Christmas in Love 2013 : INASPETTATE ALCHIMIE di Miriam Tocci


Aromi di caldarroste, pane e dolci caldi a profumare l’aria nel viavai degli ultimi acquisti natalizi, ventitre dicembre di una Roma vestita a festa da luci e colori scintillanti.
Anna trasse un bel respiro per far penetrare bene quell’energia positiva dentro di sé e funzionò perché sentì riaffacciarsi nel cuore un po’ del buonumore perduto. Gran parte del merito andava al suo Artù, un Terranova di tre anni che in quel momento stava fissando con interesse la ciambella che lei teneva in mano.
Anna staccò il primo boccone e lasciò che il cagnone, con delicatezza inversamente proporzionale alla sua mole, glielo prendesse dalle dita.
Diede un morso scacciando via i sensi di colpa per lo strappo alla regola, anche se quel giorno non aveva pranzato ed era fuggita via dal rinfresco natalizio dell’ufficio con lo stomaco ridotto a un pugno.
Accidenti. Adorava il Natale, da sempre non vedeva l’ora che arrivasse e si divertiva un mondo anche solo a camminare per le strade piene di rumore e negozi come stava facendo in quel momento sulla Via Tiburtina, a pochi passi dall’omonima stazione ferroviaria. Un altro morso e diede il resto del dolce a un entusiasta Artù.
«E’ giorno di stravizi ma non farci l’abitudine, le ciambelle non sono nella nostra dieta» disse rivolta al cane che per tutta risposta si leccò i baffi. «Beato te che hai lo stomaco di ferro, nel mio oggi non entra neppure uno spillo!»
Anna, di professione graphic designer,  era un tipo solare, divertente, entusiasta delle più piccole cose, sapeva confortare gli altri con la sua calma innata, aveva una risata contagiosa, eppure qualcosa l’aveva cambiata.  Qualcuno, a dir la verità, e aveva un nome.
Manuel D’Onofrio era riuscito a spegnere il fuoco scoppiettante della sua allegria da quando era arrivato alla Super Nova Art Design, arrogante, sicuro di sé e quel che era peggio: web designer al posto di Gerry, suo amico carissimo sin dalla scuola di grafica, letteralmente sparito dall’oggi al domani sia dall’azienda che dalla città. Le aveva solo detto di aver bisogno di staccare per un po’ e che si sarebbe rifatto vivo presto, ma erano trascorsi mesi e ormai non si sapeva neppure dove si fosse trasferito.
Cosa avesse portato i suoi superiori a rimuovere un uomo talentuoso e creativo come Gerry da quel posto, Anna non riusciva a immaginarlo e si guardava bene dal chiedere in giro. Voleva evitare di alimentare le leggende metropolitane che già serpeggiavano nei corridoi della multinazionale e che mutavano in versioni confuse e distorte, distanti anni luce dal vero.
A pensarci bene l’ambiente in cui lavorava era delirante, un oceano di squali dove Manuel rappresentava il numero uno fra quelli più spietati. Lo aveva dimostrato alla riunione di quella mattina, smontando e sezionando il progetto a cui Anna aveva lavorato giorno e notte per settimane solo per fare il galletto davanti a tutti.
Che schifo, aveva ancora davanti la scena.
Fortuna che oltre al lavoro Anna aveva una famiglia, o meglio, una sorella, e il grande, dolce Artù. Quanto a vita sociale,  alcuni amici con cui uscire ogni tanto e nessun fidanzato da quando tre anni prima aveva lasciato Paolo ed era entrata alla Super Nova Art Design. Sembrava che non avere una vita privata fosse un requisito essenziale  per essere assunti e mantenere il posto.
«Vieni, Artù, incamminiamoci verso la stazione, fra poco arriva il nostro treno» disse Anna trascinandosi dietro una valigia trolley color verde mela.
Già, stava partendo. Aveva mollato ipocrisie e falsi convenevoli subito dopo il round con  Manuel e per una decina di giorni avrebbe rifiatato, finalmente. Voleva addirittura dimenticarsi la sua faccia.
Salì sulla carrozza dopo aver mostrato i documenti del cane allo stuart del treno rosso che l’avrebbe portata dalla Stazione Tiburtina di Roma a Torino. Sembrava vestito per il Natale anche quello e le piacque subito l’idea.
Sorrise ad Artù dandogli una grattatina dietro alle orecchie, quindi entrambi si rilassarono, lei sul sedile singolo accanto all’ingresso della carrozza, lui appoggiando il muso sui suoi piedi.
Quando le porte del treno si chiusero, Anna levò gli occhi dal libro che aveva iniziato a leggere, il naso all’insù. Artù la guardò con aria interrogativa, sembrava che la sua padrona avesse cominciato ad annusare l’aria come faceva lui.
«Questo profumo mi sembra proprio…no. Impossibile, devo essere impazzita del tutto e poi non è l’unico sulla Terra a portarlo» bofonchiò riaprendo il libro sulle ginocchia. Gli occhi però sgattaiolarono via dalle pagine e si misero a perlustrare tutt’attorno.
Non c’era traccia di un uomo alto un metro e ottanta, lisci capelli castani fin sopra le spalle e occhi color malto. Sì, gialli come quelli di un felino.
Descritto così poteva anche sembrare un tipo niente male, anzi, un gran bel tipo, invece era solo un incubo. Manuel. A metterla in allarme un olezzo di spezie: cannella, chiodi di garofano, forse sandalo, quelle del profumo che era solito portare, un aroma che le sue narici ormai fiutavano a chilometri di distanza. Di solito prima arrivava la nebulosa venefica, poi arrivava lui. Ma non c’era anima viva che rispondesse all’identikit. Anna sospirò e, decisa a rilassarsi, s’immerse nel libro fino a destinazione.

Alla stazione di Torino, Marta, sorella maggiore di Anna, l’aspettava al binario. Infagottata nel giaccone bianco con una voluminosa sciarpa grigia al collo, scorse per primo Artù, una massa di pelo nero lucidissimo e un muso così simpatico che sembrava sorridesse, poi Anna, la piccola di casa, un metro e sessantacinque, capelli bruni ondulati e i suoi stessi occhi scuri.
«Anna, sono qui!»
Artù scodinzolò felice e Anna afferrò la valigia facendo del suo meglio per destreggiarsi nel mare di persone che scendevano o salivano sui treni, mentre la sorella andava loro incontro.
«Marta! Fatti abbracciare!»
Seguì il profondo latrato di Artù, impaziente di essere coccolato anche lui.
Marta, la versione bionda di Anna, era passata da una Smart a una Jeep a passo lungo, quattro ruote motrici e catene da neve sempre a bordo. Aveva rilevato la locanda della zia paterna a Monginevro, un piccolo comune francese sul confine con il Piemonte. Si era stabilita in montagna da un anno e mezzo e ormai non sarebbe più tornata alla vita di prima, Anna lo sapeva bene.
«Allora, come vanno gli affari su da te?» le chiese mentre faceva sistemare Artù nell’ampio portabagagli.
«L’apertura estiva è andata proprio bene, direi. Sono impaziente, non vedo l’ora di farti vedere le stanze, la mia bella cucina, la sala, l’angolo bar! Questo è il primo Natale in cui siamo aperti e non sto nella pelle, faremo una grande festa alla locanda il venticinque, verranno anche dai comuni vicini!»
«Non ti vedevo tanto entusiasta da…beh, non so neanche io da quando.»
«Ti confesso che non avrei mai sperato in una svolta del genere, la mia vita è un sogno, adesso.»
Anna si rabbuiò, ma solo un istante. La sua di vita, invece? Tutt’altro che a una svolta. Sorrise di rimando alla sorella ma qualcosa la distrasse. Ancora quell’odore di spezie.
Fece un giro su se stessa, abbassò la sciarpa dal naso, il respiro divenne una piccola nuvola bianca.
«Chi stai cercando?» le chiese Marta.
Si riscosse dandosi della fissata maniaca. «Niente, nessuno…»
In quel momento un Hammer giallo  passò di fianco a loro sgommando e si allontanò dal parcheggio.
«Ma guarda, che gradasso. Tutti i bellimbusti devono portare la stessa colonia.»
«Uhm, Anna? Che stai blaterando, conosci il conducente di quel mastodonte giallo?»
«No, non so chi sia, ma dalla guida sicura riconosco l’articolo.»
Marta, alzò un sopracciglio. «E a te, come vanno le cose?»
Anna la fissò un attimo, poi girò i tacchi e montò in macchina. Cinture allacciate e zero voglia di mettere sul piatto le frustrazioni, la rabbia, il senso d’inadeguatezza che respirava assieme all’ossigeno nel suo ambiente di lavoro, amato e odiato. Ma non avrebbe resistito, avevano a disposizione chilometri di curve fra le montagne e Marta era sempre stata bravissima ad ascoltare.

La mattina seguente Anna si svegliò con comodo, come non faceva mai. La stanza, arredata con pannelli e trapunte patchwork, sapeva di legno nuovo e cera d’api. Una doccia calda, la soffice tuta di pile e gli amatissimi calzettoni di lana dentro agli scarponcini, i capelli raccolti in una coda, e via. Niente completi alla moda e tacchi alti, niente accessori da abbinare. Poteva starsene libera e senza artifici, in pieno contatto con la vera se stessa.
Scese di sotto ed ebbe la certezza che non avrebbe visto tanto spesso il suo cane Artù nel corso di quella vacanza. Aveva già mangiato in abbondanza e scavato buche nella neve del giardino antistante la locanda, in quel preciso momento giocava a prendere al volo le palle di neve con i bambini di alcuni clienti. Anche lui meritava i suoi svaghi, rise Anna fra sé.
Dalla cucina della locanda deliziosa, tutta in legno color miele e addobbata per il Natale, arrivava un gradevole profumo di torta appena sfornata e di caffè.
Carlo, il tuttofare, sistemava ghirlande e lucine sull’enorme albero all’ingresso.
«Posso fare colazione?» chiese Anna alla sorella intenta a dare indicazioni al cuoco per il menù del giorno.
«Certo, serviti pure.»
«Hai bisogno di una mano per qualcosa, Marta?»
«A dire il vero, sì. Potresti controllare i menù di Natale? Dimmi se sono decenti, altrimenti abbiamo tutto il tempo di modificarli e ristampare. Poi ci sarebbe la reception. Verso l’ora di pranzo oltre ai clienti che vogliono solo mangiare arrivano anche le nuove prenotazioni. Io devo andare a fare la spesa per il pranzo di domani e qualcuno deve essere presente per consegnare le chiavi delle stanze e registrare i documenti.»
«Nessun problema, sarà fatto.»
«Sicura? Sei venuta a riposarti invece ti schiavizzo.»
«Qualsiasi lavoro fuori dalla Super Nova Art Design è puro piacere, fosse anche portare pietre a mani nude.»
«Esagerata!» rise Marta mentre toglieva il grembiule da cucina e afferrava le chiavi della jeep. «Torno fra un paio d’ore, ricomincia a nevicare e devo fare un po’ di strada.»
«Fai attenzione!»
I menù natalizi erano perfetti e, a meno che sua sorella non avesse deciso di cambiare le pietanze, andavano benissimo così. Originali, bella grafica, Anna si era chiesta chi poteva averli realizzati.
Seduta alla reception, un grazioso angoletto di legno intagliato accanto al grande camino dell’atrio, Anna finì di registrare l’arrivo di una famigliola che sarebbe rimasta ospite per una settimana.
«Ecco, signori Morelli, la stanza è al secondo piano e queste sono le chiavi. Carlo vi aiuterà con le valigie.» Un gran sorriso e un cenno al robusto ventenne che per arrotondare aiutava sua sorella con le commissioni.
La neve cadeva fitta, una coperta bianca che svolazzava dal cielo, Anna guardò l’orologio in pensiero per Marta. Digitò un messaggio sul cellulare chiedendole se stava rientrando e sua sorella rispose quasi subito: «Sto risalendo, le strade sono pulite. A fra poco.»
Il suono di una risata e un latrato la fecero voltare di scatto verso la veranda. Dai vetri scorse la figura di un bel giovanotto alto che stava giocando nel giardino con Artù. Jeans denim sfiniti, la testa coperta da un berretto dai colori sgargianti, forse sui trent’anni. Si abbassò per accarezzarlo e Artù, ancora eccitato dal gioco, lo sbilanciò con una zampata facendolo finire con il sedere nella neve. Il ragazzo non sembrò offeso, anzi, rideva accettando di buon grado le leccate del cane sul viso. Si alzò e spazzolò giaccone e pantaloni, seguitando ad accarezzarlo. Anna ridacchiò divertita.
«Okay, bello, ci vediamo più tardi, adesso vado a sistemarmi un po’» gli sentì dire sull’uscio della locanda ma non riuscì a vederlo bene perché guardava in basso per sistemare la sua valigia all’ingresso.
Nel medesimo istante il telefono squillò un paio di volte e uno dei clienti si avvicinò per chiederle una cartina della zona e alcune informazioni.
Sentì riaffacciarsi il profumo di spezie che la perseguitava e rise di se stessa. Probabilmente era l’odore che associava allo stress: quando si trovava un minimo sotto pressione lo sentiva, pensò, dando la schiena all’entrata. Doveva farsi curare.
«Buon pomeriggio…Anna?» sentì esclamare alle sue spalle.
La mistura di spezie si concentrò, era più vicina, nube carica che preannunciava una pioggia di guai. Anna chiuse la comunicazione, accostò il cordless al petto e sentì il cuore battere forte. Non poteva essere, si disse mentre si girava lentamente. Solo allora notò l’Hammer giallo posteggiato nel viale.
«Vestita così non sembravi neanche tu.»
Voltò la testa di scatto, non aveva più dubbi. «Manuel? Che ci fai qui?» esclamò sbigottita.
Lui le sorrise e Anna rimase senza fiato. Forse per il look più disinvolto, forse per l’insospettata dolcezza usata con Artù. Manuel d’Onofrio con quello sguardo rilassato e un cappellino multicolore sulla testa le apparve per la prima volta umano, persino bello.
«Sei felice di vedermi, a quanto pare» ridacchiò in modo familiare e Anna ricordò che la mattina prima voleva schiacciargli gli alluci con un martello.
«Certo, felicissima» gli fece eco.
«Vorrei una stanza.»
Anna gli sorrise gelida: ecco il martello sugli alluci.
«Spiacente, tutto occupato. Stiamo registrando le prenotazioni.»
«Ah, capisco» fece lui, fingendosi rammaricato solo per illuderla, ma non si mosse di un millimetro. Un sorriso furbetto a incurvargli le labbra e una luce che Anna non aveva mai notato negli occhi gialli da felino. Appoggiò le mani sul bancone e, senza interrompere il contatto visivo, disse laconico: «Se guardi fra le prenotazioni troverai anche la mia.»
Ecco. La fine del mondo.
Anna digitò sul computer e trovò il nominativo di Manuel, si tratteneva fino al due gennaio e lei era fritta.
«Un documento e una firma su questo foglio» disse in tono monocorde.
«A te» rispose lui con una gentilezza mai mostrata.
«E queste sono le chiavi.»
«Arrotondi mentre sei in ferie?»
«No, la locanda è di mia sorella. E’ tuo quel mostro giallo là fuori?»
«L’Hammer? L’ho noleggiato.»
Impossibile, incredibile, che fosse lui anche il giorno prima?
Manuel fece per aggiungere qualcosa ma Anna si sentiva troppo scombussolata per continuare la conversazione. Intercettò la sorella di ritorno dalle spese e con la scusa delle buste da scaricare sgattaiolò via.
«Manuel, che bello rivederti» fece Marta alle sue spalle, «stasera ti aspetto alla cena della Vigilia, non mancare.»
«Non potrei chiedere di meglio, non mancherò.»
Anna attese Marta nel corridoio che portava alla cucina e una volta entrate sbottò: «Traditrice.»
«Eh?»
«Quindi lo conosci?»
«Ma di chi parli?»
«Di “Manuel che bello rivederti”» le fece il verso. «Rivederti?» aggiunse furiosa, le braccia conserte.
«Oh, lui. Sì, è stato uno dei primi clienti, quest’estate. Doveva fermarsi pochi giorni, invece è rimasto con noi per un mese. E’ stato lui a impostare i menù di domani. Andavano bene?»
«Cavolo, dovevo riconoscere la mano» mormorò Anna.
«Si può sapere che problema hai?»
«Hai presente il collega di cui ti parlavo ieri in macchina? Quello che ha rubato il posto a Gerry e che si diverte a umiliarmi davanti ai nostri capi? È tuo ospite e ti ha impostato i menù di domani. A proposito, sono perfetti.»
«Aspetta, lavorate insieme?»
«Te l’ho appena detto!»
«No, non posso credere che la persona cinica e arrogante che mi hai descritto sia Manuel. Non è lui.»
«Allora ha un perfido clone montanaro.»
Marta scoppiò a ridere, poi strinse gli occhi e, senza distogliere lo sguardo scrutatore da sua sorella più piccola, cominciò a togliere la spesa dalle buste.
«Incredibile, eppure...» bofonchiò scuotendo la testa, immersa in chi sa quali pensieri.
Anna sbuffò.
«Scusa Anna, non può essere che tu abbia trasferito su una persona sola le tue frustrazioni? Sai che te lo dico con affetto, ci sono passata, anche io mal sopportavo il mio ambiente di lavoro e ti capisco, ma forse il tuo giudizio su Manuel è un po’ frettoloso.»
Anna la inchiodò con lo sguardo. «Frettoloso? Da quasi un anno lo vedo ogni santo giorno!»
«Va bene, e allora? Anche fosse, che te ne importa? Sei qui in vacanza e questa è casa tua. Non devi mica rimboccargli le coperte.»
«Per carità, no!»
«Ecco, allora dai a te stessa una possibilità e dalla anche a lui, magari conoscendovi meglio in un altro ambiente riuscirete  ad andare d’accordo anche sul lavoro.»
«Sì, sarebbe “Il Miracolo di Natale”» ironizzò Anna.
«Mai dire mai».

La cena della Vigilia si svolse nella sala dove tutti i tavoli erano stati uniti a formarne uno unico. Anna si era ben guardata dal sedersi vicino a Manuel ma si era messa sul lato opposto, per osservarlo di tanto in tanto con nonchalance.
Sul lavoro era silenzioso, non scherzava con nessuno, prendeva tutto molto sul serio come era giusto che fosse ma davvero non si rilassava mai. Da quando lo aveva visto  arrivare in quell’agglomerato di anime al confine fra l’Italia e la Francia invece, non aveva smesso di ridere, era affabile con tutti, conversava con facilità e giocava addirittura con i bambini dei clienti. Che fosse davvero come diceva Marta e lei avesse preso un abbaglio?
Non è strano che le persone sul posto di lavoro si comportino in maniera stravolta rispetto al loro modo di essere. Sì, ma Gerry? E la cattiveria con cui l’aveva messa spalle al muro davanti a tutti?
Artù entrò nella sala abbandonando la cuccia posizionata vicino al camino dell’atrio. Scodinzolò felice ai bambini, che adorava, ma andò a posare il muso sulle gambe di Manuel che iniziò ad accarezzarlo con affetto. Questa, poi! Solo lei vedeva qualcosa di sbagliato in quell’uomo?
La cena era terminata, Anna prese un vassoio di panettone e li raggiunse.
«Ne vuoi?» disse posando il dolce natalizio vicino a Manuel.
Lui alzò la testa inclinando il viso di lato. Una ciocca di capelli gli coprì un occhio e il naso. Sorrise.
«Vieni, non abbiamo parlato neanche un po’» disse scostando una sedia per farle posto.
«Grazie. Hai ragione…» s’interruppe perché lui la fissava, fra le mani una zampa di Artù che gli si era seduto vicino come fossero grandi amici.
«Tregua?» le chiese, sulle belle labbra piene un sorriso obliquo. Anna si sorprese a pensare che aveva degli occhi splendidi, di un caldo color malto. Mai notati davvero.
«Tregua», si arrese ridendo.
«Per tutta la cena ho pensato che avresti tentato di avvelenarmi, non provare a negare.»
«Perché avrei dovuto?» finse Anna.
«Perché ieri mattina ho fatto il bastardo con te.»
«Ah, quindi hai agito in piena coscienza. Adesso, ho voglia di avvelenarti.»
Manuel rise di cuore, la testa all’indietro, il pomo d’Adamo che faceva su e giù nella gola e una ventata di profumo buonissimo, una sensuale mistura di spezie. Sensuale?
Anna deglutì a secco. Che le stava succedendo?
«Mi avevano detto che eri simpatica, ma non abbiamo avuto molti contatti amichevoli sul lavoro.»
«Chi, te l’ha detto?»
«Gerry. Vi conoscete bene, no?»
L’espressione di Anna tradì la sorpresa. «Gerry? Che fine ha fatto? Da quando sei arrivato ne ho perse le tracce.»
«Sta bene, lavora come web designer in una delle nostre sedi estere.»
«Dove?»
«A New York.»
«Non mi ha più chiamata, né ha risposto alle mie email. Mi sono preoccupata, ma che gli è preso?»
«Temo gli sia stato richiesto espressamente di non avere contatti con nessuno della sede italiana.»
«Che esagerazione, neanche lavorassimo per l’FBI.»
Manuel abbassò la testa e nascose un sorriso fra le ciocche di capelli scese a coprirgli il viso, poi riprese a esaminare la zampa del cane.
«Artù è tuo, vero?»
«Sì. Che stai guardando, si è fatto male?»
«Non gli hai messo una pomata protettiva per il freddo sui cuscinetti, vedo.»
«No, avrei dovuto?»
«Il giovanotto, qui, si diverte a scavare neve e ghiaccio, e la pelle gli si sta screpolando. Mio nonno era veterinario, abbiamo avuto diversi cani e lui metteva sempre una protezione quando li portavamo in montagna con noi. Lo faccio tutt’ora con quello di mia sorella.»
«Buono a sapersi, vedrò di comprare questa pomata.»
«Non occorre, ne ho un tubetto sano nello zaino.»
Anna lo fissò, i suoi occhi incatenati a quelli di Manuel.
«Sei molto gentile…e sei una totale scoperta.»
«Pensierino di Natale!» esclamò Marta superando il vociare della sala con una grande cesta fra le braccia. «Per voi, amici e cari ospiti» disse, cominciando a distribuire pacchettini avvolti in carta dorata e fermati con la raffia rossa.
«Oh, la mia sorellina e l’uomo a cui non finirò mai di dire grazie!» disse avvicinandosi. Gli sguardi di tutti su di loro.

«Perché saresti l’uomo del “grazie eterno”?» bisbigliò Anna. Manuel non le rispose, si soffermò invece su Marta.
«Credo di dover essere io a ringraziare te» le disse.
Marta gli porse un pacchetto e sorrise silenziosa in risposta. Poi ne diede uno di uguali dimensioni a sua sorella.
«Aprite, forza!» li esortò.
Due tazze rosse da colazione da incastrare assieme, su quella di Anna la scritta bianca “Joyeux”, su quella di Manuel “Noel”.
Anna guardò la sorella con sorpresa, Manuel invece sorrideva scuotendo il capo.
«Vedete un po’ voi!» ridacchiò Marta andandosene.
Artù seguì i bambini che si erano messi a scorrazzare fra la sala e l’atrio spazioso, Anna lo guardò andar via, la tazza stretta fra le mani e mille domande nella testa.
«Perché ho la sensazione che tu e mia sorella siate complici di qualcosa?» disse rivolta a Manuel che in un primo momento fuggì il suo sguardo.
Quando però tornò su di lei, la lasciò senza fiato. Tenero, raggiante, impossibile non averlo mai notato, si rimproverò Anna.
«In un certo senso può sembrare un complotto, ma ti giuro che lei c’è arrivata molto prima di me.»
«Che vuoi dire?»
Sospirò. «Usciamo un attimo, vuoi?»
Misero le due tazze in cucina e indossarono i giacconi. All’esterno, in veranda, si fecero confortare dalla stufa a piramide che irradiava calore tutt’attorno.
Manuel era visibilmente imbarazzato. Di sicuro nessuno lo aveva mai visto in quello stato alla Super Nova Art Design.
Anna aspettava in silenzio, appoggiata alla ringhiera di legno. I suoi grandi occhi scuri lo scrutavano, capelli sciolti sotto il berretto di lana e un ricciolo dispettoso impigliato fra le labbra morbide che la faceva sembrare una bambina.
Manuel,con delicatezza, prese il ciuffetto ribelle fra due dita e lo fece scorrere sotto alla lana del berretto per liberarle il viso. Lei rimase impietrita da quel velato contatto e un lieve rossore le imporporò le guance.
«L’estate scorsa sono stato ospite qui assieme ad alcuni amici» esordì lui. «Dovevamo restare un paio di giorni, invece mi sono fermato per un mese. Marta era alla prima apertura, mancavano ancora tante cose, lavori da fare, stanze da sistemare, ho contribuito anche io come potevo. La montagna d’estate ha un volto diverso, è chiara, limpida, il clima secco rende il sole piacevole anche se caldissimo e le passeggiate a metri d’altezza sono un’esperienza che ti rigenera. Qui, ho ritrovato il mio centro. In un mese ho potuto conoscere Marta e mi sono subito trovato bene a parlare con lei. Una sera, proprio su questa veranda, le ho confessato di essere innamorato di una donna per me inarrivabile. Non perché fra noi esistessero distanze insormontabili, anzi, lavoravo con lei a stretto contatto. Ma proprio per questo, per motivi di etica professionale, non potevo dichiararmi né avvicinarla.»
Anna fece un sospiro allarmato e strinse le braccia incrociate sul petto.
«Marta insisteva nel dirmi che a lungo andare l’amore se ne infischia dei limiti che gli poniamo» continuò Manuel, «ma è stato più forte di me, non ho voluto cedere. Dopo tutto sapevo di avere ottime ragioni per mantenere il punto». Abbassò lo sguardo, una mano scivolò sulla ringhiera accanto ad Anna. «Tornato a casa ho fatto di tutto per allontanare la donna di cui sono innamorato e sono stato bravissimo.» Levò gli occhi su di lei.
Il cuore di Anna singhiozzava, sentiva di non avere un battito normale, forse sarebbe svenuta, pensò. Cominciò a tremare anche se guance e collo erano bollenti. Deglutì e sostenne lo sguardo ambrato di Manuel.
«Cosa c’entra tutto questo con le tazze e gli sguardi d’intesa fra te e mia sorella?»disse, e si sentì un’ingenua. Mentre le parole uscivano dalle labbra il collegamento le fu chiaro, limpido come il cielo di montagna in estate.
«Perché la donna che amo è qui davanti a me per un assurdo scherzo del destino, e non so più resisterle.»
«Mi stai prendendo in giro, Manuel?» esclamò Anna arrabbiata.
«No, non ho mai fatto il tuo nome a Marta, né ho accennato alla Super Nova. Inoltre non avevo idea che voi due foste sorelle e di certo non immaginavo di trovarti qui a Natale. Marta deve aver capito tutto da sola…»
Certo che aveva capito, si disse Anna. Pensandoci, neanche lei aveva fatto il nome di Manuel quando si era sfogata con lei sull’odiato collega che la faceva impazzire. Poi, quando lui era arrivato alla locanda e lei aveva accusato sua sorella di essere una traditrice perché lo conosceva, l’acuta Marta non aveva più smesso di ghignare, anzi, si era messa a dispensare frasi sibilline sul concedersi una reciproca possibilità e conoscersi meglio. Traditrice un’altra volta!
Restava il fatto che quella dichiarazione a cuore aperto l’aveva sconvolta: tutto si sarebbe aspettata, tranne una rivelazione del genere. Per non parlare di come stava reagendo con il corpo e con il cuore, il profumo di lui mescolato all’aria frizzante della sera sembrava un elisir che la faceva sciogliere ad ogni sguardo. Gli occhi dorati, il suo sorriso. Un incantesimo irresistibile. Impossibile.
«Anche ammesso che mia sorella sia tanto geniale, mi sembra che la storiella sull’etica professionale che ti impedisce di palesare il tuo amore sia una stratosferica balla!»
«Non se i proprietari della multinazionale per cui lavori, Anna, fanno di cognome D’Onofrio e il sottoscritto si trova a interagire a stretto contatto con i suoi dipendenti per individuare gli elementi migliori e collocarli in posizioni strategiche.»
Anna, la bocca spalancata per la sorpresa, fece istintivamente due passi indietro per allontanarsi da lui. La magia di sguardi e profumi esplose come una bolla di sapone.
«Sono stato io a volere lo scambio con Gerry» seguitò Manuel, «lui è stato il primo che ho promosso chiedendogli di rispettare l’assoluta riservatezza con gli ex colleghi italiani mentre mi infiltravo all’ insaputa di tutti.»
«Adesso, torna tutto…»mormorò Anna.
Manuel si fece avanti accorciando la distanza fra loro e lei smise di pensare. Il suo profumo speziato la circondò di nuovo, un incantesimo sensuale e intenso, come lui.
«Adesso lo sai» le sussurrò alla distanza di un respiro.
Occhi negli occhi, rimasero a guardarsi per alcuni istanti finché le morbide labbra di Manuel si posarono sulle sue, reclamando una risposta che lei gli offrì con la medesima dolcezza, la stessa passione. Anna sentì qualcosa infrangersi all’altezza del cuore e liberarsi in un caleidoscopio di colori e immagini. Vide Manuel distogliere furtivo lo sguardo da lei mentre lavoravano, chiamarla con una scusa, provocarla con le sue battute. Vide anche se stessa sfuggire alle emozioni ogni volta che lo aveva vicino e capì che  per la prima volta si era lasciata andare alla riunione del giorno prima, quella da cui era uscita sconvolta, quasi in lacrime. Si era sentita svuotata dall’atteggiamento distante di Manuel, ora lo sapeva, non aveva potuto tollerare il suo rifiuto.
Anna, gli mise le braccia al collo, le mani fra i capelli mentre il bacio si faceva più intenso. Era riuscita a spogliare i segnali che lui le aveva inviato dell’arroganza e dei propositi sleali di cui lei stessa li aveva vestiti, e aveva capito di averlo fatto per mascherare quello che sentiva per lui, dal primo giorno.
L’alchimia che in quel momento li accarezzava riempiendo lo spazio attorno c’era sempre stata, nessuno dei due avrebbe più potuto negarlo o nasconderlo.
Eccolo, l’insperato “Miracolo di Natale”su cui lei stessa ironizzava nella cucina di Marta, ecco l’uomo che aveva saputo mostrarle la magia.

La mattina di Natale si svegliò con la sensazione delle labbra di Manuel sulle sue. Sorrise e le sfiorò con le dita, poi si stiracchiò e si girò su un fianco. Lui, appoggiato a un gomito, era lì che la guardava.
«Buon Natale, Anna» sussurrò dandole un soffice bacio.
Artù si avvicinò e appoggiò il muso accanto a loro per ricevere carezze, con gentilezza, per nulla disturbato dalla presenza di Manuel.
Piaceva un mondo anche a lui, pensò Anna.
Incontrò gli occhi color malto dell’uomo che la teneva stretta e rimase a contemplare il suo sguardo innamorato.
«Tu credi al destino, Manuel?» gli chiese all’improvviso.
Lui sorrise e la strinse a sé ancora di più.
«Lo sto tenendo fra le braccia e non ho mai desiderato un destino migliore» rispose.

FINE


CHI E' L'AUTRICE

Miriam Tocci ama i libri e la musica, scrive e canta da quando era bambina e non smetterà mai di farlo. Ama cucinare, ha una vera passione per il cioccolato e i cibi esotici e non riesce a iniziare la giornata senza caffè. Due figlie e una San Bernardo tanto dolce quanto pesa riempiono la sua casa. Odia le borse troppo piccole e le scarpe basse, non sopporta di arrivare in ritardo e la sua vita è una continua, folle corsa.
Altre pubblicazioni:  Il Destino dei Due Mondi – L’Angelo dalle Ali Nere, romanzo Urban Fantasy, 2011;  Stirpe Chimerica vol. 1, coautrice, raccolta di racconti, 2012; Love at Christmas - Tre racconti di Natale, coautrice, raccolta di racconti, 2012; C’è Amore nell’Aria – Quattro romantiche storie d’amore, coautrice, raccolta di racconti, 2013 .

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11 commenti:

  1. Un bellissimo racconto! Ambiente realistico,una protagonista in cui ci si può immedesimare e soprattutto una storia d'amore dove la scrittura riesce a far percepire la magia dell'amore a lungo taciuto e poi confessato... Complimenti, mi è piaciuto molto...
    Viviana

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    1. Miriam Tocci07/01/14, 15:58

      Grazie mille Viviana! Mi hai fatto dei bellissimi complimenti, grazie ancora! Arrivare al cuore di chi assapora una storia, farlo emozionare e immedesimare è la soddisfazione più grande!
      Miriam

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  2. Adele V. Castellano06/01/14, 10:55

    Bello questo racconto Miriam! Un'atmosfera romantica e ben caratterizzata! E la frase finale: cosa potremmo desiderare di più da un innamorato?

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    1. Miriam Tocci07/01/14, 16:12

      Adele,sai che sono un'inguaribile romantica e...sono in ottima compagnia da queste parti! Quanto alla frase finale, ecco, gli innamorati devono dirle certe cose, e ad alta voce, capito ragazzi?!
      Grazie cara per i tuoi complimenti, felice che ti sia piaciuto! Un abbraccio
      Miriam

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  3. Molto romantico. Mi piace sempre quando un amore segreto e segretamente corrisposto viene alla luce.

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    1. Miriam Tocci07/01/14, 16:14

      Anche a me!! Grazie Desy!

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  4. Questa coppia mi piace molto! Ma come ha fatto lei a non accorgersi che lui non la squadrava con freddezza in quell'anno ma che la desiderava?! ;) mi sono piaciuti anche i segreti non detti, il fatto che lui fosse un "infiltrato" e che la sorella senza volerlo l'abbia aiutata a trovare l'uomo giusto... :)

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  5. Una lettura davvero romantica. Un apprezzamento speciale va al simpatico co-protagonista a quattro zampe ^_^

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  6. Miriam Tocci07/01/14, 16:38

    Grazie davvero per gli apprezzamenti e... Emy, con il co-protagonista a quattro zampe ho giocato in casa: la mia San Bernardo è tale e quale ad Artù, una montagna di dolcezza!
    Un ringraziamento speciale a Francy per tutto, l'iniziativa, la copertina, la COLONNA SONORA che mi è piaciuta tantissimo!
    Grazie a tutti, a chi ha letto e commentato, a chi è passato di qua e a chi lo farà.
    Felice di condividere romantichEmozioni!
    Miriam

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  7. Bel racconto, mi è proprio piaciuto! Che bel protagonista, non so perchè ma mi figuravo un tipo ... tipo ...cpt. Harlock ma con entrambe gli occhi!
    Baci

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    1. Miriam Tocci09/01/14, 10:24

      haha! Il Capitano è ovunque!!! Grazie Ellyfain, baci a te!

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