NEVE, TEQUILA E COWBOY di Sarah Bernardinello


FESTEGGIAMO I PRIMI DIECI DEL NOSTRO BLOG CON UN LUNGO RACCONTO ROMANTICO SCRITTO PER NOI DA SARAH BERNARDINELLO. QUALE MODO MIGLIORE PER FESTEGGIARE INSIEME QUESTA RICORRENZA? BUONA LETTURA!


1.
Neve.
Neve a gogò, neve ovunque.
Appena mise piede sulla scaletta e si diede un'occhiata attorno, aggredita da una miriade di aghi gelati, Olivia pensò di girare sui tacchi e tornarsene da dove era venuta. I vestiti erano troppo leggeri per quel clima, il giaccone che indossava avrebbe avuto bisogno di una tripla imbottitura per servire allo scopo.
Il vento le scompigliò i capelli e il calore residuo della fusoliera scomparve.
«Signorina, si è congelata?»
La voce maschile e irritata alle sue spalle la riscosse, e guardò demoralizzata il mondo opaco intorno a lei, la pista grigia e le montagne di neve ovunque.
Chi diamine glielo aveva fatto fare di lasciare il sole e il caldo per quella distesa candida e gelida?
Tu, mia cara, le rispose una vocina dentro di lei, altrimenti nota come coscienza. Tu e i tuoi errori di giudizio in fatto di uomini.
Olivia lottò contro le lacrime, solo in parte dovute alla temperatura polare, e la tentazione di tornare indietro: si strinse nel giaccone e scese la scaletta.
Forse la prima impressione era peggiore di quanto sembrasse. Forse.

§§§

Olivia recuperò i bagagli e cominciò a trascinarsi dietro i due grossi trolley abbinati. Le spese in fatto di vestiti che aveva fatto la settimana prima sembravano quanto mai inadeguate, a giudicare dal freddo. Avrebbe avuto bisogno di altra biancheria termica, di stivali più robusti.
Lei era cresciuta nella California del sud, tra palme e oceano: quella era la prima volta in assoluto che vedeva la neve.
Con un sospiro si diresse verso l'uscita seguendo le indicazioni. Ci sarebbe stato un taxi fuori da quel ridicolo terminal? Quasi tutti gli altri passeggeri scesi con lei erano già scomparsi.
Stava già cominciando a chiedersi se chiamare il suo riferimento in quel posto dimenticato da Dio, quando vide il cartello con il suo nome.
Un senso di sollievo istantaneo la travolse, insieme al sorriso che sentì aprirsi sulla faccia, malgrado fosse gelata.
Alzò lo sguardo dal cartello... più su... ancora più su...
Ci sono cowboy in Minnesota?

2.
L'abitacolo del pick-up era caldo come un forno. Olivia si era già spogliata di sciarpa e giaccone, ma non osava chiedere al suo silenzioso accompagnatore di abbassare il termostato.
Il suo carattere solare e spigliato aveva subito un brutto colpo non appena aveva visto dove era finita. Il tizio che era venuto a prenderla non invogliava certo alle chiacchiere, considerato che aveva mugugnato qualcosa quando gli si era avvicinata e dopo si era chiuso in mutismo assoluto. Però adesso lei sentiva il bisogno di parlare.
«Però. Ce n'è della neve, da queste parti.»
Ottimo, Olivia, continua così.
Il cowboy non rispose, ma lei non si diede per vinta.
«È sempre così?»
Poteva sembrare una domanda a doppio senso, rivolta a lui o alla natura intorno. Lei si morse le labbra, dandosi della sciocca. L'uomo le rivolse un'occhiata, poi tornò a guardare la strada.
Cumuli di neve si estendevano ai lati della carreggiata, rendendo la strada più stretta  di quanto avrebbe dovuto essere. Se fosse arrivato qualcuno dal lato opposto ce l'avrebbero fatta a passare? Olivia se lo chiedeva, osservando preoccupata il paesaggio che si stendeva fuori del finestrino.
Ormai era quasi buio, anche se la distesa candida rendeva meno opprimente l'oscurità che sembrava avanzare in maniera veloce. Più veloce del normale, in effetti.
Era inquietante.
Per un istante, un istante di follia dovuto alla stanchezza e alla sgradevole sorpresa, lei si chiese se l'uomo alla guida fosse stato mandato da Jennie Colson in persona oppure avesse rubato il cartello con il suo nome a qualcun altro.
E se fosse stato un serial killer?
Non le aveva neanche detto il suo nome, né chi lo mandava. Non aveva detto una parola, se si escludeva il mugugno che le aveva rivolto all'aeroporto. Forse era caduta in qualche trappola.
Un risolino isterico la scosse, benché cercasse di trattenersi. Ma era così stanca, così infreddolita e infelice, che tutto quello che le passava per la testa tendeva ad assumere proporzioni gigantesche e assolutamente irragionevoli.
«Che cos'ha da ridere?»
Oh, Signore. Le aveva davvero rivolto la parola?
Si girò a guardarlo sorpresa, un nuovo scoppio di risa pronto a uscirle dalla bocca.
«Stavo pensando che potrebbe essere un serial killer e aver rubato il cartello con il mio nome per poi rapirmi.»
Questa volta l'uomo la guardò davvero, ma nell'abitacolo semibuio non poté leggere la sua espressione. Doveva averlo quanto meno sconvolto.
«Che cosa vi fumate in California?» Accidenti, che voce profonda.
«Io non fumo,» protestò lei.
«Allora bevete.»
«Il solito, ma poco. Non reggo bene l'alcol.»
Il cappello si mosse, doveva aver alzato le sopracciglia al cielo. Il silenzio calò di nuovo. Olivia si rassegnò al proprio destino, almeno finché non vide le prime luci della cittadina.
«Siamo arrivati?»
La domanda rimase senza risposta. Il pick-up svoltò a destra e proseguì per un tratto, fino a fermarsi davanti a una struttura cubica. Dal finestrino vide le luci accese al piano terra, a illuminare le grandi vetrate che davano sulla strada.
Una figura uscì dalla porta a vetri. Era una donna, la riconobbe dalla silhouette.
«Siamo arrivati.» Sbagliava o c'era sollievo in quella voce profonda?
«Oh, bene.» Olivia si rivestì in fretta, prima di aprire lo sportello e ripiombare nel surgelatore che da quelle parti chiamavano inverno.
«Benvenuta.» La donna le si fece incontro, un sorriso sul volto magro. «Sono Jennie Colson.»
«Olivia Bennett.» Strinse la mano tesa, mentre il suo accompagnatore, nonché serial killer mancato, prendeva i trolley dal sedile posteriore e li depositava vicino a lei. «Grazie.» Gli gettò un'occhiata, ma la tesa del cappello oscurava gran parte di quel viso. Vedeva soltanto la barba scura che gli velava le guance e il mento.
«Grazie, sceriffo.»
L'uomo sollevò un angolo della bocca in quello che sembrava un ghigno, rivolto a lei senza dubbio. «Di niente, Jennie. Salve, Doc.» Si toccò il cappello e sparì dentro il veicolo, riprendendo la sua strada.
Olivia guardò i fanali posteriori scomparire a una curva e questa volta rise davvero, anche se una  parte di lei avrebbe voluto sotterrarsi per la vergogna. Aveva paragonato uno sceriffo a un serial killer, per l'amor del Cielo!
Jennie la fissava perplessa. «C'è qualcosa che non va?»
«No, no. Solo un pensiero che... Va tutto bene.» Prese il manico di un trolley e fece una smorfia. «È davvero lo sceriffo?»
«Ma certo.» Questa volta la donna sembrava più sospettosa. «Lo sceriffo Jackson Taylor.»
Olivia represse una nuova risata. Era appena arrivata e probabilmente due dei cittadini di Bagley già la consideravano pazza. Si chiese se non fosse per quello che Rick l'aveva scaricata per quella tettona bionda piena di soldi.
Mentre la risata nella sua testa si spegneva, sommersa dall'unico motivo per cui era finita al Polo Nord, si disse che non era quella la risposta.

3.
Jackson parcheggiò il pick-up vicino al marciapiede e scese dal veicolo, chiudendolo e rimanendo per qualche istante al freddo e al buio. Aveva cominciato a ridere non appena si era seduto, ripensando alla stangona californiana che aveva appena accompagnato da Jennie. Le sue gambe chilometriche erano la prima cosa che aveva notato, quando l'aveva vista avvicinarsi titubante, nella hall del terminal. Il sorriso di sollievo la seconda, e di sicuro aveva surclassato tutto il resto.  Quella pelle lattea aveva l'aria di essere molto morbida: per un istante aveva provato il desiderio di accarezzarle la guancia e sfiorare la lunga curva del collo, desiderio subito accantonato come non   gradito. Si era concentrato su altro: non si poteva dire che mancasse di umorismo, anche se bizzarro, considerato che si era trovato a essere paragonato a un serial killer. Chissà come le era venuta quell'idea.
Sperava solo che fosse un medico decente e che non scappasse a gambe levate come avevano fatto i due prima di lei. Gli era sembrato strano che una donna avesse accettato l'incarico, come aveva fatto notare alla Colson quando glielo aveva detto. Jennie gli aveva mostrato le referenze: erano ragguardevoli, aveva appurato. E allora perché decidere di seppellirsi lassù, quando aveva una carriera spianata davanti?
Respirò l'aria gelida e si decise a entrare nel pub di Cody per una birra, prima di chiudere quella giornata. Aveva accettato di andare a prendere la Bennett all'aeroporto di Thief River Falls, sacrificando parte del suo giorno libero, e ora gli serviva un corroborante per smaltire il fastidio. Entrando nel locale caldo, sentendo già le risate di alcuni dei suoi concittadini, variò un po' il giudizio: non era stato proprio terribile, scarrozzare quella sciroccata dai capelli rossi, anzi, poteva quasi definirlo divertente, se lasciava da parte quell'attrazione improvvisa e inaspettata. Il quesito era: quanto sarebbe durata?
«Ehi, sceriffo. Ti va una birra?» Cody, dal bancone, gli fece un saluto.
«Grazie, mi hai letto nel pensiero.» Jackson si sedette su uno sgabello e agganciò il tacco dello stivale ai pioli di legno.
«Missione compiuta?»
Non aveva bisogno di chiedere spiegazioni: la città era piccola, le notizie volavano. Probabilmente tutti già sapevano che Jennie gli aveva chiesto di andare a recuperare il nuovo acquisto della clinica, al suo arrivo dalla soleggiata California. Quando l'aveva vista, con quel ridicolo giaccone, i jeans e gli stivali, si era chiesto se avesse controllato il meteo di quella parte del Paese.
«Recuperata e consegnata.»
«E com'è?» Thomas Damby, il proprietario della più grossa stazione di servizio della città, gli si sedette accanto, guardandolo con la curiosità scritta in faccia.
«Passabile, direi. Rossa, lentigginosa, gambe lunghe.» La descrizione non le rendeva giustizia, si disse, ripensando al sorriso che gli aveva rivolto. Il suo commento non era propriamente gentile, ora che ci ripensava, considerato come si fosse sentito formicolare. Quella donna aveva qualcosa che lui trovava molto più che passabile.
«Passabile, eh? Pensi che domani potrei già fare un salto alla clinica?»
«Dalle almeno il tempo di sistemarsi, Thomas,» lo rimbrottò Cody. Mise davanti a entrambi un boccale di birra schiumosa e ammiccò nella sua direzione. «Secondo te durerà?»
«Difficile a dirsi,» mormorò Jackson, dopo aver bevuto un sorso. «Deve ambientarsi, prima.»
«È abituata al sole,» rifletté il barista. «Credi che sappia già che qui la neve dura fino ad aprile?»
Lui ridacchiò, scuotendo il capo. «Chi lo sa? Staremo a vedere.»
«Quegli altri due sono durati nemmeno un mese a testa, ed erano uomini. Scommetto che lei resiste una settimana.»
Jackson aggrottò la fronte, fissando il boccale di birra. Non gli andava di scommettere su quello: avevano bisogno di un medico, Jennie era stata davvero brava a gestire la clinica da sola fino ad allora. I due che si erano avvicendati in breve tempo si erano giustificati dicendo che il lavoro era troppo per una persona sola, che se ci fossero stati incidenti gravi avrebbero avuto bisogno di un trasporto veloce verso un ospedale attrezzato, che nei dintorni non c'era niente, se si escludevano le foreste a perdita d'occhio e i laghi. Forse erano troppo abituati alla città. Ma quella ragazza dagli occhi castano chiari e il sorriso contagioso si sarebbe adattata alla loro piccola cittadina?
Lo sceriffo finì di bere e poggiò il boccale, ignorando i discorsi intorno a lui. Ne dubitava, ma se lo sarebbe tenuto per sé.

4.
Olivia si stiracchiò nel letto, stringendo forte le palpebre alla luce del sole che entrava dalle finestre. La notte prima non aveva neanche tirato le tende, accontentandosi di una doccia veloce e di infilarsi sotto le coperte. L'appartamento sopra la clinica era caldo, grazie al Cielo, come Jennie si era premurata di informarla. Aveva riempito il frigo, fatto la spesa e preparato la sua nuova casa per accoglierla nel migliore dei modi. Quelle attenzioni erano encomiabili, quasi cercasse di renderle l'arrivo meno traumatico di quanto fosse stato in realtà.

Il giro veloce per la struttura, che le aveva fatto fare non appena arrivata, le aveva mostrato quanto i cittadini avessero bisogno di un medico. Jennie le aveva accennato ai suoi due predecessori, alla loro mancanza di adattamento, e lei si chiese, non per la prima volta, che cosa le fosse passato per la testa di accettare.  Era a quasi duemila miglia da casa, dagli amici e da tutto ciò che conosceva: la decisione presa in un momento di rabbia e sconforto le sembrava adesso troppo drastica, ma ormai era lì. Non era abituata ad arrendersi, anche se con Rick lo aveva fatto.
Olivia gettò da parte le coperte e si alzò a sedere. Il cellulare era spento e appoggiato sul comodino, dove lo aveva lasciato prima di coricarsi dopo aver chiamato sua madre, il suo ex capo dipartimento e Ron. L'amico l'aveva consolata un po', quando gli aveva raccontato di ciò che aveva trovato appena scesa dall'aereo, aveva riso al racconto del viaggio interminabile con quello che si era rivelato lo sceriffo di quella ridente cittadina dispersa nella natura e l'aveva rimbrottata quando, piagnucolando, lei si era lasciata sfuggire che non avrebbe mai potuto abituarsi a tutta quella neve: temeva le si sarebbero ghiacciati persino i pensieri. Ron era la sua roccia, ma persino lui non era riuscito a farsi ascoltare quando il dottor Danvers le aveva proposto la direzione di una clinica nello sperduto Nord del Paese e lei aveva accettato senza nemmeno rifletterci a fondo. La scelta era soltanto sua, la vita che aveva ricevuto una brutta scossa anche, visto che quella che considerava la persona più vicina e fidata, quella a cui aveva affidato il suo cuore, si era rivelata tutt'altro.
Aveva deciso per un cambiamento radicale, che Ron aveva definito esagerato e lei, invece, necessario.
Guardando fuori dalla finestra, fissando il paesaggio candido che si estendeva per miglia all'infinito, Olivia si chiese se Ron non avesse ragione, e la sua non fosse stata che una reazione da primadonna colpita nell'orgoglio. Stringendo le labbra, si rese conto che non era così, non solo, almeno: si era innamorata ed era stata ferita e disillusa. Sì, il cambiamento era necessario, ma perché non poteva essere a Maui, invece che in quella distesa di neve?

§§§

Dopo due tazze di caffè e un bicchiere di succo d'arancia, Olivia scese nella sala d'attesa dello studio. Definirlo clinica le sembrava un'esagerazione, anche se tutto sommato era dotato di attrezzature notevoli. C'era persino un ecografo, che lei sapeva usare, e tutto il necessario per un primo soccorso di dimensioni ragguardevoli. Non per la prima volta, elevò un ringraziamento per essere un medico di Medicina d'Urgenza e non avere seguito i consigli di sua madre ed essere diventata dermatologa. Senza nulla togliere ai colleghi di quella specialità, beninteso. Quello che si chiedeva, comunque, era a quali patologie andassero incontro i cittadini di Bagley, a parte l'influenza o la vecchiaia. Probabilmente il paese contava qualcosa come duemila anime, a voler essere generosi.
Aveva cercato su Google, ma non era andata oltre, viste le notizie esigue che aveva ricavato. Lassù c'erano foreste sterminate e laghi all'infinito, non c'era altro da sapere. Però era partita lo stesso. Se anche avesse cambiato ospedale, sempre che l'avessero assunta nel giro di poco, le amicizie le avrebbero sempre ricordato chi e cosa aveva perso.
«Buongiorno, Olivia.» Jennie uscì da una delle porte che conducevano alla sala visita e le sorrise. «Dormito bene?»
«Buongiorno.» Lei sorrise, grata del diversivo. Non era abituata a commiserarsi ma, tra la scoperta di essere arrivata nel regno delle nevi eterne e i pensieri tristi che ogni tanto ricomparivano, si sentiva un po' abbattuta. «Sì. Il letto è davvero comodo.»
«Bene. Vuoi cominciare a prendere confidenza con lo studio o preferisci un tour della città? A te la scelta.»
Olivia inarcò un sopracciglio. «Pensavo avrei cominciato subito a lavorare,» replicò, perplessa dal programma.
«Beh, se vuoi si può fare, ma volevo lasciarti almeno un giorno per iniziare ad adattarti.»
Che pensiero gentile.
«Quanti gradi ci sono fuori?»
La risata di Jennie la fece sorridere. Okay, perlomeno non aveva perso il senso dell'umorismo, insieme al lavoro e all'uomo che amava. No, al lavoro aveva rinunciato lei. Si sarebbe congelata, ma  sembrava valere la pena un giro per la città. Chissà, forse avrebbe anche rivisto lo sceriffo dalle spalle larghe. La sera prima non era riuscita a dargli che un'occhiata veloce, visto che la tesa del cappello aveva nascosto la fronte e il colore degli occhi. Aveva l'aria sexy, molto sexy, ma lei non era lì per quello. Doveva lavorare e cercare di abituarsi a quel clima polare.
«Facciamo così: diamo un'occhiata qui dentro e poi usciamo a prendere un caffè, così mi mostri i dintorni.» Olivia si accigliò. «C'è un bar qui, vero?»
«Ma certo.» Jennie sembrava essersi quasi offesa per la supposizione. «C'è un pub, che non serve solo alcolici ma anche ottimi caffè e cappuccini, un ristorante, un emporio...»
«Mi sono fermata a pub,» la interruppe lei, chiedendosi se per emporio non intendesse gli stessi locali che comparivano nei film western. «Va bene, mettiamoci al lavoro, poi usciamo e ti offro un cappuccino.»

5.
Jackson vide le due donne quando stava per salire sull'auto di pattuglia. Jennie, più bassa di quasi una spanna, aveva preso a braccetto la nuova dottoressa e guardavano le poche vetrine della via principale.
Quando furono alla sua altezza, vide Jennie fargli un cenno di saluto e lui si toccò il cappello della divisa, lo sguardo fisso sul nuovo acquisto della città. Si corresse subito dopo: sul temporaneo  acquisto della città. Non era un pensiero caritatevole, ma meglio essere realisti. Olivia Bennett indossava quel giaccone un po' troppo leggero, una sciarpa colorata e un cappello di lana verde scuro, da cui sfuggivano i capelli rossi. Per un momento la trovò irresistibile, finché si ricordò che era meglio non entrare in confidenza con qualcuno che, molto probabilmente, se ne sarebbe andato presto.
«Buongiorno, Jackson.» Jennie e la Bennett si erano fermate davanti al pub, dove anche lui aveva parcheggiato.
«Buongiorno. Giro turistico?» Non poté evitare che la domanda fosse colorata da un tono ironico, cosa che alla dottoressa non doveva essere sfuggita, perché lo guardò. Lui non seppe dire se avesse o meno aggrottato la fronte, coperta com'era dal berretto. Però gli occhi le si strinsero, prima di distoglierli da lui e guardare altrove. Okay, non era stato propriamente gentile.
«Ho mostrato a Olivia un po' di angoli caratteristici,» sorrise Jennie, ma Jackson capì che nemmeno a lei era sfuggito il suo tono. «Adesso andiamo a prendere un cappuccino. Ti unisci a noi?»
Dubitava che all'altra donna facesse piacere. Olivia era tornata a guardarlo, forse sperando che dicesse di no. Gli tornò in mente lo sguardo sbalordito che gli aveva rivolto la sera prima, quando aveva scoperto chi fosse andato a prenderla all'aeroporto. Non voleva che pensasse che la sua fosse una ritorsione per averlo quasi accusato di essere un serial killer. Era stato divertente, da un certo punto di vista, ma per lei anche imbarazzante. Forse era meglio non sovraccaricarla con la sua presenza.
«Grazie, ma non posso adesso. Ho già assunto la mia dose di caffeina. Però Cody ha fatto dei biscotti buonissimi, dovreste provarli» aggiunse. Si toccò il cappello. «Buona giornata, signore.» Si chinò e si tolse il cappello, sedendosi al posto di guida e gettando un'occhiata alle due donne che stavano entrando nel pub. Colse l'occhiata veloce che la Bennett gli rivolse, a cui rispose con un cenno.
Doveva smetterla di pensare che tanto se ne sarebbe andata, provare a darle un po' di fiducia. Non che non sapesse quanto potesse essere dura la vita lassù, soprattutto per uno abituato al sole e al caldo, ma poteva anche darsi che quella donna decidesse di rimanere.
Jackson inarcò un sopracciglio a quel pensiero, rammentando la faccia sconvolta che lo aveva accolto quando l'aveva vista, prima che l'espressione si sciogliesse in una di sollievo. Olivia Bennett non sembrava il tipo da apprezzare neve e solitudine, doveva tenerlo a mente.
Sbuffando, mise in moto la macchina e partì per il suo giro di controllo. Avrebbe lasciato fare al tempo.

§§§

Cody Bauer aveva fatto davvero del suo meglio per farla sentire accettata, rifletté Olivia, davanti all'enorme piatto di biscotti e al cappuccino con una schiuma fantastica. L'uomo si era fermato per un po' insieme a loro, scrutandola con attenzione e fingendo di non farlo.
Poteva capirlo, così come capiva l'ironia di fondo nella domanda dello sceriffo, poco prima. Non aveva alcun dubbio che tutti sapessero da dove veniva e che si stessero già chiedendo se e quando sarebbe ripartita. Farla sentire a suo agio era un modo per invogliarla a rimanere e, se non fosse stato per quel freddo terribile, lei avrebbe apprezzato molto di più i dintorni. Le piaceva la natura, molto più che la città, visto che aveva preferito affrontare ogni giorno la strada da Redondo Beach a Los Angeles invece di prendere in affitto un appartamento. Al di là del costo proibitivo, sapeva benissimo che le sarebbe mancata la vista dell'oceano e il profumo salmastro che ormai era una parte di lei. Oltretutto, era più il tempo passato in ospedale che quello a casa, perciò forse il problema non si poneva, se si eccettuavano le venti e più miglia per andare e tornare.
Olivia prese un biscotto e lo sgranocchiò: erano davvero buoni e ne aveva già mangiato più di quanti fosse lecito.
«Che ne pensa, dottoressa?» le chiese Cody, avvicinandosi di nuovo. Il pub era vuoto, a parte loro, dovevano essere tutti al lavoro.
«Sono ottimi, grazie davvero.»
Jennie rise. «Cody fa dei dolci strepitosi. Le sue torte per la colazione sono da leccarsi i baffi.»
«Allora uno di questi giorni vengo a provarle,» disse lei, dopo aver bevuto un sorso del suo cappuccino e abbassato la tazza. Non le sfuggì lo sguardo che quei due si scambiarono, quasi si stessero chiedendo se ci sarebbe stata una prossima volta. Si sentì un po' irritata per quella palese mancanza di fiducia, ben sapendo che avevano tutte le ragioni per essere scettici, ma sperava che potessero almeno aspettare qualche giorno per darle il tempo di ambientarsi.
«Io l'aspetto,» sorrise l'uomo.
Lei annuì. «Lasciamo da parte le formalità? Credo che non ce ne sia bisogno.»
«Beh, d'accordo, Doc, se insisti...»
Stavolta rise, cogliendo di sorpresa Jennie e Cody, che la guardarono perplessi.
«Scusatemi, ma mi sembra di essere tornata nel vecchio West, quando tutti si rivolgevano al medico del paese chiamandolo Doc.» Olivia fissò prima una e poi l'altro. «Qui c'è un'atmosfera da vecchio West, anche se a latitudine maggiore.»
Bauer ridacchiò. «Sì, lo credo anch'io.» Raccolse le tazze ormai vuote e scosse la testa quando lei aprì la borsa per estrarre il portafoglio. «Oggi offre la casa, Doc. Chiamala una colazione di benvenuto.»
«Oh, grazie.» Lo guardò allontanarsi e scoprì che Jennie sorrideva. «Che c'è?»
«Niente. Anzi, sì. Mi piace che tu sia così affabile, credo che lo pensi anche Cody.»
Lei sollevò un sopracciglio. «Qualcosa mi dice che i miei predecessori non lo fossero, o non abbastanza.»
«Non abbastanza, direi.»
«Però c'è sicuramente una persona a cui non piaccio.»
Fu il turno della Colson di sollevare le sopracciglia. «Davvero? Ma se non hai... oh. Parli di Jackson? Come ti è venuta in mente una cosa simile?»
«Beh, perché...» Olivia si mordicchiò un labbro, poi sospirò e raccontò del viaggio dall'aeroporto alla città, facendo ridere Jennie a crepapelle e attirando lo sguardo sorridente di Cody, dietro al bancone di legno.
«Lo hai davvero paragonato a...? Ecco perché mi hai chiesto se era lo sceriffo. Oh, Dio, non ci posso credere,» e rise di nuovo, facendole aggrottare la fronte.
«È per questo che credo di non piacergli,» sbottò.
Jennie si calmò e scosse la testa. «Jackson è diffidente per natura. Ha bisogno solo di un po' di tempo, prima di capire che la gente non è il nemico. Penso dipenda da tutti gli anni passati nell'esercito.»
«È stato nell'esercito?» si meravigliò lei, ma perché poi avrebbe dovuto farlo? Aveva un portamento militare, se n'era accorta subito quando lo aveva visto all'aeroporto, senza darci troppo peso. In quel momento aveva altri problemi.
«Missioni in Medio Oriente, zone di guerra. Non che giustifichi la sua diffidenza, penso sia solo un fatto caratteriale, anche se esacerbato dalle esperienze fatte laggiù.» Jennie si zittì e le rivolse uno sguardo di scuse. «Mi spiace, non volevo spettegolare sul nostro sceriffo, era solo per farti capire che non devi avertene a male se non sembra che ti accolga come la maggior parte di noi.»
«D'accordo, sì,» mormorò lei, chiedendosi se fosse davvero così. «Comunque,» aggiunse, sporgendosi sul tavolo con fare cospiratorio, «non ho ancora visto la maggior parte di voi. Per quel che ne so, potrebbero odiarmi.»
Jennie rise di nuovo. «Sei davvero uno spasso. Continua così e non vorranno lasciarti andar via.»
Olivia aggrottò la fronte, tornando seria. Andar via... Forse nemmeno Jennie era sicura che  sarebbe rimasta. E perché avrebbe dovuto esserlo? Non lo era nemmeno lei.

6.
Olivia finì di auscultare la schiena del ragazzino e si raddrizzò, sorridendo alla madre in piedi vicino al lettino.
«Niente di preoccupante. È solo influenza aggravata da una bronchite. Adesso le prescriverò dei mucolitici e degli antibiotici, ma credo che nel giro di qualche giorno questo giovanotto scalpiterà per tornare in pista.»
«C'è una partita importante sabato prossimo,» esclamò il ragazzino, David. «Devo assolutamente esserci.»
«Questo sabato?» chiese Olivia. Si mise una mano sul mento. «Non credo sarebbe il caso, David. Non con l'influenza. Il mio consiglio è di stare al caldo il più possibile.»
«Mamma!»
La signora Ferguson scosse la testa. «La dottoressa ha ragione. Devi prima guarire.»
«Ma non posso mancare!» protestò il ragazzo, guardando da lei alla madre e tornando su di lei con la fronte aggrottata.
Forse ho trovato un altro che mi odia.
Olivia lo aiutò a mettere a posto la maglia. «Facciamo così: questo sabato salti la partita e cerchi di guarire per bene, alla prossima verrò a vederti giocare. A proposito, che ruolo hai?»
David le gettò un'occhiataccia. «Centro, perché?»
«Davvero? Il mio giocatore preferito è Gretzky, ho seguito anche le squadre che ha allenato.»
«Vuol dire che lei capisce di hockey?»
«Ehi, quando potevo andavo a vedere i Los Angeles Kings. Non spesso a causa del lavoro, però sì, ne capisco. È uno sport che mi piace.»
Negli occhi di David brillò l'interesse: forse avevano trovato un punto di incontro.
«Allora, che ne dici? La prossima volta vengo a vederti.»
Il ragazzo sospirò. «D'accordo. Ma se perdiamo questa volta sarà colpa sua.»
«David!»
«Lasci stare,» rise lei, rivolgendosi alla madre. «Speriamo di no, perché significa che senza di te la tua squadra è un ammasso di schiappe.»
La battuta sortì l'effetto che voleva: lo vide inorgoglirsi e raddrizzare le spalle.
«Beh, non sono così male,» mormorò Davide, pensoso. «È che non voglio che perda.»
«Lo capisco, allora devi guarire e tornare in forma.» Lo fece scendere dal lettino e andò a sedersi  a scrivere la prescrizione. Fuori c'erano altre persone in attesa. Strappò il foglio e lo porse a Melissa Ferguson, sorridendo. «Ecco. E ricordati, David: stare al caldo e prendere le medicine.»
«Grazie, dottoressa.»
«Di niente.» Li guardò uscire, dopo aver scambiato una strizzata d'occhio con il campioncino di hockey e si rilassò momentaneamente contro lo schienale della poltroncina. Sarebbe stata una lunga giornata.
Era a Bagley da quattro giorni e l'unico momento in cui davvero si annoiava e desiderava non essere lì era la sera, dopo aver chiuso lo studio ed essersi ritirata nel piccolo appartamento al piano superiore. Non era ancora uscita a bere qualcosa, anche se Jennie glielo aveva proposto. Forse quella sera lo avrebbe fatto, tanto da quelle parti non abbondavano le opportunità. Le sarebbe piaciuto visitare i dintorni, ma non aveva un'auto e non sapeva a chi chiedere. Inoltre, il freddo glaciale non invogliava certo a restare all'esterno più dei minuti necessari ad aprire la porta. Però aveva comprato un giaccone più pesante, così imbottito da farla sembrare l'omino Michelin.
Sentì bussare e si raddrizzò, stampandosi in faccia un sorriso professionale, che si gelò quando la porta si aprì.

§§§

Jackson si armò di due caffè da asporto e un paio di fette di torta di Cody, prima di entrare nella clinica. Jennie lo aveva rimbrottato sul suo modo scortese di accogliere il nuovo medico e quello era il suo modo di farsi perdonare. L'idea che per i predecessori della dottoressa in questione non avesse mosso un dito gli era passata per la testa, quindi quel modo di agire non dipendeva solo dal fatto di essere cortese o educato. Sospettava che Jennie lo stesse spingendo, neanche troppo velatamente, a stringere una specie di amicizia con Olivia Bennett.
Le due persone in attesa gli rivolsero un'occhiata e un sorriso, ma non dissero una parola, mentre lui bussava alla porta ed entrava con il suo bottino. Si sentiva un po' in apprensione, visto che la dottoressa stava lavorando e forse non avrebbe gradito l'interruzione.
L'espressione sul viso sottile e pallido che lo accolse non appena mise piede nell'ambulatorio non era delle migliori. Olivia lo fissava a occhi sgranati, chiaramente sorpresa.
«Sceriffo? A cosa devo...» La voce si spense quando lui avanzò per andare a posare il vassoio della torta e i caffè sulla scrivania e si tolse il cappello.
«Pausa. Offerta da Cody.» Non proprio, ma omise di dirlo. Non gli andava di mostrarsi ansioso di farle piacere. Era lì solo su insistenza di Jennie, anche se l'idea della pausa era sua.
«Sto lavorando, là fuori ci sono ancora dei pazienti.»
Jackson sorrise. «Il vecchio Milton e la signora Barry. Sono in pensione entrambi e possono aspettare cinque minuti. Il caffè si sta raffreddando.»
«E quell'altra cosa?»
«Torta alle noci e cioccolato.»
La Bennett si lasciò andare a un sorriso. «Sembra buona, però adesso non ho davvero tempo. Va bene se bevo solo il caffè?»
«Vorrà dire che tornerò per mangiare la mia.»
Gli occhi castani si spalancarono. «Davvero? Quindi è anche la sua pausa?»
Lui scrollò le spalle. «In un certo senso.»
Olivia allungò il braccio e prese l'involto della torta, mettendoselo davanti e aprendolo con cura esagerata. Il profumo del cioccolato invase la stanza.
«Sarebbe un peccato aspettare,» disse lei. Prese i tovaglioli e sollevò una fetta, tendendogliela. «Si sieda, dobbiamo fare in fretta, prima che mi caccino per essere una lavativa.»
«Non credo arriverebbero a tanto,» replicò, porgendole il grosso bicchiere. Morse la torta, masticò e la guardò fare altrettanto.
«È una delizia,» sospirò Olivia, prima di bere un sorso di caffè. «Una delizia davvero.»
«Come va il lavoro?» le chiese, dopo aver finito il dolce. «Soddisfacente?»
La dottoressa alzò le spalle. «Non avrei mai pensato di diventare un medico di paese. Quando mi hanno parlato di clinica, pensavo davvero a una struttura con dei posti letto. Poi naturalmente hanno infranto il sogno.»
Jackson si sporse, scrutandola. «Quindi è delusa.»
Lei lo guardò per un lungo istante, prima di parlare. «Delusa? No. A parte la neve, il freddo, non avere una macchina... non posso dirmi delusa. La gente è cortese, ho appena detto a un ragazzino che se fa quello che gli dico vado a una sua partita, ho appena trasgredito alla mia regola di non mescolare lavoro e piacere. Direi che sto sconvolgendo la mia vita.»
Lui rise. «Lavoro e piacere, eh? La partita di hockey, immagino. Ho visto Melissa e David uscire, poco fa.»
«Proprio quella. Ho promesso che andrò a vederlo alla prossima.»
«Bene. Se vuole l'accompagno.» Jackson si alzò, senza darle il tempo di rispondere. Raccolse tovaglioli e bicchieri vuoti. «E se vuole fare un giro nei dintorni, giorno di riposo permettendo,» aggiunse, «posso portarla a visitare gli angoli della contea.»
Non sapeva da dove gli fosse uscito quell'invito, ma vedere la sorpresa sul volto di Olivia gli fece quasi desiderare di rimangiarselo. Se voleva fare colpo su una donna, bastava presentarsi in un bar e mostrarsi in tutto il suo muscoloso splendore. Solo che, per farlo, doveva sobbarcarsi miglia di strada fino a Crookston, o Grand Forks nel Nord Dakota. Questo se si escludevano le poche donne single che vivevano nella zona.
«Beh, sarebbe carino,» commentò Olivia. «Ci farò un pensierino.»
Jackson fu grato che non gli avesse risposto subito in modo affermativo. Forse era la novità della forestiera giunta da lontano, o forse il fatto che qualcosa in lei lo intrigasse. Tuttavia, sapeva che non sarebbe durata, quindi tanto valeva mettere da parte quella attrazione che gli vibrava sotto pelle e apparire solo amichevole. Nessuno si sarebbe fatto male, in quel modo. Lui per primo.
«Bene.» Si costrinse a sorridere. «La lascio al suo lavoro, Doc.» Una volta fuori di lì si sarebbe scusato con le persone sedute in attesa.
«Grazie, sceriffo.» Olivia fece una smorfia. «Buon lavoro a lei.» A dispetto del mezzo sorriso che gli aveva rivolto, gli occhi le brillavano. «E grazie per la pausa.»
Lui fece un cenno di saluto, prima di aprire la porta e uscire. Più tardi avrebbe analizzato le proprie reazioni, ma non ora.

7.
Il pub di Cody era pieno, considerato il gelo che imperava all'esterno e il buio che ricopriva ogni cosa.
Olivia entrò al seguito di Jennie e le voci si spensero gradualmente, quando tutti si accorsero della sua presenza. Si chiese se avesse fatto male ad accettare l'invito della donna, ma i suoi timori divennero presto infondati quando il barista la salutò, rompendo il silenzio.
«Buonasera, Doc, Jennie. Accomodatevi, sono subito da voi.»
Passando accanto agli uomini e alle poche donne seduti ai tavoli, Olivia si ritrovò a stringere mani e a scambiare saluti, mentre cercava di raggiungere il tavolo che Jennie aveva scelto. Non si aspettava che fossero così aperti, soprattutto che sembrassero accoglienti. Forse era la birra, rifletté tra sé in modo un po' cinico. Rendeva tutti più sciolti nelle relazioni interpersonali.
Si sedette con le spalle alla parete, il bancone di fronte e Jennie alla sua sinistra; la sua infermiera aveva iniziato a parlare con uno dei loro vicini di posto e così lei si soffermò a studiare il locale. Era così diverso dal giorno in cui vi aveva fatto colazione, la mattina dopo il suo arrivo. Era pur vero che non c'era nessuno. Il lungo bancone di legno era corredato di una fila di sgabelli, quasi tutti occupati. Dietro a esso vi era uno specchio con delle mensole piene di bottiglie di liquore. C'erano cinque o sei tavoli, compreso quello a cui erano sedute loro, occupati anch'essi.
Cody Bauer comparve e fecero il loro ordine. La divertì vedere il grosso barista storcere il naso quando ordinò un'acqua tonica con limone, ma beveva raramente e sapeva benissimo di reggere l'alcol poco e male, come disse. Si crogiolò nella disapprovazione di Jennie, limitandosi ad alzare le spalle e a sorridere. Poco dopo vide entrare Jackson Taylor e il cuore le diede un balzo.
In jeans, stivali e giaccone pesante, era davvero attraente. Per una volta era senza cappello e i capelli neri sembravano spettinati ad arte, oppure dal vento gelido che si era alzato dopo il tramonto. Qualche fiocco di neve si stava sciogliendo sulle sue ampie spalle.
Lei lo studiò per qualche momento, grata del fatto che l'uomo non la guardasse direttamente. Qualcosa le diceva, comunque, che sapeva già fosse lì: la conferma le venne data un secondo dopo, quando Taylor si avvicinò al loro tavolo.
«Salve, Doc, Jennie.»
«Jackson, ti siedi con noi?» gli chiese Jennie. Quella sera era sola, il marito era andato a un congresso a Chicago e sarebbe tornato solo la domenica.
Chiacchierando durante il lavoro, Olivia aveva scoperto che la sua infermiera era nata a Los Angeles, aveva lavorato a lungo con Peter Danvers e aveva conosciuto suo marito Riley, un ingegnere civile, quando, durante un congresso a Los Angeles, era stato male e portato al Pronto Soccorso dove lei lavorava. Era stato un colpo di fulmine: dopo un paio di mesi, Jennie si era sposata con Riley Colson e si era trasferita al Nord, a lavorare all'ospedale di Fosston. Soltanto dopo l'apertura della clinica lì a Bagley, in seguito alla chiusura dell'ospedale della città, era riuscita a ridurre le distanze da casa. Prima doveva fare un sacco di miglia in auto, ora veniva al lavoro a piedi. Era comunque rimasta in contatto con i colleghi e gli amici della California, ed era il motivo grazie al quale Danvers aveva proposto a lei, Olivia, di prendere la direzione di quella che aveva creduto una clinica. Un medico era necessario e più preparato era, meglio era.
Lo sceriffo era in piedi vicino a loro e lei alzò la testa per guardarlo in quegli occhi azzurri che la mattina precedente l'avevano scrutata a lungo. Aveva raccontato a Jennie della pausa e la donna aveva riso e scosso la testa.
«Incredibile. Non è una cosa da lui. Gli devi piacere davvero.»
Su quello aveva dei dubbi, ma non li aveva espressi. Jackson Taylor andava dall'essere amichevole alla freddezza in un battito di ciglia, quasi si pentisse di mostrare ciò che provava e tentasse di erigere delle nuove barriere intorno a sé. Da un lato lo capiva, dall'altro... no, ma non sapeva come evitarlo. Le era passato per la testa che forse dipendesse dall'idea che non avrebbe resistito a lungo, lassù in mezzo al nulla, ma si era data della sciocca. Era passata appena una settimana dal suo arrivo.
«Grazie, volentieri.» Taylor si sedette e Cody arrivò con le loro ordinazioni e una pinta di birra per lui, ritornando poi dietro il bancone.
Tutti e tre si dedicarono a bere un sorso delle loro bibite, poi Jackson la guardò.
«Come va il lavoro? Le hanno detto qualcosa, ieri, i suoi pazienti?»
Lei sorrise, ripensando alla signora Barry che le aveva rivolto un sorriso saputo quando era entrata nell'ambulatorio, riempiendola poi di chiacchiere e notizie sul proprio stato di salute che, per inciso, era ottimo, considerato che viaggiava verso gli ottant'anni. Una donna simpatica e un po' pettegola, che le aveva chiesto con malcelata noncuranza cosa ne pensasse dello sceriffo e se aveva intenzione di stabilirsi da quelle parti in modo definitivo.
Non aveva certo intenzione di divulgare quelle notizie, non a lui perlomeno, così Olivia si limitò a fare un cenno di diniego.
«Due vecchietti adorabili,» rispose, «non hanno detto una parola.»
Jennie tossicchiò e lei si sentì arrossire, ricordando che, quando la signora Barry se ne stava andando, la sua infermiera era presente nel momento in cui l'adorabile vecchietta aveva commentato sul piacere di stringersi a delle spalle larghe e muscolose. Indubbiamente non da divulgare. Non che avesse qualcosa da ridire sulle spalle larghe e muscolose, soprattutto se unite a un viso così attraente. Ma Rick era una ferita ancora fresca, per farle saltare il fosso così presto. Inoltre, l'attrazione poteva non essere reciproca, nel qual caso... Meglio non pensarci.
Gli occhi azzurri brillarono e il sorriso che comparve sul volto maschile fece fare un ulteriore balzo al suo cuore. Sentì un calore dentro e dovette resistere alla necessità di farsi aria. Ricambiò il sorriso, cercando di darsi un contegno e fingendo di non sentirsi così attratta. L'ultima cosa che pensava, quando era partita da Los Angeles, era di dover fare i conti con la fauna locale. Non era tipo da avventure, il lavoro era sempre venuto prima di tutto, a parte quella specie di relazione nascosta ai più che aveva avuto con il suo capo.
«Bene, mi sarebbe dispiaciuto che per colpa mia l'avessero rimproverata.»
«Credo che tutti l'abbiano in grande considerazione. Dubito che qualcuno possa additarla per non aver dato il buon esempio,» replicò lei. «Soprattutto le signore anziane.»
Jackson inarcò le sopracciglia, ma Olivia non aveva intenzione di spiegare alcunché, sebbene il suo tono ironico non fosse sfuggito a nessuno. Per fortuna Jennie si lanciò in una descrizione così affascinante della regione dei laghi, che la conversazione virò, facendole credere per un attimo di averla scampata. Poi la donna chiese se le avrebbe fatto piacere visitare i dintorni e coinvolse lo sceriffo nella proposta.
«Perché no? Potrebbe venire anche tuo marito, se è a casa.» La risposta di Taylor non era quello che lei si aspettava, malgrado il giorno prima lui stesso le avesse proposto un giro nei dintorni.
«Sarebbe magnifico,» commentò la Colson. «Che ne dici, Olivia? Potremmo fare il prossimo fine settimana.»
«Sabato prossimo c'è la partita,» si intromise Jackson. «So che la dottoressa vorrebbe andarla a vedere.» Lo sguardo che le lanciò le fece intendere che non se ne era dimenticato. «Potremmo trovarci tutti alla pista, e domenica fare un giro a Old Red Lake, neve permettendo.»
«Dovrei correre il rischio di congelarmi?» esclamò Olivia.
«Il movimento la scalderebbe,» rise lui. «È una bella passeggiata in mezzo alla natura.»
«Avanti, Olivia. È una zona molto suggestiva.» Jennie la guardava con un'espressione speranzosa e, per un attimo, si chiese se stesse cercando di far avvicinare lei e Jackson in qualche modo contorto. Lasciò da parte i dubbi, per il momento, acconsentendo con un cenno della testa.
«Basta che non mi lasciate congelare, avreste poi bisogno di un altro medico.»
Il suo commento li fece ridere e lei nascose il sorriso dietro il bicchiere di acqua tonica. Evitò gli occhi azzurri che tornavano a fissarla, chiedendosi se avvicinarsi fosse quello che lui voleva realmente.

8.
La settimana passò veloce. A dispetto della neve che cadeva anche troppo spesso e degli almeno venti gradi sotto zero di temperatura esterna, Olivia si stava abituando alla cittadina e ai suoi abitanti. Non si era ancora mossa da Bagley, ma non era un grande problema. Alla sera era fin troppo stanca e desiderosa di andare a letto, malgrado fosse il momento in cui si sentiva più sola. Le  lunghe telefonate con sua madre e Ron le permettevano di riempire qualche buco, oppure guardare un film alla televisione o leggere qualche pagina dei libri che si era portata o che aveva comprato all'emporio quando era andata a fare la spesa. Ma non era così tutte le sere e, a volte, la solitudine si faceva sentire. A volte anche il desiderio di avere qualcuno vicino, ma non Rick.
Incredibilmente, la lontananza sembrava aver smorzato il risentimento che provava per essere stata messa da parte come uno straccio per una donna così appariscente come Veronika Manning, in nome dell'opportunismo. Il dolore e il rancore che erano seguiti alla scoperta che il suo capo, nonché amante, usciva non solo con la figlia di Hector Manning, ma aveva anche intenzione di darle il posto di vice primario del Pronto Soccorso per cui lei aveva lavorato tanto, oltre ad avere dei progetti ben più che ambiziosi, erano finiti da qualche parte del suo cervello, sostituiti dal bisogno di dare una svolta alla propria vita e di renderla soddisfacente. Ormai erano passati quasi due mesi da quando aveva lasciato Rick e, sebbene non lo avesse creduto possibile, il cambiamento radicale stava dando i suoi frutti.
Le piaceva abitare a Bagley. Le piaceva passeggiare sul marciapiede e salutare le persone per nome, almeno quelle che aveva conosciuto fino ad allora. A Los Angeles non sarebbe mai successo, così come a Redondo Beach. Conosceva a malapena i suoi vicini di casa.
Quando il sabato arrivò e con esso la partita, Olivia cominciò a chiedersi cosa Jackson pensasse di quella loro “amicizia”. Durante la settimana le aveva portato la colazione un paio di volte, senza incontrare resistenze da parte delle persone in attesa fuori dell'ambulatorio. Non che ci fosse la ressa, ma non le piaceva far aspettare chi aveva bisogno. Così scambiavano due chiacchiere veloci, mangiavano una fetta di torta o una ciambella e bevevano il loro caffè. Però non era andata a fondo nella conoscenza, così come non lo aveva fatto lui. Parlavano di lavoro, per lo più: lei non aveva intenzione di dirgli che era lì per colpa di uomo, e lui non le aveva mai parlato della vita militare o del perché avesse scelto di seppellirsi in quella cittadina dispersa tra i laghi e le foreste. Forse ci sarebbe stato il tempo per farlo, in fondo erano appena agli inizi.

§§§

Il piccolo palazzetto era gremito, quando arrivarono. Jennie e suo marito Riley erano passati a prenderla, e tutti e tre si sbrigarono a entrare e prendere i biglietti, prima di dirigersi verso l'ingresso alla pista.
Olivia aveva visitato David in settimana, reputandolo guarito e dandogli il via libera per giocare. Il ragazzino ne era stato felicissimo e l'aveva fatta promettere di essere presente alla partita. Cosa che lei aveva accettato volentieri.
Trovarono i posti assegnati e si sedettero con Jennie in mezzo. Lei si guardò attorno, aspettando di vedere Jackson arrivare: il giorno prima le aveva assicurato la presenza, visto che quel fine settimana sarebbe stato di riposo. Non aveva intenzione di chiedersi perché si sentisse così ansiosa di vederlo. Diamine, solo la settimana prima aveva pensato che la ferita lasciatele da Rick fosse troppo fresca per permetterle di guardare un altro uomo e trovarlo attraente e non solo. Jennie le aveva accennato qualcosa, sul fatto che Taylor fosse single e ambito, benché da quelle parti non abbondassero neanche le donne sole. Forse c'era un piccolo segreto anche nella vita dello sceriffo, se un uomo ancora giovane decideva di passare la vita nel mezzo del nulla.
Non aveva alcuna intenzione di essere invadente o cercare di scoprire qualcosa in più. Per il momento le bastava quello che aveva.
Rispose a un commento di Riley e sorrise, girando la testa e vedendo Jackson farsi strada sui gradini degli spalti. Le lunghe gambe fasciate dai jeans percorsero la distanza che li separava in un baleno, così lei se lo ritrovò accanto e alzò la testa a guardarlo, prima che lo sceriffo si togliesse il cappello e si sedesse accanto a lei, un sorriso rilassato sul viso. Un velo di barba scura gli ricopriva la mascella, rendendolo così sensuale nel contrasto con gli occhi chiari che Olivia rimase a guardarlo per più tempo del necessario. Era così diverso da Rick, sempre impeccabile, eppure risultava essere molto più affascinante. Per fortuna Jennie la salvò salutando Jackson e togliendola dagli impicci, anche se non le sfuggì il sorrisetto sghembo che lui le rivolse. Doveva essersi accorto del suo momento di sbandamento. Beh, al diavolo.
Olivia sorrise di rimando, notando il lampo negli occhi azzurri che sparì quasi subito, tanto che non fu certa ci fosse stato davvero. Lo sguardo di Jackson indugiò su di lei, scendendo sulle sue gambe, prima di portarlo sulla pista, dove i giocatori stavano entrando.
«David l'ha già vista?» le chiese, tornando a guardarla per un istante.
«No. Mi farò vedere alla fine della partita.»
«Bene.»
Jennie si sporse per guardarli. «Ma voi due non avete ancora abbandonato le formalità?»
Lei alzò le spalle, così come Jackson, facendo roteare gli occhi alla sua infermiera, che tornò ad appoggiarsi a suo marito.
«Jennie ha ragione,» mormorò lui, un po' più vicino al suo orecchio. «Dichiaro bandito il lei.»
Olivia girò la testa a guardarlo, notando le labbra socchiuse e dall'aria morbida. Riuscì ad alzare gli occhi, prima che il subitaneo desiderio di baciarlo si leggesse sulla sua faccia, però non poté impedirsi di arrossire. Voleva baciarlo e fare altre cose, tutte sbagliate.
«D'accordo,» replicò, con voce più ferma di quanto si aspettasse. Distolse l'attenzione, quando vennero annunciate le formazioni, cercando di non pensare a quanto sexy fosse quell'uomo. Si era imposta di fare attenzione per il futuro, ma, a quanto pareva, la sua testa non era sulla stessa linea d'onda del suo corpo.

§

Quella donna non sembrava rendersi conto dell'effetto che gli faceva. Jackson rimase seduto al suo posto, stando bene attento a lasciare un po' di spazio tra lui e Olivia: il rossore che le aveva colorato le guance gli aveva fatto capire che lei stava pensando a qualcosa che non doveva. Si era accorto che gli aveva guardato le labbra, e la cosa lo aveva eccitato. Era passato un po' di tempo da quando aveva rimorchiato una donna, ma lì non si parlava di passare qualche ora divertente e sensuale. Si trattava del medico del paese, in primo luogo, seguito dal fatto che non intendeva approfittare di quell'amicizia che stava lentamente crescendo per infilarsi nel letto di Olivia. Non gli sembrava quel tipo di donna, inoltre gli piaceva troppo per limitarsi a sedurla.

Forse per la prima volta, Jackson guardò oltre, sentendo nel contempo un brivido di apprensione: vedersi limitare la propria libertà lo atterriva, prendersi cura degli altri sotto le armi aveva portato a volte solo angoscia, quando qualcuno dei suoi amici era morto. Ora doveva curarsi solo di se stesso. Sapeva che molti avevano speculato sul suo essere ancora single, cercando un segreto che non esisteva. Non aveva mai avuto tempo per crearsi una famiglia, il restare solo gli evitava preoccupazioni e dolore, come quello che aveva vissuto nei lunghi anni di missione. Non legarsi a nessuno lo rendeva  libero o, almeno, era quello che si era sempre detto.
Finché non era arrivata Olivia. Le manovre di Jennie Colson erano palesi, ma, per qualche motivo, non lo infastidivano. Il problema, semmai, era proprio quella rossa dalla lingua tagliente: da qualcosa che Jennie si era fatta sfuggire, aveva capito che la dottoressa aveva accettato un posto così lontano a causa di un uomo. Lì non c'era modo di fare carriera, quindi si poteva solo presumere che avesse cercato di rifugiarsi il più lontano possibile per leccarsi le ferite. Non sapeva ancora niente di preciso, ma era un motivo in più per non scherzare con lei. Se qualcosa fosse nato, dovevano essere entrambi d'accordo.

§

Alla fine del secondo tempo, Olivia e Jennie andarono in bagno, tenendosi a braccetto come due ragazzine. L'intervallo le serviva per respirare e non pensare all'uomo accanto a lei.
Avevano saltato ed esultato quando David aveva segnato e il ragazzo ormai doveva essersi accorto che lei era lì. Era un bel po' di tempo che non si concedeva un giorno di riposo come quello, e le piaceva passarlo in quel modo. Sport, amici e un uomo carino al fianco. Anche se non aveva niente a che fare con una relazione, era bello avere qualcuno con cui condividere degli interessi.
Per fortuna Jennie non disse nulla, si limitarono a usare le toilette in fretta e a tornare ai loro posti.
Quando fecero la loro comparsa, i due uomini si alzarono sorridendo, e lei ricambiò con un po' troppo entusiasmo. Sarebbe stato davvero bello se... ma non era così. Fece un cenno a Jackson, lasciandogli intendere che era tutto a posto, ricevendo un altro sorriso in risposta. Fece passare Jennie e stava per oltrepassarlo anche lei, quando una voce squillante le fece scorrere un brivido gelato lungo la schiena.
«Jackson, tesoro! Che bello rivederti!»
Si volse appena in tempo per vedere una bionda saltare al collo di Taylor e baciarlo come se non ci fosse un domani. Lui sembrò preso in contropiede, all'inizio, ma il suo braccio intorno alla vita sottile della ragazza diceva tutt'altro. Solo dopo quella che sembrava un'eternità, si staccarono, lei tutta sorridente e lui un po' arrossito, che sfuggiva il suo sguardo sorpreso.
Olivia deglutì, il ricordo improvviso di Rick e Veronika avvinghiati a farle tornare in mente perché aveva deciso di mettere tutta quella strada tra loro. L'ultima cosa che voleva era rivivere l'esperienza.

9.
Il sabato sera il pub di Cody era pieno.
Jackson parcheggiò a un isolato di distanza, percorrendo la strada in fretta per togliersi dalle raffiche di vento che spazzavano la città. Per il giorno dopo avevano previsto tempeste di neve sulla zona, non lo avrebbe sorpreso se quella notte si fosse alzato il blizzard. Il tempo rifletteva il suo umore, caduto in una voragine appena prima della fine della partita di hockey. Il gelo che si era alzato da Olivia era peggiore di quello esterno, tutto a causa dell'esuberante accoglienza di Dora Knight. Non aveva niente per cui sentirsi in colpa, eppure era così.
La dottoressa si era seduta al suo posto, tenendosi almeno a venti centimetri di distanza. Non aveva idea del perché si fosse chiusa in se stessa, dopo che per quasi un'ora avevano fatto il tifo come forsennati, ridendo insieme. Erano stati dei bei momenti, piacevoli, poi tutto era finito, dissolto nel nulla.
Alla fine della partita, vinta dalla squadra di David, Olivia aveva salutato e si era allontanata in fretta per andare a complimentarsi con il ragazzo; a Jennie e Riley non era rimasto che seguirla, salutandolo. Dora era tornata alla carica, ma era riuscito a declinare qualsiasi invito volesse fargli e a tornarsene a casa. Però aveva bisogno di un drink, ed era il motivo per cui l'insegna del pub lo attirava così tanto.
Avrebbe voluto sapere perché Olivia fosse diventata all'improvviso così distante, anche se aveva un sospetto: il suo sguardo sorpreso e velato da quello che sembrava dolore, quando lui era finalmente riuscito a staccarsi dalle grinfie di Dora, lo aveva tormentato per tutto il viaggio di ritorno, alimentando quello strano senso di colpa che sentiva ardere in fondo allo stomaco.
Aprì la porta del pub, il calore che lo investiva come poco prima aveva fatto il vento gelido. Si tolse il cappello, ravviandosi i capelli e scambiando un saluto a distanza con Cody. Il barista ammiccò, mentre si avvicinava al bancone quasi del tutto pieno e si sedeva su uno sgabello libero.
«Jackson, come va?»
Lui fece un cenno con la testa. «Si è alzato il vento, temo per un blizzard stanotte.»
«Credo sia già arrivato.» Cody indicò il bancone con lo sguardo e lui dovette sporgersi oltre gli uomini che affollavano il locale per guardare quello che l'altro gli aveva suggerito. Poco più in là, quasi nascosta dal resto della clientela, Olivia era seduta e davanti aveva due shot vuoti e ne teneva uno in mano, ancora pieno, se aveva visto bene.
«Cosa diavolo...» Jackson lasciò sfumare le parole, troppo sorpreso per articolare un pensiero coerente.
«È seduta lì da mezz'ora e ha bevuto tequila. Qualcuno ha tentato di avvicinarsi per attaccare bottone ed è tornato indietro subito. Però non nego di essere preoccupato.»
«E per cosa?» Non era affari suoi se la dottoressa beveva o no. Non lo erano affatto.
«La settimana scorsa mi ha detto che non regge l'alcol.» Cody scrollò le spalle. «Non vorrei stesse male.»
Glielo aveva detto anche a lui, sulla strada di ritorno dall'aeroporto, quando era andato a prenderla. Aveva pensato scherzasse.
«Cazzo.» Jackson prese il boccale che il barista gli aveva già allungato e lasciò il suo posto, fendendo la folla e dirigendosi verso la schiena sottile che ora vedeva chiaramente, un po' curva sul bancone. Riuscì a infilarsi nello spazio tra lei e un altro avventore e si appoggiò con il fianco al bordo di legno, fissando i capelli rossi un po' scarmigliati che sfuggivano alla coda di cavallo.
«Ehi.» Posò il boccale, guardando il profilo delicato, finché lei non fece un gesto, senza alzare la testa.
«Non è serata,» sbottò.
«Davvero? Come mai?»
La vide trasalire e girarsi verso di lui. «Oh, qual buon vento, sceriffo?»
«Vento freddo,» ribatté lui. «Posso sapere perché si è messa a bere tequila?»
Lei alzò le spalle. «Perché mi andava.» Si versò un po' di sale nell'incavo del pollice, mandò giù in una sorsata lo shot e si spremette il limone in bocca, il tutto come una vera artista dell'alcol. La guardò mentre strizzava gli occhi e faceva cadere la fetta dell'agrume sul piattino davanti a lei.
«Credevo non bevesse.»
«Esatto. Però stasera era necessario.» Olivia gli strizzò un occhio, facendogli notare quanto le iridi castane fossero già opache. Doveva essere ubriaca. Dopodiché lei gli rivolse un lungo sguardo, facendolo scendere lungo il suo corpo e risalendo con un sorrisetto stampato in faccia. «Lo credo che hai successo, sei davvero carino.» Si girò sullo sgabello, passandogli le dita sul petto ancora coperto dal giaccone. «Davvero, davvero carino.» Si sporse verso di lui, ma Jackson si allontanò di poco, prendendole la mano che aveva continuato ad accarezzarlo.
«E lei è ubriaca, Doc.»
«Può darsi. Però è bello starsene qui vicini, non credi?»
Gesù. Stava flirtando? Era la cosa peggiore che potesse capitargli. Non per lei, ma per lo stato in cui era al momento. Olivia ridacchiò e lui fece del suo meglio per tenerla dritta sullo sgabello, passandole un braccio intorno alla vita.
«Sceriffo, ci stai provando con me?» Lo guardò sbattendo le lunghe ciglia rosso scuro.
Fosse stata un'altra occasione e non brilla, lo avrebbe fatto senz'altro. Ma quel pomeriggio se n'era andata arrabbiata e adesso aveva in corpo abbastanza tequila da stendere chiunque.
«Io non mi approfitto delle ragazze ubriache,» ribatté, cercando di tenere bassa la voce. Contava sulla discrezione di Cody, ma dubitava che qualcuno degli uomini presenti tacesse sulla dottoressa. Farsi vedere ubriaca, dopo solo due settimane da quando era arrivata, non era la migliore pubblicità.
Olivia si irrigidì e si divincolò, fissandolo dritto in faccia con uno sguardo fermo. Per un secondo, Jackson pensò che non fosse così sbronza come voleva fargli credere.
«Tu non ti approfitteresti di me nemmeno se fossi sobria,» replicò lei, allontanandogli la mano e scendendo dallo sgabello. «Quando trovate una donna indipendente e con delle ambizioni vi sentite sopraffatti e girate al largo. Soprattutto se non è bionda e con le tette grosse.» L'amarezza contenuta in quelle parole lo colpì. Olivia si infilò una mano in tasca e tirò fuori dei soldi, mettendoli sul bancone. «Cody, grazie.»
Il barista comparve all'istante. «Di niente, Doc.» Prese i soldi e lo guardò in faccia. Non occorreva essere un genio per capire cosa gli volesse dire. Non poteva lasciarla uscire da sola in quelle condizioni. In effetti, barcollava un po' troppo. Sospirando, Jackson riuscì a prenderla per un braccio. Alcuni clienti stavano guardando, ma bastò una sua occhiata per farli tornare alle loro faccende.
«Andiamo, Doc. La riporto a casa.»
«Non ho bisogno della balia,» si intestardì lei, ma non la lasciò andare.
«Sto cercando di evitare che il vento la trascini via e ci obblighi a cercare un altro medico.»
Lei ridacchiò. «Figurati se non c'erano altre motivazioni.»
L'aiutò a infilarsi il grosso giaccone sulla felpa scura e fece scattare i bottoni automatici. Non aveva tempo per alzarle la cerniera. Le calcò in testa il cappello di lana verde scuro e le strinse la sciarpa intorno al collo. Curiosamente, lei rimase immobile a fissarlo, gli occhi socchiusi. Jackson sperò che non stesse per svenire.
«Andiamo, Doc. Per stasera ha dato. È ora di andare a letto.»
Olivia lo seguì docile, senza ribattere. Forse l'aria gelida le avrebbe schiarito le idee, insieme alle sue. Avrebbe voluto capire quella riflessione amara per niente da ubriaca che le era uscita di bocca, ma ora era imperativo riportarla nell'appartamento sopra lo studio e metterla a letto. Poi avrebbe pensato al resto.

10.
 Era mattina?
Olivia aprì un occhio, cercando di capire dove si trovasse. Le tende erano socchiuse, lasciando entrare uno spiraglio di luce grigia. Sollevò la testa e una fitta di dolore le attraversò il cranio, facendola ricadere sul cuscino.
Cosa mi è successo?
Serrò le palpebre nel tentativo di ricordare, mentre il pulsare in mezzo alle tempie le inviava strani input al cervello. L'unica altra volta che si era sentita così male era stato quando aveva bevuto, dopo aver scoperto...
Questa volta spalancò gli occhi. La sera prima si era seduta al bancone nel pub di Cody e aveva chiesto la tequila e tutto il corredo. Fissando la penombra che la circondava, percepì l'affluire dei ricordi nella sua testa confusa. Tre shot di tequila e la sensazione di essersi comportata da perfetta idiota. Gli occhi azzurri di Jackson Taylor le comparvero davanti e si rese conto che aveva fatto una figura di merda davanti allo sceriffo.
Riuscì a sollevarsi, uscendo da sotto le coperte e sedendosi sul bordo del letto. La testa le girava un po', ma niente era paragonabile alla vergogna che le stringeva il petto. Il pomeriggio precedente si era comportata come una ragazzina delusa, non come una donna adulta, capace di nascondere i propri sentimenti. Se n'era andata salutandolo a malapena, dopo averlo visto baciare quella bionda sugli spalti dello stadio del ghiaccio di Crookston.
Cazzo, Olivia, ti comporti come una primadonna offesa.
Le parole di Rick le rimbombarono nel cervello e lei si prese la testa fra le mani. La crudeltà allora era stata del tutto gratuita, visto il modo in cui l'aveva trattata, mettendola da parte per i propri interessi. Ma adesso? Non c'era niente tra lei e lo sceriffo, quindi quel comportamento immaturo era stato del tutto fuori luogo. Ricordando come si erano divertiti, come si erano guardati, quando ridevano ed erano vicini, prima che comparisse la bionda, forse non era del tutto inappropriato. Era scattato qualcosa tra loro, ridotto in cenere subito dopo.
Olivia si alzò, barcollando e aspettando che le passasse il capogiro. Qualcuno l'aveva spogliata e messa a letto, rifletté guardandosi le gambe nude. Quel qualcuno doveva essere stato lo sceriffo, ma i ricordi finivano nel momento in cui gli aveva fatto le avances e poi era stata respinta. Sarebbe stato meglio non ricordarlo, faceva volentieri a meno del senso di vergogna che le stava attanagliando lo stomaco.
Doveva vestirsi e uscire dalla camera. Oltretutto quel giorno era prevista la gita.
Oddio, non ce la posso fare.
Subito dopo aver articolato quel pensiero, strinse i pugni. Era forte, capace di passare oltre. Non che fuggire fosse contemplato, benché lo avesse fatto, finendo nel bel mezzo del nulla. Non era successo niente. Doveva continuare a ripeterselo.
Prese una felpa e i pantaloni di una tuta, piegati sulla sedia ai piedi del letto, e li indossò, uscendo dalla camera dopo aver infilato il paio di zoccoli su cui stava per inciampare. Attraversò il corridoio ed entrò in bagno, notando come il cielo fosse grigio al di fuori della finestra priva di tende.
Poco dopo, la faccia lavata, la bocca fresca di dentifricio e il mal di testa ancora presente, si diresse verso la cucina. Doveva prendere un'aspirina e bere un caffè, era imperante. Il profumo l'assalì ancora prima di entrare, facendole fare un balzo. C'era qualcuno, ora lo sentiva muoversi.
La schiena ampia e le spalle larghe di un uomo furono la prima cosa che vide quando fece capolino dalla porta della cucina. I capelli neri potevano appartenere a una sola persona. Di nuovo la vergogna l'assalì, scoprendo che non avrebbe potuto nascondersi e chiamare Jennie con una scusa per declinare la sua presenza alla gita.
Quasi si fosse reso conto che lei era lì, Jackson si girò, atteggiando le labbra a un sorriso.
«Buongiorno. Come ti senti?»
Olivia prese un respiro ed entrò, vedendo la tavola preparata, il piatto con il pane abbrustolito e una tazza, vicino alla quale c'era una confezione di aspirine.
«Uno straccio,» ammise, avvicinandosi.
«Ho preparato il caffè e qualcosa per colazione. Lì ci sono le pastiglie.»
Lei si sedette, senza guardarlo. Non ricordava cosa gli avesse detto la sera prima e forse era un bene. Si sentiva già abbastanza depressa così.
«Sei rimasto qui?» Lo sbirciò e lo vide che la osservava, serio in volto. La barba risaltava sulla pelle chiara, aveva bisogno di radersi.
«Non me la sono sentita di lasciarti da sola. Eri un po' sbronza.» Jackson versò il caffè per entrambi e si sedette al tavolo. «Ammetto che quando me lo avevi detto, in macchina tornando dall'aeroporto, pensavo scherzassi.»
Lei scosse la testa, ma si fermò subito, sentendo il martello riprendere a battere dentro le tempie. «Non reggo l'alcol. Ieri sera ho fatto... una cosa stupida.»
«Olivia...»
Alzò una mano e lo guardò. «Mi spiace. So di non essermi comportata come avrei dovuto. Pensavo di essere più forte di così, stoica. A quanto pare mi sono sbagliata.»
«Tra me e Dora non c'è niente.» Gli occhi azzurri la scrutarono.
«Neanche tra te e me,» replicò, prendendo la tazza e bevendo un sorso, prima di farsi cadere due aspirine nel palmo e inghiottirle. «Grazie per essere rimasto. Immagino tu abbia dormito sul divano. Mi spiace di averti costretto a prenderti cura di me.»
Jackson allungò la mano e la posò sulla sua, che lei ritrasse subito. Lui sospirò.
«Non c'è niente di cui dispiacersi.»
«Forse. Credo che oggi non verrò con voi.»
L'uomo ridacchiò. «Dubito che qualcuno riesca a muoversi, con il vento che c'è fuori. Stanotte si è scatenato un blizzard, fuori ci saranno almeno altri venti centimetri di neve, e vento a sessanta miglia l'ora.»
Era quello il rumore che sentiva, allora? Non era solo la sua testa confusa.
Voleva spiegargli il motivo della sua caduta, il perché il vederlo con quella donna l'avesse messa sottosopra, invece di ignorare la cosa. Aprì la bocca per farlo, ma il suono di un telefono la bloccò.
«Scusa un attimo.» Jackson si frugò in tasca e ne trasse il cellulare, guardando accigliato lo schermo prima di rispondere. «Milly, che succede?»
Olivia lo scrutò, vedendo un susseguirsi di espressioni sul volto serio, finché lui non strinse le labbra.
«Arrivo subito.»
«Che succede?» gli chiese. Non le piaceva l'aria preoccupata che aveva assunto per un istante.
«Un incidente sulla Highway 2 in direzione Erskine, a circa tre miglia da qui.»

Lei si alzò immediatamente. «Cosa possiamo fare?»
«Tu non devi fare niente. Adesso vado a vedere e inizio a coordinarmi con i soccorsi.»
Aggrottò la fronte. «Non sai nemmeno di cosa si tratta. Potreste avere bisogno di un medico.»
Jackson andò a infilarsi il giaccone. «È colpa del ghiaccio e della stupidità della gente,» ribatté.
«Vengo con te,» disse, uscendo dalla cucina e andando a mettersi scarponi e una maglia più pesante. Non aveva intenzione di lasciar perdere, avrebbero potuto avere bisogno di una mano. Ritornando nel salotto, si sentì sollevata dal fatto che fosse ancora lì e l'avesse aspettata.
«I soccorsi faticano ad arrivare per via del tempo,» ammise lo sceriffo.
«Ragione di più perché venga anch'io. Ho lavorato in un pronto soccorso, so cosa devo fare.»  Sorrise appena. «Quando è successo?»
«Neanche mezz'ora fa.»
«Andiamo, allora. Non abbiamo tempo da perdere.»

11.
Il vento soffiava così forte che Jackson si piegò quasi in due per riuscire ad arrivare al pickup. Si girò indietro una volta, controllando che Olivia lo seguisse, ma lei era lì, imbacuccata nel suo giaccone, con il berretto fin sugli occhi. Lei gli fece un cenno e finalmente si chiusero dentro la relativa calma del veicolo.
«Devo prendere delle cose alla clinica.» La voce femminile era ferma e decisa, sembrava così diversa dalla donna che poco prima annegava nell'imbarazzo.
Lui annuì. «Dobbiamo fare in fretta. Devo chiamare anche Charlie.»
Olivia non chiese chi fosse e Jackson mise in moto, affrontando la tempesta di neve.

§§§

L'auto era capottata in mezzo alla strada.
Ci avevano impiegato almeno mezz'ora per raggiungerla, il ghiaccio e il vento li avevano ostacolati. Il traffico era ridotto all'osso e lui ringraziò il fatto che fosse domenica. Charlie si fermò dietro di lui, posizionando il veicolo in modo da bloccare la strada. Sull'altra corsia era passato solo un tir diretto verso Est.
Jackson scese, imitato da Olivia e Charlie, dirigendosi verso l'auto incidentata. Vedeva muoversi qualcosa dentro l'abitacolo, ma poteva essere un effetto della neve che turbinava senza sosta intorno a loro. C'erano altre due auto ferme a lato della carreggiata, dovevano essere quelle degli automobilisti che si erano fermati a prestare soccorso e a chiamare aiuto. Dovevano averli visti perché scesero dalle auto e si fecero loro incontro.
«Ci deve essere qualcuno ferito dentro, ma gli abbiamo detto di restare calmi, che gli aiuti stavano arrivando,» disse uno dei due, un omone grande e grosso che Jackson non aveva mai visto. L'altro annuì. Non erano di Bagley, lui conosceva tutti.
«Bene. Le ambulanze sono già partite da Erskine, ma ci impiegheranno un po' con questo tempaccio.» Si diresse a testa bassa verso l'auto, notando la fiancata schiacciata. Aveva fatto una bella giravolta. Olivia gli si mise al fianco, ma riuscì a vederle solo gli occhi castani, il resto del viso era coperto dalla sciarpa e dal berretto.
«Diamo un'occhiata, ma dovremo lasciarli stare così, almeno finché non arrivano i soccorsi.»
Lei scosse la testa e borbottò qualcosa, prima di abbassarsi la sciarpa. «Se c'è bisogno di intervenire lo faccio, sceriffo.» Sembrava più che decisa. Lui sperò che sapesse il fatto suo.
Si chinarono vicino alla macchina, battendo sul finestrino. C'era uno spruzzo di sangue sul parabrezza, non poteva sbagliarsi.
«Aiuto.» La voce arrivò smorzata. «Non riesco a tirare giù i finestrini.» Era una donna, sembrava spaventata a morte.
Jackson si girò verso i due uomini rimasti dietro. «Prendete qualcosa, un cric o roba del genere. Presto!»
Poco dopo, stringeva l'attrezzo in mano, pronto a rompere uno dei vetri.
«Meglio il lunotto posteriore, evitiamo di buttargli i vetri addosso,» disse, a nessuno in particolare. Olivia fece solo un cenno d'assenso.
Lui gridò alla donna nell'auto di proteggersi e proteggere gli altri all'interno. C'erano dei bambini. Se i soccorsi non arrivavano in fretta avrebbero dovuto fare qualcosa nell'immediato.
Si spostò dietro, impugnando il cric e colpendo con forza il lunotto, che andò in pezzi, buttando schegge all'interno. Lui e Olivia si inginocchiarono a guardare dentro.
«Signora, siamo qui,» gridò, e la vide girarsi sul sedile, dove era ancora ancorata a testa in giù. Sentiva piangere e vide il fagotto appoggiato al tettuccio.
«Non riesco a sganciare la cintura,» si lamentò la donna. «Pensate ai bambini.»
«È ferita?» chiese Olivia, sporgendosi.
«Non so, non credo. Per favore, i bambini.»
Jackson fece per sollevarsi, ma la dottoressa gli mise una mano sul braccio.
«Vado io.»
«Neanche per sogno. Non ti lascio rischiare.»
«Sono alta, ma sono anche la metà di te e di quei due. Vado io. Non è la prima volta, sceriffo. Fammi fare il mio lavoro. Tu prendimi solo la borsa.» Olivia si tirò indietro e si tolse il giaccone.
«Sei impazzita? Ti congelerai.» Le sue proteste rimasero inascoltate, mentre lei prendeva in mano la situazione.
«Accertati che le ambulanze stiano arrivando,» gli disse, prima di scivolare dentro. La macchina era piccola, lei aveva ragione sulle dimensioni.
La sentì parlare, ma non distinse le parole, mentre faceva cenno ai due uomini di stare vicini all'auto e correva a prendere la borsa che Olivia aveva recuperato allo studio. Poco dopo, un ciuffo di capelli chiari fece capolino e lui l'afferrò. Era un ragazzino di una decina d'anni, apparentemente incolume.
«Stai bene? Sei ferito?» Il ragazzino scosse la testa, e lo consegnò a uno dei due uomini. «Tenetelo al caldo.»
In quel momento udì le sirene in mezzo al vento impetuoso: mai suono gli riuscì più gradito. Alzandosi, vide i lampeggianti azzurri arrivare dalla direzione opposta.
«Jackson!»
Lui si chinò di nuovo, sentendo Olivia. «Stanno arrivando.»
«Anche l'altro bambino.»
Un altro ciuffo di capelli biondi, questa volta impiastricciati di sangue. Il bambino piangeva, ma almeno era sveglio. Jackson gli spostò i capelli, rivelando una ferita sulla fronte che sembrava superficiale.
«Andrà tutto bene,» lo rassicurò. Charlie prese il piccolo, mentre l'ambulanza attraversava la carreggiata e si fermava poco distante.
Sentì armeggiare e un'imprecazione, poi spuntarono gli scarponi della dottoressa.
«Ho bisogno di un coltello, qualcosa, per tagliare la cinghia.»
«Olivia, sono arrivati.»
«Di' che si muovano. La donna è svenuta, credo sia grave.»

12.
La macchina si fermò davanti alla sua clinica e Olivia scese, dopo aver ringraziato il collega che l'aveva accompagnata da Erskine. Si era fermata tutto il giorno successivo e la notte, perché avevano cominciato ad arrivare dei feriti in seguito a un maxi tamponamento dovuto al ghiaccio e quando i colleghi del pronto soccorso avevano saputo chi era avevano approfittato della sua presenza.
Il mattino precedente era impresso nella sua mente, quando aveva dovuto rianimare la donna ferita nell'incidente sull'ambulanza. Era partita con i soccorritori, lanciando un'occhiata a Jackson e urlandogli che si sarebbe messa in contatto quanto prima.
In realtà ci era riuscita solo a sera inoltrata, telefonando a Jennie e spiegandole quanto era successo. Una volta arrivata all'ospedale di Erskine, spiegata la situazione della donna ferita e stabilizzata la situazione, si era rimboccata le maniche dietro insistenza di chi lavorava già da un po' sulle vittime del grosso incidente e non si era più fermata.
Era il suo lavoro, era brava e aveva messo tutto l'impegno possibile per aiutare.
Adesso però era stremata. L'adrenalina che l'aveva sostenuta sembrava un lontano ricordo.
La tempesta per fortuna era cessata durante la notte, almeno quello era qualcosa per cui non si doveva preoccupare, ed era il motivo per cui era riuscita a trovare un passaggio sicuro per tornare a casa.
Vide accendersi le luci dello studio e si avviò verso la porta, che si aprì su una Jennie chiaramente preoccupata.
«Quando ho visto la macchina fermarsi, ho sperato fossi tu,» esclamò la sua infermiera, prima di abbracciarla, incurante del giaccone, sciarpa e berretto che indossava. «Come stai?»
«Sto bene,» mormorò lei, quando l'altra la lasciò andare e riuscì ad abbassarsi la sciarpa. «La donna della macchina rovesciata ha riportato delle lesioni, ma è viva e stabile. Abbiamo lavorato tutto ieri pomeriggio e anche la notte sui feriti di quel grosso incidente.» Fece una smorfia al ricordo. «Quando hanno saputo che ero un chirurgo d'urgenza mi hanno reclutato sul posto.»
Jennie sbatté le palpebre. «Eravamo preoccupati. Ho avvisato Jackson, dopo che mi hai chiamato ieri sera, ma siamo state poco al telefono e il tempo era ancora troppo orribile per poter pensare di partire.» Tacque quando si sentì il rumore di un motore.
Olivia si voltò, vedendo scendere lo sceriffo dal SUV in dotazione al dipartimento e raggiungere in fretta la porta. Quando entrò, rimase a guardarlo per un istante, ricambiata da quegli occhi azzurri che non sembravano voler abbandonare il suo viso.
«Era ora, cazzo,» sbottò l'uomo, avvicinandosi a loro.
Lei scrollò le spalle. «Stavo giusto spiegando a Jennie-»
«Sì, me lo ha detto. Chi ti ha portato a casa?»
A casa...
Olivia deglutì, sforzandosi di non chiedersi perché lui sembrasse così preoccupato. Era un ex soldato, sapeva quando occorreva mettere da parte le paure per affrontare la situazione; comunque aveva cercato di spiegare tutto alla sua collaboratrice la sera prima, nei pochi minuti che era riuscita a rubare al lavoro.
«Un collega. Abbiamo finito che erano quasi le quattro.»
«Ho sentito del maxi tamponamento. La tempesta non ha aiutato.»
«No.»
Jennie le strinse il braccio. «Va bene, ora vado a casa. Ed è meglio se tu te ne vai a dormire un po'. Per oggi lo studio rimane chiuso.»
«Jennie, sono solo le sette,» protestò lei. «Posso dormire un paio d'ore e poi lavorare.»
«Non se ne parla. A letto. La gente non se ne avrà a male se per oggi rimani a riposo. Tanto sanno già che sei rimasta a Erskine a lavorare al Pronto Soccorso.»
Inarcò le sopracciglia, sorpresa. «E come diavolo-»
«Le voci girano, e anche le telefonate. Hanno già saputo tutti che hai salvato la vita di quella poveretta e dei suoi bambini e del resto. Uno dei soccorritori arrivato ieri sulla scena è di qui.»
Olivia alzò gli occhi al cielo. «Ci mancava la notorietà.»
Jackson scosse la testa. «Ci penserai più tardi. Hai sentito Jennie?»
Lei si tolse berretto e giaccone e annuì. «D'accordo.» Guardò uscire la sua infermiera e sospirò. «È stata una giornataccia.»
«Già.»
Si girò a guardarlo, vedendo che la fissava.
«Avevo solo il numero di Jen-»
Lui la interruppe, mettendole una mano sulla nuca e attirandola contro il suo petto. Il giaccone le sfuggì di mano nel momento in cui la baciò, il cuore che perdeva un battito. Quando le braccia forti la cinsero, si lasciò andare contro di lui, la stanchezza e il desiderio che fluivano nelle sue vene.
«Ero preoccupato,» sussurrò Jackson sulle sue labbra. «Il tempo non migliorava, sennò sarei venuto a prenderti ieri sera.»
«Ieri sera eravamo nel pieno dell'emergenza,» replicò, guardandolo negli occhi. «Jackson...»
«Adesso va' a dormire e io torno in ufficio. Ci vediamo per pranzo.»
«Da quando mi dai degli ordini?»
«Da adesso.» La baciò di nuovo.
Olivia si chiese se stesse sognando, ma il calore che sentiva dentro le suggeriva il contrario, come le braccia intorno a lei e il corpo eccitato dell'uomo premuto contro.
«Obbedisco soltanto perché sono troppo stanca,» disse, una volta riemersa per respirare.
Jackson rise. «Lo so.»

13.
 Quando scese a mattina inoltrata, il sole splendeva e Olivia si chiese se dovesse attribuire a un sogno quello che era successo tra lei e Jackson quel mattino presto.
Quel bacio era stato meraviglioso e inaspettato, così come la preoccupazione che gli aveva letto in volto.
Era da poco passata l'ora di pranzo quando lui arrivò. Si era fermata nell'ambulatorio a sistemare le cartelle, tanto per fare qualcosa, dopo aver chiamato sua madre e Ron, e vide l'auto del dipartimento fermarsi davanti alla clinica.
«Pranzo,» annunciò Jackson, dopo che lei gli ebbe aperto Aveva un sacchetto marrone in mano, da cui si levava un profumo paradisiaco. «Cody ha saputo di ieri e ha contribuito con i suoi hamburger.» Le si avvicinò e si chinò a darle un bacio, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se fossero qualcosa in più di amici, sebbene amicizia non fosse la parola che le veniva in mente per prima.
Rispose al bacio, avvertendo il sapore dell'uomo, la sua forza. Era una sensazione che non aveva mai vissuto con Rick. Staccandosi da lui, si sentì in dovere di spiegargli perché avesse deciso di lasciare la California.
«Jackson.»
Lui strofinò il naso contro la sua guancia, facendole correre dei brividi lungo la spina dorsale.
«Jackson, vorrei dirti perché ho accettato questo posto.»
L'uomo alzò la testa. «Durante il pranzo, magari?»
«Okay.»

§

«Che stronzo.»
Tra un boccone e l'altro, Olivia aveva parlato, cercato di spiegare il perché avesse deciso di lasciare la California. A volte si sentiva una sciocca ad aver abbandonato una carriera, seppure temporaneamente bloccata, per un posto di medico di paese, in una clinica dove sì si prestavano le cure più urgenti, ma che non dava la possibilità di proseguire oltre.
L'esternazione di Jackson la scaldò. Gli aveva spiegato le manovre di Rick, il suo essere stata messa da parte in nome del denaro e della figlia del presidente.
«È vero, ma io mi sono sentita una codarda a scappare via, come se non riuscissi ad affrontare la situazione. Sono una donna adulta e matura. Quante volte capitano queste cose? In tanti fanno buon viso a cattivo gioco.» Olivia bevve un sorso d'acqua. «Quando il dottor Danvers mi ha parlato di Bagley, non ho pensato ad altro che accettare.»
L'uomo la guardava dall'altra parte del tavolo, il volto serio.
«Trovo che tu sia stata coraggiosa, invece. Lasciare tutto quello che si conosce per un posto che neanche sapevi dove fosse non è da tutti. D'accordo, ne parli come se fosse una ripicca, ma non credo che sia così, in fondo. Ha bloccato la tua carriera, quando avresti potuto benissimo diventare vice. Ti ha preferito una con meno titoli e meno esperienza solo perché suo padre gli ha promesso un ruolo importante. Capiterà anche spesso, ma non per questo fa meno schifo.»
«Già.» La confortava sapere che Jackson avesse capito come si era sentita, quando aveva visto quei due baciarsi e quando la lettera che aspettava dalla Direzione non aveva dato la risposta sperata. «Beh, adesso sono qui.» Sorrise, ricambiata. Gli occhi azzurri la scrutarono e lei si sentì arrossire. Aveva voglia di baciarlo, di farsi stringere e sentire la sua pelle contro la propria. Il suo viso dovette esprimere ciò che provava, perché Jackson aprì la bocca e la richiuse subito, alzandosi in piedi, facendo il giro del tavolo e raggiungendola. Lei si ritrovò stretta fra le sue braccia e sommersa di baci.
Questo era ciò che non si aspettava quando era arrivata in mezzo al nulla. Un uomo che sembrava davvero sapere cosa volesse. E voleva lei, se i suoi baci significavano qualcosa.
«Devo tornare a lavorare,» sussurrò Jackson, «ma stasera possiamo andare al ristorante da Albert, poi bere qualcosa da Cody e venire qui. Oppure a casa mia. Che ne dici?»
«È un appuntamento, sceriffo?» gli chiese, sbattendo le palpebre.
«Mmmm...»
Rise, facendogli roteare gli occhi. «Okay, ci sto.» Quello le fece guadagnare un altro bacio.
Sarebbe stata lunga l'attesa fino a sera.

14.
Il ristorante a un isolato dal pub di Cody era piccolo, con una trentina di posti a sedere, ma il cibo era buono e aveva una scelta di vini da far invidia a uno dei grandi locali di Los Angeles. Non che Olivia avesse bevuto. Si sentiva anche troppo inquieta.
Lo sguardo caldo e tenero che Jackson le aveva rivolto quando era andato a prenderla le aveva detto tutto quello che c'era da sapere: quella sera avrebbe avuto qualcuno nel suo letto, e non uno qualsiasi. Il solo pensiero bastava a riempirle lo stomaco di farfalle svolazzanti.
Quando entrarono nel suo appartamento, poco dopo le dieci, l'uomo non aspettò nemmeno che avesse acceso tutte le luci. Incollò le loro labbra, facendogliele socchiudere e assaggiandola. Quel retrogusto di vino e del dolce al cioccolato che avevano mangiato le fece esplodere i sensi. Si aggrappò a quelle spalle larghe e muscolose – benedetta signora Barry, quanto aveva ragione! – e si lasciò trasportare verso la camera da letto.
La bocca di Jackson stava facendo cose magiche sulla sua pelle, le sue mani l'avevano liberata di quasi tutti gli strati di abiti di cui si era rivestita, al diavolo l'eleganza. Ormai aveva capito che non era stata quella ad attirarlo verso di lei.
Riuscì a staccarsi quel tanto da contribuire, togliendogli la camicia a scacchi da sexy boscaiolo, la maglietta bianca a maniche corte fino a riuscire finalmente ad arrivare alla pelle nuda. Passando le dita fra i setosi peli che gli ricoprivano il petto, Olivia trattenne un respiro e alzò lo sguardo su di lui, scoprendo che la guardava, le labbra socchiuse e un lieve sorriso a donargli un'aria da predatore che lei stava imparando ad apprezzare più del dovuto.
«Cosa c'è?» La voce maschile era roca, piena di promesse.
«Mi sembra solo strano essere qui.»
Jackson raddrizzò le spalle. «Non vuoi? Olivia, basta solo...»
Lei gli mise un dito sulle labbra, zittendolo, prima di alzarsi sulle punte dei piedi per baciarlo. L'uomo sospirò nella sua bocca e la strinse, infilandole una mano sotto la maglia termica per trovare i gancetti del reggiseno e farli saltare. La grande mano calda, callosa ma non al punto da darle fastidio, le si chiuse su un seno, facendola gemere. Jackson si ritrasse per toglierle la maglia e slacciarle il bottone dei jeans.
Poco dopo, lui si liberò dei pantaloni e la fece sedere sulla sponda del letto, ormai nuda, dandole il tempo di far scorrere lo sguardo su quel magnifico esemplare di uomo, dal petto massiccio ai muscoli sodi dell'addome, al sesso che svettava spavaldo tra le cosce forti.
«Se continui a guardarmi così mi farai venire,» mormorò Jackson.
Lei si spinse indietro, invitandolo a raggiungerla sotto le coperte, cosa che fece salendo sul letto e allungandosi su di lei fino a coprirla con il suo corpo. Olivia dischiuse le gambe per lui, sentendo il membro duro premere contro di sé.
Si inarcò, stringendogli le braccia intorno al collo e andando incontro ai suoi baci, sempre più avidi e bollenti. Si sarebbe sciolta, se avessero continuato di quel passo.
Jackson si sollevò di scatto, uscendo dal letto e raggiungendo i propri pantaloni a terra. Il freddo si impadronì di lei all'istante, ma non fece in tempo a protestare, perché lui ritornò al suo posto e le scivolò addosso, riscaldandola.
«Non so come la pensi tu, ma ho preferito prendere delle... precauzioni.» Alzò la mano, mostrandole il quadratino argentato.
Lei annuì. Si scambiarono un altro bacio, prima che lui si alzasse sulle ginocchia e strappasse l'involucro. Un attimo dopo, le passò un braccio sotto il bacino e la sollevò, spingendosi dentro di lei. Si abbassò per baciarla, stuzzicandole le labbra con la lingua e muovendo i fianchi, provocandole un'ondata di puro desiderio. Lo tirò giù, il torace a schiacciarle il seno e gli avvolse le gambe intorno alla vita per aumentare la pressione. I movimenti di Jackson si fecero più veloci, gli affondi più potenti. Si allontanò dalla sua bocca per respirare e trattenne un grido, quando l'orgasmo la investì.
Jackson spinse ancora, le dita ancorate ai suoi fianchi e gemette forte, il suo calore a invaderla mentre veniva nel preservativo. Con il respiro corto, lui affondò il viso nel suo collo, mordicchiandola dolcemente. Olivia si ritrovò a ridacchiare, anche se schiacciata sotto quell'uomo imponente. Era stato bello, fantastico.
«Stai bene?» le sussurrò all'orecchio.
«Mai stata meglio. E tu?»
«Lo stesso.»
Jackson si spostò, sfilandosi il preservativo e avvolgendolo in un fazzoletto di carta che aveva trovato sul comodino. Poi si sdraiò al suo fianco e le strofinò il naso e il mento ispido sulla guancia. Il giorno dopo la sua pelle avrebbe portato i segni, chissà cosa avrebbero pensato i suoi pazienti.
«Che c'è?» le chiese, guardandola.
Lei sbatté le palpebre. «Domani farò parlare la città.»
«Chissà cosa avranno da dire,» replicò lui, dandole un morsetto sulla spalla.
«Ehi!»
Lui ridacchiò. «Comunque una cosa è certa: non c'è niente che non vada nelle tue tette.»
A quello scoppiò a ridere e, quando si unì anche Jackson, prima di farle posare la testa sulla sua spalla, fu un bel suono, che le riempì il cuore.

15.
I cittadini di Bagley la trattarono come un'eroina. Jennie aveva ragione, le notizie correvano in fretta, ormai tutti sapevano che la dottoressa Bennett non aveva paura di niente e non si tirava indietro di fronte a situazioni pericolose.
Olivia aveva cercato di schernirsi, di far apparire la cosa meno importante di quello che era, ma le persone non sembravano pensarla allo stesso modo.
Il rapporto con Jackson, inoltre, era in continua crescita, benché nessuno dei due parlasse apertamente di relazione. Non era una relazione, non nel senso stretto del termine, non dopo così poco tempo. Il fatto che fossero entrambi single, giovani e attraenti contribuiva ad alimentare le chiacchiere nemmeno troppo infondate sul fatto che stessero insieme. Li avevano visti insieme.
Il sesso era strabiliante, quelle poche volte che erano riusciti ad avere una serata da soli, che non comprendesse turni o chiamate notturne per malanni o incidenti.
Lei avrebbe dovuto solo lavorare di giorno, in teoria, ma era già capitato che si facesse prestare la macchina da Jennie per raggiungere qualche casa isolata per visitare i pazienti a domicilio, anche a ore impensabili. Aveva imparato presto a guidare sulla neve, ad applicare le catene e a evitare di finire in un fosso per il ghiaccio. Lo sceriffo le aveva fatto un corso accelerato di guida in condizioni climatiche estreme. Non che la cosa la tranquillizzasse, ma almeno aveva qualche nozione in più.
Una macchina le sarebbe servita, se fosse rimasta lì. Quel se la tormentava un po', perché ormai il legame che sentiva con Jackson, quella connessione la rendeva titubante e indecisa. Odiava il freddo, ma il suo cuore si stringeva al pensiero di lasciare quell'uomo che le era entrato dentro senza chiederle il permesso.
Il venerdì sera stavano cenando nella sua minuscola cucina, prima di una serata a base di vecchi film e di finire a letto, quando il suo cellulare squillò. Un'occhiata al display le disse che forse avrebbe fatto bene a rispondere. Si scusò con Jackson e accettò la chiamata.

§

La sentiva parlare in salotto. Olivia teneva la voce bassa, ma Jackson aveva udito lo stesso quelle parole che temeva da quando si era reso conto di provare qualcosa in più di una semplice simpatia per quella rossa dalle gambe lunghe.
Quando gli aveva raccontato del suo ex capo e di come si era comportato nei suoi confronti, aveva provato l'irrefrenabile impulso di volare in California e riempirlo di pugni, per averla messa da parte e dato un bel colpo alla sua autostima. Ricordava anche troppo bene cosa gli avesse detto quella sera in cui si era sbronzata.
Dopo poco più di un mese da quando era arrivata, Jackson si rese conto che aveva sperato davvero di essersi sbagliato sul fatto che lei decidesse di andarsene. Dopo aver fatto il primo passo, credeva che Olivia avrebbe avuto un motivo in più per rimanere. A giudicare da quel poco che sentiva, forse era stato un ingenuo a sperarlo.
I passi della donna che aveva imparato a conoscere si avvicinarono e lui si girò a fissarla, notando l'espressione ancora sorpresa, come se avesse ricevuto notizie in cui non sperava.

«Tutto bene?» azzardò.
«Era un mio ex collega. A quanto pare c'è un posto vacante nell'ospedale dove lavoravo, Rick se ne è andato dopo che si è scatenata una bufera legale e mediatica sul suo futuro suocero. Appropriazione indebita, pare. Lui è stato coinvolto e ha dovuto dare le dimissioni.»
«Ma davvero?» Jackson si sentiva vergognosamente contento della cosa, sebbene questo significasse che il tempo di quella strana relazione stava per finire. Non che ci avesse creduto, aveva deciso di procedere giorno per giorno, prendendo quello che poteva dargli, ma illudendosi in cuor suo che lei avrebbe amato la città, la neve e... anche lui. Soprattutto lui. Era sempre stato un uomo con i piedi per terra, doveva tornare a esserlo.
Olivia mise il telefono sul tavolo, sedendosi al suo posto. Le lasagne che aveva preparato si erano freddate, ma sembrava aver perso l'appetito.
«Mi ha chiesto se ho intenzione di tornare.»
«E tu cosa gli hai detto?» Non avrebbe dovuto arrabbiarsi, in fondo cos'erano? Solo degli amici con benefici, nessuno dei due aveva parlato di sentimenti, era comunque troppo presto.
Continua a ripetertelo, Jackson, prima o poi ci crederai.
«Ho detto che ci avrei pensato.»
«Ma tu vorresti andare.»
«Jackson...»
Lui alzò una mano. «Guarda, Olivia, ti capisco. Qui non c'è sbocco per la carriera. Saresti solo un medico di paese molto apprezzato, ma nulla più. L'ospedale più vicino e attrezzato è a Erskine, lo hai visto anche tu.»
«Sembra che tu mi stia spingendo ad andarmene,» sbottò lei.
Lo stava facendo? Si considerava un uomo forte, ma temeva di affezionarsi troppo e di restare con un pugno di mosche. Probabilmente era già quello che stava succedendo. Se non se ne fosse andata adesso, lo avrebbe fatto più avanti. Non era un esperto in relazioni, ma dubitava di uscire indenne da quella specie di amicizia.
«No, sto solo dicendo quello che vorresti sentirti dire.» La guardò. «A te non piace stare qui, Olivia.»
«Non l'ho mai detto.»
Jackson strinse le labbra. «Odi il freddo e qui la neve rimane per sei mesi all'anno. Non hai bisogno di dirlo, te lo si legge in faccia. È normale che ti manchi casa tua, il caldo e l'oceano, i tuoi amici e i tuoi genitori. Vorrei solo che fossi onesta e lo ammettessi.»
«Tu non ti sei messo in conto,» replicò lei, gli occhi marroni che lo fissavano senza sosta.
«Io cosa c'entro?»
Olivia alzò una mano. «Usciamo insieme, andiamo a letto insieme. Questa specie di relazione finirebbe ancora prima di iniziare.»
«Non sapevo avessimo una relazione.»
Si pentì non appena ebbe parlato. La vide trasalire, ma ormai era fatta. Non era quello che intendeva, ma l'espressione chiusa sul viso di lei gli disse che non l'avrebbe ascoltato, nel caso avesse tentato di tornare indietro e rimangiarsi le proprie parole.
«Bene, d'accordo.» Lei girò la testa, impedendogli di vederla in faccia. «Devo organizzarmi, prenotare il volo. Vedrò che cosa c'è per me a casa.»
Jackson si rese conto che stavano arrivando a un addio. Perché non aveva tenuto la bocca chiusa?
«E se non c'è niente?» chiese, tentando di porre un freno a quello che stava succedendo anche troppo in fretta.
«Contatterò Jennie o mi troverò un posto in un altro ospedale, al caldo e al sole.»
«Olivia...»
Lei lo guardò. «Sapevo che non sarebbe durata,» mormorò, «ma non pensavo che ti arrendessi al primo ostacolo.»
«Non mi sto arrendendo.»
«Beh, mi hai praticamente chiesto quando me ne andrò. Avevo cominciato ad abituarmi a questo posto, a... te. Dovrò ricominciare da capo.» Olivia si alzò. «Non credo di aver voglia di proseguire la serata, ti spiace? Ho qualche telefonata da fare.»
Jackson non l'aveva mai sentita usare un tono così gelido da quando era arrivata. Con il cuore pesante, conscio di avere commesso un grosso errore, si alzò e se ne andò.

16.
Due settimane. Due settimane e una sola telefonata, per dirgli che era arrivata a Los Angeles. Dopodiché, il nulla. Non che lui avesse preso in mano la situazione. Era semplicemente andato avanti, lavorando, continuando i suoi giri di controllo sulle strade della città, sedando qualche rissa tra ubriachi e alternandosi con Charlie, il suo vice.
Jennie non gli aveva detto niente, limitandosi a guardarlo in silenzio quelle poche volte che si incontravano. Sapeva però che aveva chiesto di nuovo al suo vecchio amico aiuto per trovare un medico che prendesse le redini della clinica, che era andata fino a Fosston e poi a Erskine per trovare qualcuno.
Jackson sapeva che era rimasta in contatto con Olivia, ma lei non si era mai sbilanciata parlando di lei o dicendogli come stava. Dal canto suo, lui sapeva benissimo che tutto quello che si era detto per convincersi a dimenticare era un'enorme sciocchezza. Una cazzata, avrebbe detto il suo sergente istruttore. Soltanto quando lei se n'era già andata aveva scoperto che gli mancava come l'aria. Aveva indossato la sua faccia da duro e aveva cercato di andare avanti.
Ogni tanto Cody gli chiedeva notizie, ma la sua alzata di spalle fintamente noncurante alla fine lo aveva fatto tacere, del che gli era grato. Non avrebbe tollerato che qualcun altro gli chiedesse di Olivia quando nemmeno lui sapeva qualcosa. Era arrivato a tanto così dal chiamarla, il dito già sul tasto, ma poi aveva intascato il telefono e preso un respiro. Lei non era fatta per quei posti. Non si sarebbe mai abituata alla pianura sterminata, alle foreste e alla neve.
Si diceva che sarebbe passata, prima o poi. Era ancora troppo presto, ma prima o  poi...

§§§

Incontrò Jennie sulla soglia del pub, nel primo pomeriggio. Jackson si scostò per farla passare, notando che aveva la macchina parcheggiata accanto al marciapiede.
«Vai da qualche parte?» le chiese.
L'infermiera sorrise. «All'aeroporto di Thief River Falls. Vado a prendere il nuovo medico, sperando che questa volta duri.»
Non era la risposta che sperava. «Davvero? Da dove arriva questa volta?»
«Non ho chiesto.»
Era stata vaga, ma lui scrollò la testa.
«Un altro acquisto che rimarrà per un tempo limitato,» commentò.
«Questa volta spero di no. Ciao, Jackson.» Lei fece il giro e salì sul piccolo SUV, mettendo in moto e allontanandosi.
Questa volta spero di no.
Chissà se aveva davvero trovato un pazzo deciso a seppellirsi in mezzo al nulla.
Jackson lasciò il freddo ed entrò nel pub, chiedendosi perché Jennie non gli avesse chiesto di andare al suo posto.

§§§

Olivia era da sola alla clinica. Jennie l'aveva lasciata sola non appena arrivate, ma non aveva certo bisogno di delucidazioni. Ormai conosceva bene quel posto.
Non aveva chiamato Jackson, non l'aveva neanche sentito, se si escludeva quelle breve telefonata quando era arrivata a Redondo Beach. Ron era andato a prenderla all'aeroporto e, dopo una breve e insistente richiesta di particolari su quel ritiro nel regno delle nevi, gli aveva raccontato tutto. Della gente, di Jennie, di uno sceriffo sexy di cui si era innamorata e che non aveva avuto abbastanza fiducia in lei da credere che avrebbe potuto abituarsi al gelo polare.
Era tornata a una parvenza di civiltà, ma le erano bastati due giorni per capire che non era soltanto l'uomo a esserle entrato dentro, ma anche tutte le persone che aveva incontrato in quel lungo mese e mezzo vissuto a Bagley. Aveva imparato ad amare quella cittadina sperduta, così la decisione le si era fatta strada nell'animo fino a impiantarsi in modo solido.
Qualche telefonata e un paio di email le erano servite a crearsi una rete lavorativa interessante. Inoltre, non aveva perso la speranza di inculcare in Jackson la certezza che non sarebbe stata solo di passaggio. Che una parvenza di futuro era possibile anche per loro. Sempre che lui provasse gli stessi sentimenti.
Guardandosi attorno nell'ambulatorio, le luci accese e l'ambiente ormai così noto, Olivia sperò di non essersi sbagliata. Sperò che lui le avrebbe dato una possibilità.

§§§

Il turno era finito.
Jackson lasciò l'ufficio del piccolo locale che ospitava il dipartimento dello sceriffo e salì sul pickup, dirigendosi verso casa lungo Main Avenue.
Passando davanti alla clinica, si accorse che le luci erano accese, anche se le tende della vetrata impedivano di vedere chi ci fosse. Forse Jennie aveva già depositato il nuovo medico e gli stava mostrando l'ambiente, però non vide il suo SUV.
Si chiese se avrebbe dovuto fermarsi e presentarsi o aspettare il giorno dopo. Era andato un po' oltre l'isolato, così inchiodò e fece inversione, tornando indietro e parcheggiando vicino al marciapiede. Era lo sceriffo, dopotutto, doveva vedere chi era il nuovo e temporaneo acquisto della città.
Scese dal veicolo e lo chiuse, dirigendosi poi alla porta a vetri illuminata. La spinse, scoprendo che era aperta. Nella sala d'attesa non c'era nessuno, ma la porta dell'ambulatorio era spalancata.
«Salve. Sono lo sceriffo Jackson Taylor,» disse ad alta voce, per non spaventare chiunque fosse nell'altra stanza. Fece un passo avanti e si arrestò. Il nuovo medico era uscito dall'ambulatorio e lo guardava rimanendo sulla soglia.
«Salve, sceriffo,» rispose Olivia. Indossava un maglioncino verde scuro che le donava molto e un paio di jeans neri e aderenti che le fasciavano le lunghe gambe snelle. I capelli rossi erano sciolti sulle spalle.
Jackson ammiccò. «Jennie è venuta a prendere te all'aeroporto. Il nuovo medico.»
«Così pare.»
Il cuore gli batteva forte, mentre si toglieva il cappello e si ravviava la zazzera.
«Strano che non me l'abbia detto.» La scrutò per un istante. «Suppongo tu abbia deciso di tornare qui e restare.»
Il viso di lei rimase serio. «È quello che ho fatto, sì.» Avanzò verso di lui. «Non avrei mai creduto di dirlo, ma mi mancava questo posto, mi mancava la città e anche quella gelida distesa bianca.» Stavolta sorrise, benché sembrasse esitante. «E mi mancavi tu. Ho chiesto io a Jennie di non dirti niente, contavo di vederci domani, di parlarti. Hai anticipato un po' le cose.»
Lui non rispose, guardandola avvicinarsi ancora. Era solo a un paio di passi quando si fermò.
«Ho preso accordi con l'ospedale di Fosston per lavorare nel loro Pronto Soccorso tre giorni a settimana, gli altri tre li dedicherò a questo ambulatorio.»
«Sembra che tu abbia già le idee chiare,» commentò Jackson.
«Per quanto riguarda il lavoro, sì. Per quanto riguarda il resto... beh, sta a te decidere cosa fare.»
«E cosa dovrei fare, di preciso?»
«Smetterla di fare lo stupido e baciarmi, cowboy.»
Lui si perse in quelle pozze castano dorate che lo fissavano.
«Non sono molto bravo in queste cose,» mormorò. «La gente se ne va, ti lascia.»
«Ma io sono tornata,» rimarcò lei.
«Non ci speravo, dopo la tua ultima telefonata.» La fermò prima che iniziasse a protestare. Non aveva senso girarci intorno, ormai. Lei era lì ed era quello in cui aveva sperato. «Mi sei mancata da morire.»
Olivia sorrise e il suo volto si illuminò. «Anche tu. A Los Angeles c'erano diciotto gradi, quindi devo essere proprio innamorata per tornare a gelarmi in questa landa desolata.»
Jackson rise, sentendo il peso che gli era rimasto sul petto da quando lei se n'era andata sbriciolarsi. Annullò la distanza e la prese fra le braccia, mentre Olivia gli cingeva il collo.
«Cowboy, eh?»
«Un sexy sceriffo cowboy,» confermò lei, abbassando lo sguardo sulle sue labbra.
Prima di accontentarla e baciarla, prima di ascoltare il suo corpo che già stava reagendo alla sua vicinanza, Jackson ci tenne a puntualizzare una cosa.
«Non volevo arrendermi, ma nemmeno obbligarti a rimanere, se non era quello che volevi. Ho cercato di non pensarci, di dirmi che era solo sesso, del gran bel sesso, ma sapevo di mentire a me stesso.» Si riempì gli occhi di quel viso sottile, dei lineamenti ancora un po' tesi. «Mi sono innamorato di te quando ti ho visto arrancare nella hall del terminal come se avessi un masso sulle spalle, poi mi hai visto e mi hai sorriso.»
«E io mi sono chiesta se ci fossero dei cowboy in Minnesota,» ribatté lei, accarezzandogli il viso.
«E la risposta è sì.»
«Ovvio. Il mio personale cowboy del Minnesota.»
Lui ridacchiò, prima di chinarsi e baciarla. Il gemito che le sfuggì dalle labbra lo esaltò. Quella donna era un'avventura da vivere.
«Magari potremmo trasferirci al piano di sopra,» le sussurrò sulle labbra.
«È un suggerimento?»
Lo era, ma non solo per quel momento specifico. Sarebbe stata una magnifica avventura.

FINE

L'AUTRICE
Nata in Svizzera nel 1971, Sarah Bernardinello vive in Veneto, in provincia di Rovigo, a pochi chilometri dal mare. Laureata in Infermieristica nel 2003, lavora come infermiera presso il reparto di Oncoematologia dell'Ospedale di Rovigo.
Lettrice vorace fin da piccola, con un'immaginazione fervida, ha cominciato a scrivere da ragazzina. Vince il Premio Romance 2013 dei Romanzi Mondadori con il racconto storico La signora del mare, e pubblica diverse opere in antologie. Il suo  racconto MM Chicago Summer è arrivato secondo tra i preferiti delle blogger nella rassegna estiva di questo blog Summer Loving .
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***
 USCITA PIU' RECENTE 
DI SARAH BERNARDINELLO

NON POSSO DIMENTICARTI( Quixote Edizioni)
Ashley Miller è un informatico di giorno e uno dei baristi di un locale gay di notte.
Una tragedia famigliare lo ha costretto ad abbandonare l'Università per mantenersi e pagare i debiti, e le vicissitudini lo hanno reso cinico e duro, ma non è sempre stato così. Brillante studente di matematica, ma nerd timido, quattro anni prima Ash ha incontrato un ragazzo capace di fargli battere il cuore come mai gli è capitato.
Purtroppo per lui, silenzi e omissioni non sono l'ideale per costruire un rapporto.
Christian Pike è un avvocato che lavora in un prestigioso studio legale di Manhattan. L'invito di un collega ad andare in un locale dove non era mai stato, si trasforma in una scoperta emozionante: il ragazzo che quattro anni prima ha crudelmente respinto a causa del suo non essere dichiarato è uno dei baristi del locale. Un ragazzo che, malgrado il tempo trascorso, non ha mai dimenticato.
Chris fa di tutto affinché Ash lo perdoni per la cattiveria e le parole crudeli di cui l'ha fatto oggetto, senza però molto successo.
Sarà l'intervento di un collega di Chris a far sì che Ash cominci a cambiare opinione su quel ragazzo che non è riuscito a dimenticare, facendo i conti con i ricordi e le proprie paure. Ti interessa questo libro? Lo puoi trovare qui.


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19 commenti:

  1. Buon anniversario al blog! Auguri!
    Complimenti a Sarah, sempre bravissima,il racconto di Jackson e Olivia è davvero bello.

    RispondiElimina
  2. Grazie a Francy, alle ragazze del blog e buon anniversario! ❤❤❤

    RispondiElimina
  3. Complimenti ! Bellissimo racconto :)

    RispondiElimina
  4. Bellissimo, Sarah! Complimenti BUON ANNIVERSARIO <3

    RispondiElimina
  5. Proprio bello questo racconto, mi è piaciuto un sacco 😍
    Complimenti Sarah, come sempre

    RispondiElimina
  6. Fernanda Romani16/02/18, 07:52

    Buon compleanno al blog! Ho letto in anteprima il racconto di Sarah, e Jackson e Olivia ormai sono tra i miei preferiti.

    RispondiElimina
  7. Ogni volta che mi accingo a leggere un racconto di Sarah Bernardinello so già che mi piacerà molto, che non rimarrò delusa o insoddisfatta e che i personaggi mi entreranno nel cuore. Anche questa volta la bravissima Sarah ha fatto la sua magia e non si è per nulla smentita. Proprio un bel regalo per il compleanno del blog.

    RispondiElimina
  8. Che regalo meraviglioso! Che dire, Jackson è il cowboy/sceriffo che tutte sognano di incontrare! Vorrei leggere la continuazione di questa storia. È in programma un romanzo? :)

    Nora June

    RispondiElimina
  9. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina

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