Summer in Love 2017: "COACH DEL MIO CUORE di Maria Cristina Robb



“Che paradiso!” Allargai le braccia in una mezza giravolta.
Quel posto era assolutamente magnifico. Il tipico albergo con il tetto a falde ripide e i terrazzini in legno, grondanti di fiori multicolore, gli aspri picchi montani alle spalle, ancora chiazzati di neve, e il bosco intorno, brillante di tutte le tonalità del verde, con i suoi profumi e il tappeto sonoro degli abitanti.
Chiusi gli occhi e respirai a pieni polmoni l’aria frizzante. Avevo fatto la scelta giusta. Mollare tutto per venire in quel paesino dell’Alta Savoia a “schiarirmi la testa”, parole del mio agente, era stata la prima decisione sensata da un mese a quella parte.
“Signorina, mi deve pagare la corsa.” La voce nasale del taxista mi risvegliò dalla mia trance idilliaca.
“Certo, certo.” Frugai nella borsetta alla ricerca del portafogli.
Il conducente aprì il baule della macchina e tirò fuori le mie valigie. “Ecco a lei, madmoiselle.”
Gli passai il denaro concordato all’aeroporto. “Merci, monsieur.” risposi con, in pratica, tutto il francese che conoscevo.
Tra i folti baffoni grigi comparve un accenno di denti giallognoli “Pas de quoi.” L’uomo si toccò il cappello con due dita. “Buone vacanze.”
“Grazie.” feci un piccolo inchino.
Sganciai il manico del mio trolley, afferrai il beauty e mi incamminai lungo il lastricato verso l’ingresso dell’albergo.
Che cos’era quello?
Respirai a pieni polmoni. Pane fresco! Oddio, che voglia di pane fresco. Quando mai, nella mia frenetica vita a Londra, potevo mangiare del pane fresco?
Che fortuna aver trovato quel posto.
Feci il mio ingresso nell’atrio silenzioso con i suoi bei mobili in stile rustico e le pareti rivestite di listoni di legno.
La ragazza alla reception sollevò lo sguardo e mi accolse con un sorriso. “Bonjour, madame.”
Oddio! Se non parlavano la mia lingua? Il pensiero non mi aveva neanche sfiorata nella mia tipica arroganza britannica.
Arrivata al bancone, vi appoggiai il foglio della prenotazione. “Parla inglese?” chiesi subito.
“Certamente signora.” rispose con un perfetto accento oxfordiano un po’ arrotondato.
Sorrisi sollevata, che disastro sarebbe stato. “Salve, sono Margaret Burton. Ho riservato una stanza per una settimana.”
La ragazza bionda controllò nella schermata del computer. “Eccola qua.” rispose. “Mi vuole dare i suoi documenti?”
Presi il passaporto e la carta di credito e glieli allungai. “E’ un posto davvero magnifico. C’è una pace, una tranquillità.”
La ragazza sollevò su di me gli occhi un po’ sgranati ma non ci feci troppo caso e continuai a blaterare. “Vengo da un periodo difficile. Avevo proprio bisogno di un luogo come questo: silenzio, paesaggio fantastico, alberi sotto qui leggere. Un posto dove staccare completamente la spina.”
Il sorrisino di circostanza fu un po’ stirato.
Forse stavo esagerando ma ero davvero così contenta di essere lì. Quella vacanza poteva essere la mia cura, doveva essere la mia cura: qui avrei ritrovato la mia ispirazione, la mia benedetta musa.
Avevo sempre voluto diventare una scrittrice, raccontare storie per far sognare le donne di tutto il mondo. Ma la dura realtà era che nessuno voleva leggerle le mie storie e avevo passato anni a inviare racconti e romanzi senza ricevere neanche un “crepa” in risposta.
Poi il miracolo: la trama adatta, i protagonisti giusti, un editore che aveva creduto in me. Così ero diventata una scrittrice best seller.
I miei romanzi erotici avevano venduto migliaia di copie. Non come la James, anche se, segretamente, pensavo di scrivere meglio, ma la mia serie “Bodyguard”, basata su un’agenzia di guardie del corpo molto “speciali”, aveva avuto un grande successo.
Adesso mi trovavo a un punto morto. Dopo averne pubblicati quattro, dovevo scrivere il romanzo più importante, quello che tutti aspettavano, quello che tutti chiedevano: Quentin, il mitico capo/fondatore/mentore del gruppo.
Un personaggio travagliato, difficile, con una personalità elusiva e dominatrice e un passato di cui non parlava mai. Le mie lettrici chiedevano a gran voce il suo HEA e il mio editore aveva deciso fosse arrivato il momento.
Peccato che la mia mente fosse una tabula rasa. La storia di Quentin mi sfuggiva, come la sua personalità: neanche un’idea intelligente, neanche una scena erotica, neanche una co-protagonista adatta.
Ero molto preoccupata, il mio agente era molto preoccupato. Avevamo già firmato il contratto per i diritti ma io non riuscivo a scrivere una sola, singola parola.
Ecco perché Les Carroz d'Arâches in Alta Savoia ed ecco perché quella pace mi serviva come l’ossigeno.
“Bene, signora Burton.” La ragazza mi passò una tessera magnetica. “Camera 123, primo piano, corridoio a sinistra. La luce si accende quando la inserisce nell’alloggiamento di fianco alla porta.”
Raccolsi tutte le mie carte e la card. “Grazie mille.” sorrisi.
Abbassai le dita sul manico del trolley ma rimasi folgorata sul posto.
Un caos di voci maschili, grida, fischi e battimani mi ancorò al pavimento in legno. La ragazza spalancò gli occhi, poi mi guardò e mi riservò un sorriso rassicurante, un finto sorriso rassicurante, che sortì l’effetto opposto.
Con un senso di malessere, mi girai verso la porta d’ingresso. Un’orda di ragazzoni in abbigliamento sportivo superò la vetrata. Erano tanti, erano giovani, erano grossi ed erano... rumorosi!
Li guardai avanzare a bocca aperta, inorridita davanti alla prospettiva: le scarpe da ginnastica cigolanti, le voci profonde da uomini ma con l’energia dei giovanissimi e la tipica voglia di fare casino, farsi sentire e farsi vedere.
I ragazzi si avvicinarono al bancone, riservarono vari cenni di saluto alla ragazza, adesso con un sorrisetto ebete incollato alla faccia, e proseguirono verso le scale.
Alla fine del branco comparve un uomo imponente, capelli brizzolati sulle tempie, un accenno di barba non fatta su una mascella squadrata, zigomi alti e una bocca larga dal labbro superiore arrotondato in modo molto sexy. I penetranti occhi azzurri, un po’ infossati dietro le sopracciglia folte, vagarono su di noi con un’espressione benevolmente neutra ma, un attimo dopo, si puntarono severi su di me.
Cosa stava succedendo?
Era appena passata l’orda dei barbari e il loro comandante mi guardava anche male?
“Bonjour, Marie.” salutò rigido e continuò a passo di marcia.
“Bonjour, monsieur Dumont.” rispose piano la ragazza.
Seguii l’avanzare dell’uomo con un certo interesse, soprattutto su per le scale, con le lunghe gambe poderose e il didietro ben allenato.
Finito lo spettacolo mi girai verso Marie. “Chi… sono questi?”
Lei abbassò lo sguardo, conscia di essere in fallo, la pace della mia vacanza calpestata da un branco di giovani tori guidati da un arcigno, se pur molto piacente, mandriano brizzolato.
“Squadra di rugby under 21 del Faucigny Mont Blanc di Cluses.” disse piano.
“E rimangono qui?” Domanda retorica ma chissà, forse partivano quel pomeriggio.
“Sì, ma non deve preoccuparsi.” Cercò di rimediare. “Sono molto bravi. Si allenano tanto. Sono sempre in giro per i boschi e la notte sono troppo stanchi, non fanno rumore.”
Mi aveva preso per stupida? “Ma li ha guardati?” Ero certa lo avesse fatto, l’espressione mezza sognante con cui li aveva seguiti era un chiaro segno. “Con tutto quel testosterone si potrebbero far crescere i baffi all’intera popolazione femminile dell’Inghilterra.”
Lei si strinse nelle spalle ed io la fissai con una certa voglia di spargere del sangue.
Dovevo andarmene? Girare il sedere e perdere la caparra? Cosa ne avrei ricavato? Quella vacanza mi serviva come l’aria, senza contare il mio agente: mi avrebbe stracciato il contratto in faccia.
Sollevai le spalle, non avevo molta scelta. Forse la receptionist non era stata troppo ottimista...
“Va bene.” Presi le mie valigie e mi diressi alla colonna dell’ascensore, seguita da un rumoroso sospiro della ragazza.

Non era possibile!
Guardai di nuovo la sveglia: le due! Quei maledetti rugbisti, traboccanti di ormoni e birra, stavano facendo un baccano del diavolo. Erano ore che fissavo le travi del soffitto!
Avevo trascorso il pomeriggio a sistemare le mie cose, riposarmi e a fare una piccola passeggiata di acclimatazione. Alle sette, ora di cena, mi ero presentata nella sala da pranzo dell’hotel e mi era stato assegnato un piccolo tavolo appartato. Un piatto fumante era arrivato subito dopo.
Che pace.
Il calore del consommè, le chiacchiere sommesse degli altri clienti, il lieve profumo di sapone di Marsiglia della biancheria. Cinque minuti di assoluto benessere. Solo cinque minuti.
Poi il gruppo di marcantoni aveva invaso il salone, urlato e fischiato alle cameriere, strisciato e sbattuto un migliaio di sedie e si era accomodato attorno a un lungo tavolo facendo di tutto per farmi rimpiangere la mia partenza da Gatwick.
Grida, dialoghi a voce alta, scherzi, pugni, stridore di seggiole, tutto ciò che una ventina di giovani esuberanti poteva fare.
E come se non bastasse, il loro guardiano, l’atletico, brizzolato, muscoloso, mascella volitiva monsieur Dumont, mi aveva lanciato delle occhiate feroci senza motivo.
Avevo mangiato il più in fretta possibile, scottandomi lingua e palato, e mi ero precipitata fuori dall’hotel, nella speranza di trovare un po’ di consolazione nell’aria fresca della sera e nei suoni sommessi del bosco.
Mi ero seduta su una panchina lungo il sentiero ed ero rimasta a compiangermi per una buona mezz’ora.
Potevo essere più sfortunata? Due ore di aereo, un taxi costosissimo fino nel cuore delle Alpi francesi per trovare pace e mi ritrovavo nel mezzo del ritiro di una squadra sportiva giovanile? Qualcuno doveva avercela con me.
Era stato un mese schifoso.
Finito il tour de force promozionale per i miei romanzi, ogni giorno una città differente, orari diversi, la folla delle fan e tutto quello che ne conseguiva, tutto quello che volevo era dormire una settimana e godermi un po’ di pausa. Invece, al mio rientro a Londra, Norman, il mio fidanzato, se n’era andato.
Stavamo passando un momento difficile, continue discussioni, critiche immeritate, pretese e ricatti, ma avevo sperato di sistemare tutto al mio ritorno, quando avrei avuto il tempo di ragionare.
Norman non era stato dello stesso parere. Lo avevo trovato con la valigia chiusa, la giacca su un braccio e un “non mi ami abbastanza” pronto da sbattermi in faccia, insieme alla porta di casa.
Norman era stato un sogno diventato realtà. Incontrato in un gruppo di scrittori su Facebook, era tutto ciò che avevo sempre desiderato: poetico, romantico, stessi interessi per la scrittura e la lettura. Sarei rimasta ad ascoltarlo per ore con il suo parlare colto, i suoi termini forbite, le sue bellissime citazioni. Scriveva poesia e racconti ermetici e aveva un lungo romanzo nel cassetto su una saga familiare, la sua, che iniziava nella Polonia di fine ottocento.
Aveva quell’aria da intellettuale sognatore, gli spessi occhiali da miope, il fisico asciutto leggermente curvo, una voluta trascuratezza nel vestire e nella cura personale. Non era un adone, ma non m’importava. La sua anima riluceva negli occhi scuri pieni di tormento e a me bastava.
Soffriva molto per il ritardo nella pubblicazione del suo romanzo. Anche lui aveva contattato decine e decine di editori ma nessuno aveva mostrato interesse.
Al mio primo bodyguard, Daniel, era stato il mio maggior sostenitore. Pubblicità, raid sui social, creazione del sito, Twitter, Pinterest e tutto ciò che ci girava intorno.
Con il secondo, Marcus, l’entusiasmo era giù diminuito. Aveva cominciato a trovare difetti nel mio stile, nelle mie storie, a rendermi insicura su tutto.
Al terzo romanzo, Rodriguez, aveva cominciato a essere più aspro. Mi rimproverava per come mi vestivo, come mi truccavo. Mi aveva persino accusata di prendere ispirazione altrove per i romanzi. Come se non mi vedesse perennemente seduta al computer.
Micha, il quarto, gli aveva fatto dire che amavo più i miei libri di lui e se n’era andato.
La separazione mi aveva devastata. Avevo creduto in lui, in noi. Avevo cercato di sostenerlo, di incoraggiarlo, avevo persino fatto leggere il suo romanzo al mio agente, ma non era stato sufficiente.
Come se non fosse bastato, alla rottura si era aggiunta l’incalzante pressione del mio agente e dell’editore per vedere le prime pagine del mio Quentin.
Il boss, invece, come lo chiamavano i suoi uomini, aveva deciso di tacere, di abbandonarmi e di sparire dalla circolazione.
L’allenatore della squadra di rugby un po’ me lo ricordava: l’aria decisa, severa, lo sguardo penetrante, il fisico da modello di Men’s Health. Mancava solo la cicatrice sul lato della mascella e la fossetta, molto sexy, sul mento.
Dovevo ritrovarlo e quella vacanza era la mia ultima speranza.
Dopo essermi pianta un po’ addosso, avevo fatto una passeggiata nell’area attorno all’albergo e mi ero ritirata in camera a leggere.
La rumba era cominciata poco dopo e tuttora, alle due di notte, non si era ancora fermata.
Un forte colpo contro il muro divisorio mi fece sussultare, seguito da una sguaiata risata generale.
La rabbia e la frustrazione superarono il livello di soglia.
Adesso basta! Dovevo fare qualcosa. Va bene essere giovani e pieni di vita ma anch’io avevo qualche diritto.
Cacciai via le coperte e scesi dal letto fumante dell’ira dei giusti. Mi misi le mie ciabatte con un po’ di tacco e il ciuffetto di piume sopra e mi diressi all’uscita. Sfilai la tessera dall’alloggiamento nel muro e pestai i piedi fino alla stanza centoventicinque.
Bussai una prima volta senza ottenere risposta, poi una seconda, una terza e alla fine battei a palmi aperti con tutte e due le mani per farmi sentire.
Un ragazzo molto alto e molto grosso, con una zazzera di capelli neri tutti spettinati, spalancò la porta, mi scannerizzò da cima a fondo e poi fece affiorare un lento sorriso malizioso.
A me! Un sorriso malizioso!
“Bonsoir madame.” Il ragazzo si appoggiò allo stipite. “Vous voulez quelque chose?” Il tono basso e pieno di sottintesi riuscì a farmi arrabbiare ancora di più.
“Sono le due di notte!” dissi a denti stretti per evitare di svegliare l’albergo con i miei urli. “Vorrei dormire.”
Lui aggrottò le sopracciglia poi girò la testa all’indietro. “Benoit!” gridò. “Viens ici. Cette femme parle l’anglais”
Un altro marcantonio, questa volta biondo con due folte basette lunghe fino all’angolo della mandibola, comparve sull’uscio. Altra scannerizzazione, altro sorrisino.
“Buona sera signora.” disse in un inglese con forte accento. “Ha bisogno di qualcosa?”
“Sono le due di notte!” Questa volta il tono basso andò a farsi friggere. “Voglio dormire!”
“Ce qu’elle a dit?” chiese il primo ragazzo.
“Elle veut coucher.” rispose il secondo.
Mi guardarono entrambi in modo speculativo. Qualcosa non andava, me lo sentivo. Se solo avessi studiato il francese a scuola invece che quello stupido spagnolo.
Il cigolio di una porta fece sollevare lo sguardo ai due ragazzi che si diedero una gomitata, drizzarono la schiena e indossarono un’espressione di totale innocenza.
“Ce qui se passe ici?” Un’imperiosa voce baritonale mi fece sobbalzare.
Mi girai di scatto e mi trovai davanti al severo e prestante allenatore, con una t-shirt bianca mooolto aderente, sui pettorali mooolto ben sviluppati e un paio di pantaloncini che lasciavano scoperte le gambe robuste e muscolose, coperte da una leggera pelliccia castana su cui il mio occhio indugiò qualche secondo. Se non fossi stata così furiosa, avrei potuto trovarlo…moolto interessante.
Gli occhi stretti a fessura fecero una veloce ricognizione del mio essere e poi si fissarono sui ragazzi. L’ultimo arrivato cominciò a parlare un velocissimo francese e io rimasi a fissare il bel signor Dumont cambiare espressione da mediamente infastidita a decisamente incavolata.
Abbaiò qualcosa in francese, dal tono doveva per forza essere un ordine, i ragazzi rientrarono in camera e chiusero la porta.
Subito dopo il prestante allenatore puntò i suoi laser azzurri su di me, le folte sopracciglia aggrottate in modo molto inquietante.
“Cosa crede di fare?” mi disse in un inglese scivolato, dalle vocali strette e dalle bellissime erre arrotate che mi provocarono una strana reazione.
Mi persi un attimo in quello sguardo così simile al cielo sopra quelle montagne. Avrei potuto mandarci a volare un po’ delle ali che mi frullavano nello stomaco.
“Allora!” ribadì impaziente.
I suoi modi così poco cortesi mi riscossero dalla trance da “nel blu dipinto di blu”. “Volevo dormire.” risposi, tornando a inalberarmi. “I suoi ragazzi stavano facendo un gran rumore: risate, grida, sbattevano cose contro il muro.”
“E le sembra questo il modo di presentarsi in una camera piena di giovanotti?” continuò lui, la sua mano fece una panoramica della mia persona.
Mi guardai e mi resi conto di essere nella mia camicia da notte corta di seta e le ciabattine, tacco e piume, comprate per un weekend con Norman.
“Ero a letto a cercare di dormire.” gli risposi acida. “Non ho pensato a rivestirmi.”
“Non faccia la furba.” Avvicinò il viso al mio, scandendo bene le parole. “Quello non è cibo per i suoi denti.”
Cibo per i miei denti? Cosa voleva dire? Non voleva mica insinuare…
“Non vuole mica insinuare…”
La risposta nei suoi occhi fu molto eloquente.
Quel maleducato, zotico, fighissimo francese pensava io avessi trovato una scusa per sedurre dei ragazzini poco più che maggiorenni?
“Lei è pazzo.” esclamai. “Volevo solo dormire. Nella MIA stanza, nel MIO letto, DA SOLA!”
“Allora ci vada nel SUO letto.” Mano su un fianco, indice puntato verso la stanza 123. “Non si azzardi mai più a presentarsi davanti a una stanza di ventenni vestita come una sgualdrina.”
“Non sono vestita come una sgualdrina!” strillai. “Ero a letto. Questa è la mia camicia da notte.”
Qualche porta si socchiuse, le teste di alcuni degli altri ragazzi sbucarono dagli spiragli così come quelle di alcuni clienti più anziani.
Perfetto, proprio perfetto.
“Non faccia l’innocentina. La prossima volta che ha qualcosa da dire, bussi alla mia porta invece di cercare di adescare i miei giocatori.” Girò su se stesso e si avviò verso la sua camera.
“Come osa!” sbraitai ancora più forte, ormai alla sua schiena. “Lei è un gran cafone, non capisce niente.” continuai.
L’allenatore varcò la soglia e mi sbatté la porta in faccia.
Mi lasciai andare a una bella crisi di nervi. Battei i piedi per terra, strinsi i pugni verso l’uscio ed emisi suoni inarticolati di rabbia.
Le risatine degli spettatori mi fecero girare verso di loro con uno sguardo omicida.
Le porte si richiusero di colpo.
Mi voltai per tornarmene in camera ancora più fumante di quando mi ero alzata.
Entrai sbattendo le ciabattine, rinfilai la tessera nell’alloggiamento per la luce e a passo di marcia me ne tornai a letto.
Un assoluto silenzio regnava nella camera accanto ma mi ci volle comunque un bel po’ prima di addormentarmi.


Non punterò la sveglia, mi ero detta subito prima di partire.
Purtroppo al mio galletto interiore non gliene fregava niente che fossi in vacanza o che avessi litigato con un bello zoticone come il signor Dumont alle due di notte.
I miei occhi si spalancarono sulle travi del soffitto alle sette e non ci fu più modo di riaddormentarsi.
Rimasi un po’ sdraiata a rimuginare sulle ingiustizie della vita e così potei assistere al risveglio in sordina della squadra.
Lo sciacquone nel bagno, le porte chiuse, lo scricchiolio delle scarpe sul legno, i borbottii sussurrati. Mi consolai con il fatto che non ero l’unica a navigare fra lo stato di zombie e il bradipo a quell’ora del mattino.
La loro partenza mi diede la spinta per alzarmi. Andai nel bagno a fare tutto ciò che era in mio potere per svegliarmi prima del caffè e poi mi fermai davanti allo specchio.
Ero proprio sbattuta. Le occhiaie nere, i capelli stanchi e opachi, il viso un po’ gonfio, il colorito giallognolo. Ero venuta lì per riposarmi e guarda il risultato.
Dopo un’indispensabile tazza di caffè, una coppia di toast con il formaggio e una crepes con la marmellata, le mie facoltà mentali entrarono in modalità start.
La prima decisione della giornata fu: evitare a tutti i costi la squadra e quell’insopportabile, maleducato del loro allenatore.
Un fallimento su tutta la linea.
Iniziai con il prendere il mio e-reader e cercare un posto appartato e tranquillo dove fermarmi. La mia escursione del pomeriggio mi aveva fatto scoprire un grande albero, con larghe foglie verde scuro e grosse radici ritorte in modo da formare una sorta di sedile. Era un po’ discosto dal sentiero, senza essere troppo lontano, e sembrava proprio il posto ideale.
Presi in prestito qualche cuscino dall’albergo e uscii per dirigermi verso il bosco. Il sole non era ancora riuscito a scaldare l’aria fresca del mattino, così mi allacciai anche la felpa.
Dopo una rapida camminata di una decina di minuti, arrivai sotto la chioma folta dell’albero e mi sedetti per terra. Sui rami si sentivano gli uccellini chiamarsi fra loro e la leggera brezza faceva muovere le foglie in un lento sussurro.
I residui di rabbia della sera prima si dissolsero.
Accesi il mio lettore, ovviamente su un bell’erotico, e m’immersi nella storia di sconosciuti e aeroporti, scritta da una delle mie autrici preferite.
Ero alle prese con una scena davvero bollente, quando dei rumori mi fecero sollevare lo sguardo verso il sentiero. Un filo translucente penzolava davanti ai miei occhi e attaccato a esso c’era un… RAGNO.
Il mio grido acuto bucò le foglie sovrastanti. Io odiavo i ragni!
Saltai su come se le radici fossero diventate delle molle e mi buttai verso il sentiero poco distante sbattendo le mani sulla felpa. “Dio che schifo. Dio che schifo!” strillai.
Avrei potuto trovare momento migliore? No! Dovevo scegliere l’esatto istante in cui un distaccamento dei rugbisti arrivava di corsetta.
Io finii dritta addosso a uno di loro, beccandomi, tra l’altro, una gomitata in una costola. Lui, montagna umana, quasi non se ne accorse. Mi afferrò alla vita per impedirmi di finire a terra e mi sorrise.
“Scusi, grazie.” dissi viola per l’imbarazzo, la mano sul punto dove il suo braccio doveva avermi incrinato qualcosa.
“Ça va?” mi chiese, guardando il mio viso sofferente.
Io annuii, intuendo la domanda, mentre gli altri ci sorpassavano. Riconobbi i due della camera accanto che si girarono e quello biondo mi fece persino l’occhiolino.
L’allenatore chiudeva il gruppo. “Allons, Marcel, vas-y!” Con uno scappellotto incitò il ragazzo a riprendere la corsa. Il suo sguardo azzurro mi trafisse con milioni di dardi acuminati.
“Non ho fatto apposta!” gli gridai dietro e gli vidi scrollare le spalle.
Mi fermai qualche secondo. Vederlo correre era davvero un bello spettacolo. Elegante, sciolto, la falcata delle lunghe gambe e l’ondeggiare in sintonia delle braccia vigorose. Che sfortuna, tanta magnificenza con così tanta antipatia.
Recuperai le mie cose e decisi di andare altrove. Ma la mia odissea non era ancora finita.
Dopo fu la volta del bar del paese.
Mi ero fermata a bere un Kir, un cocktail di cui avevo tanto sentito parlare, e avevo trovato un magnifico posticino nella veranda posteriore con vista spettacolare sulle montagne circostanti.
C’erano anche alcuni giochi: due tavoli da ping pong, un calciobalilla e due macchinette per videogiochi.  Non ci diedi molto peso.
E commisi un errore.
Il mio bicchiere era ormai a metà e il sapore del cassis mi aveva indotto a rimuginare su Norman, sul nostro rapporto e le vere ragioni per cui era andato a rotoli, quando una gran confusione alle mie spalle mi fece congelare con il bicchiere mezzo sollevato.
Qualcuno doveva proprio avercela con me.
Un gruppo di ragazzi entrò nella veranda, senza prestarmi la minima attenzione. Quattro di loro si sfidarono a calcetto a suon di frulli, colpi con le aste ed esclamazioni. Altri iniziarono una sorta di ping pong semi acrobatico in cui correvano intorno al tavolo mentre colpivano la pallina.
E io dovetti dire addio al mio momento idilliaco.
Il loro guardiano entrò per ultimo, si sedette a un tavolino un po’ distante e, con mia somma gioia, non mi notò.
Volevo centellinare il mio cocktail, il mio rapporto con l’alcol non era dei migliori, così mi feci un po’ indietro, giusto per mimetizzarmi meglio con l’ambiente, e rimasi a osservarlo.
Era un peccato fosse così arrabbiato con me, era proprio un uomo attraente, anche da dietro. Il busto usciva di un bel pezzo fuori dallo schienale della sedia e la polo blu conteneva a fatica le ampie spalle e i dorsali da manuale del perfetto culturista. Ma in quanto a carattere…
Sorseggiai ancora un po’ il mio Kir quando la mia fortuna girò di nuovo bandiera. Uno dei ragazzi, ancora uno di quelli della camera, mi notò e mi fece un gran sorriso.
Il suo allenatore seguì subito la direzione del suo sguardo e mi beccò in flagrante con il bicchiere mezzo sollevato. Aggrottò le sopracciglia in quel suo modo spaventoso e scostò la sedia come per alzarsi.
Non voleva mica venire lì? Non ero pronta a un altro confronto.
Ingollai il mio cocktail di colpo e l’attimo dopo stavo quasi correndo fuori dal bar, inseguita da un “Mademoiselle, aspetti.”
Certo! I demoni si aspettano sempre.
Speravo di aver finito con i brutti incontri ma purtroppo la mia “buona” stella aveva ancora qualcosa in serbo per me.
L’albergo era dotato di una piscina, una delle ragioni per cui l’avevo scelto. Non era un’olimpionica ma i suoi onesti venticinque metri per quattro corsie la rendevano ben più che adatta per una bella nuotata in santa pace. Era coperta da una sorta di veranda a vetri, utile per le giornate fredde, dotata di porte scorrevoli che davano su un terrazzo con lettini e ombrelloni. Il posto ideale dove rifugiarmi, mi dissi.
Che ingenua!
Mi ero sdraiata da una decina di minuti su uno dei lettini. Il calore del sole mitigato dall’aria fresca, la quiete dei pomeriggi in montagna, un bicchiere di Schweppes al limone per combattere la sete. Cosa c’era di meglio? Niente.
Chi altri poteva pensare la stessa cosa?
La bibita frizzante mi andò di traverso quando l’orda al gran completo della squadra under 21, di non so quale cittadina, invase la struttura.
Mi sedetti di colpo per non soffocare. “Non ci posso credere.” sussurrai tra me.
L’area coperta cominciò a rimbombare delle loro grida, dei loro giochi e dei loro scherzi. Palline volavano da una parte all’altra, grandi spruzzi si sollevavano dall’acqua quando qualcuno vi si buttava o veniva spinto dentro, persino un frisbee giallo roteava nell’aria, avanti e indietro.
Non potevo rimanere. La confusione era ai massimi livelli e c’era sempre la questione di quel cecchino dell’allenatore.
L’uscita, però, era all’interno della veranda, sarei stata costretta a passare tra loro per raggiungere la salvezza. Avevo altra scelta?
Mi alzai dal lettino, strinsi il nodo del pareo intorno ai fianchi e mi avviai, testa bassa e passo deciso, verso la veranda.
Avevo quasi oltrepassato il punto critico quando, in slow motion, vidi una pallina di gomma gialla passarmi davanti in volo, uno di quei marcantoni, pelle scura e cresta nera con i capelli rasati ai lati, saltare per afferrarla e ricadere esattamente contro di me.
Essere travolti da un Tir non doveva essere molto diverso.
Mi ritrovai catapultata in acqua insieme al ragazzo che, molto più agile di me, riuscì a evitare di sbattermi sul fondo. Mi afferrò in qualche modo alla vita e mi riportò in superficie insieme a lui e metà piscina nello stomaco.
Tornai a galla tossendo e sputando come si conviene a chi è quasi annegato.
“Excuse moi Madame. Je suis désolé. Pardonne moi.” Il giovane si stava scusando a profusione, o almeno il tono sembrava suggerire così.
Dopo un controllo generale, capii di essere tutta intera, solo un bel po’ spaventata. Per fortuna avevo lasciato e-reader e telefono in camera e il pareo si sarebbe asciugato in fretta.
L’efficiente allenatore arrivò subito dopo per constatare il danno.
Al suo giocatore, ovviamente.
L’uomo cominciò ad abbaiare in quella lingua, in genere così dolce, ma che lui usava come una mitraglietta.
Quelle erre arrotate avrebbero potuto ferire qualcuno.
Il ragazzo si avvicinò, mise due mani sul bordo e si issò fuori dalla piscina in un solo fluido movimento. L’allenatore continuò a rimproverarlo e lui rimase a occhi bassi a prendersi la sua dose.
Quasi mi dispiacque per il ragazzone. “E’ stato un incidente.” cercai di difenderlo.
La furia nello sguardo che mi rivolse bastò a farmi desistere.
Meglio dileguarsi.
Con quattro bracciate raggiunsi la scaletta, salii fretta e mi diressi a passo veloce verso l’uscita.
A cena, il fato decise di avere ancora un altro conto in sospeso con me.
L’arrivo di nuovi clienti aveva costretto i padroni a ridisporre la sala ed io, essendo sola, ero stata spostata proprio in fondo alla loro tavolata. Le mie proteste non erano servite a molto. In un inglese stentato mi avevano fatto capire che era l’unico posto disponibile.
Mi ritrovai di nuovo a ingollare il pasto, un’incandescente Soupe à l'Oignon, tenendo lo sguardo fisso sul piatto.
Solo alla fine, incrociai gli occhi gelidi di monsieur Dumont che strinse le labbra e scosse la testa.
Fossi stata un altro tipo di donna avrei potuto mettermi a discutere, ma a che pro? Era la pace quella che cercavo, non duellare verbalmente con un emerito cafone davanti a tutti gli ospiti.
Alla fine della cena non rimasi neanche in giro per la hall, anzi, decisi che quella giornata meritava di essere affogata in una bottiglia di Vin de Savoye.
Salii in camera mia, buttai via le scarpe, recuperai un bicchiere dalla dotazione della camera e portai il tutto fuori sul terrazzino.
Seduta con i piedi sulla balaustra, circondata dal profumo dolce delle petunie, guardai il cielo stellato, un sorso dopo l’altro, nutrendo il mio senso di inadeguatezza con pensieri sempre più neri.
Ero davvero un impostore? La mia vena di scrittrice si era del tutto esaurita? Perché nessuno mi capiva?
Quando raggiunsi il giusto grado di stordimento, mi alzai traballante dalla sedia e mi diressi sul mio letto.
Ero nelle condizioni ideali per appoggiare la testa sul cuscino e sprofondare in un lungo sonno ristoratore, cosa che avvenne per almeno due ore. Poi, i miei deliziosi vicini, decisero di dare il via a un incontro di lotta libera.
Mi svegliai di soprassalto per il rumore di qualcosa di pesante che cadeva a terra, poi lo scricchiolio dei mobili spostati, i grugniti dei contendenti e le voci degli spettatori che li incitavano.
L’alcol ancora girava nel mio corpo e mi diede coraggio. Scalciai via le coperte e misi i piedi giù dal letto. Il mondo ondeggiò con tale forza da costringermi a prendere qualche respiro prima di rischiare ad alzarmi.
Infilai le mie ciabattine con le piume, indossai anche la vestaglia e con passo deciso, se pur barcollante, marciai verso la porta, fuori dalla camera.
Mi fermai davanti all’uscio accanto, il pugno alzato, pronta a picchiare sul legno, quando un’idea repentina mi fece abbassare il braccio. Mi voltai e andai verso la porta del famigerato allenatore.
Bussai una volta, niente.
Una seconda, ancora niente.
Una terza…
Stavo per bussare la quarta quando la porta si aprì di scatto e l’allenatore mi comparve davanti, i capelli scompigliati dal sonno, l’espressione, ancora innocua, di chi e stato appena buttato giù dal letto.
Quella sera aveva deciso che la t-shirt era di troppo. Le mie nocche erano arrivate a pochi millimetri da un perfetto uscio di carne, una doppia anta suddivisa in listoni di puro muscolo, corredata di passatoia centrale di peluria che si perdeva sotto l’elastico dei calzoncini.
Fui colta da un attimo di sbandamento e la gola secca mi costrinse a deglutire con forza.
Alzai lo sguardo e proseguii lungo i pettorali perfetti con il loro bottoncino rosa scuro al centro, le spalle larghe, il collo velato di barba, il mento volitivo, gli zigomi alti e… quando finì il mio giro panoramico, rimasi surgelata dai due laghi ghiacciati che mi fissavano.
“Cosa vuole ancora.” Il tono sgarbato non riuscì a far sembrare meno sexy quell’accento.
“I suoi ragazzi mi hanno svegliata un’altra volta.” risposi con la stessa voce brusca, decisa a ignorare l’effetto di tutto quel ben di Dio su di me. “Stanno giocando ai piccoli demolitori là dentro.” Indicai la camera con il pollice.
Lui uscì dalla stanza a piedi scalzi e, incurante del suo abbigliamento, o assenza di esso, sbatté i piedi sulla moquette fino alla camera.
Si fermò davanti all’uscio e allungò un orecchio. Dopo quattro secondi in cui invidiai quei calzoncini così ben stretti attorno al suo lato B, si voltò verso di me, in perfetta posa da asso di coppe. “I miei ragazzi sono silenziosi, Madame. La prego di smetterla di mettersi in mostra. Sono troppo giovani e siamo qui per allenarci.”
“Io non mi sto mettendo in mostra.” Mi misi nella sua identica posizione. “Siete voi che mi perseguitate. Io voglio solo stare tranquilla. Ho bisogno di pace, di dormire.”
“E allora vada in camera e faccia dei bei sogni.” rispose lui, ritornando verso la sua porta.
“Non ci riesco!” Alzai il tono della voce. “Siete dappertutto e fate sempre un sacco di confusione. Devo riposare, devo concentrarmi.” Mi odiai quando la mia voce si ruppe in un piagnucolio.
Lui si fermò a pochi centimetri e rimase a fissarmi in silenzio.
La mia bocca, invece, non ne volle sapere di rimanere chiusa. “Non riesco a pensare, non riesco a scrivere. Il mio agente mi mollerà, il mio editore mi citerà in giudizio, Quentin non avrà mai la sua storia e io sarò rovinata. Rovinata!” Misi le mani davanti agli occhi e le cataratte si aprirono con lunghi e intensi singhiozzi.
Attraverso le dita, vidi i suoi piedi nudi avvicinarsi e un braccio mi cinse le spalle. “Madame, si calmi.” quasi preoccupato.
Appoggiai le mani che coprivano il viso al suo torace e continuai a piangere.
“Non faccia così.” disse piano. Poi mi attirò nella sua stanza, chiuse la porta con un piede e continuò a farmi retrocedere, fino a mettermi seduta su una poltroncina.
Ci sono diversi tipi di ubriacatura: chi la prende violenta, chi non riesce a smettere di ridere e chi piange come un bambino.
Io non potevo che essere dell’ultima categoria, la più imbarazzante, la più stupida.
Avvertii a malapena i suoi movimenti nella stanza mentre sfogavo la tensione frustrazione, rabbia, paura con un fiume e mezzo di lacrime.
Non so quanto tempo passò. A un certo punto avvertii una mano e dei piccoli movimenti circolari sulla spalla.
Sollevai il viso e lui mi porse un grande fazzoletto maschile che profumava di detersivo. “Prenda.”
Un sonoro “tloc” lo fece girare. Si avvicinò a un tavolino, staccò il bollitore dalla base, aprì una bustina e ne versò il contenuto dentro una tazza, seguito dall’acqua bollente.
Un intenso aroma di camomilla si sparse nell’aria.
Mescolò il liquido e poi me la portò tenendola per il manico. “Solubile.” Me la porse. “Quello che ci vuole per calmarsi un po’.” Poi fece l’errore di sorridermi.
Non mi aveva mai sorriso.
Rimasi abbagliata da quella visione, dimenticando perché ero lì e lo spettacolo che aveva appena dato di me stessa.
Spinse la tazza fin sotto il mio naso e io mi riscosse dal mio incanto. La presi con le mani ancora tremanti e ne bevetti un sorso.
Il calore scacciò un po’ degli effetti dell’alcol e la mia figuraccia mi apparve in tutta la sua mostruosità. Fantastico!
Dopo essere passata per una seduttrice di ragazzini, ero riuscita ad apparire come un’ubriacona piagnucolosa. Ben fatto Margaret, mi dissi.
“Mi scusi. Io…” sussurrai, vergognandomi da morire. “Grazie.” Affondai il naso nella tazza.
Lui fece un gesto con la mano per minimizzare la cosa, si sedette sull’altra poltroncina e si lasciò andare a braccia aperte contro lo schienale, lo sguardo intenso su di me. Sembrava lo facesse apposta a sbattermi in faccia tutta la sua maschile prestanza.
“Mi sembra di capire che è una scrittrice.” Questa volta in tono gentile.
“Sì.” annuii e avvicinai ancora il bordo alla bocca. Avrei dovuto aggiungere “forse” ma la parola mi morì in gola davanti a un altro dei suoi sorrisi.
“E chi è Quentìn?”
“Il capo della Cobra Security.”
“Cobra Security? Qu’est que c’est?”
“Un’agenzia di guardie del corpo… un po’ speciali.” Intuendo, dal tono interrogativo, cosa mi avesse chiesto.
“Lei ha bisogno di una guardia del corpo?” Le sopracciglia folte scattarono in alto. “Allora è molto famosa.”
Che scema! I personaggi giravano sempre nella mia testa e io ne parlavo come persone vere.
“Non è la mia guardia del corpo. È il personaggio della serie che sto scrivendo.”
“Aah!” Lui annuì. “Quindi questo Quentìn non esiste.”
“Solo nella mia testa. Ma nell’ultimo mese è sparito. Puff! La sua storia svanita.” Mi si incrinò la voce. L’alcol non mi aveva ancora mollato.
“Che cosa è successo in questo mese?”
“Niente di particolare, a parte…” Mi ritrovai a raccontare a un perfetto sconosciuto, lo stesso che poco prima mi aveva accusato di mettermi in mostra con dei ventenni, tutto.
L’ultimo mese in cui Norman se n’era andato, il mio agente aveva incominciato a pressarmi perché scrivessi la mia storia, l’editore mi chiamava per i primi capitoli, mia madre mi tormentava perché non ero più con Norman e il mio gatto era scappato da casa.
“Questo Norman era geloso?” L’uomo intervenne solo alla fine del mio racconto.
“No! Lui era troppo bravo. Mi ha detto che pensavo troppo alla mia carriera e non lo amavo abbastanza.”
“Geloso, senza dubbio.” affermò lui. “Cosa intende: non riesco a scrivere?”
“Mi metto davanti alla pagina bianca e il mio cervello si svuota.” Girai un po’ il liquido nella tazza per far sciogliere qualche granulo rimasto sul fondo e bevetti l’ultimo sorso. “Di solito ci sono delle immagini nella mia testa. Ho la scena davanti, sento le voci dei protagonisti, avverto gli odori, guardo scorrere gli eventi, poi scrivo.” Sospirai a fondo. “In questo momento non c’è nulla, a parte Norman e tutto quello che avrei potuto fare in modo diverso.”
“E quello che avrebbe potuto fare lui?”
Io sollevai le spalle. “Non so.” dissi piano.
Lui appoggio il mento su due dita, il gomito sul bracciolo, e mi fissò qualche secondo. “Quando è stata l’ultima volta che ha pensato davvero a se stessa?”
Che strana domanda. “Ci penso sempre.”
Lui scosse piano la testa. “Io vedo una bella donna davanti a me che ha smesso di volersi bene. Si è convinta di non essere più “amabile” e si è lasciata andare.”
Lo guardai sconcertata. Chi era, Sigmund Freud?
Dovette capire al volo perché sorrise indulgente. “Non potrei essere un buon allenatore senza capire la base della psicologia umana e lei, ma cher Mademoiselle, si è arresa e la mente l’ha seguita.” Si allungò in avanti, i gomiti sulle ginocchia. “Conosce il latino? C’è una frase che noi sportivi amiamo molto mens sana in corpore sano. Mia cara, lei deve ritrovare la sanità del proprio corpo per guarire la mente.”
Mi era capitato anche l’allenatore filosofo.
Il mio scetticismo era talmente palese che l’uomo rise. “Vedo che non mi crede.” disse. “Vuole fare una scommessa?”
“Non è una cosa su cui scherzare.” risposi, ora infastidita.
“Sono serissimo. Preferisce rimuginare tutto il tempo e nascondersi nel bosco per spiare i miei ragazzi allenarsi?”
“Io non mi sono nascosta nel bosco.” mi alterai. “Siete voi che spuntate dappertutto.”
“Le è servito a qualcosa stare a pensare?”
Fui costretta a scuotere la testa. Cosa avevo ottenuto in quella giornata? Un bel niente. Anzi, da sola ero riuscita a fare pensieri ancora più neri.
“Proviamo come dico io. Da domani, lei si allenerà con noi.”
“Ma è matto!” Saltai sulla poltroncina. “Non ce la faccio.”
“Non la farò correre con i tronchi sulla schiena o allenarsi a fare la mischia” La faccia di chi pensava fossi un po’ stupida. “ Però il gruppo aiuta, sostiene, carica.” Strinse il pugno per enfatizzare il concetto. “Se, alla fine della settimana, non ha ottenuto risultati anche sulla sua mente, le darò cento euro.”
“E in caso contrario?” sospettosa.
“La dedica nel libro di questo Quentìn.”
Rimasi a fissare gli occhi azzurri decisi, le sopracciglia distese, il vago sorriso e pensai fosse davvero un bel tipo. Ma poi tornai sul soggetto in questione.
Cosa avevo da perdere? Volevo riposarmi ma da cosa? Più stavo sola a non far niente, più mi flagellavo sul rapporto con Norman. Perché non provare?
“Affare fatto?” L’allenatore allungò la mano con un sorriso di vittoria.
A leggere le espressioni era davvero bravo.
“Affare fatto.” risposi. La strinsi un po’ titubante.
“Non so ancora il suo nome.” disse.
“Margaret.”
“Je suis Etienne.” Si alzò dandomi un’altra visione di quel torace perfettamente scolpito. Accidenti a lui, era davvero un pezzo d’uomo. “Bien, Marguerite. Adesso, a letto.” Mi fece tirare su dalla poltroncina. “Domattina sveglia alle sei, colazione e poi a correre nel bosco.” aggiunse mentre andavamo alla porta.
Avrei voluto correggerlo sul mio nome ma la mia attenzione fu catturata dall’affermazione successiva. “Eh!” esclamai inorridita. “Alle sei?”
“Le prime ore del mattino sono le migliori.”
“Ma l’altra mattina non siete passati alle sei.”
“Era il secondo giro.” rispose con un sorrisetto.
“Ma sono in vacanza.” tentai ancora una protesta.
“Abbiamo un patto.” Non lo avrei smosso neanche di un millimetro.
Il mio sospiro fece fremere le tendine alla finestra e risposi un “Ok.” davvero riluttante. “Domattina alle sei.” aggiunsi.
Uscii dalla camera dell’allenatore e mi avviai a passo strascicato alla mia camera. Forse mi ero lasciata convincere troppo in fretta, forse non era la cosa giusta da fare, forse dovevo solo stare ferma a guardare il soffitto, forse…
Mi girai con la bocca aperta come per replicare.
Lui era ancora sulla porta, con tutto quello splendore in bella vista, e mi sorrise. “Alle sei.” ripeté.
E io, completamente ipnotizzata da quel torace degno della copertina di uno dei miei romanzi, non potei che annuire.
Lui rientrò in camera ed io feci lo stesso.
Me ne sarei pentita! Già lo sapevo. ....

Toc, toc.
“Mmm.” mugugnai, senza svegliarmi.
Toc, toc.
“Mmm, che c’è.” Sollevai la testa dolorante e aprii un occhio. Era ancora buio, chi era a quell’ora della notte?
Bum, bum. “Marguerite, sono le sei.” La voce dell’allenatore…
La serata mi tornò in mente tutta in una volta, insieme alla promessa fatta a Etienne. Gran bel nome, tra parentesi.
Con un certo sforzo mi misi seduta e il dolore alla testa mi fece stringere gli occhi. La scusa buona per ritornare a letto.
Bum, bum. Più forte. “Va tutto bene?” La voce quasi preoccupata.
Mi trascinai verso la porta e aprì uno spiraglio. “Buongiorno.” gracchiai. “Non me la sento. Ho troppo mal di testa.”
Lui era spettacolare. Maglietta seconda-pelle in lycra sopra quei muscoli d’acciaio, pantaloncini aderenti sui fianchi da corridore e le gambe imponenti pronte allo scatto. Mi sorrise. “Nessuna scusa, Marguerite. Vai a farti una doccia. Le aspirine ti aspettano di fianco alla spremuta.”
“Ma… davvero…”
“O ci vai da sola o ti ci porto io sotto la doccia.” affermò.
Lo fissai indecisa ma la risposta era scritta nei suoi occhi: lo avrebbe fatto.
“Ti aspetto in sala da pranzo. Se entro dieci minuti non scendi, ti vengo a prendere.” Si girò e si allontanò verso le scale.
Rimasi qualche secondo ad ammirarlo fino a quando non si voltò di nuovo. “Sotto la doccia. Vite!” Poi sparì dietro l’angolo.
Richiusi piano la porta.
Etienne Dumont sembrava proprio deciso. E le mie possibilità di fuga? Pari a zero. Chi poteva combattere contro quel forzuto ammasso di muscoli?
Mi trascinai a passo strascicato verso il bagno.
Dopo una doccia, il mondo sembrava meno brutto. Mi infilai una maglietta e un paio di fuseaux, messi in valigia per ogni evenienza, e scesi a far colazione.
Una seggiola era stata aggiunta alla tavolata dei ragazzi, già tutti seduti. Regnava un raro silenzio nel gruppo. All’apparenza neanche quei super Duracell amavano le levatacce.
“Marguerite, vieni qui.” Etienne indicò il posto. “Una buona colazione e poi a correre.”
Poi si rivolse alla tavolata. “Madmoiselle Marguerite s’entrainerait avec nous. Comportez-vous bien.”
Troppo stordita per lasciarmi impressionare dai loro sguardi analitici, mi lasciai cadere sulla sedia.
I ragazzi risposero con gesti della mano, “Bienvenue” ad alta voce e cenni con la testa.
Due pastiglie bianche riposavano di fianco a un bicchierone di succo d’arancia. Sulla tavola, invece di croissant o biscotti al burro, c’erano baguette con la marmellata, uova e prosciutto e spremute di diversi tipi.
“Niente caffè?” chiesi lamentosa.
L’allenatore mi guardò severo. “Solo oggi perché ieri sera hai bevuto beaucoup de vin.”
Un santo me ne portò una tazza e con quella, le aspirine e un po’ di colazione nello stomaco, mi sembrò di tornare quasi normale.
“Finite di prepararvi. Tra dieci minuti fuori dall’albergo.”
Tornai in camera, mi lavai i denti e mi guardai allo specchio.
Dovevo ammetterlo: negli ultimi mesi mi ero lasciata un po’ andare. Avevo preso su qualche chilo di troppo, non mi ero più curata dei miei capelli, adesso disordinati e senza forma. La palestra era diventata un ricordo, ossessionata dal pensiero di scrivere l’ultimo capitolo o trovare la verità su Quentin. Avevo mangiato solo schifezze a tutte le ore, seduta davanti a quel cavolo di schermo bianco o a piagnucolare sulla perdita di Norman.
Il bell’allenatore aveva ragione. Ma ne avevo la forza?
Dopo un’ultima occhiata, uscì dal bagno per raggiungere il gruppo.
Mi trovai con gli altri davanti all’albergo. Etienne fece un lungo discorso in francese, di cui seguii solo il suono armonioso e il tono autoritario, poi si rivolse a me.
“Prenderemo il sentiero del bosco, dove ti sei scontrata con Marcel.” Qualcuno ridacchiò e altri si diedero di gomito per sapere cosa stava dicendo.
Io arrossii “Non è stata colpa mia.”
Etienne fece un gesto come per dimenticare la cosa. “I miei ragazzi devono fare cinque giri. Tu ne potrai fare solo due.”
Annuii rassegnata.
“Allons.” disse rivolto a tutti.
Il plotone partì con me al centro. Cercai di tenere il passo con quelle lunghe gambe poderose ma fu assolutamente inutile. Però non mi arresi e poco dopo mi ritrovai sul sentiero. A quell’ora del mattino l’aria era piuttosto frizzante e gli uccellini cantavano a squarciagola in attesa dell’uscita del sole da dietro le montagne, facendomi compagnia insieme al profumo intenso della terra, le foglie decomposte, le erbe pungenti del bosco.
Batticuore e fiato corto non tardarono molto. Rallentai a metà del primo giro, decisa a dargliela su.
“Non ti fermare.” Etienne mi doppiò. “Piuttosto continua una camminata veloce, ma non fermarti.”
Mi impegnai per rispondere alla sua richiesta/ordine.
Il fiato si fece ancora più grosso, il cuore sembrò scoppiare ma, solo per orgoglio, continuai imperterrita ad andare.
Uno dei ragazzi mi doppiò e mi fece un segno con il pollice alto, un altro mi diede una pacca sulla schiena.
“Vas-y, cougy!”, un altro mi fece l’occhiolino. Stupidaggini che mi spronarono a non mollare.
Riuscii a prendere il ritmo giusto ma alla fine dei due giri ero pronta per tornare a letto.
Invece mi radunai con gli altri, i polmoni ancora in fiamme, e aspettai nuove istruzioni.
Etienne mi diede una pacca su una spalla. “Bien fait. Bravissima. Adesso andiamo al campo.”
A fare cosa? Mi chiesi. Lo imparai anche troppo presto.
Percorremmo parte del paesino a piedi, scendemmo giù per una stradina laterale e ci ritrovammo in un’area adibita a giochi sportivi. C’era un grande campo da calcio circondato da un anello in terra battuta, dove erano sistemati delle attrezzature: un percorso con gomme da camion, una serie di ostacoli alti forse una trentina di centimetri, delle barre molto basse, una piramide in legno e una sbarra.
Etienne dovette spiegarmi due volte cosa dovevo fare.
Si doveva partire di corsa e continuare così tra una postazione e l’altra.
Prima gli pneumatici, saltelli con un piede dentro ognuno, poi la serie di ostacoli e gli addominali sdraiati con i piedi sotto le barre più basse. Etienne Dumont, credendo di essere nei Navy Seal, aveva aggiunto l’arrampicata sulla piramide di legno, una serie di burpees, un complicato esercizio di rannicchiamenti, estensioni e flessioni, e una manciata di sollevamenti con le mani appese alla sbarra. Alla fine si tornava alla partenza e via, un altro giro di giostra.
“Tu devi essere completamente matto.” gli dissi a occhi sbarrati, dopo la seconda spiegazione. “Non ce la farò mai.”
“Idioties! Farai meno ripetizioni ma puoi farcela.”
Poi smise di prestarmi attenzione.
Un lungo fischio. “Marcel, Armand, Benoit, vous serez les premieres.”
I ragazzoni si misero in fila e li guardai iniziare il percorso con un senso di vuoto allo stomaco.
“Alors! Sto aspettando.” Etienne mi fissava con i pugni sui fianchi, implacabile.
Lo guardai per qualche secondo prima di decidermi. Avevo scommesso? Avrei provato.
Partii di corsa e superai le gomme con una certa facilità, poi gli ostacoli e gli addominali, dove il nono e il decimo mi fecero quasi arrendere. La piramide aveva qualche appiglio e una reta dall’altro lato per scendere, ma non fu per niente facile. Ai burpees, che non avevo capito, mi fermai a guardare i ragazzi e li imitai con molta fatica e, al terzo sollevamento alla sbarra avrei pianto.
“Ancora due.” sentii urlare da lontano ed ero certa fosse per me.
Dopo aver ubbidito, rischiando di staccarmi entrambi i polsi, tornai alla partenza.
“Pas mal.” Il suo aperto sorriso compensò in parte il fiatone e il dolore generalizzato. “Al secondo giro voglio sette sollevamenti all’asta, quindici addominali e sette burpees.”
“Tiranno!” risposi, ma la sua approvazione mi aveva dato nuova energia.
Completai il percorso con i numeri richiesti, anche se, per i sollevamenti, qualcuno mi prese per la vita e mi aiutò a fare l’ultimo.
“Encore!” Il sadico allenatore ordinò e dopo qualche minuto di riposo, ripartii.
Alla piramide ero prosciugata, non riuscivo neanche a sollevare la gamba per spingerla sul successivo appiglio. Una benedetta mano sotto il sedere m spinse verso l’alto.
“Armand.” Si sentì urlare dal fondo. “Gardes tes mains!”
Lui mi fece l’occhiolino e si buttò dall’altra parte.
Alla fine del percorso avevo perso tre chili di sudore, tre mesi di vita, tre pezzi di unghia e tre lobi polmonari. Mi fermai con le braccia sulle cosce, piegata in due a tentare di respirare.
“Sei stata vraiment douée.” mi disse.
Sollevai la testa di traverso e lo sorpresi a fissare qualcosa dentro la mia scollatura con un sorriso d’interesse. Piantai una mano sulla maglia per nascondere la vista.
“Riposo adesso.” Non sembrò preoccupato di essere stato colto in flagrante. “Doccia e poi quello che vuoi. Dopo pranzo andremo a fare un'altra corsetta e nuoto in piscina.”
“Sei un despota.” gli dissi.
“Se vuoi essere il migliore, non puoi essere pigro.”
Quando il respiro tornò a un ritmo normale, m’incamminai verso l’albergo.
Ero a pezzi ma, mi resi conto, anche contenta, leggera, come se tutto il sudore avesse portato via anche un po’ delle “schifezze” che m’inquinavano il cervello.
Arrivata all’hotel, mi sedetti su uno sdraio nella veranda esterna a godermi l’aria ancora fresca. Osservai un uccellino posarsi su un ramo e svolazzare di qua e di là per catturare mosche da portare al nido, odorai il profumo delle rose arrampicate su per un arco di ferro all’ingresso.
Quentin era lì in mezzo, la sua stazza da ex marine stagliata contro il paesaggio, la spazzola di capelli corti, il naso rotto, il mento squadrato con quell’intrigante fossetta, spruzzato di barba non fatta. Mi fissò severo per qualche secondo, poi sorrise e mi fece l’occhiolino.
Mi tirai su di scatto dalla sedia e la visione svanì.
Accidenti! Era lui. Voleva dirmi qualcosa? Ero sulla strada giusta?

Dopo altri due giri di bosco e cinquecento metri in piscina, a cena ero uno zombie. Mi faceva male tutto, persino i muscoli dei mignoli. Sollevare il cucchiaio della zuppa di verdure fu un’impresa, ma mai quanto usare il coltello per tagliare il pollo arrosto. Arrivai comunque in fondo al pasto, anche se mi fu negato persino un bicchiere di vino.
“Pas d’alcool.” decretò.
Non mi sarei sottoposta al training di quella giornata neanche se me lo avesse prescritto il dottore ma quando Etienne sorrideva, mi si riempiva qualcosa sotto lo sterno e faceva le fusa contento. Mi avrebbe convinta a salire a saltelli su per i picchi frastagliati alle spalle dell’albergo.
Strisciai la sedia indietro e mi alzai con un lamento. “Vado a letto.” dissi quando la cameriera mi tolse il piatto vuoto.
“Fatiguè?”
Lo guardai interrogativo.
“Sei stanca?” ripeté nella mia lingua.
“Sono uno straccio usato e strizzato.” risposi.
“Stasera dormi.” Mi fece l’occhiolino.
Accennai a fargli una linguaccia ma uscì più come una smorfia di dolore.
Salire le scale fu praticamente la tredicesima fatica di Ercole. Mi trascinai oltre la porta della mia camera e mi diressi verso il bagno. Chi lo aveva spostato così lontano?
Pulizia del viso, abluzioni varie e cambio con la camicia da notte, accompagnato da piagnucolio per il movimento delle braccia.
Alla fine, barcollai verso il letto.
Ero sul punto di lasciarmi crollare sopra la coperta a piccoli fiori celesti, quando sentii bussare.
“Marguerite? Tu es là?”
Era il mio dispotico, intransigente, incontentabile, fighissimo allenatore. Chissà se dovevo dirgli di chiamarmi Margaret?
Tornai ad alzarmi in piedi e strisciai le ciabatte fino alla porta.
Lui era bello come il sole, riposato come una rosa, un asciugamano su una spalla e una boccetta tra le mani. Mi sorrise e fece un passo avanti. “Come va?” chiese.
“Come prima. Mi fa male anche parlare.” Le parole stentarono a uscire.
Lui mi mostrò il flacone. “Questo lo preparo io: olio con essenze aromatiche per i dolori muscolari.”
Guardai prima la boccetta marrone scuro, poi lui. “Cosa ci devo fare? Non ho la forza di spalmarmelo.”
Lui rise. “Ti faccio un massaggio.”
Mi ci volle qualche secondo per realizzare. Io, lui, le sue mani su di me e tanto olio sulla pelle.
Il brivido fu inevitabile.
Non potevo sopravvivere.
Rimasi impalata a guardare prima lui, poi l’olio in una sorta di “non ci credo” e “sto sognando”.
“Alors.” disse impaziente, prendendo l’asciugamano con due dita. “Mi fai entrare?”
Mi scostai in fretta, sentendo chiaramente quanti muscoli erano necessari per quel semplice movimento. “Vieni.” Sì, decisi, potevo sopravvivere.
Etienne mi allungò il telo. “Stendilo sul letto. Vado a lavarmi le mani.”
Non me lo lasciai ripetere due volte.
Mi ci vollero cinque minuti per metterlo in posizione con piccoli movimenti, ma alla fine mi sedetti soddisfatta ad aspettare.
Lui rientrò e mi guardò impaziente. “Stesa! Pancia sotto.”
Feci l’atto di sdraiarmi.
“La camicia da notte.” mi sgridò.
“Cosa?”
Lui fece il gesto come per togliersela ed io realizzai il mio problema. Dovevo restare in biancheria intima. Solo il pensiero mi spedì sull’orlo di un mini orgasmo.
Ovvio, poteva fare un massaggio sulla stoffa?
Obbedii a fatica e mi stesi sul letto. Per fortuna avevo indossato un coordinato quel giorno.
Lui si sedette di fianco, sentii il “plop” del sughero della bottiglietta e un lieve profumo di rosmarino e limone si sparse nell’aria. “E’ un olio apposta per i muscoli, la circolazione e le dreinage lymphatique.” Capii il senso solo perché era simile all’inglese.
Gli sentii sfregarsi le mani fra loro, poi le appoggiò sui miei polpacci.
I primi movimenti mi fecero mugolare, prima di riuscire a contenermi. Non volevo sembrare una gatta in calore.
Iniziò con un movimento d’impasto e di spremitura verso l’alto, poi passò alle cosce dove si fermò a lungo nei punti dove mi strappava più lamenti.
Sulla parte lombare lavorò a piene mani e poi con le dita, premendo e spingendo per snodare i muscoli uno a uno. Risalì lungo la schiena sfregando sui muscoli dorsali irrigiditi, i pollici pressati lungo la colonna vertebrale.
Vraiment charmant.” sussurrò mentre insisteva sui muscoli intercostali.
Mi piacque il suono di quelle parole ma non avevo la forza di chiedergli la traduzione.
A un certo punto, fra la zona dorsale e le spalle, mi appisolai. Quando mi risvegliai, ero da sola, coperta da un panno e c’era un biglietto sul cuscino di fianco.
“Domani gita ad Annecy. Pronta per le sei. Etienne.”
Sospirai di sollievo. Niente massacro.
Poi ci ripensai, quel diavolo avrebbe trovato il modo di farci allenare lo stesso.
Mi rinfilai la camicia da notte, sentendo già i benefici del massaggio, e sprofondai di nuovo nel sonno.
Sognai Quentin. C’era una rossa davanti a lui, lo indicava con un dito e urlava. Il mio ex marine, invece, rideva a gola aperta, la testa buttata indietro, sexy come non mai.
Non so perché ma pensai che ridesse per me… O di me.


Come posto da vedere in Francia nella mia prima visita, e forse ultima, Annecy era davvero perfetta.
Situata sulla punta meridionale dell’omonimo lago, la cittadina era incantevole. Le sorprendenti acque turchesi del lago, il paesaggio alpino circostante con le sue foreste ancora selvagge, la città vecchia di origini medievali, formata da un dedalo di viuzze, casette variopinte e negozietti d’artigianato. La parte più suggestiva era però il fiume che si diramava nella città con numerosi canali, attraversati da bellissimi ponti in pietra adornati di vasi di fiori e solcati dalla grazia regale di una colonia di cigni.
Lasciato il pullman in un parcheggio non molto distante dal lago, il nostro allenatore, ormai lo consideravo anche mio, ci dispose in cerchio.
Incominciò a spiegare qualcosa in francese, a cui seguirono diverse voci di protesta.
Diedi una gomitata a Benoit, eletto mio traduttore ufficiale. “Cosa ha detto?”
“La passeggiata intorno al lago è lunga 43 chilometri.”
“Non la vorrà fare tutta!” esclamai inorridita.
“Silence.” La voce forte di Etienne fece zittire tutti.
Io avevo cominciato a sudare freddo.
Altra spiegazione in francese, altra gomitata a Benoit. “Ne faremo solo un piccolo tratto di corsa, circa dieci chilometri. Per chi ce la fa.” Mi guardò eloquente.
Io no di certo.
Ancora tante parole in francese.
“Dopo visiteremo il castello che sovrasta la città, una cattedrale e poi saremo liberi fino alle 17.” continuò a bisbigliare Benoit.
“Almeno ha capito anche mademoiselle?” disse Etienne, la bocca stretta in una linea di rimprovero.
“Tratto di corsa intorno al lago. Io mi fermo da qualche parte mentre voi andate. Visita al castello e cattedrale, poi gioco libero.”
L’allenatore si mise a ridere. “Ottimo riassunto, a parte il fermarsi.” disse. “Voglio che fai almeno il primo pezzo: tre chilometri.”
Mi ero svegliata stranamente riposata. Il massaggio mi aveva fatto un sacco di bene ma tre chilometri di corsa erano fuori discussione.
“In nessun modo.” Scossi la testa.
Lui strinse gli occhi. “Lâche!”
“Che ha detto?” sussurrai a Benoit con la bocca storta.
“Ehm…” esitò un attimo. “Ha detto: vigliacca.”
Drizzai la schiena come una sbarra d’acciaio. “Non sono una vigliacca.” gli risposi a voce alta.
“Provalo.” Il sorrisetto di sufficienza mi fece venire voglia di schiaffeggiarlo.
“Va bene.” dissi ancora più forte.
Capii che si stava appena trattenendo dal ridere.
Che scema: amo gettato, pesce abboccato.
Ormai avevo deciso, ero determinata. Gli avrei provato… non so cosa ma qualcosa gli avrei provato.
“Alonz!” ordinò.
Così, tutti intruppati ci dirigemmo verso la promenade.
Era il luogo ideale dove fare una corsa. La strada pedonale si stendeva lungo le rive del lago, costeggiando capanni, bar, piccoli approdi e spiaggette. Sul lato destro circolavano le biciclette e ancora più in là c’era la strada. Etienne si affiancò a me, accordando la sua velocità alla mia, lasciando i ragazzi andare al loro passo.
“E’ una cittadina bellissima.” mi disse. “Dopo andiamo nella parte vecchia.”
Io ero troppo impegnata a respirare e gli risposi con un cenno affermativo della testa e un rantolo. Costeggiamo il casinò Imperial e tutta la spiaggia antistante e proseguimmo. Le gambe sembravano andare meglio ma dopo poco avevo già voglia di buttarmi su uno di quei prati che ci scorrevano accanto. Un’occhiata al profilo sereno di Etienne, neanche il respiro un po’ accelerato, e la mia testardaggine mi diede uno scappellotto.
Dopo circa quindici, infiniti minuti, raggiungemmo un punto, dove delle penisole si allungavano sul lago. “Questo è il Pont des Amours” Etienne mi indicò un ponte, sopra un canale, che collegava la promenade con una di queste. “Quelli dopo sono Les Jardins d’Europe.”
Un vero e proprio parco con alberi, panchine e chioschetti. Un’oasi.
Io ero allo stremo, avevo consumato anche l’ostinazione. “Mi… fermo… qui.”
Lui rimase a saltellare sul posto. “Tutto bene?”
Annuii, troppa fatica parlare.
“Ok. Io raggiungo i ragazzi. Aspettaci qui.”
Alzai il pollice in risposta.
Lui ripartì con la sua splendida falcata.
Nonostante l’affanno e il cuore intento a scappare dalla sua gabbia, non mi persi la visione e continuai a guardare il didietro marmoreo e le gambe nerborute mangiarsi l’asfalto. Notai anche diverse donne girate ad ammirarne il passaggio.
Diavolo!
Era inutile facessi gli occhi languidi dietro a Etienne. Quando mai un uomo del genere poteva interessarsi a me?
Un altro gruppetto di persone arrivò e mi schivò di lato. Forse era il caso di togliersi dal mezzo della passeggiata.
Cercai una panchina e andai a buttarmici sopra.
L’atmosfera estiva del lago era davvero bella, il “clic, cloc” delle ciabatte sul cemento, la musica allegra della baracchina accanto, l’odore di cibo fritto. C’era persino gente in costume stesa al sole.
Quentin poteva averla incontrata in un posto così la sua rossa, un posto dove lui non era nessuno e lei neanche.
Chissà.
Forse era il principio di un grande amore o di una tremenda ossessione.
Quando tornai a respirare normale, andai in cerca di qualche bottiglia d’acqua, pagandola carissima, come sempre. I ragazzi avrebbero avuto sete. Mi sembrava il minimo, visto che mi dovevano sopportare.
Dopo un’ora di quiete, lo scompiglio mi avvertii del ritorno dei rugbisti.
E come dargli torto?
Tutti accaldati e sudati, le magliette appiccicate addosso su tutto quel po po’ di muscoli che Etienne allenava con gran cura, i corpi poderosi, la bellezza della gioventù. Più di una donna rimase a seguirli con occhi sognanti.
Benoit fu il primo a vedermi e fece cenno con la mano nella mia direzione. Tutti e ventuno deviarono e si buttarono sul prato intorno a me.
“C’è dell’acqua qui.” Allungai loro le bottiglie. Qualcuno mi mandò un bacio con le mani, qualcun altro esultò: “Vive l’Engleterre.”
L’ultimo ad arrivare fu Etienne, con il suo passo regolare, come reduce da una piccola passeggiata. Si sedette al mio fianco e gli porsi la mia bottiglietta.
“Merci, ma cher.” E bevve una lunga sorsata.
Guardai rapita quel pomo d’Adamo muoversi con la stessa grazia del resto del suo corpo e decisi che la bottiglia sarebbe finita dentro una teca.
I ragazzi stravaccati sull’erba erano un gran bello spettacolo e per un po’ furono la principale attrazione del luogo.
Poi, il tiranno si alzò. “Allons! Al castello.”


Alla fine della visita, tutti liberi.
I ragazzi si addentrarono nelle viuzze e i ponti della città vecchia in cerca di un panino e qualche regalino per le famiglie.
Mi aspettavo di essere lasciata sola e invece Etienne aveva altre idee. “Dove vuoi andare?”
Non me lo feci ripetere due volte. “Mi piacerebbe vedere un po’ la città.” risposi cercando di non mostrare la mia euforia. “E mangiare sull’acqua.”
Dopo aver gironzolato per le stradine e i canali, fra negozi di specialità locali, souvenir e anche maschere di carnevale, ci fermammo in un ristorante tipico, La Bastille, con i tavoli sul lungo canale.
“Questa città è davvero bellissima.” dissi mentre intingevo i miei pezzetti di baguette dentro una deliziosa fonduta.
Etienne sorrise. “Sono d’accordo. Perfetta per una vacanza romantica.”
“Già.” risposi di malumore all’improvviso. Non ero certo lì per quello, avrei voluto aggiungere.
Esclamazioni di meraviglia e gente che si sporgeva dalla balaustra ci fecero girare verso l’acqua. Un bellissimo cigno, con il collo teso e le ali ben chiuse, scivolava sul canale, seguito da quattro piccoli batuffoli grigi.
“Che animale stupendo.” commentai.
“Mi ricorda te.” Se ne uscì Etienne. “Elegante, sinuoso, regale.”
“Magari. Assomiglio di più al brutto anatroccolo.”
“Qu’est que tu dit?” Si girò di scatto, serio.
Scossi la testa.
“Cosa hai detto?” ripeté.
“Che sembro il brutto anatroccolo.” risposi. Era diventato sordo?
“Cosa te lo fa pensare?” L’espressione di Etienne era stranamente minacciosa.
“Lo specchio, me lo fa pensare.”
“Bêtises! Hai un problema di vista.”
“Non è vero. Guardami.” Percorsi con una mano il mio corpo.” Non sono riuscita a tenermi uno scrittore intellettuale con gli occhiali spessi e qualche problema con il sapone.” Non riuscii a trattenermi. “Figurati un tipo come te.”
“Cosa ne sai?”
“Abbastanza. Di certo non mi chiederesti mai un appuntamento.”
“Vuoi sapere la verità, mademoiselle je-sais-tout?” Etienne avvicinò il viso. “Ti porterei fuori molto volentieri e con me, almeno tre quarti dei miei ragazzi.”
“Non dire cavolate.”
“Quando ti ho vista alla reception, ho pensato: finalmente qualcosa di interessante. Poi avevi quella faccia…” Fece una pessima imitazione con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. “Ho pensato fosse per i ragazzi. Mi ha dato fastidio.” Mi informò.  “E ne vuoi sapere un’altra? Dopo la tua sortita con quella camicina da notte trasparente, i miei giocatori hanno continuato a parlare e fantasticare su di te. Ti chiamano ‘la belle cougar’. E sono sempre dietro a osservarti quando corri o quando fai gli esercizi.”
Lo ascoltavo ma scuotevo la testa. “Non parli sul serio.”
“Assolutamente. Quando diventano volgari, intervengo.”
“Piantala.”
Etienne ignorò il mio commento. “Sarei più che felice di chiederti un appuntamento. Anche adesso.”
“Certo. Un uomo come te, uno che schiocca le dita e le donne corrono, usciresti proprio con una come me. L’hai detto tu che mi sono lasciata andare.”
“Ricordo di aver detto anche, una bella donna. O sbaglio?”
Era vero ma io, nella mia visione distorta, lo avevo rimosso.
“Va bene, lo hai detto. Ma non vuole dire niente.” risposi testarda, impaurita di lasciare la melma in cui mi ero ficcata.
“Va bene. Alors.” Si allungò a prendermi una mano. “Vuoi uscire con me giovedì sera?”
“Smettila di prendermi in giro.” Cercai di ritrarre la mano ma lui strinse di più.
“Connard.” borbottò tra i denti. Poi continuò nei suoi vaneggiamenti. “Veniamo ad Annecy o dove diavolo vuoi andare. Ceniamo, balliamo, quello che fanno le persone a un appuntamento.”
Era così serio. “Lo vuoi davvero?” dissi tra lo speranzoso e il disperato. “Non lo fai per pietà?”
“Pietà di chi? Tua? Ti sembro il tipo compassionevole?”
In effetti…
Etienne continuava a fissarmi e quei due laser azzurri stavano sciogliendo il cemento sotto i miei piedi. “Alors! La tua risposta?” mi spronò.
“D’accordo.” buttai fuori.
Mi sarei fatta del male, lo sapevo. Più passavo il tempo con lui e più mi piaceva. Rischiavo di rientrare a Londra con una tartare al posto del cuore.


Alla fine, il molto atteso e altrettanto temuto giovedì, era arrivato,.
Avevo cercato di non pensarci, né il giorno prima, quando Etienne con gusto sadico, mi aveva forzata a superare i miei limiti fisici e di sopportazione, né quello dove avevo faticato come un mulo su per un sentiero alpino, regalino pre-appuntamento.
Ma dopo la doccia calda e un giro di crema per il corpo, ero così eccitata, agitata, impaurita per la serata da non sentire più la stanchezza.
Avevo sognato di nuovo Quentin la notte prima. Era con la sua rossa in cima a una collina, la macchina sportiva aperta, la radio accesa. Ballavano un lento, abbracciati sullo sfondo delle luci della città sottostante.
Era stato come ritrovare un amico perduto.
Forse era merito di Etienne o forse sarebbe dovuto tornare lo stesso. Fatto sta che ero al settimo cielo.
Decidere cosa mettermi era stato durissimo.
Mi ero portata qualche abitino carino, meglio essere preparata a tutto, così avevo tre possibilità: un tubino nero, fascia di pizzo sullo scollo e l’orlo sollevato da una ripresa in vita con un’increspatura a cascata; un abito grigio perla, gonna a campana, due strisce lunghe fino in vita, allacciate dietro e tenute insieme davanti da un nastro intrecciato; un altro vestito bluette, parte superiore lunga fino ai seni in tulle e paiette, stesso motivo in diagonale sulla gonna a corolla con alcune riprese in vita.
Me li ero messi e tolti una decina di volte ciascuno.
Alla fine aveva vinto quello bluette, soprattutto per come si adattava alla mia vita stretta e fianchi generosi.
Sandali dorati, tacco dieci, tre strisce da entrambi i lati che confluivano sul collo del piede e una che si chiudeva sulla caviglia. I capelli li avevo lasciati sciolti, le ciocche anteriori raccolte dietro in un piccolo concio, raccolto in una retina dorata, e mi ero truccata con moderazione.
Ero perfetta, mi dissi, anche se la sensazione nel mio stomaco diceva il contrario. Non ero stata così agitata neanche il giorno della mia laurea o quello del ballo con il mio primo ragazzo.
Etienne era un sogno. Era così che dovevo vivere quella serata. Nulla più. Un bel cavolo di fantastico sogno.
Uscii dalla camera e m’incamminai per le scale
Mi stavo guardando i piedi per non arrivare nella hall a mo’ di pelle d’orso, quando una serie di fischi, urla e battimani mi fecero alzare la testa di colpo.
Un nutrito drappello di ragazzi era svaccato sui divani in attesa servissero la cena. Erano tutti girati a guardarmi.
“Vive, Marguerite!” urlò qualcuno.
“Marguerite, tu es un canon!” rispose un altro.
“Je t’aime, Marguerite. Sors avec moi ce soir!”
Rimasi pietrificata sulle scale mentre altri ragazzi si univano all’allegra compagnia e, in qualche secondo, tutta la squadra era radunata ad acclamarmi come una diva.
Ero indecisa se proseguire sul successivo gradino oppure girarmi, correre nella mia stanza e nascondermi sotto il letto. Ma ci pensai un secondo di troppo.
“Quel est ce bruit?” Una voce forte, maschile, inconfondibile perché la sentivamo urlarci contro tutto il giorno, si sollevò sul baccano.
Il branco di ragazzi si aprì.
 Etienne comparve in tutta la sua gloria: pantaloni color ruggine, camicia blu notte con due bottoni aperti e giacca blue navy più chiara.
Uno spettacolo.
Si era tirato indietro i capelli con il gel e scoperto i lineamenti decisi e quei due fanali blu, ombreggiati dalle folte sopracciglia. Li fissò su di me e un attimo dopo, saltarono fuori come palline da ping pong.
Agitai le dita in un imbarazzato saluto mentre arrivavano altri clienti attirati dalla confusione.
Etienne avanzò nell’ala di ragazzi, gli occhi incollati su di me, l’ombra di un sorriso compiaciuto sulla bocca. Si fermò in fondo alle scale, allungò la mano. “Madmoiselle Bùrton, permettez-moi?”
Il tremito nelle gambe e il tacco dieci mi frenarono da tentare una discesa da star. Così feci gli ultimi gradini con cautela e gli diedi la mia.
Lui se la portò alle labbra e la baciò. “Tu es ravissante.” Dal tono immaginai fosse un complimento e lo sguardo sotto le sopracciglia prometteva una serata da non dimenticare.
Si mise la mia mano sotto il braccio e si voltò verso il pubblico. Parlò ai suoi ragazzi fermi ai lati della passatoia verso l’uscita.
Tutto ciò che capii fu il mio nome, ristorante e il nome di Armand.
Passammo tra i battimani di tutti, io probabilmente più rossa di un double-decker londinese, e uscimmo all’aperto.
“Cosa hai detto?” chiesi.
“Che stasera ti portavo al ristorante e dovevano comportarsi bene. Armand è il più anziano ed è responsabile.”
“Per questo oggi li hai allenati fino allo sfinimento.” Aveva avuto pietà solo di me ed ero stata congedata prima.
O forse aveva avuto pietà di sé. Non sarei stata di buona compagnia a cena: occhi chiusi, guancia nel piatto e un lieve ronfare all’arrivo del secondo.
“Buon metodo per farli andare a dormire.” rispose.
Una Citroen C4 a noleggio color melanzana ci aspettava nel parcheggio dell’albergo. Etienne mi accompagnò sino al mio lato, aprì lo sportello e con un inchino mi aiutò a salire.
“Monsieur Dumont, lei è un perfetto gentiluomo.” Lo presi in giro.
“Mademoiselle Bùrton, voi siete très charmante.”
“Usi il francese per non farmi capire cosa dici?”
“Il cuore parla una sola lingua. In inglese non sarebbe la stessa cosa.”
Adesso ero ancora più curiosa. “Quindi?”
“Ho detto che sei molto bella. Stasera dovrò combattere contro una folla di rivali.”
“Non dire scemenze.”
“Solo la verità, nient’altro che la verità.” Si fece una croce sul cuore. “Lo giuro.”
Scossi la testa mentre mi sedevo ed Etienne chiudeva lo sportello.
Dopo aver fatto il giro ed essersi seduto a sua volta, si girò verso di me. “Pronta?”
“Pronta.”
Accese il motore, ingranò la marcia e uscì dal parcheggio, destinazione ignota.
“Una sorpresa.” aveva detto, giusto per farmi soffrire un altro po’.


“Sei sicuro fosse tonno quella cosa deliziosa?” chiesi, faticando sul tappeto d’ingresso dell’albergo.
Non ero ubriaca, proprio per niente. Diciamo che mi sentivo leggera e felice e il tacco dieci non aiutava con tutto quel panno.
La serata era stata una favola, proprio come me la aspettavo.
Scelta del locale, perfetta.
“Lo so che sembra straniero.” mi aveva detto davanti all’insegna. In effetti il nome, Au Chardone d’Ecosse, significava il cardo di Scozia. “Ma in realtà fanno cucina francese e hanno sempre musica dal vivo.” aveva aggiunto.
L’impatto era stato magnifico. Le pareti rivestite di pannelli di legno scuro, ognuno decorato con un ritratto o il dipinto di un luogo famoso in Scozia e i faretti, posti sopra le opere e incastonati nel grande specchio sul soffitto, che creavano un’atmosfera calda e intima.
Il bancone del bar era al centro, con delle isole poco distanti, corredate di sgabelli alti. Diversi tavoli erano sparsi per la grande sala, alcuni con sedie di legno, altri con divanetti in stile Chesterfield.
Su un lato c’era il palco e quella sera si sarebbero esibiti un musicista e una cantante.
Il nostro tavolo era in un angolo, sotto le immagini di un castello mezzo diroccato e un suonatore di cornamusa. Una grossa candela dentro una coppa di vetro e due calici dallo stelo sottile avevano conferito un’ulteriore nota romantica.
Anche il cibo era stato delizioso, sebbene, in quanto inglese, non potevo essere considerata il giudice migliore per la buona cucina. Antipasto a base di formaggi, tonno in crosta di sesamo con verdure miste, cotte e crude, e spaghetti saltati con cipolla. Infine, proprio la ciliegina sulla torta, un Parfait au chocolat con croccante alle mandorle sbriciolato sopra. Il tutto accompagnato da un Roussette della zona.
Davanti al dolce ormai ridevo di qualsiasi cosa raccontasse Etienne.
Aveva trentacinque anni, non era sposato, né fidanzato, ringraziando Dio. La sua storia più lunga era finita circa un anno prima. Era stato messo davanti a un ultimatum, o mollava il rugby e s’impegnava di più nella sua carriera in banca o lei se ne sarebbe andata.
Ovviamente si erano lasciati ma non perché lui amasse di più lo sport. “Non aveva capito niente di me, né di come sono fatto, dopo cinque anni di fidanzamento.” mi aveva detto con una punta di tristezza. “Se Dio vuole è finita prima che fosse troppo tardi.”
Da allora, basta relazioni a lungo termine, anche se non si era certo convertito al monachesimo.
Io gli avevo raccontato del mio sogno di diventare una scrittrice, di come alla fine c’ero riuscita e delle mie ansie di non essere più in grado di farlo; del mio rapporto con Norman; dei miei genitori molto esigenti e sempre pronti a ficcare il naso nei miei affari e di Lancelot, il mio gatto nero, scomparso poco dopo l’uscita di Norman dalla mia vita.
Dopo un ultimo bicchiere di whiskey torbato, di cui avevano una vasta scelta in onore al loro nome, era iniziata la musica.
Tastierista e cantante avevano suonato un po’ di tutto, dalla disco anni ottanta a pezzi moderni, da ballate di gruppi rock famosi a canzoni francesi a me sconosciute.
Avevamo scoperto, così, di avere diversi gusti musicali in comune. Il rock era la prima scelta, ma ascoltavamo volentieri anche la disco e il pop inglese. Non condividevo la sua passione per il jazz come lui non capiva un’acca di musica classica, che io amavo molto.
Nessuno dei due aveva avuto una gran voglia di scatenarsi in pista ma quando le note di una famosissima ballata degli Aerosmith si erano diffuse nell’aria, avevo sussultato. Era uno dei miei pezzi preferiti, così romantico da farmi frullare lo stomaco ogni volta che lo sentivo.
Etienne si era alzato in piedi e mi aveva invitata. Un altro sogno realizzato: ballare abbracciata a un uomo super affascinante, sulle note di “I don’t want to miss a thing.”
Non avevo potuto evitare di canticchiarla e mentre le parole mi scivolavano dalla bocca, mi ero resa conto di quanto fossero adatte a quel momento.
“I don't wanna miss one smile, I don't wanna miss one kiss. I just wanna be with you, Right here with you just like this”
Diane Warren doveva aver pensato a me quando l’aveva scritta.
Mi ero stretta al corpo di Etienne e per quei meravigliosi, brevissimi quattro minuti, avevo fatto finta fosse mio.
La canzone era finita troppo presto, ma la sensazione d’intimità era rimasta avvolta attorno a noi.
“Andiamo.” Aveva detto Etienne e io avevo annuito. Si era creata una magia tra noi e io avrei voluto rimanervi aggrappata con tutto quello che avevo. Ma dubitavo fosse possibile.
Ed eravamo arrivati a ora.
Blateravo da un po’, dicendo cose senza senso per superare l’agitazione che mi si era stretta allo stomaco come un cilicio di ferro.
Stavo per perdere la testa. Dovevo arrivare in camera, subito, dove avrei potuto lasciarmi andare, rifornimento del frigo bar permettendo.
Dopo una serata così, un'unica serata irripetibile, ci voleva un bel super alcolico per affogare la tristezza. Forse Quentin sarebbe venuto a farmi compagnia.
“Ti assicuro che era tonno.” rispose Etienne con il sorriso nella voce. Era davvero un fuoriclasse, non era ancora stufo delle mie stupidaggini.
Nel salire le scale sbattei il piede contro uno dei fermi metallici della passatoia. “Shh.” Feci con l’indice sul naso. “I ragazzi dormono.”
“Non ti preoccupare.” Etienne mise la mano sotto a un mio gomito. “Neanche la fanfara degli Emerson, Lake and Palmer li potrebbe svegliare.”
Davanti alla mia porta cercai di infilare la chiave nella serratura. “Perché non sta ferma?” brontolai.
Etienne me la prese dalle mani e aprì.
“Allora… Buonanotte…” Il sospiro rischiò di farmi saltare qualche cucitura nel vestito.
Etienne mi guardò, un mezzo sorriso sulle labbra, e mi prese il mento con due dita.
Il cuore sobbalzò così forte da far rumore contro la cassa toracica.
Avvicinò il viso ed io, nel delirio euforico, strinsi gli occhi e sporsi le labbra in attesa.
Lo sentii ridacchiare prima che la sua bocca sfiorasse la mia.
Cos’era quello? Un bacio? Se pensava di cavarsela così…
Quando si allontanò, lo seguii.
Etienne mi baciò con più decisione, le mani strette questa volta sulle braccia per avvicinarmi. Io socchiusi le labbra e lui accettò l’invito. Il bacio divenne più profondo e intenso, cosa che i francesi, scoprì, sapevano fare molto bene.
Dio, quella bocca. Ancora un lieve sentore torbato e un calore da fondere il metallo. O le ossa, visto che le gambe mi cedettero e dovetti aggrapparmi al suo collo.
Il bacio divenne focoso, così rovente da far scattare l’allarme antincendio dell’albergo.
Quando ci staccammo, nessuno dei due riusciva a respirare.
“Tu es magnifique, Marguerite.” sussurrò. “Non voglio approfittare…”
“Approfittare?” Lo tirai per il bavero della giacca e lo baciai quasi con violenza. “Sono brilla ma, fidati, non sarò pentita domani mattina.” gli sussurrai.
L’ex campione di rugby non se lo fece ripetere due volte. Mi afferrò per la vita e mi sollevò. L’abito era abbastanza largo e io allacciai le gambe ai suoi fianchi. Etienne incollò di nuovo le labbra sulle mie e mi trasportò nella stanza. La porta si chiuse con un sonoro “tud” e continuammo ad avanzare fino in prossimità del letto. Qui si fermò, sganciò le mani da sotto il mio sedere e mi lasciò scivolare lungo il suo corpo potente e duro dove serviva.
Non fui la sola a mugolare estasiata al contatto.
Mi prese il viso fra le mani. “Sei sicura?” chiese dopo avermi fissato con gli occhi diventati blu cobalto.
“Puoi giurarci, mio caro.”
Un secondo dopo il vestito era ai miei piedi.
Il mio allenatore si allontanò un momento per fissare con sguardo infuocato il mio completino nero e i sandali dorati. “Sei la cosa più bella che mi sia capitata da anni.” La voce ridotta a un roco, sensuale sussurro che colpì dritto, preciso al centro del mio corpo.
E dopo fu il suo corpo a parlare, le sue mani, le sue labbra, le sue carezze, i suoi baci. E io lo seguii senza esitare. Volevo memorizzare ogni centimetro, ogni grammo di lui, al tatto, alla vista, al gusto, all’olfatto. Volevo fissarlo, inciderlo nel mio cervello, marchiarlo a fuoco sul mio corpo per ritrovarlo ogni volta avessi avuto bisogno.


“Don’t want to close my eyes, I don’t want to fall asleep, ‘Cause I miss you baby and I don’t want to miss a thing”.
Domenica mattina, ultimo giorno insieme, le parole degli Aerosmith nella mia testa.
Già sentivo la sua mancanza.
La vacanza era finita, stasera il mio volo partiva per Londra e la squadra under 21 del Faucigny Mont Blanc di Cluses sarebbe tornata a casa, insieme al suo meraviglioso allenatore.
Erano stati i giorni più belli di cui avevo ricordo.
Fiero, intransigente allenatore di giorno; passionale e fantasioso amante di notte. Il connubio perfetto per la mia vacanza terapeutica.
Adesso Quentin lo vedevo dappertutto e la sua storia con la rossa che ballava il tango, incominciava a svilupparsi.
La sua cura era stata la più efficace. Aveva avuto ragione su tutto e il diventare amanti aveva solo reso la guarigione più completa.
Non avrei più smesso di volermi bene, non avrei più pensato di non valere nulla. Sapevo di aver la forza di rialzarmi a ogni caduta e andare avanti. Mi sarebbe bastato pensare al mio trainer e avrei trovato la via.
E il mio cuore? Forse si sarebbe spezzato, ma sarebbe guarito anche lui.
La mano di Etienne si alzò per accarezzarmi il viso. “Già sveglia?”
Io sorrisi e girai la faccia per baciargli il palmo. “Non ho dormito molto stanotte.”
Lui abbozzò un movimento con le labbra, forse con la stessa malinconia. “È stato magnifico. “ mi sussurrò. “Oltre ogni mia aspettativa.”
“Anche per me.”
“E Quentìn?”
“Presente e loquace.” Si era ricordato anche di lui.
“E Marguerite?”
“Margaret.” Era diventato un gioco tra noi. Quel nome sarebbe rimasto nel mio cuore per sempre, come tutto ciò che riguardava quella vacanza. “Sta bene. Grazie a un dispotico e testardo allenatore che l’ha spinta fuori dalla melma.”
“Non smetterai mai più di volerti bene?” mi chiese.
“Mai più.” mormorai.
Mi attirò a sé con una mano sulla nuca per un lungo, malinconico bacio. L’ultimo.
Poi la mattina prese a correre.
I ragazzi dovevano partire alle otto ed Etienne doveva essere certo fosse tutto pronto.
Quando furono tutti sul pullman, ebbi salutato i giocatori uno a uno, Etienne si fermò sulla scaletta.
“Allora addio, mia Marguerite.”
“Addio coach Etienne.” Dio mio! Avrei resistito a non piangere?
“Voglio che ti ricordi una cosa. Puoi fare tutto quello che vuoi. Sei in gradi di farlo.” Mi sfiorò la guancia con una carezza. “Non dimenticarlo mai.”
“Non lo dimenticherò, Monsieur Dumont.”
Etienne fermò la mano sul mio viso, fissandomi come se volesse imprimermi nella memoria. Poi si girò e salì sul pullman.
La porta si chiuse con un sospiro d’addio.
Io rimasi impalata a guardarlo allontanarsi e allontanarsi, fino a quando non sparì. E anche di più.
Il buco rimasto nel mio petto era profondo, ci sarebbe voluto del tempo prima che smettesse di farmi male.


“Bene, signore. La nostra autrice deve andare. Ringraziamo tutte per la partecipazione e vi invitiamo a prendere i programmi dei prossimi eventi sul tavolo in fondo.”
Waterstone, Londra, presentazione del best seller “Quentin, the boss”.
Mi alzai dalla sedia in cui ero rimasta incollata due ore e salutai le ultime lettrici che si allontanavano.
“È stato un grande successo.” L’organizzatrice della libreria si era avvicinata.
“Davvero.” risposi con un sorriso stanco. “Non mi aspettavo così tanta gente.”
“Nell’ultima settimana abbiamo venduto decine e decine di copie. Era un libro molto atteso. Credo abbia centrato in pieno l’obiettivo. Brava.”
“Grazie mille.” Le feci un piccolo inchino con la testa.
“So che verrà tradotto in diverse lingue.”
“Certamente.” S’intromise la mia agente che, non so come, era rimasta zitta fino a quel momento. “Vogliamo entrare nella lista dei best sellers del New York Times.”
“Ah, davvero.” Le due donne si misero a parlare tra loro dimenticandosi della mia esistenza.
Io mi guardai attorno.
Il poster di Quentin a grandezza naturale, la pila di libri disposti ad arte, le sedie sparse in disordine, chi lo avrebbe mai detto sarei arrivata a quel punto? Eppure, nonostante la felicità, svanito il rush di adrenalina, rimaneva solo la fatica.
Quelle presentazioni mi sfinivano. Avevo girato la provincia inglese in lungo e in largo, presentando il mio libro in piccole librerie di paese o in grandi biblioteche di contea e avevo sempre fatto il pienone. Quentin era stato un grande successo ma adesso avevo proprio bisogno di riposo.
Feci girare lo sguardo sulla sala e incrociai quello di Jeff: un metro e novanta per novantotto chili di puro muscolo e, soprattutto, venticinque anni di età.
Una scrittrice di romanzi erotici doveva trattarsi bene.
Lui si riscosse dalla sua posa annoiata e si erse in tutta la sua magnificenza.
“Puoi fare tutto quello che vuoi.” mi aveva detto un certo allenatore. Io lo avevo preso in parola.
Jeff accolse il mio segno di “via libera” con un visibile sollievo.
“Vi saluto.” dissi alle due donne che stavano ancora chiacchierando. “Vado a casa.”
La mia agente si girò verso di me. “Non dimenticarti i primi capitoli della nuova serie sugli ex legionari.”
“Nora, ti ho detto dopo le ferie.” le dissi con impazienza.
“Certo, cara. Dopo le ferie.” Si avvicinò e mi abbracciò. “Riposati e goditi questo grandioso successo. Rimango io a tenere il forte.”
Ricambiai l’abbraccio e me ne andai.
Io e Jeff raggiungemmo l’uscita della libreria e ci dirigemmo verso il parcheggio di Leicester Square, dove avevamo parcheggiato l’Audi.
“Una bella folla di donne.” mi disse mentre camminavamo affiancati lungo King Street.
“A Londra ci vive un sacco di gente.”
“Qualcuna ha cercato di toccarmi il sedere.” Mi informò, le labbra sporte in un broncio.
Io mi misi a ridere. “È comprensibile. Hai un bel sedere.”
“Ma dove sono finite le buone maniere? Potevano almeno chiedere il permesso.”
“Hai ragione.” Lo presi sottobraccio ancora ridendo. “La prossima volta ti mettiamo un cartello: prima di toccare, chiedere il permesso.”
Al parcheggio, Jeff fece scattare lo “yuk yuk” dell’apertura e salimmo in macchina.
“Voglio dormire una settimana.” Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi.
“Spero avrai di meglio da fare che dormire.” mi rispose, dandomi una stretta al ginocchio.
“Puoi contarci.”
Jeff ingranò la marcia e uscì dal parcheggio.
In Willoughby Road, quartiere Hampstead, Jeff fermò la macchina in un posteggio e ci dirigemmo verso la mia nuova casa al numero cinque: tre piani di mattoni rossi, bow window e mansarda inclusa.
Aprii la porta e un profumino di aglio ci accolse. Nel soggiorno a sinistra erano visibili due valige ancora aperte e la sacca delle scarpe contro il divano.
“Allora, com’è andata la presentazione.” Etienne uscì dalla cucina e salì i tre scalini per l’atrio.
“Marveilleuse.” risposi io. Il mio francese era molto migliorato.
“Oh, capo.” intervenne Jeff. “Mi devi un doppio giro in pizzeria. Quelle presentazioni sono una palla disumana.”
“Pensa che hanno anche cercato di toccargli il sedere.” dissi facendogli l’occhiolino.
Etienne buttò indietro la testa e rise. Poi si avvicinò per battere il cinque con il suo giocatore. “Promesso Jeff. Le prossime due uscite sono a mie spese.”
Io mi avvicinai per essere salutata a mia volta e fui rapita in un abbraccio che terminò con un bacio al fulmicotone. “Pronta, mon amour?” mi chiese sottovoce.
“Cosa si mangia di buono?” La voce di Jeff ci arrivò dalla cucina.
Due settimane alle Seychelles? Noi due soli? “Prontissima.”
Qualcuno aveva detto che potevo fare tutto quello che volevo?
E io volevo lui, Etienne Dumont, il mio allenatore del cuore.
Non c’era voluto molto perché tornassimo a cercarci. Quella vacanza era stata una rivelazione per me ma anche Etienne aveva subito la sua rèvolution.
Dopo un periodo frustrante di amore a distanza, ero riuscita a fare l’inimmaginabile.
I Leicester Tigers cercavano personale. Basta lavoro in banca e rugby nel tempo libero.
Avevo spinto, pregato, scritto curriculum, inviato suppliche all’Arcivescovo e alla fine avevo vinto io. Dopo un colloquio e un periodo di prova, lo avevano assunto.
Adesso era ancora il numero zero, ma ben presto anche loro si sarebbero accorti di quanto magnifico fosse Etienne Dumont.
“Non infilare le dita nella pentola.” disse forte Etienne, sempre tenendomi tra le braccia.
“Ma capo.” si lamentò Jeff. “Ho fame.”
“Allora prendi i piatti e apparecchia la tavola.”
Il borbottio del giovane fu seguito dall’acciottolio della ceramica.
Etienne mi lasciò andare. “Stasera Gratin Dauphinois e domani, mojito in riva all’oceano.”
Lo guardai tornare verso la cucina con quel fisico pieno di maestosi muscoli e il mio cuore si riempì di farfalle.
Ma non erano nello stomaco?
Erano diventate troppe, qualcuna era dovuta migrare.
Stare insieme era quello che volevamo ed io non avevo smesso di volermi bene. E di amare lui.
Chi poteva più fare a meno di monsieur Dumont, il mio coach preferito?

FINE

CHI E' L'AUTRICE
 MARIA CRISTINA ROBB è nata a Bologna e vive a Castel Maggiore, con la sua famiglia: un marito e una figlia. Fa l’infermiera da oltre ventanni nel dipartimento di chirurgia di un grosso ospedale universitario in cui si occupa anche di ricerca.  Si definisce una lettrice compulsiva e ha sempre desiderato poter scrivere qualcosa che desse agli altri le stesse emozioni che prova lei quando tiene un libro tra le mani. Per questo ha frequentato alcuni corsi di Scrittura Creativa e Collettiva che le hanno fornito validi elementi per affinare il suo stile.  Il suo debutto è stato il concorso sul blog “La Mia Biblioteca Romantica”, dove il suo racconto “Mr. Talbot” è risultato vincitore di una rassegna di Romance Erotico.  Da allora ha continuato a scrivere, pubblicare su blog e partecipare a contest dove è risultata tra i finalisti in diverse occasioni. Di recente, con uno pseudonimo ha iniziato a pubblicare racconti appassionanti ed erotici per una nota casa editrice.

*****
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1 commento:

  1. Il racconto è veramente carino, purtroppo oscurato da diversi errori grammaticali, i più frequenti dei quali riguardanti la coniugazione dei verbi al passato remoto. C'è almeno un termine dialettale ed errori (di cui uno enorme ed è l'imperativo di aller) sulle parti in francese. Peccato, perché oltre ad apparire abbastanza curato sotto l'aspetto lessicale è anche abbastanza curato sotto l'aspetto della punteggiatura (mera leggenda metropolitana per molte persone che si autoproclamano scrittori) per cui consiglio all'autrice un po' più d'attenzione in fase di rilettura. Di nuovo complimenti

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