrebbe dovuto odiare.
«Perché non ti ho mai visto prima?» le sussurrò Albert, nel buio. «Frequento la tribù da quando sono nato e non ho mai sentito parlare di te, eppure ho incontrato spesso Wambli Sapa.»
«Perché vivevamo tra la gente di Toro Seduto: mia madre era una Hunkpapa, ma dopo la sua morte mio padre è voluto tornare tra gli Oglala. Ecco perché lo avevi già incontrato, lui appartiene a questa gente e veniva spesso all’accampamento.»
«Quindi è con loro che resterai?»
Annuì. «E tu quanto resterai?»
«Partirò domani. Siamo venuti a trovare le mie sorelle.»
«Già... loro hanno sposato due guerrieri.» Abbassò lo sguardo, ma Albert le afferrò il mento e la costrinse a guardarlo negli occhi.
«E tu chi sposerai?» Parve indugiare, prima di riprendere parola. «Chatan?»
Era geloso? Quasi le sfuggì un sorriso.
«È valoroso e bello, sarebbe un buon marito» rispose, per il solo gusto di provocarlo.
«E lo ami?»
«Potrei, prima o poi.» Lo disse con voluttà e sortì l’effetto desiderato.
Le labbra di Albert si fecero così vicine che poteva quasi avvertirne il calore. Un brivido le percorse la schiena nel leggere il desiderio inondare gli occhi nei quali si stava specchiando.
«No, non potrai...» sussurrò lui. «Non s’impara ad amare qualcuno e non è così che si usa tra voi.»
«Ma lui potrà offrirmi protezione e una buona famiglia.»
«E questo ti basterà?»
Il tocco delle dita di Albert sulla sua guancia le fece chiudere gli occhi. Perché non la baciava? Moriva dal bisogno di assaporarne le labbra. Un tiepido languore le invase le viscere, sentiva che non le importava più di nulla, soltanto di quell’attimo tra loro.
«Dovrebbe bastarmi ciò che provo ogni volta che ti incontro? Ciò che provo ora?» azzardò e nel farlo gli afferrò la mano per portarla sul cuore, un contatto che le fece aumentare il respiro. «Ho fatto un sogno prima di giungere all’accampamento e incontrarti, ma solo ora inizio a dargli un significato: capelli d’oro e occhi chiari, un uomo bellissimo, proprio come te.»
«Per questo sei venuta al fiume?»
«Sì...» Si rilassò contro la corteccia dell’albero, avvolta dal profumo di resina e terra.
«E cosa accadeva nel tuo sogno?»
«Lui mi portava via, ed ero felice.» Parole quasi sussurrate che, in un istante, azzerarono la distanza tra loro.
Le labbra di Albert erano morbide e calde, delicate e voraci, il loro sapore dolce, il desiderio palpabile. Il bacio che Chatan le aveva rubato poche sere addietro, era nulla in confronto.
Avvertì la lingua invaderle la bocca, le mani scendere ad afferrarle i fianchi, mentre l’assurdo desiderio di avere di più serpeggiava dal cuore al ventre, rapido e incontrollabile.
Gli si sarebbe data quella sera stessa, se la voce del padre, che in lontananza chiamava il suo nome, non avesse spezzato l’incantesimo.
«Devo andare» mormorò, con i sensi ancora protesi verso le labbra di Albert. Un ultimo bacio, un altro ancora. Pareva impossibile dividersi adesso.
«Resta.» La trattenne lui. «Un attimo soltanto... domani mattina partirò e siamo stati insieme solo un istante.»
«Non posso.» Sgusciò via da quella dolce trappola e gli sorrise, benché triste per doverlo lasciare. «Tornerai?»
«Prima di quanto immagini... e sarà per prenderti in moglie.»

***

Non aveva resistito una sola settimana lontano da lei. L’idea che Chatan la sposasse lo aveva tenuto sveglio ogni notte, insieme al ricordo dei baci scambiati nel bosco.
Scappare di casa poche ore prima del sorgere del sole, forse non era stata l’idea migliore, considerò, mentre posava gli occhi sui tipì avvolti dal chiarore dell’alba. Immaginava già la ramanzina che avrebbe subito per quella fuga, per aver lasciato il lavoro, per la preoccupazione, ma, a dire il vero, non gliene importava nulla.
Sarebbe tornato a casa quella sera stessa, e avrebbe portato Ha-Te-Wi con sé.
Il villaggio si era appena svegliato, ma nessuno si stupì nel vederlo arrivare. La sua presenza era un’abitudine. Fu solo quando giunse davanti al tipì di Wambli Sapa che si domandò se fosse stata una buona idea andare lì senza suo padre.
«Mi domandavo quando ti saresti deciso ad arrivare.» Lo accolse il guerriero, senza staccare gli occhi dalle frecce che stava realizzando. Il coltello intagliava il legno con precisione, impugnato da dita imbrunite dal sole.
Albert smontò di sella, inquieto. Lo stava aspettando?
«Non mi piacciono i bianchi» prese a dire l’indiano, una frase che servì solo a innervosirlo di più. «Ma ti conosco fin da quando ancora non camminavi, conosco la tua famiglia e so che siete brava gente. Ti ha cresciuto una donna Oglala, dopotutto.»
«Il colore della pelle è così importante per te?»
«E per te lo è?»
«Non sarei qui se così fosse.»
«Cosa offrirai a mia figlia?» Andava dritto al punto, non c’era che dire e, a quanto pareva, Ha-Te-Wi non aveva perso tempo a parlare con il padre
«Una vita dignitosa. Una casa, del cibo, serenità. Un luogo sicuro in cui creare la nostra famiglia quando queste terre si riempiranno di coloni.»
Lo vide aggrottare le sopracciglia, il coltello smise di lavorare il legno.
«Il futuro è questo, Wambli Sapa, e non è colpa mia.»
«Lo so.» Con un gesto nervoso mise da parte il lavoro e si alzò. «Lei mi ha detto che sarebbe felice con te. Che l’ha sognato.»
«E io ti prometto che farò di tutto perché ciò si avveri.»
«Ne sono sicuro, per questo vi concederò del tempo per conoscervi meglio.» Si voltò per entrare nella tenda e gli fece segno di seguirlo. «Poi deciderò se davvero meriti di sposare mia figlia.»
La penombra del tipì lo accolse nel suo intimo tepore. Profumi familiari, di una terra selvaggia che lo aveva visto diventare uomo. Lui era parte del West, proprio come quella gente.
Sorrise agli occhi complici di Ha-Te-Wi. Pareva più bella del solito con i capelli sciolti e il volto raggiante.
«È venuto per te.» Wambli Sapa si mise a sedere a terra e li invitò a uscire con un gesto della mano.
Non aggiunsero altro, lasciarono il tipì in silenzio, mano nella mano, con la consapevolezza di essere una coppia.

***
Albert fece fermare il cavallo quando ormai l’accampamento era abbastanza lontano da non udire più alcun suono della vita che lo animava. Voleva stare solo con lei e avere il tempo di perdersi nella profondità di quegli occhi scuri.
Smontò di sella e l’aiutò a fare altrettanto. Il corpo di Ha-Te-Wi strusciò contro di lui, sinuoso e sensuale, un richiamo al quale non poté resistere. Labbra calde accolsero il bacio che vi posò sopra e fu con il cuore impazzito che affondò le dita tra capelli di seta.
«Voglio che tu diventi mia moglie... ora» le sussurrò tra i baci, mentre le mani sollevavano la veste e incontravano la pelle liscia e calda.
«Ci conosciamo appena.» Una resistenza debole, messa a tacere dalle dita che già lo privavano della camicia.
«Ma io ti aspetto da sempre.»
La veste di lei scivolò a terra, tra l’erba alta che accolse i loro corpi stretti l’un l’altro. Il sole splendeva nel cielo terso del primo mattino, scaldava le membra, inebriava i sensi.
Le labbra di Albert catturarono un capezzolo e avvertì l’allentarsi della cintura che ancora teneva stretti i calzoni. La fretta con la quale se ne liberò fu pari a quella di tornare da Ha-Te-Wi, serrarle le labbra con un bacio e lasciare ai sensi il compito di conoscersi.
La sua pelle dorata contro quella scura di lei, i capelli biondi a mescolarsi con il manto d’ebano che lo attraeva quasi quanto il sorriso appena fiorito su labbra impossibili da abbandonare.
Possessivo, artigliò le cosce tra le quali decise di perdersi senza più indugiare. La sentì sussultare appena prese a scivolare in lei, un lieve corrugarsi della fronte, un lamento che si spense quando le loro labbra si unirono nell’ennesimo bacio.
Ha-Te-Wi era sua, lo sarebbe stata per sempre.

Niente gli era mai parso perfetto e lecito come quell’attimo tra loro. D’improvviso si sentiva completo; il desiderio, il piacere, il bisogno di averla erano solo la tela perfetta sulla quale dipingere il loro futuro. Un futuro dove l’amore avrebbe fatto di loro una famiglia.

FINE

L'AUTRICE
Patrizia Ines Roggero nasce a Genova nel 1979. Ad oggi ha pubblicato il romanzo “Sono solo un marinaio”, prossimamente edito in una seconda edizione da Triskell Edizioni, la trilogia romance “Paradise Valley – Il destino e l’amore”, “Paradise Valley – Gelosia e orgoglio”, “Paradise Valley – La resa dei conti”, il racconto “Asso di cuori” per la collana Passioni romantiche della Delos Digital e la raccolta di frasi e dialoghi “Parola di suocera e parenti vari”. Alcuni suoi racconti sono presenti nelle antologie di Puntoacapo Edizioni, Delos Books e nei progetti delle Amiche di Penna, con le quali collabora nel blog La gazzetta dello scrittore. Sposata e mamma di una bambina, è appassionata di storia americana, soprattutto per quanto riguarda l’epopea western e la cultura dei Nativi Americani. L'autrice gestisce il blog patriziainesroggero.blogspot.it e la pagina Facebook I libri di Patrizia Ines Roggero.

PUBBLICAZIONI RECENTI DI PATRIZIA INES ROGGERO




*****
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35 commenti:

  1. un racconto molto romantico. mi piacciono molto i racconti degli indiani d'america e questo trasmette dolcezza e amore sin dalle prime righe. avrei pensato che il padre faccesse più resistenza, ma meglio così

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    1. Grazie Isabella, sono contenta che ti sia piaciuto! La matrigna di Albert è una donna della tribù e lui è stato cresciuto da lei, frequenta la sua gente da quando è in fasce, per questo ho pensato che il padre di Ha-Te-Wi, tutto sommato, potesse accettare il matrimonio tra loro. Diciamo che sapeva con che uomo andava a vivere la figlia ^_^

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  2. Bellissimo! L'ho divorato. Brava, Patrizia!

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  3. Emozionante e suggestivo!
    Il mio cartone animato preferito da bambina era Pocahontas e leggere questo racconto mi ha fatta tornare bambina ♡
    Per cui ringrazio l'autrice per avermi regalato questo prequel e sono curiosa di leggere altre sue storie sul selvaggio West ♡

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    1. *averci

      Accidenti al correttore!

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    2. Grazie, mi fa molto piacere ♡!!!

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  4. Indubbiamente ben scritto. Una storia rapidissima e romantica. Eppure non mi ha soddisfatto: forse proprio per l'eccessiva rapidità dovuta al fatto di essere un racconto. Sicuramente avrei apprezzato di più un intero romanzo.

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    1. Piacerebbe molto anche a me far diventare un romanzo questo breve racconto... chissà, magari in futuro!

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  5. Racconto molto carino, con un'ambientazione resa in modo perfetto; durante la lettura mi sembrava di essere lì, in quella riserva indiana, coi suoi paesaggi e odori. Solo avrei preferito che ci fossero più ostacoli da superare per la coppia, ma per il resto non ho nulla da dire, anzi. I due protagonisti sono dolcissimi.

    Visto che siamo arrivati alla fine di questa meravigliosa rubrica, voglio dire che l'ho amata molto, che ogni racconto a suo modo mi ha trasmesso emozioni. Mi è piaciuto soprattutto che ogni racconto fosse molto diverso da tutti gli altri; c'è stato quello più passionale, quello più romantico, quello più dolce, quello più crudo, il m/m, quello, anzi quelli ambientati nel passato, ecc.; insomma, per tutti i gusti. Per non parlare dei luoghi geografici delle ambientazioni! Ogni racconto poi ha confermato che in Italia ci sono tantissimi talenti.
    Grazie alle ragazze del blog e alle autrici per avere creato una rubrica così bella e piacevole.

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  6. Bellissimo, da adesso il mio preferito

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  7. Una racconto davvero piacevole e ben scritto.
    Mi sarebbe piaciuto conoscere più approfonditamente i protagonisti, cosa che può comunque avvenire con un seguito o un romanzo :)

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  8. Il racconto mi è piaciuto molto, anche x l'ambientazione e l'atmosfera di un tempo così ormai lontano. Lieve, dolce, delicato, tenero: sicuramente riflette la giovane età dei protagonisti. Ma allo stesso tempo, la passione e l'amore che li guida si respira perfettamente.
    Una bellissima conclusione per l'ennesima bellissima iniziativa; come sempre questo blog non mi delude mai!
    Complimenti a tutte le autrici che hanno saputo farci sognare e soprattutto mettersi in gioco.

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  9. Le storie che hanno come protagonisti i nativi americani mi piacciono
    moltissimo e Cedro rosso non ha fatto eccezione.
    È un racconto molto dolce e tenero, forse perché i protagonisti sono
    giovani e l'autrice descrive in maniera delicata ed insieme sensuale
    il loro amore che sboccia.
    Ho molto apprezzato inoltre il rapporto di profondo affetto che lega
    Albert alla moglie indiana di suo padre che l'ha cresciuto, e la stima e
    la considerazione che il padre di Cedro rosso dimostra di provare nei
    confronti di quello che dovrebbe essere un nemico per lui...
    Credo quindi che nonostante la brevità del racconto l'autrice sia riuscita ad esprimere emozioni e sentimenti nel migliore dei modi.
    Alice

    RispondiElimina
  10. Sarah Bernardinello31/08/16, 09:40

    Molto, molto bello! L'ambientazione precisa, il "mostrare" il luogo e i tempi in cui vivevano... Sembrava di essere lì, presenti, con i protagonisti. Emozionante!

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  11. Molto dolce e piacevole. Tutto un po' veloce, del resto è un racconto, un intreccio più complesso sarebbe stato fuori luogo.
    Mi piace molto come scrivi, le immagini che crei con le parole, il modo in cui scorrono... è un vero piacere leggerti!

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  12. il racconto mi è piaciuto molto sarebbe bello se l'autrice ne facesse un romanzo più approfondito
    elisabetta

    RispondiElimina
  13. complimenti, mi è piaciuto molto!

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  14. E' il primo racconto ( e più in generale romance) che leggo con questa ambientazione. Devo ammettere che ne sono rimasta affascinata. Mi complimento con la brava autrice che in un racconto così breve ha saputo rendere bene i caratteri dei personaggi.

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  15. Brava Patrizia, molto bello! Ledra

    RispondiElimina
  16. Io avevo commentato due settimane fa ma il mio commento non lo vedo più quindi lo ripeto. Il racconto mi è piaciuto molto. Gran bella storia e ottima ambientazione. Complimenti, Patrizia!

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  17. letto tutt'un fiato..una storia semplice delicata mi è piaciuta molto sopratutto perchè sono una appassionata di film d'indiani

    RispondiElimina

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