Christmas in Love 2013 : COME GIADA E MIELE di Frances Shepard




Il minuetto suonava ancora, mentre Vera si allontanava a passi veloci dal salone dei ricevimenti. Udì il cadenzato battere dei piedi dei ballerini sul marmo del pavimento, le risa e il fruscio degli abiti. Immaginò le coppie volteggiare, le gemme risplendere sui corpetti e sul petto delle dame, in un caleidoscopio di luci variopinte. Era quasi dispiaciuta di avere una missione urgente da portare a termine. Sbufò, rassettò l’abito di seta scarlatta e con passo da gran signora iniziò a percorre i corridoi in direzione del piano superiore, dove erano situati gli appartamenti privati.
Il palazzo del principe Igor Leonid Wolkonsky, in quel momento, era pressoché privo di sorveglianza e lei, la ladra più scaltra di tutte le Russie, come amava definirsi, sapeva di dover approfittare dell’istante in cui gli occhi di tutti erano impegnati altrove. Un brivido le percorse la schiena con le proprie dita gelide: avrebbe avuto tutto il tempo necessario, poiché presto i festeggiamenti per Staryy Novyy God, il Vecchio Nuovo Anno, avrebbero raggiunto l’apice. Tutta la corte sarebbe stata obbligata a trasferirsi nella piazza dominata dalla cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, per celebrare Pietro il Grande. Lo zar non gradiva le defezioni, aveva un gran numero di funzionari pronti a indagare con metodi non del tutto ortodossi coloro che non si presentavano. L’assenza di Vera non sarebbe stata notata così lei, che era stata introdotta nell’ambiente nobiliare solo grazie a un’anziana parente, sarebbe stata libera di frugare il palazzo da cima a fondo.
Quella sera aveva indugiato sulla pista da ballo molto più del necessario, spinta dalla sensazione di benessere che le avevano trasmesso le mani forti del cavaliere a cui si era stretta fino a un istante prima. Quell’uomo affascinante e scandalosamente audace le aveva quasi allontanato dalla mente il proprio scopo, facendola esitare in un momento in cui si sarebbe potuta dileguare… La cosa strana era che non le era affatto dispiaciuto essere stretta da mani che avevano ben poco a che vedere con quelle dei nobili con cui aveva danzato in precedenza. Scrutata da scaltri occhi turchesi come le acque della Neva nei giorni tersi di fine estate, così maliziosi che le avevano fatto seccare la gola, si era dovuta soffermare su altri particolari per non farsi denudare l’anima. Così, aveva osservato il modo in cui egli piegava le labbra sensuali in un pigro sorriso, nonché l’incontro perfetto dei capelli chiari con la pelle dorata. Questi scendevano in ciuffi ribelli sulle tempie e sulla fronte adombrandogli lo sguardo, ammantandolo di mistero. In Russia c’era una vera abbondanza di uomini biondi, ma egli possedeva colori decisi e una barba appena accennata che, come le sopracciglia, virava a una castano screziato da riflessi color del miele.
                Scosse il capo, aggrottò le sopracciglia per riprendere a ragionare.
Era quello il momento di fantasticare su un uomo attraente che, con ogni probabilità, non avrebbe più visto? Raccolse le gonne nei palmi delle mani e varcò la soglia di una grande anticamera. Nessuno era in vista, nemmeno un servitore. Esultò dentro di sé, non aveva perso il tocco… Era chiaro che, per continuare a derubare la nobiltà, non poteva agire a ogni ricevimento o il sospetto sarebbe inevitabilmente ricaduto su di lei. Perciò l’equilibrio fra il farsi vedere in società con l’anziana parente e i colpi a cui si dedicava solo per necessità doveva pendere decisamente in favore della prima attività.
                Così Vera Larisa Andreevna era diventata la ladra della festa di Staryy Novyy God.
Scostò la porta rivestita di stoffe preziose che divideva l’anticamera dallo spogliatoio della stanza e si diresse subito verso il portagioie. Gran parte dei gioielli degli ospiti erano ai colli e alle orecchie delle dame, ma le signore possedevano sempre una seconda parure da indossare durante le numerose celebrazioni dei giorni successivi.
«Gemelli di diamanti…» Le sfuggì dalle labbra insieme a uno sbuffo sonoro.
Nascose i preziosi in una tasca dell’abito, che aveva ricavato sotto alle imbottiture dei fianchi, e proseguì verso la camera da letto. Uno scalpiccio di passi nel corridoio la fece appiattire contro una parete. Una risata femminile le ghiacciò il sangue nelle vene, poi ogni segno di vita si spense e, dopo aver chiuso la porta a chiave, si preparò ad agire.
Aveva quasi raggiunto il comodino, quando una piccola porta a scomparsa nella parete cigolò e si aprì lasciando entrare la figura imponente di un uomo. Notò le scarpe con la fibbia di diamanti, lo sbuffo candido del pizzo dalle maniche in contrasto con la giacca blu di Prussia e il cuore quasi le si fermò in petto. Cosa ci faceva lì il nobile con cui aveva ballato poc’anzi?
Vera aveva un alibi per queste occasioni: fingersi indisposta e perdere i sensi. Non che lo avesse mai usato, ma era cera che con un po’ di fortuna… Gemette per attirare l’attenzione dell’uomo poi, portandosi il polso alla fronte, si lasciò cadere sulle coltri del letto a baldacchino.
«Santa madre Russia!» sbottò la profonda voce da baritono.

Quella visione era l’esaudirsi del suo desiderio per il nuovo anno?, si chiese Roman, avvicinandosi a grandi falcate. Nella sua camera da letto c’era, sdraiata sul letto, una fanciulla di un’avvenenza ultraterrena. Alzò gli occhi al soffitto affrescato della stanza e comparò il suo volto con quello algido di Persefone. Scosse il capo, no ella era più bella! Lunghi capelli scuri, trattenuti in trecce elaborate e in parte sciolti sul collo eburneo, i suoi occhi li ricordava, poiché aveva ballato con lei poco prima: possedevano la stessa sfumatura della giada del tesoro dello Zar. Subito dopo il ballo aveva chiesto informazioni su di lei, ma nessuno fra le conoscenze di casa Wolkonsky aveva idea di chi l’avesse invitata e di quale gruppo facesse parte. Non che la cosa gli dispiacesse o gli importasse… Era attratto da lei da una forza inspiegabile, non si aspettava certo che un paio di informazioni riuscissero a dargli sollievo.

«Vera Larisa Andreevna, chi siete?» chiese per sentire quale effetto gli avrebbe fatto quel nome sulle labbra, sulla lingua.
Indugiò con lo sguardo alla linea procace dei seni, che si alzava e abbassavano al ritmo lieve del respiro, il corsetto li tratteneva a stento e lui si sorprese a chiedersi come sarebbe stato poter sfiorare quel dettaglio di perfezione. Deglutì a vuoto.
Quando aveva capito che nessuno l’aveva invitata a casa di suo fratello Igor aveva deciso di tenerla d’occhio, ma ballare con lei si era rivelata una delle esperienze più erotiche della sua vita. Era ancora scosso. Poi, quando lei era scomparsa, aveva tentato di capire dove fosse diretta e quando l’aveva vista entrare nelle sue stanze aveva deciso di sorprenderla usando il passaggio segreto. Quindi, in quel momento, non credeva allo svenimento più di quanto non credesse alle fiabe delle nutrici.
Decise d’impulso: perché se era una ladra era senza dubbio la più affascinante creatura le fosse capitato di catturare, in quanto funzionario dello Zar.
Si sdraiò accanto a lei, le posò una mano sulla vita e l’attirò a sé.
Subito la piccola imbrogliona scalciò come una forsennata, ma con una buona dose di sangue freddo riuscì a immobilizzarla. Il problema fu che si trovò a schiacciarla sul materasso, con i suoi polsi sollevati sopra il capo e il suo corpo perfettamente aderente al proprio.
«Lasciatemi!» strepitò guardandolo furiosa. Gli occhi assottigliati dall’ira, le gote rosse, le labbra socchiuse, se Roman avesse potuto seguire il proprio istinto l’avrebbe baciata fino a toglierle il fiato e al diavolo il reale motivo per cui frugava nella casa di suo fratello!
«Chi siete?» chiese senza spostarsi di un solo palmo.
«Vera Larisa Andreevna» sibilò lei.
«Questo lo so già, ma non mi aiuta a capire a quale famiglia siete legata. Cosa stavate cercando?»
«Mi sono persa mentre tentavo di trovare… il tavolo del rinfresco» ringhiò lei sempre più sulle difensive. No, non era la dolce Persefone, piuttosto era Tisifone: magnifica e terribile al tempo stesso, una furia.
«Questa è una menzogna» concluse immediatamente e si chinò fino a sentire su di sé il profumo del suo fiato.
Forse non sarebbe mai venuto a capo di nessun mistero, ma non era stata solo una sua impressione la strana reazione chimica che era avvenuta durante il ballo. Vera l’aveva sentita e la stava vivendo ora, mentre i loro corpi erano così vicini da essere acutamente consapevoli di ogni punto erogeno. I seni di lei premuti al suo petto erano deliziosi supplizi su cui avrebbe voluto perdersi per ore. Le liberò i polsi e lei non si mosse, non scalciò, non rotolò lontano.
Roman si alzò sugli avambracci.
«Mi chiamo Roman Leonid Wolkonsky, sono un funzionario dello Zar e fratello del principe Wolkonsky.»
«Perché me lo dite?» chiese lei senza riuscire a nascondere la voce arrochita e il desiderio che le offuscava gli occhi di giada.
«Perché non bacio una ragazza senza che ella sappia chi sono» mormorò e si chinò per catturarle le labbra.

Vera non si oppose, sebbene avrebbe potuto… Era scappata in situazioni ben peggiori, era un’orfana senza risorse, cresciuta da una prozia che vedeva in lei e nella sua sorellina solo un passatempo fra un salotto e l’altro. Era avvezza alle situazioni ambigue e alle fughe impossibili ma, per una ragione che non riusciva a spiegarsi razionalmente, desiderava un bacio del giovane principe dal momento in cui, durante l’allemanda, le aveva sfiorato le mani con le proprie.
Chiuse gli occhi e alzò il mento, accogliendo la spinta sicura della lingua di lui. Lo sentì assaporarla, lo assecondò nella ritmica degli affondi e quando le morse dolcemente il labbro inferiore si lasciò sfuggire un gemito.
«Ho creduto di avere visto un uomo furtivo aggirarsi per le vostre stanze…» mormorò più per placare l’imbarazzo e il cuore che le martellava in gola, che per reale risposta alla sua precedente domanda.
Lui le sorrise sardonico, gli occhi turchesi scintillarono alla luce del fuoco del camino, che scoppiettava allegro. Per tutta risposta sentì le sue mani avventurarsi sulla seta dell’abito, strappandole un ansito e un involontario brivido. Era aspettativa quella che la stava consumando, non di certo paura!
«Oh, vi devono essere caduti in tasca i miei gemelli, guardate» asserì Roman facendo cadere sulle lenzuola i due grossi diamanti.
Vera deglutì.
«Cosa mi farete? Mi denuncerete?» chiese sentendo la paura stringerle la gola. Era pazza, era passionale e istintiva, ma temeva la galera in Siberia tanto quanto qualsiasi suddito dello Zar.
Lui scosse il capo e rotolò di fianco a lei sul letto.
«Mi lasciate andare?» chiese Vera alzandosi a sedere.
«Non avete l’aspetto della donna del popolo…» osservò senza staccarle gli occhi di dosso. Si passò una mano fra i capelli chiari, sulla barba color ambra che le aveva pizzicato deliziosamente il mento strappandole scosse di piacere.
«Non lo sono.»
Roman annuì e la guardò intensamente per un minuto o due. Poi sulle sue labbra disegnate si fece largo un sorriso.
«Il primo bacio può essere un errore, può convincere di alchimie inesistenti…» attaccò lui. «Vi lascio andare se me ne concedete un secondo e fugate alcuni miei dubbi. Poiché è chiaro che a parole non mi darete mai la chiave del mistero che vi ha condotta da me stanotte.»
Si alzò a sedere sul materasso, le circondò il viso con le mani e la baciò. Non fu bramoso, ma struggente come l’eco di un addio. Le strappò l’anima e lei si sentì nuda, esposta e vulnerabile. La sua coscienza non vacillava davanti a i furti a cui era costretta, le sue gambe non tremavano mai, le sue mani erano ferme in ogni occasione, ma l’idea di congedarsi così da Roman le spezzò il cuore.
«No, non è stato un errore…» chiosò roco.
Fu allora che capì che ogni singolo istante trascorso alla mercé di quell’uomo l’avrebbe resa vulnerabile. Forse quando era stata sotto al suo corpo imponente era stata troppo turbata per reagire, si convinse. Si scostò con il cuore che batteva così forte da assordarla, alzò una mano e lo schiaffeggiò. Lui non si spostò.
«Lo merito» ammise con un sorriso ferino.
Vera scattò in piedi e si allontanò sospettosa come una lince.
Il grande palazzo era perfettamente silenzioso, segno che gli altri ospiti erano già partiti per la festa dello Zar. Dalla grande finestra un bagliore illuminò la stanza: i fuochi d’artificio illuminarono il cielo di San Pietroburgo.
«Lo Zar vi punirà per non essere andato alla sua festa» ringhiò Vera. Non era realmente compiaciuta per ciò, ma per una inspiegabile reazione a ciò che le era accaduto il pensiero di ferirlo le dava soddisfazione.
«Tranquillizzatevi, non vado da anni… La prima cosa che facciamo, quando iniziamo a frequentare la corte con assiduità, è trovarci un domestico che ci assomigli d’aspetto e corporatura. Basta farlo rimanere in carrozza, fargli fare un paio di giri nei pressi del palco reale, e il gioco è fatto.»
Vera esitò.
«Ve ne andate?» chiese lui alzandosi per sovrastarla.

«Pensate di avermi catturata?» sibilò di rimando indietreggiando sino a trovarsi a un passo dalla porta che aveva chiuso a chiave.
«Non tentatemi…» disse e avanzò sino a bloccarla spalle al legno dell’uscio.
Vera deglutì. Perché non era scappata? Cosa faceva ancora lì? Paralizzata dal fascino pericoloso di un nobile fin troppo sicuro di sé avvertì inspiegabilmente lo struggente desiderio di colpirlo un’altra volta, solo per poter sentire un’ultima volta l’abrasione deliziosa della barba contro il proprio palmo.
La mano di lui scese fino a stringerle un polso. Era caduta in una trappola sensuale. Le sue dita le allargarono le proprie poi, come se ormai gli appartenesse, si chinò sino a sfiorarle il collo con le labbra. Tremò come fosse in preda alla febbre. Roman le spinse qualcosa di metallico nel palmo ella mano, poi si allontanò di un passo.
La mano di Vera raggiunse la chiave, la girò e afferrò la maniglia della porta.
«Giada per la giada, un bacio per un bacio e l’anno che passa per l’anno futuro» disse lui enigmatico.
«Cosa significa?» chiese guardando il grande anello con la pietra verde che lui le aveva lasciato in mano.
«Entrerete a far parte del mio Nuovo Anno, magnifica Vera, non so come, ma vi troverò…» annunciò solenne. Un sorriso pericoloso contagiò prima le sue labbra e poi gli assottigliò lo sguardo.
«Provateci» ringhiò lei oltrepassando la porta. «Felice Staryy Novyy God, principe Wolkonsky » aggiunse e si dileguò nel buio del palazzo.

FINE


CHI E' L'AUTRICE
FRANCES SHEPARD, alias  Francesca Cani è nata a Mantova nel 1980. Laureata in Storia dell'arte, vive con il marito e la gatta in una villetta in campagna. Quando scrive si trasforma, predilige il punto di vista dei personaggi maschili perché più libero, avventuroso e capace di esprimere quel pizzico di incoscienza che, unito a un tocco di spregiudicatezza, la entusiasma e le fa volare le dita sulla tastiera. Legge tutto, ma rilegge spesso i libri che lo meritano, perché le hanno donato un palpito del cuore, un sogno a occhi aperti o una visione nuova e originale. Ama viaggiare. Ogni volta che può parte alla scoperta di Scozia, Inghilterra e Irlanda. Adora ogni cantuccio di Mantova, ogni muro di mattoni rossi e tutti i vicoli, soprattutto quelli deserti in cui in pieno inverno, avvolti dalla nebbia, si ode solo il rumore dei propri passi. Francesca ha da poco pubblicato con Harlequin il romance storico I colori della nebbia ( vedi qui), scritto a quattro mani con Mariachiara Cabrini, alias Mary Shepard.


SE TI INTERESSA IL SUO ROMANZO LO PUOI TROVARE IN EBOOK QUI:



VISITA IL SITO DI FRANCES SHEPARD
http://maryfrancesshepard.altervista.org/



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12 commenti:

  1. Cassandra Rocca29/12/13, 02:16

    Bellissimo! Davvero tanti complimenti, mi è piaciuto molto! Solo che mi ha lasciato la voglia di proseguire la lettura... ;-)
    Se diventasse un romanzo, lo leggerei sicuramente!
    Cassie

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  2. mi hai lasciato in preda alla curiositààààà!!!! il racconto è molto bello e l'ambientazione è uno dei miei preferiti....

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  3. Suggestiva premessa per una bellissima storia d'amore in un affascinante contesto, degno della migliore Rogers. Brava. Aspetto il romanzo intero e vedrò se l'hai superata, come spero!

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  4. Angela D'Angelo29/12/13, 08:56

    Adoro la Russia (e i russi *.*)..l'ambientazione è favolosa e il racconto è il preludio di un interessantissimo romanzo! Davvero Complimenti ^_^

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  5. .... attendo un seguito!

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  6. Amo anch'io questo tipo di ambientazione, è una di quelle che più mi fa sognare.
    Il racconto è davvero molto bello, i protagonisti sono così intriganti che è un vero peccato doversene separare. Urge un seguito! ^_^

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  7. Adoro lo stile di Francesca, e amo l'ambientazione russa...che dire? Magico :)

    Pat

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  8. Grazie, ragazze!
    Vera e Roman mi hanno avvinta da subito alla scrittura, tant'è che ho completato il racconto in poche ore, quindi forse si meritano un seguito!
    Felice fine e strepitoso inizio a tutte. Grazie di cuore per tutti i vostri commenti, a volte, quando si scrive, ci si sente un po' soli, sapere che qualcuno ha sognato con me non ha davvero prezzo!!!
    Un mega abbraccio

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  9. è intenso, ma non sono riuscita a farmi piacere Vera, anche se l'idea della ladra era originale ;)

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  10. Bellissimo!!! *-* Specialmente la sua ultima frase enigmatica Fantastica! Non vedo l'ora di scoprire come farà a ritrovarla, lui molto affascinante mi piace moltissimo *-*
    Buon Anno a tutte =)
    Carmen

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  11. Molto interessante! Non amo molto l'ambientazione russa, ma qui non mi ha infastidita, e poi le storie di ladre sono intriganti ;-)

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  12. Adoro qs genere di ambientazione, ha sempre un retrogusto un po' selvaggio, poi comincio a sognare le immense distese della steppa innevata (ah, il Dottor Živago!). Ci sono rimasta male quando è finito così in fretta, spero proprio in un seguito e lo sperano anche Vera e Roman, due personaggi così nn si possono convincere ad accontentarsi di un'apparizione così breve.

    RispondiElimina

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