IL ROMANZO MISTERIOSO - PRIMA PARTE

PRIMA PARTE
CAP. 1
Mi inviarono il regolamento per email.Niente trucco. Niente profumo. Niente gioielli.La cosa mi fece storcere il naso. A una ragazza del sud come me quella richiesta sembrava civile quanto chiedermi se  per favore potevo raparmi i capelli a zero. Da dove vengo io, una donna non scapperebbe nemmeno da un edificio in fiamme nel cuore della notte senza essersi messa prima almeno un po’ di mascara e un paio di orecchini di perle.Inoltre, diceva l’email, evitare gli abiti stretti o che mettano in evidenza le forme.Imbrogliai sulla regola numero uno, applicando un po’ di correttore su un brufolo e sotto gli
occhi. Dovevo solo sembrare di non essere truccata. Devo aver  eluso anche la regola numero due:  il mio deodorante era profumato al trifoglio, ma non ci pensavo proprio ad andare senza, non con il tipo di sudorazione ansiosa che ero certa avrei avuto.La terza e quarta regola le osservai a puntino: un semplice top a girocollo in un color verde foresta non particolarmente femminile. Pantaloni neri a gamba dritta, scarpe basse argentate e poco scollate. Le mie orecchie sembrano nude, pensai, guardandole con attenzione nello specchio del bagno. Oscene, con quei buchi in evidenza. Vulnerabili come quegli sfortunati e tremanti gatti senza pelo.A proposito di pelo, l’email non parlava di regole specifiche riguardo ai capelli, ma raccolsi i miei e li fermai con un lungo fermaglio.Aspetta un attimo. Posso indossare il fermacapelli? Un  detenuto con spirito d’iniziativa potrebbe trasformarlo in un’arma?
Non essendo interessata a scoprirlo, lasciai perdere il fermacapelli e optai per la coda di cavallo. Fino a quando non la immaginai arrotolata attorno una grossa mano piena di cicatrici mentre venivo presa in ostaggio durante  una rivolta di detenuti e trascinata a forza lungo un pavimento di linoleum verso  un sicuro trauma. No grazie. Optai per uno chignon e studiai il risultato finale nello specchio a figura intera appeso sul retro della porta.
Può andare. Ero carina, ma non pericolosamente carina. Presentabile. Professionale. Immaginavo cosa avrebbe potuto dire mia nonna: sembri una concorrente al concorso di Miss Sciattona. Per amor di Dio, mettiti un po’ di rossetto, almeno! Potresti incontrare il ragazzo giusto.
No, oggi non sarebbe successo. Sciattona andava benissimo, visto che l’attenzione maschile che avrei avuto a disposizione era quella di diverse centinaia di criminali in carcere.A casa, l’ultimo uomo che mi aveva toccato mi aveva dato un ceffone così forte sull’orecchio destro da perforarmi il timpano. Con quello sinistro lo avrei sentito, nemmeno un’ora dopo, dirmi che mi amava. Mi spiace. Non ti picchierò mai più. Lo aveva ripetuto diverse volte durante i due mesi che convinsi me stessa a crederci.A ventidue anni ero stupida, ma da allora mi ero sfurbita. E probabilmente avevo battuto qualche record per aver raggiunto lo zitellaggio a soli ventisette anni, ma meglio quella medaglia che un’altra ferita. Mai più.Era idealismo romantico il mio? No, per niente. Morto e sepolto. Piuttosto idealismo di tipo professionale …Era agosto e mi ero laureata a maggio. Avevo iniziato il mio primo lavoro a tempo pieno da cinque settimane ed ero  ancora determinata a ‘fare la differenza’ nella vita delle persone che incontravo nel mio lavoro di bibliotecaria. Sede della biblioteca e mia era Darren, in Michigan, perfetto esempio di città in declino postindustriale e tutt’altra cosa  rispetto a dove ero cresciuta io,  un migliaio di miglia  più a sud, nella periferia di Charleston. Darren non mi piaceva, ma un lavoro era un lavoro e il mio appartamento, due piani sopra a un bar deprimente affacciato sulla strada principale,  costava una miseria.Per la biblioteca facevo molto lavoro esterno, viaggiando la maggior parte della settimana nelle città limitrofe, nessuna delle quali era economicamente fiorente. Il lavoro da fare era molto vario.Al lunedì rimanevo nella biblioteca vera e propria. Al martedì e mercoledì ero a Larkhaven, un ospedale psichiatrico a quindici  miglia dalla città, un bel posto nascosto tra boschi e un gradito cambiamento rispetto agli edifici abbandonati e alle aree industriali dismesse di Darren. Il martedì lavoravo nel reparto pediatrico, leggevo ai più piccoli e aiutavo con i compiti gli adolescenti . Il mercoledì lavoravo mezza giornata, passavo la mattina con gli anziani del reparto demenza senile e Alzheimer. Leggevo, consegnavo libri, scrivevo lettere a mano o email al computer per i pazienti con l’artrite o con problemi di vista. La settimana prima avevo aiutato un uomo a scrivere una lettera alla sua innamorata, una rossa tutto pepe di diciannove anni, mi aveva informato. Aveva intenzione di sposarla quando sarebbe uscito da quel campo di lavoro coreano dimenticato da Dio.Sua moglie, dai candidi capelli bianchi, sedeva di fronte a noi, con le mani serrate, il sorriso tirato mentre le lacrime le scorrevano lungo il viso. Mi domandai se piangesse per la perdita della passata storia d’amore … o per il fatto di non essere mai stata rossa, né di aver saputo che il marito nutrisse affetto per una che lo era.I giovedì li passavo sulla biblioteca mobile, guidata dalla mia collega Karen. Madre divorziata con due figli  adolescenti, era irritabile e poco loquace, nonostante le vivaci camicie a fiori che
dominavano  il suo guardaroba, però mi faceva ridere. I giovedì passati fuori, sulla strada, con un sacco di pause caffè, mi piacevano molto. Mi facevano venire in mente le estati di un tempo, con mio padre. Era un agente della polizia stradale e io ero la sua cocca, mi faceva andare in macchina con lui qualche volta, durante quella che lui chiamava La Caccia. A volte mi faceva tenere la pistola radar. Ho visto molti  poliziotti bere un sacco di caffè quando avevo undici, tredici anni. E anche molta gente venire arrestata. Li sentivo dare calci al pannello dietro il mio sedile. Ero  terrorizzata ed eccitata al tempo stesso, come se mi trovassi in una gabbia anti squalo.Però nel carcere di Cousins non ci sarebbe stata nessuna paratia  infrangibile  fra me e i criminali. Un tavolo, forse. Nemmeno quello, se dovevo sedermi di fianco a loro per mostrare come compilare dei moduli di domanda online o come usare un word processor o un catalogo digitale.  Niente fra me e loro se non la guardia poco distante. E quello avrebbe potuto tenere a bada le loro mani, ma i loro sguardi? I loro bisbigli?Rabbrividii, chiedendomi che razza di suonata autolesionista  avrebbe avuto  bisogno che le dicessero  di non vestire sexy durante una visita  a un carcere di media sicurezza.Chi gioca col fuoco…, pensai, si becca ustioni di terzo grado. I malintenzionati non avevano bisogno di molta esca per abboccare.
Per sottolineare  l’avvertimento, feci girare la mandibola finché non udii quello schiocco. Una volta non lo facevo. Non prima di quella sera in cui mi presentai a casa del mio ex ragazzo con la marca sbagliata di rum. L’avevo pagato in contanti al negozio dei liquori e pagai di nuovo con quello schiaffo, così forte che la stanza per mezzo minuto diventò tutta bianca e il timpano mi scoppiò come un colpo di pistola, emettendo di riflesso un suono metallico.Non ti picchierò mai più.Quante volte me l’aveva promesso prima che lo lasciassi? Una dozzina, forse. Ma quel colpo alla testa, mi risvegliò per sempre.Non ti picchierò mai più. E io avevo pensato: No, col cazzo che lo farai ancora. Dopo i soliti lamenti da ubriaco aveva perso conoscenza, io gli presi un biglietto da venti dollari dal portafoglio per il rum e gli scrissi una succinta lettera d’addio con il pennarello indelebile sul retro della mano con cui mi aveva colpita.
FOTTITI.All’epoca del mio trasloco a Ann Arbor quell’autunno, l’udito mi era ritornato. Avevo avuto bisogno di un cambio di scena. Di un luogo con gli inverni nevosi, dove gli uomini parlavano con il duro e onesto accento del nord, incapaci di addolcire le loro vuote promesse con lo smielato accento del sud.Non dissi mai a mio padre le ragioni del mio trasferimento, perché a volte i genitori hanno bisogno di essere protetti. Non lo dissi nemmeno a mia madre, non a chiare lettere almeno. Quando lei mi abbracciò per salutarmi vicino alla macchina di mio padre, carica di tutta la mia roba, mi sussurrò:  « Quel ragazzo non mi è mai piaciuto. La prossima volta scegli con la testa.»
A me stava bene, a patto che ‘la prossima volta’ fosse molto in là da venire.
***

La macchina che mi aveva aiutata a fare il trasloco a Ann Arbor adesso era mia, una solida station wagon color bordeaux. Mi misi al volante alle sette e mezza con il pigro sole del nord che faceva capolino dietro gli edifici a est e rimasi a sedere lì, abbracciando la borsa piena di libri e di fogli per gli esercizi che avevo preparato, contando i miei respiri. C’erano degli altri libri sul retro della macchina, una donazione per la libreria della prigione. Karen aveva già fatto il suo servizio da bibliotecaria esterna a Cousins ( una condanna di quattro anni, la chiamava lei) e mi spiegò che la loro cosiddetta biblioteca era in realtà uno sgabuzzino pieno di libri. Nessun ripiano, nessun ordine, solo alte pile di libri vari di seconda mano.« Ho sempre detto a me stessa che avrei trovato un’ora di tempo alla settimana per metterla  a posto,» mi aveva detto Karen il giorno prima, mentre percorrevamo la contea a bordo della biblioteca mobile. «Per prendere un assortimento del genere di  cose che a loro piacciono davvero, come i thriller, i libri di spionaggio e le memorie  di guerra, e che avrei tampinato  qualcuna delle guardie perché mi desse un carrello per  andare su e giù per i blocchi della prigione a distribuirli. Ma dico sempre a me stessa anche che perderò quindici chili e invece eccomi qui. »Aveva alzato le spalle. « Sono un mucchio di uomini che hanno fatto degli errori violenti e da coglioni. Sono privati della loro dignità, accalcati in gabbie da cani ad infettarsi l’un l’altro con la loro rabbia. E a imputridire. E a desiderare di non aver mai fatto quegli errori da coglioni. »« Qualcuno ti ha mai toccata? »« No. Ma io sono una grassa vecchia brontolona esaurita. Probabilmente  gli ricordo le loro
madri, o qualche insegnante che gli predisse che non avrebbero mai fatto nulla di buono nella vita. Mi sono presa la mia buona dose di insulti, naturalmente. E di inviti. Anche una proposta. Sono disperati, dopo tutto. Ma tu…bè, stai attenta con quelle gambe e quelle lentiggini. E fatti degli amici fra quelli che hanno il Taser alla cintura. »« Qualcuno ha mai provato ad estorcerti qualcosa? » Recentemente avevo letto troppi racconti allarmanti   su guardie carcerarie e fidanzate di detenuti che venivano convinte con l’adulazione da qualche detenuto carismatico a portare droga dentro alla prigione, attirate pian piano fino a non poterne più uscire, finchè le loro famiglie venivano minacciate da gente senza scrupoli, amici esterni dei detenuti. Ero anche rimasta alzata fino a tardi a guardare troppe storie criminali di Dateline.Karen aveva detto che mai nessuno aveva provato a estorcerle qualcosa. E io non ero una di quelle donne sole che usavano il sistema di scambio di corrispondenza con la prigione come servizio di appuntamenti. L’uomo più simpatico, più onesto, più affascinante del mondo non sarebbe probabilmente riuscito a sedurmi, perciò nessun problema su quel fronte. L’unico tipo di  azione che mi poteva interessare era quella tra me e la mia mano destra, e anche con lei ci eravamo allontanate da tempo. Semplicemente, non c’era stato nessuno su cui mi importasse fantasticare ed erano secoli che non c’era. Oppure, non c’era più carburante in me che potesse prender fuoco, anche se acceso dalla giusta scintilla d’attrazione.  A volte temevo che il mio ex mi avesse picchiato così forte da rompere  il centro del desiderio nel mio cervello.No, pensai inserendo la chiave nel cruscotto, ti ha solo tolto tutta la fiducia.
Volevo una famiglia, un giorno, perciò sapevo che avrei dovuto aggiustare qualsiasi cosa il mio ex avesse rotto, ma potevo procrastinare il problema per il momento. Oggi più che  mai ero quasi grata di essere diventata cosi diffidente.Prima di mettere in moto la mia macchina, tirai fuori il telefono e feci il numero di mia madre.« Ciao, mamma, sono Annie.»« Ciao, piccola!» Sentire una voce familiare mi riscaldò. Avrei voluto essere ancora a casa dei miei, rannicchiata sulla vecchia altalena imbottita del portico. «E’ oggi il giorno fatidico?»« Sì. La mia prima sessione inizia alle nove.»« Per quanto tempo in tutto?»«Tutta la giornata, finisco alle cinque. Con un’ora di pausa per il pranzo.»Lei tirò un lungo sospiro e io feci lo stesso.«Andrà tutto bene, bambina. Basta che fai quello che ti dicono le guardie, e non lasciare che nulla di quello che ti dicono quegli uomini possa abbatterti.»« Più facile a dirsi che a farsi.»« Ce la puoi fare. Sei molto più forte di quanto tu pensi.»«Non so.»«Beh, lo so io,» disse lei, sentivo in sottofondo un cucchiaino che rimescolava in una tazza. «E se ti viene da pensare di non essere all’altezza di questo compito, ricordati le mie parole: sono cavolate. Va bene?»«Okay. Grazie, mamma. Ti farò sapere come va.»«Bene. Buona fortuna, piccola. Ti voglio tanto bene.»«Ti voglio bene anch’io. E a papà. Ci sentiamo stasera.»«Allora ciao, per ora.»Spensi il telefono. Girai la chiave nel cruscotto, misi la mia vecchia Escort in carreggiata e mi diressi verso l’autostrada.Il viaggio durò circa trenta minuti e la pancia mi si stringeva a ogni miglio. Quando raggiunsi il cancello d’ingresso di Cousins, la gola mi bruciava per l’acidità di stomaco.Mi fermai davanti alla sbarra di ferro del casello del custode.«Per cosa?» mi chiese.Gli mostrai il pass che mi era stato mandato per email. Anne Goodhouse. Personale secondario.
«Sono della biblioteca pubblica di Darren. La nuova bibliotecaria est…»«Passi pure,» disse lui alzando la sbarra. «Ci sono indicazioni per il parcheggio degli impiegati . Stessa cosa per l’ingresso del personale.»«Grazie.»Trovai uno spazio dove parcheggiare e raccolsi le mie cose. Avevo i nervi a fior di pelle per la paura dell’ignoto e il timore di aver fatto tardi; mi era stato detto che ci sarebbe voluta un’ora piena per l’orientamento e per il ‘protocollo di sicurezza’ prima della visita.Appena passato l’ingresso mi venne incontro una guardia carceraria donna, bassa e ben piazzata.«Benvenuta a Cousins,»mi disse Shonda dopo le presentazioni, il tono simile a quello di una mamma i cui pargoli mettono a dura prova la pazienza. Aveva un’aria di stanco, immotivato fastidio, diretto a nessuno in particolare. Portava un’aderente divisa color kaki e uno chignon ancora più stretto.« Le faccio fare un giro, ma prima devo perquisirla.»«Va bene.» Ero passata rapidamente  a un atteggiamento calmo e obbediente, la mia voce suonava quasi allegra, come se mi avesse offerto un caffè, non una perquisizione.Shonda mi portò dentro a una stanza poco distante,  rivestita di mattonelle e con la scritta Reception. Non aveva porta, ma solamente una piccola rientranza attorno a un muro di fronte all’ingresso, come il bagno di un aeroporto.  All’interno non c’era gran che, a parte un grande tavolo rotondo, un serie di armadietti e due telecamere di sicurezza.«Devo chiederle di darmi la borsa e le scarpe, di svuotarsi le tasche e poi di spogliarsi, per favore.»  Dannazione. Le porsi la borsa, le chiavi e il telefono, calciai via le scarpe e le diedi anche quelle. Mi spogliai, rimanendo ferma in piedi al colmo dell’imbarazzo, mentre lei se la prendeva comoda a esaminare tutto il contenuto della mia borsa. Poi passò in rassegna ai miei abiti, osservandoli da vicino, tastando ogni cucitura.
«So che questo può sembrare molto invasivo,» osservò in tono casuale, «ma deve esserlo, quando la facciamo entrare fra i detenuti.»«Certo.» Qualsiasi cosa. A me sta bene. Dio non voglia che debba scoprire nel modo peggiore che qualcosa sulla mia persona possa essere trasformato in coltello dall’estro di qualche uomo disperato.«Si accovacci e tossisca, per favore.»Lo feci, con la faccia in fiamme. Karen mi aveva avvisato di tutto questo, ma fra il temerlo e il viverlo in prima persona non c’era paragone. Mi chiesi quante volte i detenuti dovessero farlo. Ogni giorno? Ogni volta che lasciavano il cortile o l’area visite? Si poteva chiamarla vita, quella?Sopravvissi a questo primo assaggio di degradazione e mi rivestii velocemente.«Questi li mettiamo qui,» disse Shonda, tirando giù un piccolo cestino di plastica da sopra gli armadietti e gettandoci dentro le mie chiavi e il telefono. Verranno conservati dietro al banco della reception , ma potrà accedervi tutte volte che sarà nella zona sicura. » Mi spiegò queste cose in modo meccanico, era chiaramente un discorso che faceva più volte alla settimana. Mi guardò fisso negli occhi, inserendo i pollici nella sua spessa cintura di cuoio.Parlando lentamente e scandendo le parole, aggiunse: « Mentre sarà  un membro del personale secondario del Penitenziario di Cousins, si atterrà agli standard di comportamento di tutti gli impiegati del PdC. Non entrerà in aree vietate alla sua autorizzazione di sicurezza. Non filmerà o fotograferà la struttura senza una specifica autorizzazione a riguardo. Non introdurrà nel carcere articoli illeciti. Non accetterà  articoli illeciti dai detenuti. Se troverà articoli illeciti, li consegnerà immediatamente all’ufficiale di  guardia più vicino. Ha capito?»«Sì.»Pensavo di aver finito, ma lei continuò.«Non fornirà materiale consentito a un detenuto senza espressa autorizzazione scritta di un membro qualificato del personale. Non accetterà regali da un detenuto, siano essi materiali o promessi verbalmente o per contratto scritto. Non parlerà a un detenuto né lo toccherà in modo inappropriato… »Il discorso andò avanti per oltre cinque minuti, dopo di che mi venne consegnato un foglio di quattro pagine stampate in piccolo in cui venivano illustrate in modo dettagliato tutte le regole, corredate da indici che indicavano cosa veniva qualificato come  illecito o inappropriato e così via. Lo lessi e lo firmai sotto lo sguardo attento di Shonda e nell’attimo in cui glielo consegnai il suo atteggiamento si addolcì.« Bene, allora. La faccio un po’ ambientare, signorina Goodhouse.»Lasciò il modulo e le mie cose non consentite a un giovane con i capelli biondi a spazzola dietro al banco a semicerchio della reception.«Ryan, questa è la signorina Anne Goodhouse, la nuova bibliotecaria.»Ryan sorrise e mi strinse la mano. Sembrava un ragazzo delle mie parti, Charleston, un tipo da squadra universitaria di football o un entusiasta giovane Marine, prima di andare in zona di guerra. «Benvenuta a bordo, Anne.»«Grazie.»
Prese le mie cose, muovendosi sulla sedia girevole e facendo tintinnare le chiavi mentre le riponeva in uno degli scomparti dell’armadietto con gli scaffali a giorno alle sue spalle. «Sei la sostituta di Karen, vero?»«Sì.»«Ai ragazzi è piaciuta subito.»Davvero? Karen non era una abituata a tessere le proprie lodi, ma mi aveva dato  la netta impressione che ai detenuti fosse piaciuta quanto un pugno in un occhio.«Sono sicuro che andrà tutto bene,» mi disse Ryan. « Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa.»«Ha bisogno di un pulsante antipanico,» fece notare Shonda. Il suo sopracciglio alzato voleva dire: te lo saresti ricordato se non fossi stato tanto impegnato a flirtare.
«Certo.» Ryan aprì un cassetto di metallo chiuso a chiave e rovistò al suo interno per trovare un apparecchio che  sembrava un cercapersone. Schiacciò qualche tasto  sul suo computer, spinse un bottone sull’apparecchio, schiacciò ancora qualche tasto, digitò qualcosa sul pc e finalmente me lo consegnò. Lo agganciai all’anello della cintura e pregai di non avere mai bisogno di usarlo.Con un giro di chiave ( una delle mille che aveva appese al suo stracarico portachiavi), Shonda mi fece passare attraverso una pesante porta di metallo e lungo un breve corridoio.        « Svolgerà la maggior parte delle attività nella classe B e può usare l’ufficio numero quattro quando non è impegnata. Lì non potrà però tenere  molte cose in modo permanente, lo condivide con un certo numero di esterni, ma le libererò un armadietto.»«Perfetto.»«C’è un computer con stampante, uno scanner e  la linea telefonica.» Un altro giro di chiave e venimmo inghiottite da un’altra porta per trovarci di fronte ad un altro muro bianco. «I membri del personale esterno non possono usare i cellulari qui dentro. Mi spiace.»«Sopravviverò.»« Con il suo pass può entrare nell’ala degli uffici, nelle sale pausa e ristoro, nei bagni e nell’ala amministrativa. Quella che chiamiamo zona verde. I detenuti senza scorta non possono entrarci. Potrà anche accedere alla sala di ricreazione e alle classi. Sono nella zona arancione, condivisa da personale e detenuti. Non potrà accedere al cortile, alle celle, alla palestra e così via, la zona rossa, così come  a tutte le aree blu che sono riservate al personale di sicurezza.  »«Okay.»«Non si preoccupi se non riesce a ricordarsi tutto, le porte d’ingresso sono dipinte a colori  proprio per far capire in quale zona si sta entrando.» Picchiettò con la mano  sulla cornice di metallo della porta che stavamo attraversando. Arancio. Sentii il mio stomaco contrarsi. Le gambe avevano voglia di fare dietro front e riportarmi a grandi passi fuori da lì , alla luce del sole. Sentivo dei rumori attraverso l’acciaio della porta, alcune grida isolate e attutiti suoni metallici.«Stiamo entrando nella sala ricreazione,» disse Shonda, inserendo un’ultima chiave
schiacciando dei numeri su una tastiera. «E’ l’area con più personale di guardia  a Cousins. I detenuti possono muoversi liberamente fra qui e le loro celle, a patto che al momento siano, come diciamo noi, ‘docili’. Si guadagnano privilegi di movimento con la buona condotta.»
Questo era stato detto per rassicurarmi, ma sentivo solo freddo, un freddo gelido.«Le parleranno,» mi disse Shonda, il dito  ancora posato sulla tastiera. «Lei non li deve considerare. Avrà una guardia davanti e una dietro. Tenga lo sguardo fisso davanti a lei. Può sorridere o no, ma l’importante è che cerchi di mostrare sicurezza. Faccia finta, se è necessario. »Oh, sì, era necessario.«Non mi sembra il tipo che sculetta, ma glielo dico comunque, cammini come se Dio o sua madre  non le avessero dato i fianchi o il sedere.»«Certo.»Mi lanciò un’occhiata materna e aggiunse, «nessun membro del personale esterno è stato assalito nella sala ricreazione negli ultimi dieci anni.»Evviva.Schiacciò l’ultimo numero e la lucina rossa sulla tastiera diventò verde lampeggiante ed emise un bip.Shonda entrò e io la seguii.L’aria rimase alle mie spalle, il suo diritto d’accesso era strettamente limitato alla zona verde.La sala ricreazione era lunga, fiancheggiata da porte di celle su un lato e sovrastata da due file di altre celle al piano superiore, oltre una ringhiera. Non c’erano sbarre; ogni porta era di metallo dipinto con una chiusura a chiavistello, una finestrella e un paio di numeri a stampo. C’erano corpi in movimento e altri fermi, i detenuti in blu scuro, le guardie in color kaki.
Era una giungla di rumore incessante. Le suole delle mie scarpe sbattevano rumorosamente sul pavimento a ogni mio passo e tutto risuonava, cento rumori acuti che si riflettevano sul cemento, l’acciaio e il vetro. Stavo affogando in quel frastuono, persa nella fragorosa cascata di tutte quelle grida, delle porte che sbattevano, dei colpi e dei rumori metallici.Una dozzina di tavoli rotondi erano inchiodati al pavimento e attorno ad ognuno di essi c’erano quattro sedute attaccate a un pilone centrale da cui sporgevano a novanta gradi. I detenuti, a piccoli gruppi, stavano curvi sui tavoli o in piedi attorno ad essi e chiacchieravano.
Era tutto più rilassato di quanto avessi immaginato, e ricordai a me stessa che solo a quelli  con una buona condotta era consentito di girare liberamente.
C’erano diverse guardie appostate lì vicino e una di loro, un nero dal fisico massiccio di circa cinquant’anni, ci venne incontro.
«Lei deve essere la nostra nuova bibliotecaria,» mi disse. «Io sono John.»
Gli strinsi la mano. «Anne.»
«Dov’è diretta?» chiese John a Shonda. «Agli uffici?»
Lei annuì e rivolgendosi a me, disse: «Segua John, io starò subito dietro di lei.»
Avrei voluto chiedere un momento per ricompormi, per prendere una bella boccata di ossigeno fuori dalla pesante porta alle mie spalle, ma John si stava già muovendo. I suoi passi erano lenti e rilassati ed esibiva quel genere di camminata dinoccolata che a me, in quanto donna, era vietata. Tenni i fianchi rigidi, la schiena dritta come un palo della luce. Indossai la borsa a spalla, lasciando che nascondesse il profilo del mio seno.
Le conversazioni si interruppero, trasformando la folla caotica dell’auditorio in un ronzante alveare. Occhi mi seguivano. C’erano forse quaranta uomini sul piano e una dozzina in più su quello superiore, appoggiati alla ringhiera di fronte alle celle. Il panico mi mise in gola una raffica di domande: Perché hanno il permesso di stare fuori così? Cosa importa se mi prendete le chiavi, quando potrei essere strangolata a morte nel giro di un minuto?
Sentivo su di me arrivare da ogni parte sguardi che non potevo oggettivamente vedere, ma che avevano lo stesso effetto di vere mani che mi sfioravano il corpo. Cercai con tutta me stessa di rimanere calma, come se l’avessi già fatto in precedenza. Non sarei ma potuta passare per una dura, come Shonda, o come una bella rilassata come John, perciò non ci provai neppure. Puntai invece all’invisibilità,  anche se, naturalmente, non funzionò.
«Finalmente il venerdì coniugale,» disse uno dei detenuti, magro e di pelle nera, battendo le mani. « Dove ci mettiamo in fila?»
Un paio di tizi si misero a ridere e alle mie spalle Shonda sbottò: «Continua pure Wallace. Vai avanti  a parlare fino allo spaccio per quello che mi importa.»
Wallace bofonchiò qualcosa, apparentemente per nulla toccato dal rimprovero. Avevo male al petto, ai polmoni e alla gola. Li sentivo stretti e riarsi. Avevo male dappertutto, come se i loro sguardi mi ferissero.
Quando attraversammo una stazione ottagonale a pannelli di vetro nel centro della sala ricreazione, ci fu un cambiamento demografico; improvvisamente, tutte le facce marrone scuro erano sparite per lasciar spazio a un piccolo contingente di latini, nei due tavoli poco distanti, e poi erano tutti bianchi. La divisione era così ovvia che mi sentii a disagio.
E fui ancora più in imbarazzo  quando uno dei latini lanciò un lungo fischio. Quando nessuno dei detenuti bianchi disse nulla, o almeno nulla che io riuscissi a sentire, mi sentii minacciata. Bisbigliavano, invece, o si leccavano le labbra, facendomi quasi rimpiangere Wallace e il suo stile gioviale di molestia. Ero grata al fatto che il mio viso fosse diventato tanto freddo e insensibile da essere  esangue; arrossire mi avrebbe incriminato. Sarebbe sembrata una dichiarazione di debolezza, un tipo di ritrosa seduzione pericolosamente femminile .
Uno dei detenuti spiccava nel gruppo, anche stando seduto. Spiccava nella sua immobilità e concentrazione, anche quando uno dei compagni gli diede una gomitata ad un braccio.
Il cuore, che mi batteva all’impazzata, si calmò all’improvviso. Inquietante, come quando gli uccelli si azzittiscono in attesa di uno sparo.
Era ben piazzato. Alto, spalle larghe, ma non massiccio. Diversamente da molti altri detenuti non aveva i capelli rasati. Anzi, i suoi, quasi neri, gli si arricciavano dietro le orecchie e avrebbero  avuto bisogno di  un buon taglio. Aveva sopracciglia, ciglia, barba e occhi scuri.
Ed era bello. Bello da togliere il fiato. Tra le mani aveva un mazzo di carte diviso a metà, come si fosse fermato nell’atto di mischiarle. Alcuni degli uomini indossavano tuniche e pantaloni blu scuro, altri t-shirt blu, altri ancora canottiere bianche. Lui  aveva una t-shirt con  la scritta
COUSINS stampata sul davanti, sopra al numero 802267. Quelle cifre mi si impressero nella memoria, come un marchio a fuoco.
L’uomo mi osservava, ma non come facevano gli altri.
Se stava cercando di immaginarmi nuda, il suo viso non faceva trapelare nulla, anche se la sua attenzione non era certo minima. Mentre passavo vicino alla sua zona, mi aveva seguito girando tutta la testa, ma con uno sguardo  indolente, gli occhi pigri, semichiusi e tuttavia intensi. Cento sguardi diversi riuniti in uno solo. Non mi piaceva. Non riuscivo a interpretarlo. Almeno con gli stronzi arrapati sapevo con chi avevo a che fare.
Mi domandai quale fosse la cosa peggiore che si potesse fare per essere comunque mandati in un carcere di media sicurezza.
Sperai di non dovere mai sapere la risposta.
E pregai il cielo che il detenuto 802267 non avesse firmato per partecipare a uno dei miei programmi del giorno.

FINE PRIMA PARTE 


TI E' PIACIUTA LA PRIMA PARTE DI QUESTO LIBRO? VORRESTI LEGGERNE DI PIU'? COSA PENSI DELLO STILE DI QUESTA AUTRICE?  TI PIACEREBBE FOSSE PUBBLICATO DA UNA CASA EDITRICE ITALIANA? PARTECIPA ALLA DISCUSSIONE E FACCI SAPERE IL TUO PARERE. 

NEI PROSSIMI GIORNI PUBBLICHEREMO LA SECONDA PARTE.



18 commenti:

  1. Affascinata. Non vedo l'ora di leggere il seguito. E grazie per questa magnifica iniziativa.

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  2. Intrigata e incuriosita. È una bella iniziativa, leggerò sicuramente i prossimi appuntamenti.

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  3. molto carino, ci hai lasciato proprio quando la cosa si fa interessante!!

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  4. Aspetto con ansia il seguito e soprattutto non vedo l'ora di sapere il nome dell'autrice!
    Cristina G.

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  5. Posso barare? Io l'ho già letto dietro suggerimsnto di Francy! Bello!

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  6. Mi piace!
    Stile scorrevole e trama stimolante, non vedo l'ora di continuare con i prossimi capitoli.

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  7. Aspetto assolutamente la seconda parte. Spero lo pubblichiate presto!!! Grazie!!!

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  8. Intrigante! Spero che la seconda parte arrivi presto....

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  9. Brava anonima sei una vera segugia del web! Ma questo è un giochino fra noi, perciò ho tolto tuo commento per il momento...dai manteniamo ancora un po' di suspense ... tra qualche giorno sveliamo l'arcano anche a chi non ha voglia di far ricerche. In ogni caso tu hai indovinato per prima la prossima volta firmati però. :-)

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  10. davvero bello, l'ho letto in inglese e concordo andrebbe tradotto

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  11. Anch'io sono andata alla ricerca e l'ho trovato ma shhhh!!! Mi sembra davvero ne valga la pena ma le speranze che le nostre CE "rispondano" sono davvero poche.

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    1. Concordo con te Maria Cristina, purtroppo...l'argomento trattato non mi pare tra quelli particolarmente in voga di questi tempi...anche se si tratta di una storia piuttosto hot e romantica al tempo stesso...

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  12. Attendo con trepidazione il seguito. Al momento è tutto un po' vago ma intrigante e la mia fantasia ha preso il volo sui possibili prossimi scenari. Grazie per la gradita novità.

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  13. Attendo con trepidazione il seguito. Al momento è tutto un po' vago ma intrigante e la mia fantasia ha preso il volo sui possibili prossimi scenari. Grazie per la gradita novità.

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  14. Che bella idea hai avuto, Francy! L'ho letto tutto d'un fiato. :-)

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  15. Sono arrivata a leggere solo ora...curiosa di leggere il seguito (grazie per questo regalo). Sono sicura di aver letto in qualche sito la trama di questo romanzo, anche se non ricordo ne' titolo ne' autrice ciao Maristella

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    Risposte
    1. Se vai alla terza parte svelo il titolo, Maristella...Così se ti viene voglia di leggerlo in inglese dai di cosa si tratta.

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    2. Se vai alla terza parte svelo il titolo, Maristella...Così se ti viene voglia di leggerlo in inglese dai di cosa si tratta.

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