IL ROMANZO MISTERIOSO - QUARTA PARTE


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NB: I capitoli sono presenti in ordine decrescente, quindi scrollate infondo per andare ai primi.

Il contenuto di questo libro è adatto ad un pubblico adulto.
QUARTA PARTE
CAP. 4
Quella notte pensai a cose tremende. A un letto con un sottile telaio di ferro e al corpo lungo e possente di un uomo sdraiato su una lisa coperta nella calura estiva. All’elastico in vita di un pigiama da prigione, spinto in giù da una grande mano abbronzata per liberare un’erezione… spessa , turgida, pronta.
Prima una carezza lenta per iniziare, poi più veloce. Meno delicata. E quel viso. Lineamenti perfetti, tesi, gli occhi scuri chiusi.
Per la prima volta, da mesi, la mia mano scivolò in basso. Io e la mia mano da sole nel mio letto, nella mia stanza, in questa notte solitaria…chiedendomi se un uomo mi stava pensando e stava facendo lo stesso a venti miglia da lì.
Anche se non sono mai davvero da solo, di notte, qui.
Come funzionava? Mi chiesi, mettendo in ‘Pausa’ la scena. I detenuti facevano le cose discretamente, per evitare di fare incazzare i compagni di cella, o ognuno faceva semplicemente quello che aveva da fare, perché tanto così facevano anche gli altri, perciò chi se ne frega? Sperai nella prima ipotesi, quella più civile. O forse quella più disperata. Quella di Eric Collier che soffocava gemiti e ansiti, irrigidendo il corpo per mascherare i suoi movimenti mentre le labbra formavano due sillabe silenziose.
Annie.
Avrebbe pensato alle cose che non poteva permettersi, ai modi in cui non stava con una donna da cinque anni. Al caldo umido di una bocca vogliosa. Al caldo umido della mia…che parola avrebbe usato lui? Passera, probabilmente. O figa. Sì, figa. Brutale e senza eufemismi, ben si adattava al suo mondo. Se lo avesse detto a me mi avrebbe dato fastidio ma, non era quello che volevo in realtà? Niente che addolcisse le cose che mi diceva? Parole vibrate e secche, provenienti dalla sua morbida lingua. La sua lingua... Sentiva la mancanza del sapore di una donna, dopo tutto quel tempo? Avrebbe voluto farlo, o sarebbe stato egoista e concentrato solo su quello che avrei potuto offrire io al suo uccello?
Annie, avrebbe sussurrato.
E io avrei mormorato: Sì?
Lui avrebbe detto…avrebbe detto… avrebbe detto: Fatti assaggiare. E' passato così tanto tempo. Fatti baciare. Lì giù. Mi avrebbe almeno chiesto il permesso? Forse sarebbe stato tutto mani vogliose e prepotenti. Nessuna permesso, nessun eufemistico “lì giù”.
Sdraiti. Devo assaggiarti la figa.
Tutto il mio corpo fu percorso da un fremito. Pensai che la stessa cosa stesse succedendo anche a lui, a due città di distanza, in quella specie di cuccia umana in cui veniva rinchiuso ogni sera. Avrebbe potuto evadere per alcuni attimi, pensandomi. Pensando a noi due, insieme.
I movimenti della sua mano, gli ondeggiamenti dei suoi fianchi. Si sarebbe sollevato la maglia dalla cintura, mostrando i muscoli tesi e definiti del suo stomaco, la mano avrebbe poi affrettato i movimenti e…
Sobbalzai quando il telefono prese vita, vibrando sul comodino di vetro vicino al mio letto. La mia mano uscì dai boxer con cui dormivo e cercò a tentoni l’apparecchio. Mamma cell.
Schiacciai Rifiuta. Non era abbastanza tardi perché fosse un’emergenza e non me la sentivo proprio di passare dal masturbarmi pensando a un detenuto a una chiacchierata su cosa stesse sbocciando nel giardino dei miei genitori. Non potevo passare dall’immaginare il mio nome sulle labbra di Collier al sentirlo pronunciare dalla vivace voce di mia madre.
Domani, pensai, spegnendo il telefono. E tornai alle mie fantasie, alle parole rudi e agli aliti caldi, alla bocca vogliosa di un uomo in lunga astinenza, sostituita dalle mie dita. Non c’era nient’altro per me, quella sera almeno. Il mondo reale poteva aspettare.
***
Durante la settimana che seguì lessi la sua lettera centinaia di volte. La lessi talmente tanto, con tutte quelle parole scritte di mio pugno, che iniziai a preoccuparmi che fosse tutto frutto della mia fantasia quello che avevo scritto. La lessi talmente tante volte da non aver più bisogno della carta. La sua voce era nella mia testa, chiara come una registrazione, e mi diceva tutte quelle cose. La sua voce era nella mia testa ogni notte e mi diceva qualsiasi battuta avessi pensato per lui. Cose volgari, cose romantiche. Mi chiamava teneramente con il mio nome, sfiorandomi l’orecchio. Mi chiamava troia e mi apriva a forza le cosce con le sue. Mi chiamava tesoro, come nella lettera, quella parola scura e carica di elettricità come le nuvole prima di un temporale estivo.
Potevo solo immaginare come lui fosse nella vita reale, come mi avrebbe trattato se fossimo stati soli io e lui. Fortunatamente non c’era possibilità di un noi, insieme ma soli, nella vita reale, perciò immaginavo ogni cosa, ogni possibile sapore, rincuorata dal sapere che le mie ipotesi non si sarebbero mai rivelate giuste o sbagliate. Lui non avrebbe mai avuto la possibilità di deludermi.
Avevo passato talmente tanto tempo a fantasticare su di lui, che mi venne in mente, venerdì mattina, che non avevo la minima idea di come comportarmi nei suoi confronti, se mi avesse avvicinata di nuovo. Fare la finta tonta e fingere di aver davvero pensato che quella lettera fosse per un’altra donna? Rimanere rigida ed evitare di ascoltarlo prima che diventasse più audace?
Sapevo cosa avrei dovuto fare. Avrei dovuto informare della cosa Shonda o qualsiasi altra guardia, ma sapevo anche che non l’avrei fatto. Egoisticamente, volevo quella lettera per me stessa. Ed ero temeraria al punto di sperare che forse lui avrebbe voluto dirmi altre cose.
Era folle, naturalmente, ma quando non si prova desiderio sessuale per mesi, per anni…improvvisamente cominciavo a capire i rischi idioti che la gente corre quando ha relazioni clandestine. Niente mi faceva sentire meglio di quel desiderio. La logica era impotente. Flaccida. Una cosa ridicola e senza importanza.
Vidi Collier mentre passavo attraverso la sala ricreazione e provai un senso di comunanza come mai prima d’allora. Avevo vissuto centinaia di intimità immaginarie con quell’uomo e quando i nostri sguardi si incontrarono fu come se le avesse  vissute anche lui.
Era una giornata brutta e afosa, che rintronava sia i detenuti che lo  staff della prigione. I detenuti battibeccavano e si stuzzicavano, ma era una buona cosa, le discordie mi tenevano con i piedi per terra e allontanarono la mia mente da Collier per tutta la sessione di Alfabetizzazione e Composizione e allontanarono il mio sguardo da lui durante il blocco della Discussione sui Libri.
Però, come al solito, durante il blocco pomeridiano di Risorse lui mi fermò. Dovetti per forza domandarmi  se lo facesse di proposito, se volesse essere il mio ultimo ricordo della giornata quando lasciavo quel posto.
Quanti significati mi sembrava di scorgere dietro a ognuno dei nostri incontri.
La frequenza era bassa. L’aula di Risorse non aveva l’aria condizionata e apparentemente  il piacere di occhieggiare il mio seno e il mio sedere diminuiva un po’ quando la temperatura sfiorava i quaranta gradi. C’era comunque un certo via vai, i più si erano fatti vivi soprattutto per il loro posto al computer, ma una volta tanto avevo un po’ di tempo libero e lo usai a fare una lista di cose che mi sarebbero servite per migliorare il piano mai realizzato di Karen di istituire un servizio di distribuzione libri su carrello  cella per cella. Avevo quasi iniziato a pensare di poter mettere da parte il mio atteggiamento guardingo nei confronti di Collier per un’altra settimana. O all’infinito. Forse tira fuori quel ‘mi aiuta a scrivere una lettera’ con tutte le bibliotecarie. Forse non sarebbe più venuto a farmi visita.
Che sciocchezze mi venivano in mente.
Venne a cercarmi alle cinque meno venti. Sentii la sua presenza mentre attraversava la porta d’ingresso, una corrente calda e un fronte freddo racchiusi in un unico uomo. Senza fretta, si diresse verso dove ero seduta, seppi che era lui senza nemmeno alzare lo sguardo. Stava in piedi dall’altra parte del tavolo, dietro a una sedia vuota, le sue dita lunghe appoggiate sullo schienale. Alzai il mento. Cercai di darmi un contegno, a parte il rossore che sentivo pizzicarmi le guance.
«Ehi, ciao.»
«E’ libera?» chiese, con quella voce che nel privato della mia testa aveva mormorato i segreti più deliziosi e disgustosi durante quella settimana.
«Certo.» Accennai alla sedia e lui si mise a sedere. Tirò fuori un pezzo di carta piegato dalla tasca posteriore e un nodo mi aggrovigliò lo stomaco. Un’altra lettera?
«Speravo potesse leggere qualcosa per me», disse fissandomi le mani. «Qualcosa che ho scritto. »
«Certo.» Mi accorsi in quel momento che sapevo esattamente a che distanza stava la guardia più vicina, ma non lo feci per mia protezione. Lo sapevo allo stesso modo in cui doveva saperlo ognuno di questi detenuti. Nel modo in cui ogni criminale tiene il proprio radar puntato su testimoni e telecamere quando è sul punto di commettere un reato. Gli presi il foglio ma lui mi fermò prima che potessi aprirlo.
«Non adesso. Forse potrebbe portarlo con sé. Leggerla con calma. E’ molto importante. Voglio essere sicuro di aver detto tutto per bene.»
Il cuore mi batteva all’impazzata. «Ehmm… Sì, va bene. Posso farlo.» Era un pezzo di carta a righe, riuscivo a intravedere la sua scrittura. Aveva scritto molto. «Che abbia bisogno o meno di essere rifatta, è un ottimo esercizio, mettere tutto per  iscritto,» suggerii.
Mi fece un cenno d’assenso. «Ho usato quella macchina. L’ho scritta su quella, ha sistemato le maiuscole e l’ortografia, poi l’ho ricopiata su carta. Non ho dovuto fare affidamento sulla mia testa per sapere dove andassero tutte le lettere.»
«Bravo.» 
Lo sguardo di Collier si spostò da una parte, per controllare le guardie. Vedendo che erano impegnate con i detenuti che stavano uscendo dalla stanza, si sporse un po’ di più verso di me. «Le renderò le cose molto semplici,»  disse.
Sentii la fronte accigliarsi e il cuore sprofondare dentro alle scarpe.
«Semplici?» 
«Ho delle cose da dire. Da dirle.» Picchiettò con un dito sul pezzo di carta, la sua voce divenne poco più di un sussurro. «Se vuole sentire di più, la prossima settimana, si vesta di rosso.» 
«Vestirmi di rosso?» 
« Se apparirà vestita di rosso la prossima settimana saprò che quello che ho da dirle va bene anche a lei. Se vestirà qualsiasi altro colore, non le darò mai più fastidio. Né sul battere a macchina né su altro. Non mi arrabbierò o cose del genere. Ma se vuole sentirle, si vesta di rosso.» 
«Collier!»  La guardia gli lanciò un’occhiataccia. «Bada a come stai seduto, rubacuori.» 
Collier si rimise diritto, allontanando le braccia incrociate.
«Di rosso,»  ripetè. «Ma solo se vuole sapere di più.» 
Feci un cenno di assenso e ficcai il foglio ripiegato nel mio quaderno insieme a un paio di lettere di altri detenuti che avevo promesso di lasciare nella stanza della posta.
Mi fissò le mani, poi si alzò in piedi.
«Mi fa piacere,»  disse con un tono di voce normale, spingendo  la sedia sotto il tavolo.
«E’ per quello che sono qui.» 
Collier se ne andò senza guardarsi indietro. La guardia più anziana in servizio, Jake, mi sembra si chiamasse, venne verso di me.
«Le ha dato fastidio?» 
«No. Ha provato un po’ a flirtare, tutto lì. E’ innocuo.» 
Sì… innocuo.
«Spero non le abbia sussurrato niente di offensivo.» 
«No. E’ un po’ guardingo a causa del suo disturbo di scrittura,»  mentii. «Non vuole si sappia in giro che ha bisogno d’aiuto, penso.»  Per amor di Dio, non chiedermi di vedere la lettera.
Ma Jake si limitò ad assentire. «Divertente come alcuni di questi ragazzi stiano ancora attaccati al loro orgoglio  dopo che gli abbiamo strappato via tutto il resto.» 
«E’… devo preoccuparmi di lui in modo particolare? Si sa che sia un manipolatore?»  Dì di no. Dì di no. Dì di no. Per favore non portarmi via questa cosa. Mi fa stare troppo bene.
Jake si raddrizzò, lo sguardo pensoso mentre si sistemava la cintura intorno alla vita.
«Quello… Non è certo un boy scout, ma si tiene fuori dai guai. Buona condotta da quando è qui dentro, se ne sta alla larga dalle cazzate razziali quanto può in un posto come questo.» 
«Perciò non è troppo male.» 
Jake mi sorrise. «Male abbastanza da essere rinchiuso per dieci anni. Perciò nemmeno troppo bene. Se la fa sentire a disagio, dia retta al suo istinto… in ogni caso non è uno sfruttatore. Probabilmente si potrebbe dire che uno di quelli bravi, in effetti. » 
Assentii, sentendo dentro di me uno stranissimo mix di sensazioni. Sollevata, intrigata, preoccupata. Devo averlo mostrato anche in viso.
« Si deve ancora adattare, eh?»
Feci un lungo sospiro. Potevo mostrare la mia ansia ora che tutti gli sguardi poco raccomandabili avevano lasciato la stanza. «Sì. Cioè, c’è gente che cerca di portarsi via roba continuamente in biblioteca. Ma qui… Non so. Voglio aiutare questi ragazzi. Voglio dare loro il beneficio del dubbio, però so che è un atteggiamento molto stupido da parte mia.» 
«L’arma migliore che si può avere qui dentro è il proprio stomaco, ragazza. Ascoltalo.» 
Gli sorrisi e presi  la borsa. Detro c’era una lettera di Eric Collier. Eric Collier che era stato condannato a dieci anni, se Jake non aveva detto un un numero a caso. Dieci anni.
Da una parte, dieci anni era una cosa buona, pensai mentre mi dirigevo alla mia macchina. Improbabile che fosse omicidio, visto che Cousins era un penitenziario di media sicurezza, e dieci anni era probabilmente troppo poco per un reato di matrice sessuale particolarmente efferato.
D’altro canto, dieci anni significava che Eric Collier non era dentro per taccheggio, per aver venduto erba o non aver pagato delle multe.
Ma starà dentro per altri cinque anni. Meno lo sconto per buona condotta, se Jake non l’aveva già contato e se davvero Collier era idoneo per usufruirne. E anche se lo fosse stato, Darren non mi piaceva proprio, perciò sicuramente mi sarei trasferita in un'altra città e avrei fatto un altro lavoro nei prossimi due anni, e non avevo intenzione di incoraggiarlo e incantarlo al punto tale da farmi seguire,vero? Era uno che poteva venirti dietro? Quanti anni di reclusione prendevano gli stalker?
E tutta la storia del vestire di rosso?…
L’aveva ideata per farmi pensare di avere la situazione sotto controllo?
O perché avrei pensato di poterlo essere?
Provai a fare quello che mi aveva suggerito Jake, ad ascoltare il mio stomaco, ma l’ansia e il desiderio mi facevano stare sulle spine ed era difficile capire cosa sentivo, a parte le mie pulsazioni a mille.
Ha rapinato una banca, decisi, mentre giravo la chiave nel cruscotto. Fatto. Deciso. Un crimine disperato, audace, ma l’unica cosa a essere stata colpita, a riprova che la sua pistola era carica, era stato il soffitto. Non aveva intenzione di far male a nessuno e non era successo. Infatti, immaginai, aveva solo messo quella pallottola in canna, per prevenire eventuali incidenti. E si era arreso pacificamente quando era tutto finito. Aveva bisogno dei soldi per tirar fuori il fratello da grane con la mafia.
No, non roba di mafia.
Aveva bisogno di soldi per pagare l’operazione all’anca di sua nonna.
Perfetto.
Passai il resto del viaggio facendomi mentalmente un film sulla rapina andata  a buca di Collier, e quando si arrivò all’irruzione in banca dei poliziotti, io facevo il tifo per lui. Quella fantasia era ciò di cui avevo bisogno per farmi aprire la sua lettera, ma mentre parcheggiavo a fianco del marciapiede, un altro pensiero si insinuò nella mia testa.
Per te tutto questo è una fantasia del cazzo, uno stupido giochino, ma per lui…
Per lui , qualsiasi cosa fosse, si trattava probabilmente della cosa più reale che gli fosse capitata da cinque anni. Questa infatuazione che mi teneva sveglia la notte era forse l’unica ragione che faceva alzare quell’uomo la mattina, per quanto potevo saperne.
No, mi stavo dando troppa importanza.
Limitati a leggere quello che ha scritto. Avrebbe potuto essere la cosa più raccapricciante su cui avessi mai messo gli occhi e tutta  questa energia che stavo  usando, immaginandolo protagonista di un reato non troppo grave, si sarebbe rivelato un completo spreco.
Scesi dall’auto sbattendo la portiera e guardai verso il bar. Anche se ci vivevo solo due piani sopra, c'ero stata a bere solo una volta. Dopo aver finito il trasloco ero scesa sperando che il posto si rivelasse più attraente di quanto sembrasse, che avrei fatto amicizia con il barman o che mi sarei imbattuta per magia in un altro meridionale finito al nord come me. Sbagliato. Il Lola era una squallida bettola, frequentata da disperati e alcolisti abituali, gente con troppo tempo libero, poche o nessuna prospettiva e soldi sufficienti solo per bere fino allo sfinimento per una sera.
Quando ero al college bevevo qualche alcolico alle feste. Poi Justin aveva rovinato tutto. Bere non era più un divertimento, non era più il vizio socialmente accettabile che era stato. Le parole confuse non facevano più ridere. Farsi qualche bicchiere non era più sinonimo di momento piacevole, era l’inizio del count down prima dell’esplosione.
Ma quella sera…
Passai l’ingresso laterale che portava agli appartamenti e mi diressi verso la porta centrale.
Il venerdì al Lola era una sera uguale a tutte le altre. Quasi tutti i posti a sedere al bancone del bar erano occupati, ma in ogni caso volevo un po’di privacy. Rimasi in piedi dietro a uno sgabello vuoto finchè non incrociai lo sguardo del barman. Era giovane, sulla trentina, con tatuaggi sulle braccia e un berretto immacolato dei Tigers sui capelli rasati.
« Avete del tè freddo?» O quello che qui al nord passava per tale.
Lui diede un’occhiata a un frigo nascosto sotto al bancone. «Sì. »
«Tè freddo con limone, ghiaccio e un goccino di bourbon, per favore. »
Fece uno sguardo scettico, ma riempì ugualmente un bicchiere da una pinta con una lattina di Nestè e il resto. Pagai e mi portai il bicchiere verso un tavolo con divanetto nell’angolo  più tranquillo del locale. Non volevo persone o finestre dietro di me, nessuno alle spalle che potesse leggere quello che stavo leggendo. Mi stavo comportando davvero come una criminale, pensai, sistemandomi al mio posto. Bevvi un sorso e sussultai. Accidenti, e dire che il nonno mi sembrava lo facesse un po’ troppo forte.
Non mangiavo dalle dodici e il drink si fece sentire quasi immediatamente. Era una bella sensazione. Mi ricordava i barbecue di famiglia, non tutte quelle notti con Justin.
Aspettai che il sangue mi si scaldasse, poi presi il quaderno dalla borsa. Accarezzai con le dita il foglietto ripiegato, sentendo sotto i polpastrelli i rilievi dove la matita o la biro di Collier aveva scritto. Sbircia all’interno, quel poco che bastava per vedere il blu della penna. Me lo raffigurai con le dita attorno al refil di una Bic a cui le guardie avevano tolto il tubo di plastica perché i detenuti potevano usarlo per Dio solo sa cosa. Le grandi dita di Collier attorno al sottile refil mentre trascrivevano i suoi pensieri dallo schermo del word processor.
Cosa avrà mai voluto dirmi?
Ho un piano per evadere da qui, ma ho bisogno del tuo aiuto. Ci sono venti mila dollari per te, ho dei soldi da incassare da un amico nel racket della metanfetamina .
No, per favore. Anche se una cosa del genere mi avrebbe fatta scappare a gambe levate.
Leggila e basta.
Di cosa avevo così tanta paura? Di tutto. Che riuscisse a sedurmi ancora di più. Che provasse quanto fossi stupida a farmi coinvolgere tanto profondamente e in così poco tempo, con un’esca così piccola.
No. Che lui in qualche modo distruggesse questa infatuazione a cui tenevo ormai fin troppo. Che mi togliesse quello che mi aveva dato in queste ultime due settimane, quella cosa che pensavo di aver perso per sempre. La mia capacità di desiderare un uomo.
Bevvi un altro lungo sorso e aprii il foglio.
La sua scrittura era rigida e attenta come quella di un bambino delle elementari, cosparsa qua e là da macchie nere dove aveva cercato di correggere alcune parole o sostituirle con altre.
Tesoro,
Bevvi ancora una lunga sorsata, stavo iniziando a sudare sotto le ascelle e tra i seni.
Tu probabilmente leggi molti libri che contengono parole molto migliori di quelle che potrei mai scriverti io. Non so come fare a rendere bene tutta le cose che ho in testa. Ma ci provo.
Non mi conosci. Né io conosco te. Forse sei una di quelle ragazze che hanno bisogno di rispettare un ragazzo prima di provare qualcosa per lui. Da dove vengo io la gente non la pensa così. Ci limitiamo tutti solo a bere e a scopare e a chiamarlo amore finchè dura. Ma voglio che tu pensi che io sono meglio di così, che sono qualcuno che forse potresti rispettare, per quanto folle possa sembrare. Perciò ho bisogno di farti sapere che non sono in prigione perché ho fatto male a una donna. Non farei mai del male a una donna.
In ogni caso, non ti conosco. Sembri davvero simpatica ed è stato bello il modo in cui ti sei preoccupata di farmi avere la macchina da scrivere. Forse lo fai per tutti quelli che ne hanno bisogno ma penso comunque che sia una cosa buona. E sei anche molto carina. Ero sincero quando ti ho fatto scrivere tutte quelle cose in quella lettera. Non sto con una donna da quando mi hanno messo dentro. E’ tanto tempo. Dire quelle cose è stata la cosa più vicina al sesso che abbia fatto in cinque anni. Ma non voglio dire cose che  tu non vuoi sentire. Forse avrò una possibilità se vestirai di rosso il prossimo venerdì. Ho molte cose da dirti e cose anche molto più personali di queste. Dirlo mi fa stare bene, mi fa sentire di nuovo uomo, come qui dentro non riesco a sentirmi. Perciò vestiti di rosso la prossima settimana e ti dirò un po’ di quello che penso. Se non lo farai ti lascerò stare.
Il tuo,
Eric
PS Se hai già un uomo, mi scuso. Non avevo intenzione di mancargli di rispetto. Se gli dirai di questo, digli che penso sia un uomo molto fortunato.

Ripiegai il foglio mettendolo davanti a me, il sangue mi pulsava ovunque. Nei piedi, nelle tempie e nella gola, il cuore batteva contro le costole e l’eco di quel battito mi pulsava fra le cosce. Tutte zone coinvolte quando il tuo corpo è impegnato in una corsa o a fare sesso.
Mentre bevevo un altro sorso del mio drink, una grossa goccia di condensa cadde dal bicchiere colpendo il foglio di carta e io scattai  come se avessi versato un’intera caraffa d’acqua su uno straordinario acquerello. Tamponai la goccia con il bordo della mia T-shirt, dispiegai il foglio e ci soffiai sopra finchè non si asciugò.
Gesù, cosa mi stava facendo?
Tutto d’un tratto non volevo rimanere da sola con quelle parole.
Volevo chiamare mia mamma…solo che non era proprio il caso. Dopo quello che era successo con Justin, non c’era verso di convincerla al darmi l’ok per una relazione con un carcerato. Era sposata con uno della guardia nazionale! Le mie amicizie più strette giù a casa si erano un po’ allentate negli anni, da che ero venuta al nord, e quelle che avevo stretto a Ann Arbor non erano mai state come  i legami che ti fai negli anni dell’adolescenza. Non c’era nessuno con cui potessi confidarmi su questa cosa, non senza che fosse considerata una crisi legata alla mia salute mentale. Cavolo, forse avrei dovuto parlarne con qualcuno a Larkhaven. Forse avevano tutto un braccio riservato a donne fuori di testa, innamorate pazze di detenuti di bell’aspetto.
Misi via la lettera nella borsa e mi spostai verso il bancone del bar, con l’improvviso bisogno di comunicare con qualcuno, anche uno sconosciuto. Un paio di persone avevano liberato i posti e io presi proprio l’ultimo, quello che guardava verso il barman ma con il muro alle mie spalle. Dannato Cousins ad avermi educato a questi comportamenti.
Il barman si avvicinò, un occhio al mio bicchiere mezzo vuoto. « Tutto okay con quello? »
Annuii. « E’ perfetto, grazie.»
« Non me l’aveva mai chiesto nessuno. Come si chiama?»
« Non penso abbia un nome. E’ solo quello che beveva sempre mio nonno.»
« Non sei di queste parti.»
Scossi la testa, tirando un lungo sorso con la cannuccia. « Sono del Sud Carolina. Ho iniziato a lavorare per la Biblioteca Pubblica di Darren questa estate.»
« Sei una ragazza da università,» mi canzonò lui in modo pomposo.
« Una donna con diploma post universitario,» lo corressi io, cominciando a trovarlo simpatico.
« Giusto. E io che pensavo che fossi l’ufficiale per la libertà provvisoria di qualcuno, vestita così.»
Lui puliva i contenitori delle fette di limone e delle ciliegie e io lo stavo a guardare, sentendo che il whiskey stava facendo effetto. Aveva il viso tondo che lo faceva sembrare più giovane di quello che probabilmente era. Aveva muscoli appena accennati, come una stella della squadra di football del liceo i cui giorni di gloria erano ormai dietro le spalle. Mi ricordava alcuni ragazzi che conoscevo quand’ero a casa mia. Appoggiai i gomiti sul bancone e incrocia il suo sguardo.
« Vuoi fare il bis?»
« No, ma… le persone fanno veramente quello che si vede nei film?…Si ubriacano e poi ti raccontano tutti i loro problemi di cuore?»
« La gente si ubriaca e mi racconta roba di tutti i tipi.»
« Quando si tratta di problemi di cuore, pensi che siano sempre storie destinate a finire male?»
Mi sembrò considerare la domanda. « Sì, è probabile. Ma tutti qui attorno hanno più o meno poche speranze. Perché? Hai problemi di cuore?»
Sapendo che metà del bar stava probabilmente origliando, gli risposi :« Non so cos’ho.»
« E’ quello il problema?»
« Forse. E’ probabile.»
Mi rubò il bicchiere e aprì un’altra lattina di Nestè, ma lo fermai prima che potesse aggiungerci il bourbon. Ne versò invece una generosa quantità in un bicchiere e me lo fece scivolare verso il gomito.
« La gente mi dà mance più alte dopo che si è confidata,» disse lui e le sue labbra si incresparono in un sorriso.
Ricambiai il sorriso. « Allora, c’è un ragazzo.»
« Ce n’e sempre uno. Cos’ha di buono?»
« Bé… è tremendamente bello,» dissi, lo sguardo rivolto verso le insegne al neon sopra al bancone mentre ci pensavo. « Ed è un po’… non so come spiegare. Misterioso, forse.»
« Misterioso non è una cosa positiva,» osservò il barman. « Misterioso, potrebbe anche voler dire che ha una  famiglia segreta in un’altra contea.»
Dio santo, per quello che ne sapevo, poteva anche averla. E magari non era stato con una donna per cinque anni, ma quante amiche del cuore lo andavano a trovare durate gli orari di visita? Quante avrebbero potuto pensare che sarebbe stato loro, una volta uscito? Afferrai il bicchiere con il whiskey e lo vuotai nel mio.
« Cos’altro su di lui?»
E’ un po’ in carcere. « Non so molto di lui, ma so che ha avuto delle grane in passato. In più non posso stare veramente con lui.»
Il barman annuì. « E’ sposato?»
« No, non è sposato.» O lo era?
« Sposatissimo, con moglie segreta e dodici figli.»
Il tipo seduto sullo sgabello più vicino faceva cenni d’assenso con la testa. Era un nero di corporatura snella, con capelli sale e pepe e indossava una tuta da lavoro.
Lanciai ad entrambi uno sguardo torvo. « Non è così. E’ solo che lui…e un po’ una relazione a distanza. Parliamo soprattutto per lettera.»
« E’ in guerra?» chiese il mio vicino ficcanaso.
« No. E’ solo…lui è in un posto e io sono in un altro. Ma penso che la cosa ci piaccia così com’è.»
« Se, facciamo un esempio, scoprissi che è sposato,» disse il barman. « Ti si spezzerebbe il cuore?»
« Non lo so ….Mi farebbe molto arrabbiare, immagino. E mi sentirei schifosamente in colpa.» Mi stavo sentendo un po’ arrabbiata e in colpa in quel momento e desiderai di non aver chiesto pareri esterni.
« In ogni caso non prestargli soldi,» disse tuta da lavoro.
« Non sono stupida.»
« No, solo arrapata, stessa roba.»
Gli feci gli occhiacci ma solo perché aveva messo il dito nella piaga.
« Se, facciamo un altro esempio, tua sorellina fosse nella tua situazione, cosa le consiglieresti di fare?» Chiese il barman.
Bevvi un sorso e ci pensai seriamente.« Probabilmente le dire di stare attenta.»
Il barman alzò le mani come per voler dire Eccoti la risposta, e il mio vicino picchiò un pugno d’assenso sul bancone.
Scossi la testa e bevvi un grosso sorso. « Non siete simpatici.» Cavolo, dovevo essere ubriaca, stava venendo fuori il mio accento del sud. Lasciai una banconota da dieci dollari sul bancone e mentre scendevo dallo sgabello sentii tutto l’effetto del bourbon.
Il barman afferrò i dieci dollari e li fece scorrere fra le dita. « Se sapevo che sei una che lascia mance così grosse, ti avrei mentito. Ti avrei detto  che quel tipo era il migliore di tutti. Mi sarei guadagnato venti dollari.»
« Quelli sono per il bis che non ho ordinato, non per le tue opinioni, » risposi piccata.
«Va bè, ti mentirò comunque. Questo tipo sembra fantastico. Sono sicuro che qualsiasi cosa non ti stia dicendo, è tutta roba regolare.»
« Sì,» s’intromise tuta da lavoro. « E’ solo troppo modesto. Non vuole che tu sappia che è un pompiere volontario.»
« E che va a leggere agli orfani nel weekend,» aggiunse il barman.
« Non ti vuol far sapere che in realtà è un milliardario.» Disse ancora tuta da lavoro.
 «Vuole mantenere il segreto finchè non capirà che lo ami per quello che è veramente.»
Il barman a quel punto non ce la fece più e scoppiò a ridere. « Ragazzi, quello sarebbe il campione dei segreti. Se volessi nascondere un miliardario lo sbatterei di sicuro in quel buco di  Darren, Michigan.»
Prova con Istituto Correzionale di Cousins.
« Sarebbe come nascondere un diamante in un vasino,» rincarò la dose tuta da lavoro. « Proprio l’ultimo posto dove guarderesti.»
Alzai gli occhi al cielo. «Buona notte, ragazzi. Vi ringrazio tanto per la simpatia.»
Mentre mi dirigevo alla porta il barman mi richiamò, « Ehi!»
Mi voltai e alzai un sopracciglio, fingendo un certo fastidio.
« Come ti chiami?»
« Anne. Annie,» corressi senza una vera ragione.
« Annie, io sono Kyle.»
« E io Rodney,» disse tuta da lavoro.
« Torna  a trovarci e facci sapere cosa succede,» disse Kyle passando uno strofinaccio sul bancone, sembrava sincero.
« Sì. Vogliamo vedere l’anello di fidanzamento,»aggiunse Rodney e Kyle lo colpì con lo strofinaccio.
« Sul serio,» disse Kyle. « Facci sapere.»
« Ti costerà un cicchetto,» gli dissi perche volevo andarmene avendo l’ultima parola.
« Ci sto.»
« Passate una buona serata.»
Mi diressi verso l’uscita e salii per l’entrata laterale al mio appartamento, aprii tre serrature e accesi la debole luce a soffitto che illuminava il mio piccolo soggiorno. Lasciai cadere la borsa sul divano, afferri il telecomando e accesi la tivù.
Ero distrutta. Completamente brilla. Avrei dovuto sentirmi eccitata per il weekend, ma in realtà speravo di dover lavorare. L’ultima cosa di cui avevo bisogno era del tempo per poter pensare troppo a tutto. A tutto quello che aveva scritto Collier, a ogni domanda sensata che i due estranei del bar avevano pensato di farmi su di lui. Domande che ero riuscita in qualche modo ad evitare di farmi io stessa.,
Tirai fuori la sua lettera e la rilessi.
Se hai già un uomo… digli che penso sia un uomo molto fortunato...
Erano cose come quella, e la sua promessa di lasciarmi stare se avessi scelto di non indossare qualcosa di rosso la prossima settimana, che rendeva la cosa pericolosa. Non avevo modo di capire se questi barlumi di rispetto fossero sinceri o no. Tutto quello che mi dicevano era che lui era abbastanza intelligente da capire che me li meritavo, il che faceva di lui o un gentleman o un imbroglione.
«Chi sei?» Mormorai, fissando quelle parole scritte con così tanta cura e attenzione. Poi presi il mio specchietto dalla borsa e fissai il mio viso, arrossato per il caldo, il bourbon o forse a causa di  Collier.
«E tu, chi cazzo sei diventata?» socchiusi lo sguardo guardando il mio viso. «Un’ubriaca, ecco chi. Mangia un po’ di cena, stupida!»
Gettai lo specchietto sul tavolino davanti al divano e mi lasciai andare sui cuscini  con un sospiro.
« Non posseggo niente di rosso,»dissi alla stanza. « Sto male in rosso.»
Stavo davvero male? Non lo sapevo proprio. Non avevo mai avuto niente di rosso a parte delle calze o un cerchietto per capelli.
«Solo le prostitute si vestono di rosso,» mi aveva detto mia nonna una volta; era entrata mentre stavo guardando Pretty Woman. Avrò avuto quindici anni. Le dissi: Lei è una prostituta, nonna.» Mia nonna assentì saggiamente con la testa e osservò: «Ha senso.»
Ripensai alla cosa e mi accorsi che anche mia mamma e mia nonna non vestivano mai in rosso, per quanto mi potessi ricordare. Strano come certe regole che nemmeno approvi possano incidersi nel tuo subconscio.
Se volevo sentire qualsiasi cosa Eric avesse da dirmi, la decisone non poteva essere presa senza un minimo di sforzo, un acquisto oculato. Un crimine premeditato.
Andare a far shopping con l’intento di sedurre un pericoloso criminale.
Alzando lo sguardo al soffitto, dissi alla ventola: « Vuole che io sia la sua puttana.»
La ventola non rispose.
 « Penso di volerlo anch’io.»
*****
COSA PENSATE DI QUESTA QUARTA PARTE?  ASPETTO I VOSTRI COMMENTI.
NEI PROSSIMI GIORNI UNA NUOVA PARTE DA LEGGERE!



9 commenti:

  1. Questa quarta parte mi ha letteralmente stesa! Dimmi che la quinta arriva presto ti prego!
    Giulia

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  2. Ottima traduzione, complimenti!
    Fantastica storia...
    Ditemi che ne leggeremo ancora, e ancora...

    RispondiElimina
  3. Ottima traduzione, complimenti!
    Fantastica storia...
    Ditemi che ne leggeremo ancora, e ancora...

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  4. Il finale lascia col fiato sospeso e non si vede l'ora di continuare la lettura. Grazie per la tua traduzione, Francy.

    RispondiElimina
  5. Non vedo l'ora di leggere la prossima lettera di Eric grazie alla tua traduzione.

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  6. Grazie per questi regali che ci fai, magnifico lavoro, non vedo l'ora di continuare a leggere i prossimi capitoli.

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  7. sempre più bello e sempre più intrigante..... attendiamo con ansia il seguito

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  8. Sono curiosa come non mai. A parte tutte le (giustificate!) menate che si sta facendo Annie, non vedo l'ora di capire di più su Eric. Alla prossima! Grazie

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  9. Ma chi è Mr. Collier? Un diabolico seduttore travestito da detenuto o un poeta d'altri tempi? Che dialoghi di fuoco...aspetto il seguito con trepidante attesa.

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