SEI SETTIMANE DOPO di Eva Palumbo





Era arrivato il primo giorno in cui avevo avuto la sensazione che l'estate stesse per finire.
Il vento era fresco, non più un sollievo ma un leggero, leggerissimo fastidio. Le prime foglie dei platani avevano cominciato ad ingiallire, le giornate avevano iniziato ad accorciarsi. La sera rientravo prima in casa perché l'aria che veniva su dal fiume mi faceva rabbrividire.
Di lì a poco sarebbero esplosi i colori autunnali che rendevano meravigliosi i miei boschi, e io  avrei ricominciato a portare tutti i miei nipoti sui sentieri, alla ricerca di funghi.
Sara, Betta ed io avremmo cominciato a vederci nel salotto del "Cervo Bianco", sempre più  una casa invece che la locanda affollata che era stata per tutta l'estate, e non sulla panchina davanti al negozio di Carla, nel piccolo spiazzo di fronte al ponticello dove ci trovavamo adesso, a sbocconcellare in silenzio il nostro panino durante la pausa pranzo.
Poi sarebbe arrivato l'inverno, il freddo vero e pungente, il buio.
E finalmente fuori sarebbe stato com'era dentro.
Dentro di me.
Da quando Tommaso se n'era andato.E apparentemente la vita era continuata come prima di conoscerlo.
Era stato come se non l'avessi mai incontrato. Come se non fosse successo niente. Invece... oh, invece qualcosa era successo. Eccome.

Mi chiamo Giorgia, ma mi chiamano tutti Gio (se non vogliono farmi arrabbiare).
Ho quasi trent'anni e vivo in un paese di montagna, all'ombra della cima del Pizzo Emet. Faccio la veterinaria, e probabilmente penserete che è un mestiere carino: gattini, cagnolini, al massimo qualche rettile eccentrico...
Ecco, no. Niente di tutto questo.
Io sono una veterinaria dei grandi animali. Cavalli, asini, mucche... i grossi animali delle fattorie, quelli che sporcano e puzzano e che quando scalciano fanno male. Aiuto gli allevatori dei dintorni a far partorire le scrofe. Ferro stalloni. E qualche volta, mi è capitato anche di aiutare le guardie forestali a mettere il radiocollare ad un orso. Insomma, non sono proprio la classica trentenne single e in carriera con tailleur e Blackberry che potreste trovare, che so, a Milano.
Anche perché qui i telefonini prendono con difficoltà.
E se mi mettessi un tailleur, oltre a imprecare per averlo sporcato irrimediabilmente di terra, fango e chissà cos'altro solo trenta secondi dopo, i miei fratelli mi prenderebbero in giro fino alla fine dei miei giorni. E tre fratelli maggiori che ti prendono in giro, badate bene, sono pesanti da sopportare. Davvero pesanti, ve lo posso assicurare.
Sì, avete capito bene. Tre fratelli più grandi di me, tutti sposati e pieni di figli. Credo di essere a quota sei nipoti... ogni tanto perdo il conto.
Viviamo tutti nel raggio di poche centinaia di metri, come una grande famiglia felice.
In realtà l'intero paese, poco più di mille abitanti in inverno, dieci volte di più d'estate, è una grande famiglia, in cui chiunque è imparentato in almeno due modi, per quanto remoti, con chiunque (avete presente, no? La figlia della nipote del fratello di mio marito ha sposato il cugino del figlio della cognata di mio zio...).
Da quassù non si passa per caso, ci si deve proprio voler venire, e credetemi, non sono molti i milanesi che decidono di farlo. E se per caso qualcuno ha proprio necessità di fare un salto quassù, magari, perché eredita una fattoria da un prozio dimenticato e fa la pazzia di salire fin qui per vedere com'è fatta prima di vendere tutto, sicuramente non decide di fermarsi per più di qualche giorno.
Come dicevo, vivo in un paese di montagna, dove non si sa nemmeno cos'è la mondanità, dove ci sono cinque ristoranti, due locande e un campeggio, dove nevica da novembre a marzo e la vita scorre tranquilla. Un po' noiosa, forse, ma rilassata e felice.
Ed è un bel posto dove far crescere bambini. Certo, appena superi l'età in cui cominciano a chiedere a te perché non sforni un certo numero di marmocchi da far correre giù per i pendii, dietro alle capre, come se fossero Heidi e Peter, devi allenarti a sorridere come un'ebete e a non rispondere che:
1) non te ne frega niente di riprodurti, e
2) comunque non hai nessuno di decente con cui eventualmente poterlo fare.
Difficile trovare l'anima gemella in un paese di mille abitanti (compresi gli ottantenni e i lattanti), ancora di più se sei come me, che apparentemente respingo gli uomini intenzionati a creare una nuova famigliola felice.
Non dovete credere a tutto quello che si dice di me, però alcune cose sono vere.
Per esempio, è vero che sono spigolosa, irritabile, decisa e prepotente. Un vero maschiaccio, direte voi.
Provateci voi, dico io, a nascere cinque anni dopo l'ultimo di tre maschi scatenati e irruenti, che per tutta l'infanzia e l'adolescenza hanno avuto la missione di rendere la vostra vita un inferno, tra rane nei capelli e giochi crudeli (Ops! Ci eravamo scordati che stavamo giocando con te a nascondino, scusaci se ti abbiamo lasciato tre ore da sola nella stalla!).
Ho dovuto imparare in fretta a rispondere a tono, ribattere colpo su colpo, e sono diventata abbastanza esperta nell'arte della "vendetta servita fredda". Tutto questo non ha lasciato molto spazio allo sviluppo della mia parte dolce e femminile, ma le mie sono solo difese naturali, capite?
Insomma, non è che abbia avuto mai molto successo in amore, però qualche storia l'avevo vissuta anch'io, soprattutto quando ero a Milano a studiare. Ma da quando ero tornata a casa, riprendendo finalmente a respirare dopo cinque anni in apnea nella grande città, vivevo serenamente da sola nella piccola casa di mia nonna, affacciata sul ruscello che attraversa il paese, e stavo bene così.
Amavo le mie montagne, amavo la mia famiglia (la mia grande, rumorosa, invandente famiglia), amavo il mio lavoro e i miei animali.
Non avrei scambiato tutto quello che avevo con niente al mondo. Certamente, non immaginavo che tutto potesse cambiare così velocemente.
Tre mesi fa, Tommaso è arrivato in città da Milano, rombando con la sua Porsche argentata da avvocato, ha sconvolto la routine tanto tranquilla e familiare del paese, ha fatto irruzione nella mia vita, e prima che potessi rendermene conto, mi sono innamorata.
Ma non è bastato.

Che eravamo diversi, l'avevo capito appena lo vidi.
Che lo eravamo troppo, avrei dovuto capirlo, ma purtroppo l'accecante bagliore dei suoi occhi azzurri, quando si era tolto gli occhiali da sole scendendo dalla sua lucida lussuosissima auto sportiva (una Porsche, sì, va bene, una Porsche... ma chi se ne importa della macchina?) e mi aveva squadrata con lo stesso interesse che avrebbe dedicato a un cartello stradale, mi aveva temporaneamente azzerato le facoltà mentali.
Dovete sapere che io avevo un debole per Chris Evans, il protagonista di Capitan America e The Avengers, avete presente? Cioè, non è che fossi interessata a quel genere di giochi sciocchi del tipo qual è il tuo ideale di uomo e con quale attore faresti una follia e tutta quella roba che si fa ridendo assieme alle amiche mentre dal parrucchiere ci si fa dare una sistemata ai capelli (nel mio caso, si prova a farsi dare una sistemata...), ma, ecco, se Chris Evans mi si fosse parato improvvisamente di fronte e mi avesse rivolto la parola, penso che anche io, ben nota lingua tagliente e spirito indomito e battagliero, avrei avuto qualche difficoltà ad articolare una frase coerente.
Ed ecco che qualcuno in tutto e per tutto simile a Chris Evans, bello come e più di Chris Evans, avanzava verso di me con passo deciso e un'espressione sollevata sul viso, con lo sguardo che saettava dalla mia spiegazzata maglietta viola alla fiancata del mio pick-up, su cui avevo fatto dipingere dal mio amico Roberto, carrozziere ed artista, le parole "Dottor Gio Santoro - veterinario" in mezzo ad un'accozzaglia psichedelica di animali da fattoria dai colori più improbabili.
Lui assunse un'espressione perplessa, mentre io cercavo di riprendermi dalla visione dei suoi occhi azzurrissimi e, in quel momento, strizzati per la forte luce del pomeriggio. Alcune piccole rughe, soprattutto vicino agli occhi e sulla fronte, increspavano un viso dai lineamenti forti e decisi (le tipiche rughe di una faccia accigliata per la maggior parte del tempo). I capelli erano biondo scuro, per quanto potevo vedere, corti e tagliati a spazzola, la barba cominciava appena a velare le sue guance, la fronte era solcata da un paio di rughe verticali.
Mi feci immediatamente l'idea che fosse un uomo che rideva molto poco, e abituato a parlare ancora meno, quanto meno di argomenti colloquiali e rilassati. In più, da una parte notai quanto fosse attraente fisicamente - e lo notò anche qualcosa dalle parti dello stomaco, che si contrasse brevemente lasciandomi una sensazione strana, un lieve calore che si diffuse alle mie guance. Dall'altra, avvertii molta freddezza nel suo atteggiamento generale, come se in pochi secondi mi avesse valutato e avesse deciso che non ero degna della sua attenzione.
Dopo quel primo incontro, non avrei mai, mai, immaginato quello che successe nelle settimane successive.
Avete presente quando dicono che gli opposti si attraggono?
Beh, per noi due, è stato proprio così. Soprattutto la prima parte della frase.
Cioè, non eravamo solo diversi. Eravamo proprio opposti.

Povero Tommaso.
A ripensarci adesso, dev'essere stato un vero shock, per lui, venire a sapere che era costretto a fermarsi in quel buco di paese per almeno un mese, se voleva vendere la fattoria del suo prozio, con stalle, animali e tutto il resto, che valeva una vera fortuna a cui sarebbe stato stupido rinunciare.
Come mi raccontò dopo qualche giorno, quando, impietosita dalla sua aria spersa davanti a 30 mucche da mungere e 12 cavalli da strigliare, stavo trascorrendo l'ennesimo pomeriggio in sua compagnia a dargli una mano, aveva visto l'ultima volta il fratello di suo nonno quando aveva otto anni e la sua famiglia si era trasferita a Milano.
Chissà perché quel suo parente dimenticato aveva deciso di lasciare tutto proprio a lui, e chissà perché aveva messo quella clausola secondo cui, dopo la sua morte, Tommaso avrebbe potuto fare quello che voleva della fattoria, ma solo a patto che vi trascorresse stabilmente almeno un mese da quando ne fosse entrato in possesso. Forse voleva solo che il suo pro-nipote fosse ben convinto della scelta che stava facendo - come se, mi disse Tommaso, esistesse scelta possibile tra la sua fantastica vita piena e frenetica nella grande Milano bene che frequentava con il suo lavoro di avvocato e la piatta esistenza contadina e montanara che scorreva in quella valle dimenticata. Che simpatico, vero?
Eppure, per non rinunciare alla possibilità di entrare in possesso dell'eredità, Tommaso decise di fermarsi da noi, detestandone ogni momento.
Odiava che i telefonini non prendessero bene, costringendolo a vagare per il paese in cerca dell'unico punto di convergenza tra le antenne dei ripetitori (se vi interessa, è la piazza con il Bar di Bepi, per cui tutti ascoltavano senza pudore le sue conversazioni sulle importantissime transazioni finanziarie dei suoi clienti milanesi, di cui con gran fatica provava a occuparsi in remoto).
Odiava l'invadenza dei paesani (io la chiamavo gentilezza), che gli portavano continuamente cibo cucinato in maniera elaborata e pesante (gustosa e verace, dicevo io, altro che quelle schifezze anemiche di città).
Odiava l'irruenza dei miei nipoti e di tutti gli altri bambini del paese, i veri padroni del circondario, che sciamavano ovunque e sfrecciavano in bicicletta per i sentieri tra i campi e  raccoglievano i frutti intrufolandosi nei giardini e negli orti, procurandogli ogni volta un attacco isterico quando toccavano i suoi impeccabili completi di Armani con le mani sporche di terra per fargli vedere la loro ultima scultura di fango.
Ma...
Ma lentamente, giorno dopo giorno, il nodo della sua cravatta cominciò ad allentarsi inesorabilmente.
Cominciò a lasciare a casa la giacca (la giacca? Dio mio, la giacca?) e un paio di volte si arrischiò anche ad arrotolarsi le maniche della camicia sugli avambracci (procurandomi un mezzo infarto - cioè, gli avambracci di Chris Evans erano niente, niente, al confronto).
Una volta si lasciò perfino convincere ad accompagnarmi in una passeggiata nei boschi, all'alba, per cercare le tracce di un orso che era stato visto aggirarsi sui pratoni in quota. Si alzò all'alba. Si mise gli scarponi (glieli prestò mio fratello - e dovevate vedere la sua faccia quando scoprì che dentro erano rimasti i calzini con cui Claudio li aveva usati la settimana precedente).
Insomma, anche se appartenevamo evidentemente a due universi differenti, sembrava che potessimo... sfiorarci, in qualche modo.
Possibile?
E poi, arrivò il giorno della festa in paese, il 10 di Agosto.

La luce del tramonto allungava le ombre, rendeva morbidi i contorni delle cose e faceva sembrare tutto sereno e quasi idilliaco.
L'aria era piena degli stridii delle rondini, e mentre passeggiavamo lungo il torrente, camminando lentamente sulla stradina sterrata che correva a pochi metri dall'argine ricoperto di rovi, si sentivano distintamente le rane che iniziavano il loro concerto serale.
Voli di uccelli, gracidare di rane, passeggiata sul lungofiume....
Ok, andando al sodo... Sì, avete capito bene. Passeggiavamo.
Tommaso ed io, voglio dire.
Mentre camminavamo lentamente, a pochi centimetri di distanza, i miei pensieri sfrecciavano alla velocità della luce in mille direzioni diverse. Non sapevo bene identificare le sensazioni che mi sentivo formicolare nello stomaco, ma per la prima volta da tanto tempo mi sentivo viva, come non mai.
Ero acutamente, profondamente consapevole della presenza di Tommaso accanto a me. Cercavo di comportarmi in modo impassibile ma mi sembrava poco probabile che lui non si fosse accorto della mia agitazione, e questo mi sconvolgeva ancora di più.
Gli lanciai un'occhiata di soppiatto e lo osservai mentre guardava con noncuranza il fiume alla sua sinistra, le cui acque si erano incendiate di riflessi dorati. Aveva le mani sprofondate nelle tasche dei jeans e le spalle rilassate, come se si sentisse del tutto a suo agio, e la sua espressione era imperscrutabile, ma non mi diede la sensazione di essere accigliato, scostante, o quantomeno perplesso o scettico. Per qualche ragione in quel momento sembrava nel posto giusto al momento giusto.
Feci un piccolo sospiro, poi aprii la bocca, senza sapere in realtà quello che avrei detto, ed infatti la richiusi senza parlare. Continuavamo a camminare uno accanto all'altra, avvicinandoci sempre di più al mio giardino, e nessuno di noi due aveva ancora pronunciato una sola parola da quando ci eravamo lasciati alle spalle il brusio della festa.
Presi mentalmente nota di riferire alle mie care amiche, più tardi nella serata o il giorno dopo, quando mi avrebbero senza alcun dubbio dato il tormento per sapere, che con Tommaso non era successo e non sarebbe successo mai niente del genere che quelle due pettegole sembravano sperare, neanche troppo discretamente. Era un uomo che non avrei mai capito a fondo, di questo ero sicura, ma una cosa era certa: da quando ci eravamo conosciuti, non aveva mai dato segno di considerarmi in modo diverso da un'amica, e non posso negare che questo mi dava una punta di delusione (quale ragazza sulla trentina non si sarebbe invece sentita lusingata se un... ragazzi, diciamocelo chiaramente: se un figo come Tommaso non avesse dimostrato apprezzamento e ammirazione per lei?)
Ma siamo sinceri, dai, Tommaso era totalmente diverso da me. Tra pochissimo se ne sarebbe andato e probabilmente non l'avrei rivisto più. Il fatto che lo considerassi il più bell'uomo che avessi mai visto era una valutazione puramente oggettiva. Le farfalle nello stomaco che sentivo quella sera, camminando accanto a lui lungo il fiume, erano sicuramente dovute all'eccitazione della serata di festa...
In poco tempo raggiungemmo casa mia, e mi fermai davanti al cancelletto di legno laccato di bianco, come sempre solo accostato. Presi un altro sospiro, entrai e quando mi girai per richiudere e salutarlo vidi con stupore che invece mi aveva seguita dentro, nel giardino.
— Io... sono arrivata. — balbettai, evidenziando l'ovvio.
Tommaso mi guardò un momento, poi si strofinò il naso ridacchiando:
— L'avevo intuito. Immagino che tu non abbia l'abitudine di infilarti in case non tue, per concludere la serata.
Come tutte le volte che sorrideva, rimasi stupita dal cambiamento che avveniva nei suoi lineamenti. Perdeva immediatamente quell'aria austera e arcigna che assumeva, sospettavo, con il preciso scopo di mantenere gli altri il più possibile alla larga da sé.
E dai suoi pensieri.
Si guardò intorno, osservando il prato, la panchina di legno che guardava il fiume e il boschetto di cactus che le stava accanto, uniche piante in tutto il giardino a parte la recinzione di bassi pitosfori che nascondeva lo steccato dall'interno.
Sogghignò.
— Cactus? — mi si rivolse, ironico.
— Sono facili da coltivare. — mi strinsi nelle spalle — Cioè, fanno tutto da soli, senza bisogno che mi preoccupi per loro. Li ha piantati Sara, sostenendo che in ogni giardino ci devono essere le piante che più riflettono la personalità del padrone, ed Betta le ha dato manforte. Come puoi vedere, le mie amiche hanno davvero un'alta opinione di me e...
Ammutolii, rendendomi conto che mi stava fissando con un'aria strana.
Poi fece due passi ed andò a sedersi sulla panchina, continuando a guardare il fiume davanti a sé e ignorandomi totalmente.
Rimasi spiazzata.
Non sapendo che cosa fare (dovevo, ehm, invitarlo ad entrare per un caffè? Offrirgli qualche cosa da mangiare?), rimasi per un po' in piedi a guardarlo e poi non trovai niente di meglio che andare a sedermi in silenzio accanto a lui.
Facendo bene attenzione a non sfiorarlo nemmeno per sbaglio.
Ormai tutto intorno aveva assunto una sfumatura arancione, e le ombre cominciavano ad addensarsi. Il torrente scorreva lentamente, con il brusio familiare che aveva accompagnato le mie tante serate estive trascorse su quella stessa panchina. Avevo l'abitudine di aspettare il buio seduta proprio lì, da sola, e il fatto che quella sera ci fosse Tommaso accanto a me mi dava una strana sensazione che non riuscivo ad identificare.
Che non volevo identificare, in realtà.
Oh, dovevo stare proprio attenta, perché non mi conveniva proprio cedere agli strani pensieri che in quel momento cominciavano prepotenti a ronzarmi per la testa.
Per esempio, come diavolo era possibile che un uomo avesse delle mani così belle, come quelle che lui aveva intrecciato, poggiando i gomiti sulle cosce e sporgendosi in avanti?
Come sarebbe stato se quelle stesse mani, adesso, avessero preso le mie per accarezzarne distrattamente il dorso?
(Certo, sarebbe stato meglio in assoluto se non avessi avuto i dorsi delle mani ricoperti di graffi e croste, ma dal momento che mi ero occupata proprio la settimana prima della cucciolata di Zen, la gatta dei miei, purtroppo questo era il meglio che potevo offrire al momento).
Come sarebbe stato se lui si fosse girato verso di me, avesse passato le dita in quei capelli morbidi, si fosse strofinato le mani sul viso e mi avesse guardato con un'aria sorpresa ed esitante, aprendo la bocca come se mi dovesse dire qualcosa di importante e...
Ehi, un momento, ma era esattamente quello che Tommaso stava facendo.
Aspetta, aspetta, aspetta.
Che diavolo stava succedendo?
Senza neanche accorgermene, aprii la bocca e lo precedetti, cominciando a blaterare:
— É stata proprio una bella serata, vero? Voglio dire, certamente tu avrai segretamente riso di ogni sciocchezza, tipo il bancone degli arrosticini addobbato con le luci di Natale, ma ti assicuro che erano buonissimi, mio fratello Claudio si è molto dispiaciuto che tu non li abbia voluti assaggiare. D'altro canto, non posso negarlo, avevano un aspetto un po' unto e...
— Ma non respiri mai quando parli, tu?
Chiusi la bocca di scatto.
Ecco, questo è un altro aspetto del mio carattere su cui devo lavorare.
Quando sono nervosa, comincio a parlare a raffica ed è difficile interrompermi.
E per qualche strana ragione, mentre me ne stavo lì, seduta accanto a Tommaso che mi guardava con un'espressione che non gli avevo mai visto sul viso, ecco, sì, quella sera mi sentivo estremamente nervosa.
Quando parlò, la voce di Tommaso aveva un suono... strano. Sembrava... ecco, rassegnata. Di più, oserei dire che sembrava dispiaciuta:
— Dopodomani finisce il mese stabilito. Ho pensato di... credo che andrò via subito dopo. Mi sono davvero attardato troppo, quassù, e per quanto sia rilassante vivere in un paese così isolato e fuori dal tempo... insomma, devo riprendere il mio lavoro Milano. Ho deciso... ho perso fin troppo tempo, quest'estate. Forse avevi ragione, forse avevo bisogno di un po' di vacanza, ma... è tempo di tornare a casa. Ho chiesto ai curatori di mettere la fattoria in vendita appena sarò tornato a Milano.
Non seppi proprio spiegarmi la portata enorme della delusione che quelle parole suscitarono in me, come se non lo sapessi benissimo che Tommaso sarebbe andato via, sarebbe tornato a alla sua vita scintillante da avvocato nella grande e ricca città, lasciandosi alle spalle tutto il fardello di grane e fastidi che l'eredità del suo prozio gli aveva procurato da quando era approdato da noi, poche settimane prima.
Beh, Gio, che cosa ti aspettavi? Era esattamente così che le cose sarebbero andate, lo sapevi e adesso perché ti sorprendevi a desiderare che lui avesse pronunciato parole diverse? E poi, perché avrebbe dovuto? Per... aspetta, non farmi ridere... per te? Perché aveva conosciuto te, avrebbe dovuto cambiare la sua vita e...
Diedi una brusca sterzata alla deriva folle che i miei pensieri stavano prendendo in quel momento, e mi costrinsi a ritornare alla realtà. Mi sforza di rispondere tranquillamente:
— Beh, qualche volta potrai tornare a trovarci... Magari in autunno, quando i nostri boschi sono un vero spettacolo. Mi rendo conto che i tuoi amici di città sono molto più sofisticati ed interessanti ma, in fondo, hai trovato qualche buon amico anche qui, mi sembra... anche se forse un cinquenne che dichiara al mondo che tu sei il suo migliore amico dopo averti abbracciato con le mani ricoperte di fango forse non corrisponde al tuo ideale di frequentazione...
Ridacchiai, ripensando alla sua faccia costernata, anzi di puro panico, quando qualche giorno prima i miei due nipoti più grandi lo avevano costretto a inginocchiarsi per ammirare la loro scultura di fango, nel giardino della locanda di Sara.
Tommaso mi guardò di nuovo, e inaspettatamente sospirò:
— Nuovi amici, già...
OK, la sua voce adesso aveva un tono davvero strano. Lo guardai, esitando:
— Ehm...
Ma lui non rispose, limitandosi a fissarmi mentre si appoggiava allo schienale della panchina e allungava le gambe davanti a sé.
Le sue lunghe gambe. Senza volerlo, senza assolutamente volerlo (sì, come no...), distolsi lo sguardo dal suo viso e percorsi tutto il suo corpo. Osservai il suo petto, largo, con i muscoli che si tendevano sotto la camicia (ok, ragazzi, la camicia? Ancora? Dovevo davvero fargli un discorsetto...), il suo addome piatto, poi mi imposi di saltare rapidamente una certa parte e gli guardai direttamente le scarpe: le sue lussuose, lucide scarpe in pelle, che adesso stonavano un po' sotto il paio di jeans vistosamente nuovi che si era degnato di indossare, visto che finalmente aveva capito che un completo fatto su misura era poco adatto a muoversi da noi.
Forse, soprattutto, era poco adatto a salire nel mia macchina. Non che ci sia niente che non vada, nella mia macchina. A parte la terra, il fango, le briciole delle merende dei miei nipoti e qualcos'altro che non ricordo bene, voglio dire.
OK, adesso blateravo nella mia testa.
Dovevo essere veramente nervosa, ma perché poi?
Non stava succedendo proprio niente.
Certo, Tommaso mi stava ancora guardando, lo sentivo. E con questo? Ero sicuramente in grado di gestire la situazione.
Alzai la testa con decisione, cercando di allontanare definitivamente tutte le mie stupide fantasie e i miei pensieri idioti, e aprii la bocca per congedarlo, ma lui parlò per primo.
— Non mi dispiace che Marco mi consideri un suo amico.
Lo guardai confusa. Di tutte le cose che mi aspettavo di sentirgli dire, questa era davvero l'ultima della lista. Non ero neanche sicura di aver capito bene.
— Marco?... — balbettai, incerta.
— Includendo anche tuo nipote, e mi chiedo perché non dovrei farlo, i miei amici ammontano a... vediamo, uno... — contò sulle dita, un vago sorriso sulle labbra — ... sì, uno, direi.
Scoppiai a ridere, incredula:
— Sei divertente, Tommaso.
— Questo significa che posso conteggiare anche te, tra i miei amici?
— Beh...
— Allora i miei amici sono due— affermò serio, e io non potei fare a meno di allarmarmi. Un pochino.
— Tommaso... — cominciai, ma le parole mi morirono sulla bocca, quando lui ricominciò a sorridere in quel modo vago e distratto che tanto donava al suo viso. Lo rendeva meno arcigno, meno duro, e più... mi veniva da dire più umano, ma non è che sembrasse disumano quando non sorrideva. Era solo che... sembrava tanto lontano da tutto e da tutti, per quasi tutto il tempo, lontano con la mente ed il cuore, intendo, che mi chiesi se da qualche parte, là dietro, dietro a quegli occhi azzurrissimi e imperscrutabili, dietro a quella mascella forte, dietro a quelle spalle larghe... ok, avete capito, insomma, dietro a quella facciata non ci fosse qualcosa di... di profondamente triste.
E poi quello che mi aveva detto, sulla questione dei suoi amici.
Che diavolo voleva dire? Mi accigliai. Per un attimo, solo per un attimo, sul suo viso apparve un'espressione che interpretai come di rimpianto. Ma davvero non capivo.
Lui si portò le mani dietro la nuca, e sospirò, prima di parlare a voce bassa e calma, guardando il fiume davanti a noi:
— Che pace, stasera... non ne vivo molti, di momenti come questo, a Milano... momenti in cui sono seduto a non fare niente, ad ascoltare solo il silenzio, intendo...
— Silenzio? — sorrisi — ma se quasi non ci si sente con tutte queste rane...
— Beh, effettivamente non ci sono molte rane, a Milano!
— Non è vero! — ribattei ridendo — I giardini ne sono pieni! Una volta io...
Chiusi la bocca di scatto. Tommaso si era girato verso di me:
— Gio...
Scrollai le spalle.
— Parlami un po' di te. Che fai quando non lavori, a Milano? Dove andate a divertirvi, tu e i tuoi... amici? — esitai, ripensando alla frase sibillina che aveva pronunciato poco prima.
— Credo che il punto chiave sia proprio l'espressione "quando non lavori".
— In che senso? Voglio dire, avrai anche tu del tempo libero e...
Ancora una volta, le parole mi morirono sulle labbra, di fronte alla sua espressione eloquente. Quando decideva di liberarsi del suo cipiglio, aveva un viso estremamente espressivo.
— E' dura essere un avvocato a Milano, soprattutto se tuo padre è il celebre giudice Sforza, credimi — il suo tono era veramente amareggiato — la mia vita in questi ultimi anni è stata molto complicata. Non ho avuto molto tempo per... per sedermi su una panchina ad ascoltare le rane.
— Sì, effettivamente le rane possono essere un impegno molto pressante — gli sorrisi.
Ci fu un attimo di silenzio, poi lui riprese, un po' esitante, come se gli costasse molta, molta fatica confessarmi qualcosa di sé:
— Non posso davvero dire di avere amici, in città. Frequento qualcuno ogni tanto... a volte vado in palestra, ma soprattutto per sfogarmi un po'... Per la maggior parte del tempo, lavoro. Tanto. E parlo poco... di argomenti che non siano legati al mio lavoro, intendo.
— Hai qualcuna a Milano? — la domanda mi uscì di bocca prima che potessi fermarla, e subito dopo mi misi una mano sulle labbra. Che diavolo mi era preso? — Scusa, non sono affari miei. Ignorami.
— No, non ti posso ignorare — Tommaso si girò a guardarmi con una luce strana negli occhi, e io mi sentii confusa come se quello che lui stesse dicendo avesse un altro significato, oltre a quello letterale. Sentii qualcosa muoversi nello stomaco. E anche più in basso.
— E no, non ho nessuna, a Milano — continuò lui piano, guardandomi intensamente.
Arrossii come una ragazzina e mi proibii di pensare chissà che a proposito delle sue ultime frasi. Mi stava semplicemente parlando della sua vita. Della sua vera vita, quella di Milano, quella a cui sarebbe tornato tra poco, mi dissi. Smettila di pensare, Gio! Scrollai le spalle. Tommaso si voltò e si guardò le mani:
— A volte mi chiedo...
Io aspettai, in silenzio.
Cosa molto strana per me, avevo intuito che l'uomo che mi stava davanti non era affatto abituato a parlare di sé, e che per qualche ragione, in quella serata così particolare, con le ultime rondini che sfrecciavano in un cielo ormai violetto, il profumo della campagna che saturava l'aria, e il mormorio dell'acqua che gorgogliava vicino a noi due, Tommaso aveva deciso di parlare con me. Aveva bisogno di parlare con me. Come se ci conoscessimo da sempre, o forse come si riesce a parlare ad un estraneo, a qualcuno che sai che non rivedrai mai più.
A questo pensiero mi si strinse il cuore.
Quando parlò, Tommaso non mi guardò:
— Quando la sera rientro tardi dal mio ufficio e apro la porta del mio appartamento silenzioso, che una persona di cui ricordo a malapena il viso ha pulito e messo in perfetto ordine mentre io non c'ero, a volte mi domando se quel giorno ho veramente parlato con qualcuno. Se ho chiesto a qualcuno come sta, se qualcuno l'ha chiesto a me. Essendo veramente interessato alla risposta, intendo. E mi rispondo di no. E non è sempre una bella cosa — alzò lo sguardo verso di me — sei molto fortunata, Gio. Tu hai una bella famiglia. Hai degli splendidi amici. Io...
Proruppi in un'esclamazione di sorpresa.
Insomma, avrete immaginato come possiamo essere nella mia famiglia, no? Soprattutto i miei fratelli. Sempre chiassosi, invadenti, indiscreti, sfacciati... Scossi la testa, incredula:
— Mi dispiace tanto, Tommaso. Non dev'essere facile. Non avevo idea che tu fossi tanto...
Esitai, ma Tommaso mi guardò, con un sorriso un po' triste:
— ...solo? Oh, dillo pure, non preoccuparti di offendermi o... Stasera è proprio una strana serata, vero? Siamo qui, seduti uno accanto all'altra a parlare della mia vita... Ti giuro che è l'ultima cosa che avrei immaginato, venendo fin quassù, e... sì, Gio, io sono solo. Sono stato solo tutta la vita. E' sempre stato normale, per me. Mia madre se n'è andata quando io ero piccolo, subito dopo il divorzio, e l'ho vista solo a Natale per anni, prima di lasciar perdere del tutto e limitarmi ad una telefonata ogni tanto. Mio padre... mio padre non ha fatto altro che farmi rimbalzare da una tata all'altra, da un collegio all'altro, finché sono stato abbastanza grande per stare per conto mio. Dev'essere stato un curioso corto circuito mentale che mi ha portato a studiare legge, come lui... forse ho pensato che potessimo trovare un terreno comune. Qualcosa di cui parlare, magari... avvicinarci... Ma ho imparato ben presto che non funziona così. Il giudice Sforza aveva altro a cui pensare. E...
Tacque, quasi sconvolto da quanto si fosse aperto con me.
Ebbi la netta impressione che non avesse mai detto a nessuno quello che aveva appena confessato a me. Che non l'avesse mai neppure pensato. E mi si strinse il cuore. Aveva un'aria così abbattuta e nello stesso tempo così rassegnata, che mi sentii in dovere di confortarlo... in qualche modo.
Gli misi una mano esitante sulla coscia. Lui si irrigidì impercettibilmente, ma non si ritrasse. Oh, Cristo, ma non lo toccava mai nessuno?
Respinsi con forza i pensieri che mi si affacciarono implacabili alla mente, e cioè, nell'ordine:
a) non era materialmente, assolutamente possibile che nessuno (nessuna) avesse mai toccato Tommaso Sforza. Se era così, a Milano erano tutte pazze.
b) e sicuramente lui aveva toccato qualcuna, eccome. E chissà in che modi. Con quelle bellissime mani. Porca miseria, che invidia.
Ritrassi la mano, e mi sembrò di sentirla pulsare.
— Oh, Tommaso — dissi con tono il più possibile leggero — ti assicuro che anche avere una famiglia ingombrante come la mia comporta i suoi bei casini, eh? Per esempio, non sarebbe male ogni tanto avere un po' di silenzio, di solitudine. Qualche giornata in cui nessuno ti dice cosa fare, come farlo, quando e con chi. Non è stato facile essere il quarto maschio dei Santoro per tutta la vita, sai?
Tommaso sembrò riscuotersi da un sogno. Mi guardò, e riprese il suo solito sguardo impassibile. Mi chiesi se non mi ero immaginata tutto. Il suo sfogo, le sue parole. Ritornò il perfetto, freddo, imperturbabile avvocato che era, padrone di sé e dei suoi pensieri. Mi ritrassi, sconcertata. Ehi, non gli avevo chiesto io di confessarmi la sua solitudine esistenziale, no?
— Quarto maschio Santoro? Di che stai parlando?
La sua voce era ferma e leggermente ironica, adesso. Mi guardò con calma: quella sera avevo deciso di indossare un leggero vestito di cotone bianco a piccoli disegni geometrici blu e celesti, senza maniche, che mi arrivava alle ginocchia, e un paio di ballerine blu invece dei miei soliti scarponcini. Avevo legato i capelli nella mia solita pratica coda, e in me non c'era niente, niente, di provocante o eccessivo, ne ero sicura, ma lo sguardo che Tommaso mi lasciò scorrere per tutto il corpo mi diede lo stesso i brividi.
Era uno sguardo profondo, lento, e mi mise a disagio.
Non mi sentii minacciata, questo no, ma era tanto tempo che nessuno mi guardava così. Era tanto tempo che non ero vestita in modo tale da attirare quel tipo di sguardo. Mi allungai la gonna sulle gambe e girai il viso:
— Non guardarmi così.
Sentii le guance diventare rosse e mi diedi della cretina. Per l'amor di Dio, Gio! Hai trent'anni, non sei una stupida adolescente imbranata.
— Così come?
— Così — feci un gesto imbarazzato verso di lui — Non guardarmi.
— Perché? — Tommaso si avvicinò un po' sulla panchina — Perché non posso guardarti? Perché non posso almeno guardarti?
— Smettila, Tommaso — ero infastidita. Infastidita da me stessa, a dire il vero. Odiavo sentirmi in imbarazzo. Insomma, io ero Gio, per la miseria! Senza peli sulla lingua, senza riguardi per nessuno, con la situazione sempre in pugno.
Dove diavolo era finita quella Gio? Poteva per favore degnarsi di rientrare al suo posto e buttare fuori quella tremebonda imbarazzata ragazzetta in cui mi sentivo trasformata davanti a Tommaso?
In silenzio, lui si avvicinò ancora un po', e cominciò ad accarezzarmi il braccio nudo con un dito. Una carezza leggera, lieve, sottile. Eppure, sentii una scossa elettrica che mi attraversò il corpo e mi paralizzò. Rimasi ferma, zitta, incapace di guardarlo. Paura ed eccitazione si mescolavano e mi stringevano lo stomaco in un nodo quasi doloroso.
Il silenzio tra noi era così denso di parole non dette, che mi sentivo le orecchie rimbombare.
Che cosa stavamo facendo? Che cosa stava facendo Tommaso?
Improvvisamente, si piegò verso di me e posò le sue labbra sulla mia spalla nuda.
Chiudere gli occhi e aprire la bocca in un breve singhiozzo fu inevitabile. Sentivo il calore di quelle labbra sulla mia pelle, il suo respiro.
— Gio — disse.
Semplicemente il mio nome, rimanendo con la bocca sul mio braccio, e io lo sentii appena:
— Sei talmente bella, Gio.
Lo sentii di nuovo. Il rimpianto, nella sua voce. E per la prima volta dopo tanto tempo, forse per la prima volta nella mia intera vita, non seppi davvero cosa dire. Che cosa c'era da dire, infatti? Capii. Capii prima che succedesse che lui si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato, dal mio giardino, dalla mia città, prima che uno dei due desse spazio a qualcosa che non avrebbe portato a niente.
Lui sarebbe andato via, io sarei restata, e con un po' di impegno e sforzo da parte mia e qualche settimana di pazienza, tutto sarebbe stato come se non fosse mai successo niente. Il che era esattamente quello che era successo. Niente, intendo.
Sospirai, e Tommaso si alzò. Fece due passi verso il cancello, infilando le mani in tasca, e poi si girò a guardarmi.
Gli feci un sorriso un po' mesto, ma raddrizzai le spalle. Ero Gio, per la miseria. Ero tornata.
Anche Tommaso dovette percepire che qualcosa era leggermente cambiato, nell'aria, perché il suo sguardo si fece più scuro e, anche nella semioscurità del mio giardino, mi sembrò di rivedere la stessa espressione risoluta di quando lo avevo incontrato per la prima volta, nel giardino della sua fattoria.
In quel momento, i lampioni della strada principale si accesero alle spalle della casa, e un debole chiarore riverberò fino a noi.
Lo guardai in viso e sì, sembrava proprio il solito Tommaso. Sembrava lontano un milione di miglia.
Bene, qualunque cosa fosse appena successa, lui aveva deciso di ignorarla e così avrei fatto io. Mi alzai con calma dalla panchina, mi portai una ciocca di capelli dietro l'orecchio e incrociai le braccia.
— Si è fatto tardi, Tommaso — affermai, risoluta — Buonanotte.
— Sì.
Ma non si mosse. Per un lungo minuto, mi guardò. Socchiuse leggermente le labbra, poi le strinse e si girò bruscamente verso il cancello alle sue spalle, coprendo con due passi la distanza e aprendolo con uno strattone.
E così, mi girai anch'io, per rientrare in casa.
Perché, perché mi sentivo così delusa? Così frustrata? Così triste?
Perché avresti voluto ben altro, mi risposi. Stupida! Eppure mi aveva detto che ero bella...
Il rumore del cancello che sbatteva richiudendosi mi fece male. Mi sembrò che fosse una specie di... di suggello negativo, che richiudesse con un rumore assordante una porta attraverso cui si era aperto uno spiraglio piccolissimo. Uno spiraglio che non permetteva ancora di vedere cosa ci fosse dall'altra parte, ma, porca miseria, mi sembrava che di là ci fosse tanta luce...
Non osare girarti, mi dissi. Non osare voltarti a guardare la sua schiena che si allontana.
Con estrema coerenza, raggiunsi la porta di casa e... e mi voltai. Non ce la feci proprio a impedirmelo.
E Tommaso era lì. Dentro il mio giardino. Aveva richiuso il cancello, sbattendolo, ed era rimasto là, dandomi la schiena. Aveva le spalle curve, le mani lungo i fianchi, il capo chino.
Una civetta lanciò il suo grido, nascosta in uno degli alberi là intorno. A parte questo, il silenzio si fece assoluto, o forse sembrò così a me, perché mi sembrò che il mondo fosse sospeso in un limbo di attesa che crebbe, crebbe, fino a diventarmi intollerabile.
Mi azzardai a chiamarlo:
— Tommaso?
Lui si raddrizzò, ma non si voltò. Quando parlò, la sua voce aveva un tono piatto, come se stesse pronunciando un'osservazione banale e ovvia:
— Non ci riesco.
— Tommaso... — lo chiamai di nuovo. Lo sentii inspirare profondamente al suono del mio nome. Si girò e mi guardò negli occhi:
— Non dire il mio nome. Non ci riesco.
Confusa, aggrottai la fronte, cercando di capire che cosa intendesse. Lui fece un passo verso di me, poi si fermò di nuovo, scosse la testa, poi disse ancora:
— Non ci riesco.
Inclinai la testa di lato, guardandolo con stupore. Che cosa stava dicendo? Cosa non riusciva a fare?
Improvvisamente, alzò il viso e con un'espressione dura negli occhi superò in un secondo la distanza che ci separava e in un momento mi fu addosso. Mi afferrò la testa, stringendo forte, e mi schiacciò le labbra in un bacio altrettanto rabbioso, altrettanto furente. Era tale il suo slancio che mi sbilanciò all'indietro e sbattei la schiena contro la porta di casa, ma questo ebbe il solo effetto di permettergli di spingere contro di me con tutto il suo corpo, mentre affondava le sue mani nei miei capelli e spingeva la sua lingua nella mia bocca, riempiendomi, mangiandomi, e io mi sentii esplodere.
Lo sentii, oh, lo sentii.
Sentii il peso del suo corpo contro il mio petto, il mio seno schiacciato dal suo torace, il mio respiro che si fermava.
Sentii il suo desiderio contro la mia pancia, e una freccia bollente mi si piantò nel cuore.
Sentii la forza delle sue spalle sotto le mie mani, la sua schiena liscia, i suoi fianchi fasciati dai jeans.
Sentii che mi prendeva in braccio e, girandosi senza smettere di baciarmi, spingeva con la schiena sulla porta per entrare in casa.
Oh, cribbio. L'interno della casa era illuminato solo dalla vaga luce del lampione che filtrava dalle finestre. L'ingresso era ingombro di sacchi di cibo per animali e di scatoloni di medicinali (dovevo davvero decidermi a mettere un po' in ordine), ma Tommaso non ebbe alcuna difficoltà ad avanzare verso la scala che portava al piano di sopra.
I nostri respiri affannati riempivano un silenzio che nessuno dei due osava rompere in altro modo. Mi mise giù sul primo gradino e mi spinse contro il muro, continuando a baciarmi come se avesse fame.
Mi sentivo stranissima, come se stessi guardandomi dal di fuori, e quello che vedevo era sconcertante. Vedevo un uomo e una donna avvinghiati in un abbraccio che mi sembrò primordiale. Le mie mani viaggiavano frenetiche sulla sua schiena, tra i suoi capelli, sul suo petto. Lui sembrava che non sapesse dove toccarmi prima: afferrò la mia coda e mi strappò l'elastico, facendomi anche un po' male, e soffocò il mio gemito nella sua bocca. Raccolse tutti i miei capelli nelle mani e se li strofinò sulla faccia, annusando, respirando. Mi afferrò i fianchi e, mentre mi posava le labbra sul collo, spinse forte il suo bacino contro di me e io aprii leggermente le gambe per accoglierlo.
Questo sembrò fargli perdere ancora di più la testa.
Mi morse.
Leggermente, sul collo, ma io sentii i suoi denti sulla pelle e gridai il suo nome:
— Tommaso!
— Gio... — la sua voce era irriconoscibile. Bassa, roca, gutturale, disse il mio nome in un gemito e io mi spaventai. Sembrava un altro uomo. Era come se un'altra persona, selvaggia, forte, aggressiva, avesse rotto la corazza e fosse uscita finalmente allo scoperto.
Tommaso sembrava furioso.
Sembrava liberato!
Lampi mi balenarono davanti agli occhi. Immagini confuse, flash spezzettati.
La sua bocca, il suo viso.
Aveva alzato le braccia e mi aveva posato le mani sul seno. Mormorava frasi senza che io capissi cosa stava dicendo, ma un momento dopo la sua bocca era di nuovo sulla mia e io sentii nel suo bacio furia, e disperazione, e desiderio.
— Gio... — sussurrò — Gio... ti prego.... ti prego, fermami... fermami... dimmi di andarmene....
Fui tentata, davvero.
Che senso aveva? Non ero mai stata un tipo da avventure, da una botta e via. E che cos'altro poteva essere, questa, se non una storia senza alcun futuro?
Sarebbe sparito dalla mia vita, in un attimo. Sarebbe tornato nel suo mondo, lì dove io non potevo seguirlo.
Ma poi mi ribellai a quel pensiero. Gli strinsi le spalle con le dita, quasi artigliandolo. Insomma, io lo volevo. Per la prima volta dopo tantissimo tempo sentivo il mio corpo vibrare. Non avevo nessuna, nessuna intenzione di rinunciare a quel calore. A quel tremito. A quell'eccitazione.
— No — mi sentii dire, con una voce assurdamente normale.
Tommaso gemette. Mi posò le mani sulle guance e premette la fronte sulla mia.
— Gio... io non ci riesco. Non riesco a smettere di pensare a te. A come sarebbe... entrare dentro di te. Dentro di te. — staccò una mano dal mio viso e me la posò sul cuore — Dentro di te.
Sorrisi debolmente. Staccai lentamente le mani dalle sue spalle, e gli strinsi le dita che mi stavano schiacciando lo sterno.
— Andiamo di sopra — dissi, perfettamente calma nonostante il tumulto che mi stava sconvolgendo fin nel profondo — Vieni con me.
Arrivati al piano di sopra, Tommaso si guardò intorno, confuso. In silenzio, gli strinsi la mano e lo guidai verso la porta della mia camera da letto, che come potete immaginare era impeccabile e perfettamente in ordine.
Ah, ah.
Fece vagare lo sguardo su quello che sembrava un disastro provocato da un tornado. Vestiti e scarpe erano sparsi ovunque. Ovunque. Prima di uscire, quel pomeriggio, avevo provato ogni cosa che avevo nell'armadio, perfino certe magliette che avevo dimenticato di possedere. Pile di libri in bilico su ogni superficie orizzontale si alternavano a riviste e giornali pieni di segnalibri e fogli di appunti.
Con orrore, vidi biancheria di tutti i generi (sexy e... meno sexy, ecco) appesa alla sedia vicino alla scrivania, perfettamente illuminata dall'unica lama di luce che penetrava dalla finestra.
Con ancora più orrore, vidi che sulla suddetta scrivania erano poggiati alcuni oggetti che nessun uomo dovrebbe mai, mai vedere nella camera della donna con cui sta per fare l'amore: una scatola di assorbenti, un rasoio usa e getta, e (oddio!) un torsolo di mela mezzo masticato, abbandonato con noncuranza su un tovagliolo di carta!
Si girò a guardarmi con un sorrisetto.
— Non osare commentare, Tommaso Sforza — dissi in un sussurro — Non ti ho portato qui per esprimere un parere sulle mie qualità casalinghe o sulle mie capacità domestiche.
— Non ho detto neanche una parola.
Tommaso si avvicinò e mi abbracciò forte. Rimanemmo così per un po', come se l'urgenza che ci aveva assaliti di sotto stesse lentamente scemando, e io non potei fare a meno di sentirmi un po' delusa. Forse ci aveva ripensato, mi dissi. Forse non mi desiderava così tanto. Forse non ero poi così bella. Forse...
— Grazie — mi disse, la bocca sui miei capelli.
Mi scostai lievemente e lo guardai in viso, dubbiosa:
— Perché mi ringrazi?
— Perché... per come sei fatta.
Mi insospettii:
— Che...
Mi abbracciò di nuovo, e a voce bassissima mormorò:
— Grazie per essere così meravigliosamente disordinata. Intensa. Morbida. Viva. Grazie per essere così... così diversa da me.
— Non sono disordinata.
Tommaso scoppiò a ridere, e a me sembrò un suono meraviglioso. Dio, non lo avevo mai sentito ridere, fino a quel momento. Mai. E un profondo senso di esaltazione e di trionfo mi riempì, all'idea di essere stata io a farlo ridere.
Senza apparente sforzo, mi prese di nuovo in braccio, mentre io nascondevo il viso sul suo petto. Avanzò lentamente verso il letto, dove mi depose con delicatezza (scostando un enorme peluche a forma di mucca, che, devo riconoscergli, guardò e poi si lanciò alle spalle senza proferire una sola parola), per poi sedersi accanto a me, tenendomi una mano tra le sue. Mi accarezzava leggermente, passando delicatamente  le dita su ogni graffio e crosta.
— Non... — esitai. Volevo davvero fargli la domanda che mi era salita alle labbra? Sì, volevo. — Non vuoi più... fare l'amore con... con me?
Lui alzò su di me uno sguardo... avrei giurato che fosse uno sguardo emozionato. Ma probabilmente me lo stavo solo immaginando.
— Desidero fare l'amore con te più di ogni altra cosa al mondo, in questo momento — disse piano, e tranquillamente, come se non fosse una delle cose più meravigliose e eccitanti e sexy che qualunque donna avrebbe voluto sentirsi dire (e da un uomo come lui, poi!).
— Ma?... — lo incalzai.
— Non c'è nessun "ma", Gio — si sporse verso di me  — Voglio fare l'amore con te.
— E allora perché te ne stai lì fermo, così lontano? — gli sorrisi.
— Perché... Vuoi farlo anche tu, vero?
— Mi sembra di non aver dato spazio ai dubbi, finora — sussurrai.
— Ma...
— Avevi detto che non c'erano "ma".
Mi guardò per un attimo, poi mi spinse indietro sul cuscino e mi schiacciò con tutto il suo peso. Prima di baciarmi, rise di nuovo, e disse:
— Hai ragione. Non c'è nessun "ma".

Ovviamente, un ma c'era.
Come credete che sia andata a finire?
Come in un film, come in una favola, e tutti vissero felici e contenti?
Ecco, appunto.
Ammetto che per una decina di secondi, quando mi svegliai il mattino dopo, mi cullai nella sicurezza che sarebbe andato tutto bene.
Aprii gli occhi, mi resi conto che Tommaso era accanto a me, e immediatamente mi sentii invadere da una sensazione di felicità mai provata.
Mi sono innamorata, pensai.
Dopo i dieci secondi di cui sopra, però, alzai lo sguardo verso di lui e quando vidi la sua espressione la realtà mi precipitò addosso tutta insieme.
Mi ero innamorata di una persona che stava per andarsene, che non aveva nessuna intenzione di tornare, e che aveva fatto sesso con me ma adesso non aveva idea di come uscire da quella situazione imbarazzante.
Che cosa si dice in queste circostanze?
Si ringrazia per la bella notte?
Si fa colazione insieme?
Ci si saluta con un generico "ci vediamo"?
Tommaso distolse lo sguardo dai miei occhi, e io feci per voltarmi, sospirando, ma lui mi trattenne vicino a lui.
— Domani devo tornare a Milano — disse, con voce calma.
— Lo so.
— Sono stato via troppo tempo.
— Certo.
— Ho una serie di problemi al lavoro... devo essere lì entro mezzogiorno.
— Immagino.
Mi strinse la spalla, e dopo un attimo di silenzio esclamò:
— Questa notte... è stata importante, per me.
Ora, non so voi, ma io ho sempre detestato questa frase. Poteva significare qualsiasi cosa. Poteva implicare qualunque conseguenza. Che diavolo significava? Quanto importante?
— Tommaso... — cominciai, ma lui mi mise le dita sulle labbra per zittirmi
— Che cosa succederà, adesso? — mi chiese a bassa voce.
— Come?
Ero sinceramente sbalordita. Lo chiedeva lui a me?
— Sono nel panico, Gio. — si strinse nelle spalle — Questa è una situazione del tutto nuova per me. Non... non so cosa fare, e io detesto non avere il controllo.
— Stai scherzando! — gli dissi sorridendo, ma lui non ricambiò. Mi sollevai un po' di più sul letto, guardandolo attentamente. Aveva gli occhi seri e preoccupati.
— Che succede?
— Gio... — mi accarezzò il viso con un dito — ho paura di aver fatto un grosso errore.
Sbadabadabang!
Questo fu, più o meno, il rumore che fece la mia faccia sbattendo contro la dura verità. Ok, ammetto che mi ero veramente, veramente illusa. Ma cribbio, chi non lo avrebbe fatto al posto mio?
Se così bella, Gio...
Voglio fare l'amore con te, Gio...
Beh, in effetti, non è che mi avesse giurato amore eterno, no? Voglio dire, era solo colpa mia, in fondo. Lui non mi aveva promesso niente.
— Non... non so veramente cosa dire — balbettai, arrossendo, ma quello che disse lui dopo mi lasciò, letteralmente, senza parole.
— Vieni con me a Milano.
Deglutii e non riuscii a fare altro che fissarlo, per un paio di minuti.
— C-cosa? — balbettai.
— Vieni via con me, domani. Vieni a stare da me. Per un po'. Vediamo come... come va.
— Come va? In prova, vuoi dire? Per vedere se funziona?
— Aspetta, mi sono espresso male — si sporse verso di me e mi prese le mani — Gio, tu sei... incredibile. Sei così viva, e allegra, e divertente, e... Dio, non avevo mai provato niente del genere. Stare accanto a te mi fa sentire... libero. Leggero. Voglio provare a dare una... possibilità a questa cosa che...
— Mi stai chiedendo di venire a Milano con te, per poter essere di nuovo libero e leggero? Cioè, spiegami: sono il tuo cucciolo divertente, che ti farà le feste quando tornerai dalle tue quotidiane quattordici ore di lavoro, senza chiedere troppo in cambio?
Mi stavo cominciando ad arrabbiare. Seriamente.
— No! Gio, cerca di capirmi, io non ho mai... non sono mai...
— Tommaso, io vivo qui. Il mio lavoro è qui. La mia famiglia è qui. Io appartengo a questo posto. Fammi capire bene quello che mi stai chiedendo: vuoi che lasci tutto e venga a Milano con te? Per vedere se questa cosa tra noi funziona? E se non va? Se decidi che, dopotutto, questa cosa non merita una possibilità?
— Gio, io... — mi accarezzò i capelli, e si sporse in avanti per darmi un bacio, ma io mi scostai.
— Tommaso, sei un uomo bellissimo, e questa notte è stata meravigliosa, ma io... io...
— Gio, non voglio lasciarti. Mi sembra di aver ricominciato a respirare, da quando ti ho conosciuta. Ero in apnea, e non lo sapevo.
— E allora resta qui. Resta con me.
Aggrottò la fronte, confuso, e io capii che questa idea non lo aveva davvero, neanche lontanamente, sfiorato.
— Qui?
— Già.
— In paese?
— Sì, Tommaso. Qui, in paese. Dove nello scorso mese hai imparato a riconoscere le tracce degli animali, mi hai aiutato a ferrare i cavalli e hai perfino ammesso che si può sopravvivere senza lavarsi le mani ogni volta che qualcosa le macchia impercettibilmente...
— Gio... io sono un avvocato. Che cosa farei qui, sperduto in mezzo a queste montagne?
— Hai la fattoria.
— La... fattoria? — si sedette sui talloni e ritirò le mani dalle mie — Gio, stai scherzando?
— Tommaso...
— La mia vita è a Milano.
— Ma io sono qui — mormorai a bassa voce — evidentemente non basto, però.
Mi alzai dal letto, lentamente, sperando che dicesse che mi sbagliavo, che ero io la cosa più importante, che sarebbe andato tutto bene.
Purtroppo, come dicevo prima, c'era un ma.
Andai in bagno, e quando uscii, Tommaso se n'era andato. Non lo rividi più.
Il giorno dopo Tommaso Sforza andò via. Lo fece di mattina presto, prima che il sole sorgesse a scaldare la valle, che al mattino era fredda anche in piena estate.

Sentendomi molto Eleanor Dashwood, piena di buon senso e ragionevolezza, avevo indossato una maschera perfino con le mie migliori amiche, comportandomi, ancora una volta, come se tutto andasse bene e io stessi bene e fossi la stessa di sempre eccetera eccetera.
Tutt'e tre avevamo fatto finta di credere a questa messinscena.
Perfino i miei fratelli, che di solito non avevano scrupoli a tormentarmi, dovevano avere intuito che qualcosa di diverso era successo, perché anche loro facevano finta.
Solo il piccolo Marco, dall'alto dei suoi meravigliosi cinque ingenui innocenti anni, mi aveva chiesto una volta:
— Ma zio Tommaso non viene più?
Precipitosamente, sua madre Daniela lo aveva preso in braccio e lo aveva portato nell'altra stanza, dove molto probabilmente gli aveva imposto una ramanzina sul fatto che zio Tommaso non dovesse essere mai più nominato.
Prima o poi, quella farsa sarebbe dovuta finire, ma nelle ultime settimane mi ero crogiolata in quel bozzolo di finzione, perché evitando di pensarci, evitando di parlarne, forse potevo credere che non facesse tanto male.
Ma quel giorno, osservando i mulinelli di foglie ai nostri piedi, chiacchierare amabilmente delle nuove tendine che Betta voleva preparare per le camere al secondo piano della locanda mi sembrò improvvisamente intollerabile.
Trassi un respiro profondo.
Probabilmente, prima avessi affrontato l'argomento, prima avrei trovato le risorse per uscire da quella fase di stallo che sembrava aver paralizzato ogni mia reazione.
Risorse che sicuramente avevo, da qualche parte.
Diedi un ultimo morso al mio panino, appoggiai i gomiti sulle ginocchia chinandomi in avanti e, senza alcun preavviso, tra la domanda di Betta se il malva o il prugna fosse più adatto alla stanza del Glicine e la risposta di Sara sulla sua incapacità di distinguerli, dissi, in tono perfettamente normale:
— Non ho mai portato Tommaso a nuotare nel fiume.
Bloccate a metà di un appassionante discussione sulle tonalità di viola, Sara e Betta si guardarono al di sopra della mia testa e si azzittirono.
Senza guardarle, senza guardare niente in particolare, continuai, in tono piatto:
— Chissà se gli sarebbe piaciuto. Probabilmente no... avrebbe sbuffato tutto il tempo, si sarebbe lamentato del caldo, dell'acqua ghiacciata, delle zanzare, dell'erba che gli pungeva il sedere...
— Gio... — cominciò Sara esitante, ma io mi girai verso di lei e con un piccolo sorriso triste la interruppi:
— Eh già. Tommaso.
— Oh, tesoro! — proruppe Betta, portandosi una mano al cuore — Come stai, Gio?
— Oh, che meraviglia! — esclamai ironica, appoggiandomi indietro sulla panchina e portando le mani dietro la nuca — finalmente qualcuno che si ricorda di chiedermelo! Bene! Sto bene! Come sempre. Come sempre, no?
La voce mi si incrinò sul finale, rovinando un po' l'effetto noncurante che volevo dare alla frase.
Il fatto è che Sara e Betta mi conoscono davvero.
Non aveva più senso fingere.
— Oh, Gio, non fare come al solito, per favore — la voce di Sara era insolitamente dura — Adesso basta. Sono settimane, settimane che un certo discorso aleggia tra di noi, e non riesco più a tollerare che tu non ci parli di come stai. Di quello che senti da quando... da quando Tommaso se n'è andato.
Sapere quello che era successo era una cosa.
Vederne gli effetti nella mia vita di tutti i giorni era una cosa.
Ma sentirlo dire, ecco, sentirlo dire per la prima volta da quando era successo, mi fece un male incredibile.
Tommaso se n'era andato, punto.
Non aveva voluto restare. Non aveva voluto me.

Guardai di nuovo verso il fiume:
— Se n'è andato, sì. E... fa male — sospirai — Fa male da morire.
Sara e Betta mi misero entrambe una mano sulla schiena. Sapevano entrambe che non avrei pianto, non mi sarei disperata. Probabilmente sfogarmi mi avrebbe fatto bene, ma io non sono proprio il tipo, capite?
L'avrete capito che io sono più un tipo da "ehi, andiamo a fare una passeggiata/una corsa/una nuotata e non parliamo dei nostri problemi".
Io sono Gio.
Fa male da morire.
Era tutto quello che avevo da dire sull'argomento, le mie amiche lo sapevano e, impotenti, cercavano di darmi conforto come potevano.
E improvvisamente mi sentii invadere da una rabbia improvvisa e furente.
Ma come diavolo era possibile che qualcuno mi facesse stare così male?
Come potevo permettere a qualcuno di avere così tanto potere su di me?
Qualcuno che se n'era andato.
Qualcuno che non avrei rivisto mai più.
Rabbia, e dolore, e ancora rabbia.
— E' proprio uno stronzo! — Betta diede voce ai miei pensieri, e ancora una volta mi meravigliai di come le miei amiche mi conoscessero, e sapessero leggermi sul viso le mie emozioni prima ancora che io stessa le decifrassi.
— Un vero idiota! — rincarò Sara convinta.
— Si, vero? — domandai, un po' tremula — Potreste per cortesia continuare ad insultarlo? Improvvisamente mi sento un po' meglio.
Sara si asciugò una lacrima furtiva e contemporaneamente scoppiò a ridere:
— Un vero imbecille di città.
— Un damerino schizzinoso.
— Probabilmente si fa la manicure ogni settimana.
— Probabilmente ogni giorno.
— Vi ricordate l'orrore sul suo viso quando ha capito che quello che aveva sulle scarpe era cacca di mucca e non fango?
— E quando è rimasto bloccato sul melo e abbiamo dovuto chiamare Carlo con l'autopompa per liberarlo?
Ridacchiavamo come tre ragazzine.
Probabilmente era molto stupida come tecnica, ma un po' stava funzionando, perché mi sentivo ridere, anche se i muscoli del viso mi facevano un po' male. Erano settimane che non ridevo.
Avete presente quelle risatine stupide che scemano appena e, dopo un po', riprendono incontrollabili per nessun motivo apparente?
Rimanemmo così su quella panchina per un bel po', come quando avevamo quindici anni, finché finalmente riuscimmo a tacere.
E all'improvviso, una voce alle nostre spalle ci fece trasalire.
— Ciao, Gio.
Sbarrai gli occhi e mi irrigidii.
Sentii le mani di Sara e Betta stringere le mie, poi vidi un'ombra girare attorno alla panchina e mi ritrovai a fissare un paio di scarpe da ginnastica assurdamente nuove e pulite, davanti ai miei logori stivali.
Feci scorrere lentamente lo sguardo in alto, e mi ritrovai di nuovo a fissare gli occhi azzurri di Tommaso.

— Ciao, Gio — ripeté lui, facendo poi un cenno con la testa verso le mie amiche, ma continuando a guardare me — Sara... Elisabetta...
— Ciao — la mia voce risuonò così assurdamente normale ed estranea che dovetti fare uno sforzo per non girarmi e cercare di scoprire chi avesse parlato al posto mio.
— Io... — cominciò lui, ma io lo precedetti:
— Una nuova visita alla fattoria? Hai trovato un acquirente, finalmente?
— No.
— Oh, accidenti. Mi dispiace — dissi in tono perfettamente indifferente — problemi con le vacche? Non sono passata a controllare, ultimamente, ma ho sentito Davide parlare di un parto difficile, forse si riferiva a Dorabella.
Stavo blaterando, e lo sapevo. Ma non riuscivo a tenere a freno la lingua.
Gli lanciai un'occhiata, e come al solito mi si fermò il respiro notando quanto era bello.
Non si poteva essere così belli, no?
Sicuramente c'era una legge contro l'eccesso di bellezza, soprattutto per un uomo, soprattutto per uno stronzo.
Non potevo, non potevo, continuare a pensare a lui in quel senso.
Dovevo smetterla subito. Mi alzai con tanta furia che lui fece un passo indietro per non essere travolto.
— Beh, s'è fatto tardi, devo andare — dissi in fretta — vado a... sì, devo andare a...
— A fare quella  visita — venne in mio soccorso Sara.
— Sì, quella visita — aggiunsi io.
Ma Betta, con mia grande sorpresa, si alzò e tirò via Sara, dicendo:
— No, Gio, ti sei dimenticata? La signora Parisi ti ha chiamato per annullarla.
— Eh? — la guardai confusa.
— Si, e... e adesso siamo noi che dobbiamo... sì, andare via... Tommaso, mi ha fatto piacere rivederti...
— Aspettate... — provai a fermarle, ma in un attimo erano sparite, e io mi girai verso l'uomo che era rimasto in piedi davanti a me, e mi guardava, in silenzio.
Aspettai un po', poi, siccome lui non parlava, anzi non faceva proprio niente, dissi a bassa voce:
— Va beh, ciao, Tommaso, io devo andare.
— No, aspetta, Gio... per favore...
Gli guardai il viso, velato da un po' di barba. Aveva un'aria... disordinata. Non indossava la giacca, ma un giubbotto di jeans e felpa, portato sopra una semplice maglietta nera.
Distolsi subito lo sguardo dal suo petto:
— Che cosa vuoi, Tommaso?
Silenzio.
Ancora silenzio.
Alzai gli occhi al cielo e mi strinsi nelle spalle, sconfitta.
Feci un passo di lato, per aggirarlo, ma lui allungò la mano e mi prese per un polso, trattenendomi:
— No, Gio, per favore, aspetta.
— No, Tommaso, non ho voglia di aspettare — liberai la mano con uno strattone, e lo guardai con rabbia — Non ho voglia di stare qui con te, non ho voglia di ascoltare la tua voce...
Si, certo, come no.
Balle, balle, balle.
Volevo con tutte le mie forze ascoltare la sua voce, che mi era mancata così tanto in quelle ultime settimane.
Ma non potevo farcela, semplicemente, non dopo quello che ero riuscita finalmente a buttare fuori qualche minuto prima.
Fa male da morire.
— Gio...
— Sono sicura che non hai dimenticato come ci si muove in paese, Tommaso. Gira sui tacchi e vattene, adesso.
— Vuoi ascoltarmi, per favore?
— Dove hai lasciato l'auto? Ancora davanti al Municipio? Ti sei ricordato che l'ultima volta l'hai trovata ricoperta di cacche di piccione e hai imprecato dieci minuti buoni?
— Gio...
— Se giri per di là, oltre l'aiuola, troverai una scorciatoia per via Vittorio Emanuele, ci metterai solo un minuto... Da lì poi, riprendere l'autostrada è un attimo...
— Giorgia Santoro, vuoi tacere e ascoltare, per una volta nella tua vita? — sbottò Tommaso ad alta voce.
Si passò le mani nei capelli, scompigliandoli, e, rimanendo con le mani intrecciate dietro la nuca, guardò verso il fiume per un lungo momento, tanto che pensai che si fosse scordato di me.
Quando parlò, la sua voce ruppe un silenzio tanto denso da sembrare solido:
— Sono venuto per... ho bisogno di... capire...
Lo guardai interdetta. Improvvisamente, fui acutamente consapevole del battito del mio cuore.
Cuore?
Ne avevo ancora uno?
Ah, bene, perché dopo settimane in cui avevo fugacemente pensato (nei tre o quattro minuti in cui ero riuscita ad avere un pensiero, intendo) che la morsa che sentivo in mezzo al petto dipendeva probabilmente da un grumo di cellule in agonia, all'improvviso, nell'esatto momento in cui avevo sentito quella voce dire "ciao", avevo avuto di nuovo la sensazione di essere una persona viva.
Spero di non essere stata eccessivamente melodrammatica nel descrivervi i sentimenti che provavo in quell'istante, ma vi giuro che non ho esagerato neanche un po' e del resto credo che chiunque, in quelle circostanze, avrebbe provato le stesse cose.
Insomma, stavamo parlando dell'uomo che in poche settimane mi aveva fatto innamorare come non mi era mai successo, che poi se n'era andato perché non aveva voluto trovare un  posto per me nella sua vita, che era sparito senza più un'altra telefonata, un messaggio, una schifosa maledetta parola, e che adesso riappariva all'improvviso.
Tommaso rimase zitto per un po', senza voltarsi verso di me, e anch'io non pronunciai una parola, più che altro per la paura che aprendo la bocca gli avrei vomitato addosso.
Oltretutto ero certa che la mia voce avrebbe avuto una tonalità da squittio tremolante, e insomma, un po' di dignità mi era rimasta, sapete?
Dopo un milione di anni di silenzio (ok, forse solo qualche minuto, ma vi prego, dovete capire, la mia ansia, il cuore che batteva, eccetera eccetera...), deglutii discretamente (spero), e, visto che lui apparentemente non aveva intenzione di proseguire, mi arrischiai a rivolgergli la parola:
— P-per... capire?...
Sì, grande, Gio.
Tecnica da manuale.
Passare di nuovo a lui la palla, e tornare ad aspettare.
Tommaso si girò lentamente verso di me, distogliendo lo sguardo dai gorghi del fiume che fino a quel momento avevano monopolizzato la sua attenzione.
Sembrava... stupito.
Ecco, sì. Direi che "sono perplesso" era il significato della sua espressione.
Non il massimo dell'incoraggiamento, ma insomma.
Quando parlò, la sua voce era molto calma:
— Sono venuto qui per cercare di capire perché, all'improvviso, cenare tranquillamente in silenzio nella mia splendida e immacolata cucina sia diventato noioso e frustrante, e il caffè non abbia più nessun sapore senza le lotte che devo fare perché la tazza non mi venga rovesciata addosso da uno qualunque dei tuoi nipoti che corre attorno al mio tavolo. Sono venuto qui...
Quella pausa fu letale per il mio autocontrollo, perché sentii le lacrime salirmi agli occhi e io odio piangere, se capite quello che intendo, e non avevo pianto neanche una volta in quelle settimane e adesso quelle stronze si presentavano a strozzarmi la gola? Adesso che avrei dovuto mantenere un contegno il più dignitoso possibile?
Serrai le labbra, e deglutii di nuovo, mentre lui continuava:
— ... sono venuto qui per cercare di capire perché, contro ogni mia aspettativa, andare in tribunale, ricevere persone nel mio elegante e raffinato studio e ascoltare i problemi legali dei miei ricchissimi clienti, cosa che avevo sempre fatto con soddisfazione e competenza, mi risulta adesso insopportabile, sì, insopportabile, rispetto ad un pomeriggio passato in mezzo a qualche decina di tuoi parenti dai due ai settantanni, che cantano vecchie canzoni da ubriachi e sciamano in ospedale per celebrare rumorosamente la nascita del quinto nipote...
— Veramente Paolo è il sesto...
Tommaso fece un gesto infastidito con la mano, e io, per una volta, tacqui, mentre lui riprendeva da dove l'avevo interrotto:
— ... sono venuto qui per cercare di capire perché, invece che ascoltare attentamente le discussioni dei miei colleghi e le chiacchiere in palestra e i discorsi di mio padre, io non abbia fatto altro che osservare le loro facce pulite e i loro vestiti ordinati e pensare che mi sembrava tutto insulso e senza senso, rispetto al fango sui tuoi pantaloni e alla paglia nei tuoi capelli.
La mia salivazione era completamente azzerata.
Tommaso si avvicinò un po' e mi prese una mano, e cominciò a studiarla con interesse. Nella sua voce vibrava uno stupore sincero, e io non sapevo se esserne offesa o lusingata.
Quello che mi stava dicendo mi ricordava troppo la prima dichiarazione di Darcy a Elisabeth. Sapete... "ho lottato contro la mia volontà, le aspettative della mia famiglia, l'inferiorità delle vostre origini, il mio rango e patrimonio"...
Senza guardarmi, Tommaso proseguì, a voce bassa:
— Sono venuto qui per capire perché tutto quello che di curioso e particolare mi succede, le persone che incontro, le frasi che sento, tutto, acquista colore solo se penso di raccontarlo a te, e prendo il telefono un milione di volte per chiamarti, e poi penso che solo parlarti non mi basta, non è quello che voglio fare, io voglio stare seduto accanto a te e raccontarti la mia giornata e farmi raccontare quello che è successo a te, quale cavallo hai salvato o quale nipote hai portato al cinema usandolo come scusa per guardarti un cartone animato. Giorgia...
— Gio! — lo corressi automaticamente, ma lui alzò lo sguardo verso di me, ignorandomi, e continuò con la voce via via sempre più forte:
— ... non so com'è potuto succedere ma tutto il mio mondo è stato stravolto, tutto quello che credevo di volere adesso è polvere, polvere, Gio! Non riesco a non pensare a te, sempre. E mi basta pensare a te per sorridere, e...
— Tommaso, io... — provai ad interloquire, ma lui continuò imperterrito:
— ... e anche questa tua tendenza ad interrompermi continuamente, invece di irritarmi e basta, mi fa anche ridere, e mi fa venir voglia di parlare con te all'infinito, solo per sentire la tua voce... Gio, io ho solo una spiegazione per tutto questo e questa spiegazione mi spaventa, mi spaventa quello che sto per fare ma mi spaventa di più quello che perderei se non lo facessi ed è per questo che sono qui oggi, e per favore non interrompermi più nei prossimi due minuti perché quello che sto per dirti...
Tommaso fece una pausa, un silenzio profondo e pesante, nel quale io distinsi chiaramente il battito del mio cuore che mi rimbombava nelle orecchie, lo scrosciare del torrente di fronte a noi, e Sara e Betta che trattenevano rumorosamente il fiato dietro l'albero dove erano nascoste. Tommaso sorrise, e io rividi quella luce nei suoi occhi che avevo quasi dimenticato (quasi), e improvvisamente mi sentii assurdamente felice, se capite quello che intendo.
—... e che a quanto pare non avrai bisogno di riferire più tardi per filo e per segno alle tue amiche, che per inciso ho capito benissimo dove sono nascoste, è che io... io sono tornato, Gio. Sono tornato qui, sono tornato da te, e non voglio andarmene mai più. Sono un avvocato disoccupato, adesso: ho lasciato il mio lavoro, la mia casa, la mia... sigh... la mia Porsche a Milano, ho infilato il mio unico paio di jeans e le mie sole due camicie a scacchi nella sacca più sformata che avevo, ho preso l'autobus per arrivare fin qui e resterò qui e ti amo, ti amo da morire, e... e non mi importa di nient'altro.
Se possibile, il silenzio diventò ancora più pesante (a parte il singhiozzo di Sara e il piccolo applauso di Elisabetta, subito zittito da un coro di "sshhhh" che mi fece pensare che il nostro pubblico adesso era aumentato notevolmente).
Io ero senza fiato, e non riuscii a parlare per diversi minuti, finché non sentii distintamente mio fratello Claudio che diceva:
— E andiamo, rispondi!
Perfetto, la migliore dichiarazione d'amore della storia, il momento più romantico della mia vita, e tutti i miei fratelli e amici erano lì a condividerlo.
Feci un gesto circolare con l'unica mano libera (vi ho accennato che per tutto quel tempo Tommaso mi aveva tenuto la mano e l'aveva accarezzata amorevolmente e l'aveva anche avvicinata alle labbra un paio di volte mentre parlava?):
— Tommaso, io... lo vedi che cosa significa? Io non sono mai sola... la mia famiglia...
— La tua famiglia... — mi interruppe lui sorridendo — ... la tua famiglia è la cosa migliore che mi sia mai capitata. Tu sei la cosa migliore che mi sia capitata. Amo quando Luca mi mette le mani sporche di burro sui pantaloni di Armani. Amo i discorsi seri di tuo fratello Claudio sulla responsabilità e i figli e la protezione e la comunità, mentre Daniela gli fa le boccacce alle spalle...
— Ehi! — protestò Claudio da dietro un altro albero.
— Sta mentendo, Claudio, è un avvocato, mentirebbe anche in punto di morte... — provò a difendersi Daniela, ma venne nuovamente zittita dal coro.
— ... amo le torte di tuo padre, sì, anche quella di rabarbaro... amo i disegni di Marco, soprattutto quello in cui mi ha ritratto con la pala in mano in mezzo a tutti gli altri suoi zii... amo sentirmi a casa, come mi è successo qui quest'estate da voi e come non mi era mai, mai, successo in tutta la mia vita. Sono dovuto andare via per capire che volevo tornare qui, che casa mia è qui, dove sei felice tu. Sono tornato. E ti amo. Se tu mi vuoi. Cioè, ti amo anche se tu non mi vuoi, ma... se tu volessi... se tu volessi dire qualcosa, ecco, ora credo che sia il momento.
Lo guardai, e cominciai a ridere piano:
— Sei veramente un avvocato straordinario, Tommaso...
— Un ex-avvocato — precisò lui, ma io gli misi la mano sulle labbra:
— ... però adesso fai parlare me, visto che a quanto pare qui tutti si aspettano una mia risposta — alzai gli occhi al cielo, esasperata — ma, ragazzi, sapete che c'è?
Mi tesi verso di lui e avvicinai lentamente le mie labbra alle sue, fermandomi a qualche centimetro appena. E così, bocca sulla bocca, in modo che potesse sentirmi solo lui, gli sussurrai poche, emozionate, segrete parole.
Tommaso sorrise, mormorò una breve risposta, poi coprì la distanza infinitesima che ci separava e mi chiuse la bocca con un bacio di quelli che, oh ragazzi!, non si scordano.
Davvero.
Per tutta la vita.

FINE

CHI E' L'AUTRICE
Eva Palumbo è nata in Salento ma sogna Roma, New York e Londra: in una di queste città andrà a vivere, prima o poi. Nel frattempo, vive con suo marito e suo figlio a Napoli, dove lavora a tempo pieno come ricercatrice. Ciononostante, riesce a trovare un po' di tempo per dedicarsi anche alle sue più grandi passioni: leggere (soprattutto romanzi d'amore) e scrivere.


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6 commenti:

  1. Che bel racconto! Fresco, ironico, scritto bene.Complimenti all'autrice.

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  2. bello, mi è piaciuto tantissimo. I personaggi, le descrizioni dei paesaggi, scritto bene, con ironia e sentimento nella giusta dose.
    Complimenti sinceri alla scrittrice. Ho letto libri di autrici conosciute che mi hanno dato sicuramente meno emozioni di questo breve racconto.

    RispondiElimina
  3. Grazie amiche, sono contenta che la storia di Gio e Tommaso vi sia piaciuta. Sono affezionata a questi due personaggi, inizialmente avevo cominciato, forse con troppa ambizione, un romanzo con loro due protagonisti... poi ho deciso di mettermi alla prova nello spazio del racconto. Grazie ancora dei complimenti, sono molto emozionata, e' la mia prima prova di scrittura in assoluto! E grazie anche a Francy, che mi ha dato spazio nel blog, e ha creato la bellissima copertina.
    Eva P.

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    Risposte
    1. Grazie a te Eva per averci fatto pubblicare il tuo racconto. Speriamo che sia la prima di molte altre storie!
      Francy

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  4. Mi sono divertita ed emozionata...un racconto bellissimo!!!!

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  5. Ho riso e sospirato, un bel raccanto e due bei personaggi. Marina

    RispondiElimina

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